
Cinema Di Elena Genero Santoro. Non abbiam bisogno di parole, un film Netflix original, l'adattamento italiano del celebre La famiglia Bélier. La storia di una figlia udente in una famiglia di non udenti, il punto di vista capovolto sul significato di "normalità".
Correva l'anno 1988 quando, in terza media, un supplente di italiano ci fece guardare Figli di un dio minore. Era un film che all'epoca aveva avuto successo e che pare essere invecchiato dignitosamente bene. Era la storia di una ragazza sorda che si esprimeva nella lingua dei segni (LIS) e di un docente che insegnava in una scuola per sordi, incentivandoli al linguaggio verbale per dare loro più chance. La ragazza, Sarah, si opponeva con tutte le sue forze. Lei voleva essere rispettata per quella che era: una sorda, non una sorda che viveva come una udente.Ricordo che in classe era seguita una discussione su cosa fosse la normalità, che ai nostri occhi adolescenziali assumeva, dopo aver visto il film, i contorni di un concetto relativo. Il professore aveva concluso: se nel mondo fossimo tutti sordi, quella sarebbe la normalità, la comunicazione tra gli esseri umani si sarebbe sviluppata diversamente.
Già allora avevo intuito che tra i sordi ci sono diversi approcci. Ci sono gli oralisti, che imparano a leggere le labbra e a parlare, e ci sono quelli che si affidano solo alla lingua dei segni. Nel mezzo, quelli che integrano le abilità e le usano a seconda delle circostanze.
Su Netflix è uscito un film con protagonista Sarah Toscano, già cantante e vincitrice di Amici, che interpreta Eletta, sedicenne e unica figlia udente in una famiglia di non udenti.
Il titolo del film è Non abbiam bisogno di parole, che è la famosa canzone di Ron e Lucio Dalla che la protagonista si ritrova a cantare nel corso della vicenda, ma è anche la modalità con cui Eletta comunica con i suoi genitori: senza parole.Il film è ispirato all'esperienza personale dell'autrice Véronique Poulain ed è l'adattamento italiano del celebre successo La famiglia Bélier. Figlia udente di genitori sordi, ha lavorato come interprete della Lingua dei Segni e ha raccontato la sua vita nel libro autobiografico Les Mots qu'on ne me dit pas (Le parole che non mi si dicono).
In Non abbiam bisogno di parole siamo in Italia, tra Alessandria e Torino.
I genitori di Eletta, col fratello maggiore, anch'egli sordo, hanno una cascina in campagna e lei inizia un nuovo triennio scolastico.Sarah si destreggia tra scuola, famiglia e corso di canto. Perché lei ha una passione: la musica, e le riesce anche bene, ma è qualcosa che non può condividere con i suoi famigliari.
Non la condivide e nemmeno racconta loro che farà un saggio e forse un'audizione, perché i genitori non approverebbero.
Alessandro e Caterina, padre e madre di Eletta, appartengono alla comunità di sordi che si esprimono a gesti.
Sono persone che usano la LIS e che ritengono la loro sordità un motivo di identificazione culturale e linguistica. Ho letto che alcune comunità di sordi non oralisti diventano anche molto chiuse perché per i sordi comunicare a gesti, nella loro vera lingua, è più semplice e meno faticoso. Leggere le labbra, tentare di articolare dei suoni, indossare l'impianto cocleare laddove indicato, comporta un gran dispendio di energie. In questo senso, pretendere che i sordi "si adeguino" al mondo udente, non è nemmeno giusto.Quando Eletta è venuta al mondo ed è stata diagnosticata "udente", la madre ha pianto: la bambina non era "una di loro". Ma il padre le aveva promesso che l'avrebbe cresciuta "sorda dentro". Ovviamente questo non è stato possibile, Eletta sente e ha anche un udito piuttosto fine.
Peraltro nel film mi ha incuriosito un dettaglio: i sordi, non sentendo, producono parecchio rumore!
Nelle prime scene sbattono posate e scodelle in cucina senza avere alcuna cognizione del fracasso che fanno ed Eletta è parecchio infastidita.Nonostante l'orgoglio non oralista, Eletta funge da ponte tra la sua famiglia e il resto del mondo. I genitori se la portano ovunque: quando vanno a vendere i loro prodotti al mercato, quando il padre si candida a sindaco con lo slogan geniale "io vi ascolto". Senza di lei sarebbero persi. Quindi, parenti ingombranti e a tratti imbarazzanti.
Si parla tanto di disabilità e di inclusione, del fatto che il mondo a misura dei "normali" calzi male a chi ha una diversità.
Eletta è una "normale" in una famiglia di "diversi", quindi la "diversa" nella sua micro-comunità è lei.È una visione capovolta, un po' come quella di Peet Montzingo, musicista e scrittore americano, noto su YouTube e TikTok, riconoscibile per i suoi occhi azzurri, i suoi capelli rossi, il suo metro e ottantacinque di statura. Fin qui non ci sarebbe nulla di straordinario se Peet Montzingo non avesse padre, madre, fratello e sorella tutti affetti da nanismo. A otto anni era già il più alto della famiglia. Loro sono molto ironici e affiatati e ci scherzano su nei loro video.
La storia di Eletta mi ha lavorato dentro perché, per certi versi, io sono nella sua situazione.
A cinquant'anni ho scoperto che molte persone intorno a me sono autistiche (senza compromissioni cognitive né manifestazioni eclatanti, quindi non di facile identificazione a un occhio non esperto; sono le classiche persone a cui viene detta la frase: "se sei autistico tu, siamo autistici tutti!", eppure le diversità ci sono). Sono cresciuta come quella "diversa" in nucleo che, da fuori, potrebbe essere etichettato come "diverso".E anche la mia scelta di frequentare il Politecnico, dove è pieno così di nerd ex-Asperger, forse non è nata per caso.
L'autismo e la sordità non sono la stessa cosa, ma c'è in ballo comunque un modo di comunicare che si discosta da quello della maggioranza.
Un codice che va appreso, che, nel caso dell'autismo, ho avuto modo di introiettare, non senza fatica e non senza effetti collaterali e con la costante sensazione di camminare sulle uova. Qualcuno dice che neurotipici e neuro divergenti hanno "sistemi operativi diversi", come un iPhone e un Android: funzionano entrambi, ma affinché comunichino c'è bisogno di una interfaccia. Ecco, talvolta il lavoro di conversione richiede una certa cura.E adesso che ho capito meglio cos'è l'autismo, mi rendo conto che gli autistici intorno a me tra loro si riconoscono, entrano in sintonia con molta più rapidità di quanto riesca a fare io.
Eppure ho diverse amiche che a un certo punto sono uscite fuori dicendo: “Sai, sono autistica”. Non mi hanno ancora disconosciuta.
Non abbiam bisogno di parole è un film molto carino.
Lascia spazio all'amicizia, al primo amore e naturalmente finisce a tarallucci e vino, con una Sarah Toscano molto graziosa e dal viso pulito.I genitori capiscono che la figlia ha il dono del canto e anche se loro non possono beneficiarne, negli "altri", quelli fuori, questo dono porterà emozioni.
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Elena Genero Santoro |
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