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Il tempo vissuto, il nuovo romanzo di Angelo Gavagnin

Il tempo vissuto, il nuovo romanzo di Angelo Gavagnin

Il tempo vissuto, il nuovo romanzo di Angelo Gavagnin

Libri Comunicato stampa. Il tempo vissuto, il nuovo romanzo introspettivo di Angelo Gavagnin (Independently published). Le crepe che diventano cicatrici preziose e fanno di ogni essere umano un "pezzo" unico.

Radio Mestre 103

Pino era sempre riuscito a cavarsela, anche nelle situazioni più difficili della vita, grazie ai suoi talenti, ma soprattutto alla voce che sicuramente aveva educato con qualche metodo.
Nella voce sono concentrate le umane emozioni: si capisce se sei indeciso, impulsivo, indifeso, impaurito o se sei invece forte e pronto a tutto. Il timbro cambia a seconda di come uno vive gli eventi e Pino sapeva gestirlo, sapeva che nella voce c’erano le sue emozioni e riusciva a capire quelle di chi aveva di fronte, capiva che timbro usare per infondere e mostrare sicurezza, riusciva a capire se chi gli stava parlando voleva fregarlo o se era sincero e onesto, era capace di convincere e vincere.
Timbro, Vibrazione, Suono.
Dopo tutte le avventure e peripezie che aveva vissuto, sapeva tenere belle discussioni sulla vita e sulle tendenze giovanili, aveva un animo nobile e, a dispetto di tutte le cazzate che aveva fatto, amava la poesia. Intorno agli anni Ottanta, quando erano nate le radio libere, Radio Mestre 103 fu una delle prime, era nata nel 1976, ed era una delle più libere.
Pino ammirava molto due ragazzi che come lui lavoravano lì, Frank e Claudio, un’affiatata coppia di amici molto preparati in letteratura e cultura generale che conducevano una trasmissione che si intitolava “Di altri canti e altre storie”: leggevano poesie e presentavano libri, il tutto accompagnato da musiche bellissime di Alan Stivell, alfiere della rinata musica bretone e celtica, musicista e suonatore di arpa in un periodo dove tutti suonavano chitarre e batterie.
Amavano anche Angelo Branduardi, un altro che si occupava di musicare poesie e ballate antiche. Frank e Claudio erano due personaggi d’altri tempi, che sembravano usciti da una fiaba, erano gentili e beneducati, due mosche bianche per Marghera e per alcuni collaboratori che, come loro, frequentavano la radio ma in realtà lavoravano al porto, un ambiente non proprio poetico.
Era proprio bello ascoltarli dopo aver subìto trasmissioni molto più prosaiche, piene di problemi sociali e sindacali e con la messa in onda di telefonate tutt’altro che pacifiche, provenienti da lavoratori incazzati ai quali a volte scappavano pure dei bei bestemmioni in diretta. Poi… Ecco arrivare il momento magico di Frank e Claudio, che riportava un po’ di poesia e di serenità nel turbato etere di Marghera.
Angelo Gavagnin, Il tempo vissuto


Il tempo vissuto

di Angelo Gavagnin
Independently published
Romanzo introspettivo | Non-fiction
ISBN 979-8751857608
ebook 3,99€
cartaceo 12,00€

Sinossi 

Le esperienze di una vita vissuta intensamente si concentrano in questo libro dove Angelo Gavagnin ripercorre gli anni giovanili, il gruppo di amici, le trasgressioni e i pericoli, il desiderio di cercare un'alternativa alle alienazioni della società. Poi, piano piano, la raggiunta consapevolezza di sé e degli altri.
Una galleria di personaggi non comuni scorre tra le pagine del libro, mentre l'irresistibile fluire di memorie dello scrittore, le idee, le percezioni, la sensorialità e le emozioni si mischiano ai fatti privati e collettivi come i colori di una tavolozza che finiscono sulla tela di un artista d'arte informale.



Angelo Gavagnin

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Lungo la via Francigena, di Angelo Gavagnin: pagina 69

Lungo la via Francigena, di Angelo Gavagnin: pagina 69

Lungo la via Francigena, di Angelo Gavagnin: pagina 69

Pagina 69 #120 | Lungo la via Francigena, di Angelo Gavagnin, IlMioLibro, 2017. 1857 chilometri a piedi, dal San Bernardo a Santa Maria di Leuca, il punto di vista di chi sa guardare alla Natura e alle cose del mondo con occhio semplice e riflessivo.

Diciottesima tappa. La Storta – Roma.
Sicuramente non bella, molti la fanno in autobus, consigliati dalla guida, perché è una tappa un po’ pericolosa per il traffico: si cammina su strade dove le auto corrono e i pedoni sono sempre in pericolo, ma ormai ci siamo, Roma ci aspetta e ci vedrà arrivare a piedi. Si passa da Monte Mario e dai suoi 139 metri ci facciamo le prime foto con il cupolone in lontananza. Ultimo tratto su viale Angelico e via di Porta Angelica.

Siamo arrivati a Roma! Per nessuno di noi è la prima volta perciò non siamo certo stupiti della sua bellezza, ma per tutti è la prima volta che ci arriviamo a piedi e la sensazione nuova è di averla conquistata. A noi che veniamo dalla piccola Venezia sembra enorme, è il comune più esteso d’Italia con tre milioni di abitanti. Entriamo subito in piazza San Pietro con lo zaino sulle spalle. Tutta l’emozione del momento atteso da tre anni la esprimiamo con un lungo e commosso abbraccio.

Naturalmente l’ultimo timbro sulla credenziale è dell’Opera Romana Pellegrinaggi, situata in piazza San Pietro, poi c’è il rito del ritiro del “certificato” dell’avvenuto pellegrinaggio a piedi, con la consegna del “Testimonium peregrinationis peractae ad limina Petri” firmata fatalità da Angelo Cardinal Comastri, anzi, ancora meglio: Angelus.
Abbiamo percorso circa quattrocentoquaranta chilometri a piedi in diciotto giorni. Adesso che è finito un progetto diviso in tre anni che ci ha portati insieme a percorrere circa mille chilometri, dal Passo del Gran San Bernardo fino a Roma, mi rendo d’un tratto conto che “la meta non conta niente”.

Alti e bassi, fatica e soddisfazioni, come nella vita, la meta è nota a tutti, ma ciò che conta e ciò che rimane, è la strada percorsa. Farla bene, assaporando gioie e dolori, salite e discese, c’è il momento dell’acqua da bere anche un po’ calda, ma sai che arriverà anche quello della birra fresca. Nella vita c’è spazio per tutto. Meno male. Abbiamo imparato ogni giorno da un Maestro diverso: il grande segreto è, che ognuno e ogni cosa ci possono essere Maestri, basta tenere la mente e il cuore aperti, troveremo insegnamenti ovunque.




Quarta di copertina
"Lungo la via Francigena" di Angelo Gavagnin.

Molte sono le guide che parlano della via Francigena: questo libro ci propone un punto di vista diverso, quello di chi sa guardare alla Natura e alle cose del mondo con occhio semplice e riflessivo, di chi sa esprimere emozioni e sensazioni genuine, aneddoti arguti e divertenti, pensieri in libertà. Per cinque anni è partito con un gruppo di amici veneziani per percorrere a piedi i 1857 chilometri che vanno dal Passo del San Bernardo a Santa Maria di Leuca, camminando sui mille e mille sentieri segnati dai pellegrini che attraversavano l’Italia dalle Alpi a Roma e poi da Roma all’estrema punta della penisola, per imbarcarsi alla volta della Terrasanta, meta e mito da raggiungere per la salvezza dell’anima.


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[Libri] Non sono nato e mi sento molto bene, di Angelo Gavagnin, pag. 69 | #107

[Libri] Non sono nato e mi sento molto bene, di Angelo Gavagnin, pag. 69 | #107



Non sono nato e mi sento molto bene, di Angelo Gavagnin, IlMioLibro, 2015. Un romanzo provocatorio, un non nato ripercorre la sua vita precedente di padre e riflette, col lettore, su una possibile soluzione per guarire il pianeta.

138 pagine  | ebook 2,49€

Si stava un poco perdendo, riflettendo su questi concetti assimilati da letture curiose, davvero si era convinto che tutti i cambiamenti cui siamo sottoposti nella nostra organizzazione della vita lavorativa e sociale, avrebbero potuto rendere le nostre vite semplici, felici, senza problemi di sorta, e invece abbiamo realizzando una schifezza di società.
Un grandissimo progresso tecnologico, balzi in avanti di tutte le scienze, ma non è servito a farci diventare migliori, né a renderci più felici.
Abbiamo raggiunto un picco negli anni ‘80 e ‘90, almeno in Europa, forti momenti di libertà individuale, diritti dei lavoratori al massimo storico, diminuzione dell'orario di lavoro, baby pensioni, sindacati forti che riuscivano a difendere tutto e tutti.
Adesso stiamo indietreggiando su ogni argomento, lavoratori depredati da dirigenti sempre più esosi, che percepiscono stipendi quattrocento, cinquecento volte quello dei loro operai e non pagano mai per i propri errori.
Dirigenti strapagati che portano le loro aziende alla rovina, ma poi a pagarne i danni sono i lavoratori più in basso nella scala sociale.
Dopo una vita di lavoro non si va neanche più in pensione, parlano di oltre i quaranta anni di lavoro, come se fosse facile farli.
Quello che poi succede nella realtà è che dopo i cinquant'anni nessuno ti vuole più, diventi lento, acciaccato e anche il cervello non è più così flessibile, allora che si decidano questi signori, dobbiamo oppure no lavorare fino ai settant'anni o dobbiamo suicidarci a cinquanta in modo che l'organizzazione sociale che abbiamo così brillantemente elaborato sia salvata.
Tutta la tecnologia che abbiamo realizzato a cosa serve se poi ci porta solo povertà, insicurezza, disperazione.
Un’umanità intelligente dovrebbe usare le scoperte, le macchine, per vivere meglio, per lavorare sempre meno, usare il proprio tempo per studiare, progredire sulle scienze umane, godere dell'arte, meditare, avvicinarsi all'essenza del proprio essere.

Un’umanità intelligente dovrebbe imparare anche ad accogliere il momento della morte con gioia, perché ha vissuto una buona vita.

~ 69 ~

Quarta di copertina
"Non sono nato e mi sento molto bene" di Angelo Gavagnin.

Non siamo obbligati a mettere al mondo dei figli, il pianeta è già allo stremo e ci chiede attenzione. Visto che l'Umanità non è così intelligente come crede di essere, forse l'unico modo per riuscire a stare bene, tutti, è essere un numero che il pianeta riesca a sopportare e supportare.
D'altronde chi non è nato non soffre certo per questo, anzi, penso proprio che stia meglio di noi.


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[Libri] "Il risveglio" di Angelo Gavagnin, incipit #119

[Libri] "Il risveglio" di Angelo Gavagnin, incipit #119

Madre e Figlia: il viaggio.

incipit-Il-risveglio

Il risveglio

di Angelo Gavagnin
IlMiolibro
cartaceo 13,00€
ebook 1,99€

Dopo circa dieci anni dalla scomparsa del marito, la donna, rimasta sola con la figlia così fortemente voluta, era ancora incredula sulla particolare scelta del marito che aveva optato per una sorta di suicidio dolce.
La vicenda era semplice da ricordare: stanco della vita famigliare, aveva scelto di andarsene, in punta di piedi e senza salutare: aveva voluto morire, perché non aveva paura della morte, convinto com’era che non sarebbe finito il suo ciclo di vite.
Così la moglie era rimasta da sola con la figlia che ormai aveva intorno ai sedici anni.
Le due donne decisero di fare insieme un viaggio e di partire per l’India: per la ragazzina una novità assoluta, per la mamma, invece, era un ritorno perché era stata molti anni prima con il marito che quella terra amava molto. Lei era a ridosso dei sessant’anni, molto ben portati per effetto della dieta vegetariana e del buon allenamento: anni di corse che amava fare quasi tutti i giorni.
L’India era cambiata molto rispetto ai suoi ricordi, e meno male, era tutto molto più facile, viaggiare, mangiare, dormire, comunicare: c’era stata negli anni una notevole crescita economica e sociale, anche se “sempre India è”, le contraddizioni enormi e la grande forbice tra ricchi e poveri, non erano sparite, ma si notavano meno. Come da ogni parte del mondo ormai, si prelevavano i soldi con il bancomat, e addirittura invece del PIN si usava la modernissima tecnica di lettura degli occhi. Anche i turisti all’entrata del paese, già in aeroporto erano obbligati a sottoporsi alla scannerizzazione degli occhi, dando alle autorità il consenso di essere schedati in un mega server che gestisce milioni di questi dati. Sappiamo che ogni persona ha gli occhi che sono unici, come del resto le impronte digitali. Non abbiamo superato il duemila per niente, un poco dentro la fantascienza lo siamo.

Così, tra nuove tecnologie, vecchie pratiche religiose e antiche vacche sacre che a malapena si reggevano sulle zampe, mamma e figlia cominciarono a visitare la misteriosa India.

La cosa più facile era senz’altro iniziare da Goa, che della vecchia India ha il fascino, ma ha anche acquisito tutti i confort dovuti a molti decenni di turismo.
Decidono di affittare una casa a Candolim, un posto che la mamma conosceva per esserci stata parecchi anni prima con il marito. La casa era un po’ spoglia, ma l’avrebbe arredata lei con semplici oggetti di poco costo e stampe di divinità Indù, cose semplici e facili da trovare in ogni mercato. C’era anche un bel giardino con le palme, un albero di papaia, un banano, un bellissimo e profumato frangipane rosa e molte altre piante che da queste parti crescono per dispetto.
Le giornate si susseguirono tranquille com’è giusto in vacanza: mattinata al mare, ci sono dei baracchini che qui chiamano shacks, dove puoi fare colazione con quello che vuoi, dalle uova, caffè, pane e marmellata, yogurt e frutta di ogni tipo, un paradiso. Poi la mattinata trascorreva al sole: un bagnetto, due chiacchiere con gli amici, perché a Candolim, da molti anni c’è un gruppo di amici, amanti di questi posti, che passano parecchi mesi a Goa, una cosa che era abituato a fare anche suo marito, prima di avere la figlia che, ora sedicenne stava lì sulla spiaggia con la madre.
Quasi tutti questi amici avevano conosciuto il marito scomparso, in parte, conoscevano le idee e le motivazioni che lo avevano portato ad abbandonare questa vita anzitempo.

Come succede in ogni spiaggia, passavano di tanto in tanto dei venditori ambulanti, con prodotti tessili e argenti vari: erano quasi tutte donne con relativi marmocchi al seguito. 

Qualche cosetta la vendevano sempre, ricordini che tutti compravano per avere qualche regalo da fare ai parenti, al ritorno dalla vacanza. Anche la serata passava in compagnia degli stessi amici, a cena in qualche ristorante, sempre diverso per non annoiarsi e sempre a chiacchierare soprattutto di temi metafisici, spirituali, come si addice a un gruppo di persone che hanno nella loro vita praticato molto la meditazione e lo studio di Guru di cui l’India abbonda. Mamma e figlia, si abbronzavano e stavano bene, riuscendo anche a rendersi conto di quanto il loro caro marito e papà avesse ragione a rimpiangere i tempi quando riusciva a starsene lì, a Goa, per mesi, in santa pace.
Una mattina sulla solita spiaggia passò un bambino che non avevano mai visto, un ragazzino che avrà avuto una decina d’anni, non vendeva nulla, suonava invece un piccolo flauto di legno senza conoscere la musica, si vedeva che suonava a caso, ma era comunque bravo, aveva un suo stile, era armonioso nei suoni e nei movimenti e mentre suonava ti guardava con uno sguardo intenso e aperto, si lasciava a sua volta penetrare dal tuo sguardo, quasi fino all’anima.
Dopo il pranzo, madre e figlia tornavano di solito alla spiaggia, si sistemavano all’ombra e si godevano anche dei sani pisolini, in fondo non avevano granché da fare e l’ambiente era adatto a vivere un periodo rilassante. In uno di questi momenti di riposo ripensava al ragazzino col flauto, al suo sguardo: la donna ne era rimasta scioccata, era uno sguardo che le pareva di conoscere, le dava sensazioni fortissime, il bambino se n’era andato che lei era ancora imbambolata, tanto che non aveva avuto nemmeno la prontezza di offrirgli qualche rupia come invece si usa fare.
Nalin, il ragazzino col flauto, lo conoscevano tutti, scomparve lontano camminando con il caldo che sulla sabbia alterava le immagini. Era arrivata l’ora di pranzo, così la donna chiamò la figlia che stava facendo il bagno per rientrare a casa e far passare le prime ore del pomeriggio che da quelle parti sono proibitive in spiaggia, meglio trascorrerle nell’ombra. Dopo aver pranzato, mentre prendevano un tè in giardino, la donna raccontò alla figlia dell’incontro con il ragazzino e delle sue strane emozioni. La ragazzina ascoltò con la disattenzione tipica della sua età, guardando il tablet e scrivendo messaggi agli amici che aveva lasciato per fare questa vacanza in compagnia della madre.
Dopo alcuni giorni passati insieme, madre e figlia a prendere il sole, passò di nuovo Nalin con il flauto e si fermò a suonare proprio davanti a loro una dolce melodia che quasi commosse le due donne. Alla fine, questa volta sì, la signora gli porse una rupia e lui ringraziando incrociò lo sguardo della ragazzina, così intensamente che la giovane rimase come rimbambita per un minuto. Se n’era poi andato a suonare vicino ad altri turisti e la ragazzina si avvicinò all’orecchio della madre e le sussurrò:
“Ma non hai visto che ha lo stesso sguardo di papà?”

Ecco cosa l’aveva turbata l’altra volta, non se n’era accorta: quel ragazzino aveva gli occhi di un verde-grigio, aveva ragione la figlia, era lo stesso sguardo intenso del marito morto dieci anni prima.

 Non era comunque la prima volta che nella casualità della vita quotidiana, per i motivi più disparati, avevano ricordato il loro defunto.
La morte scelta coscientemente dal loro amato era stata traumatica, né la moglie né la figlia avevano capito e accettato ciò che era accaduto.
Lui del resto non aveva a sua volta capito le conseguenze della sua azione per chi restava, era troppo concentrato su se stesso.
Passarono i giorni e il ragazzino non si vide più: una sera mentre erano in un ristorante all’aperto a festeggiare il compleanno di un amico, tornò e con il suo flauto stupì tutti suonando una bellissima melodia. La signora e la figlia erano palesemente colpite tanto che gli amici erano convinti che conoscessero bene il ragazzino. Non era così, erano solo più emozionate, ma senza apparente motivo.
A un certo punto Nalin si avvicinò alla signora che era ben vestita, aveva messo una spilla per chiudere la camicetta bianca indiana, un modello che non prevedeva bottoni. Il ragazzino si avvicinò e toccò con dolcezza la spilla, quasi ad accarezzarla, poi fulminò con uno sguardo la signora che dovette sedersi per l’emozione. La spilla era un regalo del marito, niente di speciale se non un dolce ricordo che portava sempre con sé. Aveva anche un orologio, un paio di orecchini d’oro molto più preziosi della spilla, un anello con una pietra rossa molto evidente eppure Nalin aveva accarezzato proprio il regalo del marito. Sparì come le altre volte, prima che le due donne se ne rendessero conto, senza dire nulla a nessuno, allontanandosi dal locale della festa. La figlia si accorse dell’emozione della madre e insieme tornarono a casa con questo toccante momento nel cuore.
La notte passò tra tè verde e sigarette, madre e figlia parlarono di cose che avevano sentito solo da Lui quando era ancora vivo, argomenti che amava, come le teorie tibetane basate sul Bardo, morte e reincarnazione.

Quella notte non dormirono.

Quarta di copertina
"Il risveglio" di Angelo Gavagnin, IlMiolibro, 2017.

Questo libro si legge molto facilmente, si può affrontarne la lettura anche avendo solo dieci, quindici minuti. Esiste naturalmente un filo conduttore e si può leggerlo tutto d'un fiato in qualche ora di insonnia notturna, ma lo si può anche leggere un capitolo alla volta. L'ho pensato così: lo puoi tirar fuori in autobus perché ogni capitolo, anche il più piccolo, è una storia finita in se stessa.
Il protagonista entra nel grande dubbio: “Essere o non essere?” e intrufolandosi in alcune “vite degli altri”, cerca di trovare stimoli che motivino un suo ritorno alla vita stessa.
Si trova nello spazio tra la morte e la rinascita, i Tibetani lo chiamano Bardo, da qui si intromette in alcune vite sperando di ricevere motivazioni sufficienti per ritentare una nuova vita: è incerto, non sa decidere se ne vale davvero la pena.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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