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In primo piano

Angelo Gavagnin, autore di "Non sono nato e mi sento molto bene" e "Il risveglio"




Recensore, redattore





Angelo Gavagnin



Nato a La Spezia il 16 agosto 1952, per sbaglio, infatti mi sono spostato a Venezia a pochi giorni dalla nascita.
Ho vissuto nell'isola di Pellestrina, che è un posto fuori dal mondo tuttora, fino alle scuole medie, poi Marghera, Mestre e dintorni.
Ho lavorato al Porto di Venezia, un lavoro che mi lasciava periodi di libertà che ho usato per viaggiare per di più in Asia, parte del mondo che amo. Sono stato varie volte in India, primo viaggio nel 1979, in quell’anno ho conosciuto il Maestro Indiano che oggi è conosciuto con il nome di Osho, e non mancavo di passare per Poona, dove c’era il suo Ashram, ad ogni viaggio, fino al 19 gennaio 1990, giorno della sua morte. Ho assistito alla sua cremazione tra canti e balli. Thailandia, Malesia, Sri Lanca, ma anche Cuba e Santo Domingo, sempre con l'India tra un posto nuovo e l'altro.
Sono diventato papà all'età nella quale di solito si diventa nonni e così sono finiti i viaggi e mi è venuta voglia di scrivere.
La mia visione del mondo è forse inusuale,cerco di essere sincero e questo, a volte, mi manda fuori dal buonismo imperante.






Non sono nato e mi sento molto bene

Editore:  Ilmiolibro, Self Published
Genere: Mainstream
ISBN: 9788891085276

Costo Ebook: 1,49 €
Amazon
Ilmiolibro

Costo Cartaceo: 10,00 €
Ilmiolibro
contatta l'autore per ricevere copie autografate







Non siamo obbligati a mettere al mondo dei figli, il pianeta è già allo stremo e ci chide attenzione. Visto che l'Umanità non è così intelligente come crede di essere, forse l'unico modo per riuscire a stare bene, tutti, è essere un numero che il pianeta riesca a sopportare e supportare. D'altronde chi non è nato non soffre certo per questo, anzi,penso proprio, che stia meglio di noi.




Recensioni dal web

1.
Non ho letto le recensioni che sono state fatte a questo libro e mi chiedo quindi se la mia opinione risulterà comune o diversa, perché per me questo è un libro dolce, pieno d’amore, di attenzione e di speranza.
Dopo una trentina di pagine, l’idea che mi ero fatta inizialmente si è consolidata e alla fine del libro ho scoperto di avere per l’autore una profonda simpatia e gratitudine. Non è un romanzo, è più una chiacchierata. L’impressione è quella di essere seduti al cinema ad osservare le vicende e i balzi mentali del protagonista insieme al narratore.
Ci sono diversi concetti e principi interessanti che mi sono rimasti impressi, alcuni dei quali ritengo che se seguiti dall’umanità ci porterebbero gran benefici; uno di questi è che una cosa (o persona, animale, eccetera) non deve piacerti per forza per portargli rispetto e fare il suo bene.
Il giudizio negativo è riservato soltanto a chi fa del male e al resto si concede tregua.
L’argomento principale è l’avere figli o meno: dalle conseguenze della sovrappopolazione ai disagi che una creaturina provoca ai genitori. Quello che si evince dalle “rotture” quotidiane che la piccola terrorista infligge al suo papà è che il papà le sta sempre appresso. La veste, la cambia, la porta in piscina, a scuola, a fare la spesa, a karate, la osserva di nascosto mentre parla da sola, s’incanta a guardarla giocare, si preoccupa di quel che le fa bene o male, dalla televisione al cibo, cerca di essere consapevole delle proprie paure e necessità per non gettare addosso alla figlia un treno carico di aspettative che la schiaccerebbero e ne farebbero l’ennesima vittima dei meccanismi patologici così prolifici all’interno della famiglie. Papà dorme male e se ne lamenta perché la bambina parla nel sonno (e lui ascolta, rapito), ma non chiude le porte altrimenti teme di non sentirla se avesse bisogno. Non voglio togliere nulla al suo essere sincero e burbero, il suo anelare alla libertà io non lo sento tanto forte, ma se tutti i padri che non vogliono figli fossero così, sarebbe fantastico.
Le riflessioni socio-politiche a cui si dedica sono basate sul concetto che lo scopo dell’essere umano debba essere la felicità, e al bando siano le imposizioni mentali cupe e colpevolizzanti di quelle religioni create per controllare e opprimere la libertà del singolo (e quindi quella di tutti, in una comunione d’intenti che non è affatto da sottovalutare!) In questo contesto l’amore verso se stessi non è in contrasto con l’amore per il prossimo e l’ammissione di pulsioni e istinti di solito relegati all’inconscio è il tentativo di guardare all’essere umano come qualcosa di positivo e apprezzabile nella sua interezza, non in base a canoni innaturali, ma comprensivi di un inconscio per nulla “diabolico”, solo vero.
Altro spunto che per esperienza diretta conosco bene e ho apprezzato molto è il Viaggio a piedi: se volete avere un assaggio di “mindfulness”: eccolo qua.
Infine, il concetto dell’aldilà, che comincia a farsi largo dal titolo dell’opera: “Non sono nato e mi sento molto bene”, parte come una provocazione per rivelarsi una splendida ipotesi, ben più consolante e plausibile di un fantomatico paradiso.
E comunque non ho detto nulla di nuovo, l’autore lo scrive subito di cosa parli il libro e di come vada interpretato, lo precisa nella dedica. Io, se fossi la destinataria, apprezzerei, e quindi questo libro è consigliato!
di Giada Alessia Lugli

2.
Il libro di Angelo Gavagnin Non sono nato e mi sento molto bene, s’inquadra a metà tra il diario personale e il conte philosophique, e già questo costituisce un motivo di interesse piuttosto significativo. Partendo da quello che è inevitabilmente uno dei momenti più critici nella vita di un uomo, il passaggio dall’essere la metà di una coppia a quello di essere padre, l’autore si lancia in una serie di considerazioni sull’inopportunità di fare figli, nel nostro mondo sovrappopolato e asfittico, con l’andamento di un trattato moraleggiante dell’età classica, ma con risultati antiapologetici. La scelta del flusso di coscienza, che regge tutta l’opera, e dello sdoppiamento dell’io nella terza persona con l’ironia implicita del continuo “E’ capitato a un mio amico…” ci conducono in una serie di evidenze che qualsiasi lettore –maschio, che per le donne, e madri, pare valga mediamente tutt’altra prospettiva- non può che condividere nel momento stesso in cui, deliberatamente o involontariamente, si trova a varcare quella soglia da cui più non si torna indietro. La contraddizione consiste nel fatto che tutto ciò non comporta affatto una diminuzione d’amore nei confronti del neonato, come giustamente ci avverte l’autore in esergo al libro, anzi…. E’ d’altro canto inevitabile che le riflessioni transitino dal privato al sociale e dalla dimensione familiare a quella collettiva, cercando di individuare le ragioni storiche e sociologiche di una pratica che rischia di mettere in forse, paradossalmente, l’esistenza dell’intero genere umano. Da qui la critica alle religioni, perlomeno quelle cosiddette “del libro”, e all’illusione di cercare una forma di immortalità attraverso i figli. Prospettiva che si approfondisce nel confronto con il credo nella reincarnazione e nel karma, che il protagonista ha incontrato nei suoi viaggi in India, e nella ricerca di momenti di maggiore libertà, attraverso la sospensione del quotidiano. Ciò che egli realizza unendosi ad una piccola comunità di camminatori che, senza alcun intento religioso, si prefiggono di ripercorrere, a tappe, l’antica via francigena. E qui sta forse il nucleo più profondo del libro, perché anche questa esperienza si concretizza solo nella provvisorietà, in una deroga all’abitudine inevitabilmente destinata a rientrare nei ranghi di una insuperabile solitudine esistenziale. Infatti, in tutto il libro il protagonista è sempre solo; gli altri sono figure evanescenti, poco più che ombre. A partire dalla madre del bambino, dalle linee sfuggenti entro comportamenti stereotipi, fino agli stessi compagni camminatori e agli “antagonisti” (una coppia di genitori felici visti in TV, l’amico di infanzia che ha scritto un libro). Un percorso che porta ad una soluzione finale apparentemente sorprendente, ma del tutto logica nello sviluppo interiore del personaggio, e già preannunciata da una “visione” avuta in precedenza.
Senza entrare nel merito delle molte idee espresse nel libro (che dal punto di vista formale consiglio di sottoporre ad una robusta azione di editing, ma che è essenzialmente un libro di idee) più o meno condivisibili e talvolta – a mio avviso - un po’ troppo espressione di un senso comune spacciato come pensiero personale, Non sono nato e mi sento molto bene delinea succintamente la cosiddetta “crisi dell’uomo moderno”, portato a mettere in discussione quanto ereditato dai padri, ma incapace di capirne il sacrificio, se non quando ormai è tardi; attrezzato per una critica della ragion pratica, che non lo traghetta però verso nessun nuovo mondo; tentato dal rifiuto di quello in cui vive, fino ad accettarne una dissoluzione che comprende anche se stesso.
Ma nel lettore non può che rimanere il dubbio che anche questa sia un’illusione, un percorso di fuga nel quale finalmente autore e protagonista –che fino alla fine avevamo tranquillamente identificato- si scindono in colui che racconta e colui che è raccontato. E allora forse è proprio l’atto del raccontare a costituire una pratica almeno liberatoria, che sottintende il desiderio di spezzare la solitudine e far risuonare un allarme, nella speranza che almeno qualcuno cambi il proprio modo di essere. Che è ciò a cui qualunque buon libro dovrebbe aspirare.
di Andrea Tavernati

3.
"Non sono nato e mi sento molto bene" di Angelo Gavagnin è un libro molto diverso da tutto ciò che ho letto finora. Mi ha attirata subito con il suo titolo decisamente originale e devo dire che non ha deluso le aspettative.
Impossibile da riassumere perché privo di schemi, spazia tra la vita e la morte e svela senza incertezze le verità conquistate dall'autore. Verità lontanissime da quelle che cercano di imboccarci preti e talk show e che mi trovo a condividere quasi interamente. A partire dal discorso sulla procreazione, che se i genitori facessero bene il loro mestiere e dicessero la verità ai figli, in poco tempo risolveremmo il problema del sovraffollamento del pianeta. Io stessa avrei scelto di non diventare madre se qualcuno mi avesse detto che con la nascita dei figli avrei perso per sempre la mia libertà.
Purtroppo l'ho scoperto sulla mia pelle, quando non c'era più nulla da fare!
Condivido con lui il bisogno di meditare, di stare sola con me stessa per raggiungere il centro dell'universo e trovare la pace. E per raggiungerlo non ci vuole coscienza. Ho sempre sospettato che le grandi risposte della vita fossero nascoste nella parte più inaccessibile di noi: l'inconscio. E che più si usa la mente, più ci si allontana dalla Verità.
Condivido con lui quasi ogni sua teoria, compresa quella sugli animali che trattati da persone, vengono denaturalizzati. Che quando vedo un cane col cappottino mi metto le mani nei capelli! Penso a quanto si senta ridicolo agghindato a quel modo e quanto i soldi di quel costoso cimelio farebbero comodo agli innumerevoli bambini bisognosi che popolano questo pianeta. Che ce ne sono tanti e metterne a mondo altri è un delitto.
Questo libro mette a nudo senza esitazione alcuna, il pensiero profondo dell'autore, che espone le sue tesi con estrema umiltà.
Ciò che mi sconvolge è che Gavagnin ha dato voce a ciò che in fondo sento anch'io e che non mi ha mai spiegato nessuno. Evidentemente a pensare e camminare molto, si giunge alle medesime conclusioni.
Elogio della lentezza, a metà tra il saggio e il romanzo, lo consiglio vivamente alle persone vittime della frenesia moderna. A quelli che tengono la tv accesa perché non sanno stare in silenzio. A quelli che mettono al mondo figli come conigli per non rischiare di rimanere soli.
Un libro che è un invito al silenzio e alla riflessione.
Ma soprattutto un libro che è un atto d'amore.
Perché anche se l'autore analizza la vita in maniera sarcastica, lo fa con Amore.
Amore per questo nostro pianeta ingolfato, per la natura e per le opere degli uomini: arte e cultura divengono cibo per l'anima al pari di un cielo stellato.
Amore per quella bambina di cui è stato "vittima" del lieto evento; arriva quasi a maledirne l'arrivo ma per lei si butterebbe in mezzo alle fiamme senza esitare, perché nella vita si è sempre preso le proprie responsabilità; la colpa di ciò che gli accade è sua e sono cazzi suoi.
Amore verso quel padre che non ha più da vent'anni e con il quale, grazie alla meditazione, è riuscito a far pace.
Questo è uno dei pochi romanzi, scritti da autori esordienti, che ho letto davvero con molto piacere. Mi ha fatto sorridere e riflettere. Ha consolidato alcune mie credenze personali e dato spunto per trovarne di nuove :-)
di Stefania Trapani

4.
“Non sono nato e mi sento molto bene”, ovvero “Guida semiseria per genitori a tutti i costi”, oppure “Mille ragioni per non procreare”.
Angelo Gavagnin sceglie un esordio non facile, un saggio che vuole mettere in luce le tristezze del genere umano. Non parla, però, di fame nel mondo, di malattie, di scolarizzazione spesso carente, se non inesistente, o della condizione della donna, umiliata e violentata anche in nome della religione. Non sarebbero adatti alla sua tragicommedia. Gavagnin accende un riflettore sulla pochezza della nostra società, un irriverente e ironica messa a nudo dei vizzi che spesso ci ridicolizzano, spaziando dalla curiosa abitudine di travestire il cane di famiglia come il figlio mai nato, alla dipendenza asettica dalla tecnologia e dai fuorvianti mezzi di informazione di massa, alla critica all’ipocrisia della religione cattolica, o meglio, di chi si professa praticante per il semplice fatto di entrare in chiesa e farsi il segno della croce. L’autore ne ha per tutti, partendo da una domanda che pare il filo conduttore della storia: abbiamo davvero bisogno di mettere al mondo altri figli su questo affollato pianeta prossimo al collasso? Siamo così sicuri che i non nati soffrano per la loro evanescenza e stiano male, là dove sono?
Pur riprendendo concetti già snocciolati da chiunque s’interroghi sul futuro, il taglio del libro è originale. La narrazione è in terza persona, riferita al protagonista che, come tutti noi, è in trasmigrazione tra una vita e l’altra, anima eterna che abbandona il vecchio corpo alla fine della sua esistenza per poi scegliere, ansiosamente, dei nuovi genitori. In attesa di raggiungere la purezza dell’essere perfetto che non ha più bisogno di reincarnarsi. E in quest’attesa, quando ormai non se lo aspetta più, forse, gli capita di diventare papà. La sua visione del mondo è permeata della sua esperienza, del suo essere padre sempre presenta nella vita di sua figlia, al pari di una madre. Alle prese con pannolini e attività sportive pomeridiane, quasi un dovere secondo la società omologante, si rammarica per la libertà perduta, per la paternità subita e non scelta, senza mai mettere in dubbio, peraltro, l’amore per la sua creatura. E forse come ribellione, professa quanto meno la sua libertà di pensarla controcorrente, evadendo in elucubrazioni sarcastiche e dissertazioni graffianti scatenate dall’osservazione della realtà che lo circonda.
Ritrova un po’ di serenità verso la fine, quando la bambina è ormai cresciuta e forse gli impegni familiari si rovesciano. Intraprende un cammino, quello della via Francigena, che lo ricongiunge col suo lato spirituale alla ricerca della solitudine, della meditazione, dell’assenza di pensiero. È questa la parte che più mi è piaciuta del libro, forse perché è in accordo anche col mio essere. Gavagnin descrive il viaggio, il paesaggio e il silenzio in cui s’immerge, la gente che incontra, la serenità. Salvo poi tornare a casa e scontrarsi nuovamente con una realtà che lo turba a tal punto da desiderare di reincarnarsi di nuovo.
Senza fretta, però.
di Stefania Bergo

5.
“Non sono nato e mi sento molto bene” è un manoscritto atipico, coraggioso e indolente nella sua capacità di affrontare temi scomodi con un ciglio mai cinico ma comunque caustico e diretto, nonostante all’inizio, quando affronta il tema della paternità partendo dal suo microcosmo familiare, usi anche dei toni ironici e brillanti, un umorismo corrosivo e mai volgare che centra il bersaglio. Quando poi la riflessione si sposta al macrocosmo della società l’autore punta allo stomaco , vuole fare riflettere e allora niente di meglio di un paio di cazzotti ben assestati per risvegliare le coscienze e smuovere le menti dal torpore (da brividi il racconto della famiglia con dieci figli i cui coniugi confessano di non avere da anni una vita sociale perchè troppo impegnati a crescere la prole. Non si può non condividere il sarcasmo dell’autore quando si pensa che questa famiglia, troppo impegnata a produrre successori, in un mondo sovrappopolato e sempre più carente di risorse, al punto di rinunciare a vivere, è annoverata come modello di perfetto nucleo famigliare dagli ambienti cattolici e ecclesiastici).
Un testo scomodo, politicamente scorretto, ricco di intuizioni e pensieri straordinariamente acuti, che abbracciano temi quali la religione, la politica, la filosofia. Non si può condividere ogni critica, può capitare di storcere il naso in presenza di alcune frasi un po' forti che possano agganciare la sensibilità di una persona, personalmente non mi sono ritrovato in linea con l’autore nel racconto relativo all’amore per i cani, in cui tutto viene smontato e ricondotto al principio di compensazione di un vuoto interiore che si cerca di riempire tramite l’amore per gli animali. Per esperienza personale, da animalista e naturalista convinto quale sono, non ritengo sia così semplice, il tema meriterebbe un maggiore approfondimento ma ciò non toglie meriti a questa opera imperfetta (d’altronde quale opera può ritenersi perfetta?) ma comunque suggestiva e scritta cercando di coniugare mente e cuore, ragione e passione.
Complimenti per l’ottimo esordio ad un autore di cui sentiremo parlare ancora.
di Arsenio Siani




Il risveglio

Editore:  Ilmiolibro, StreetLib
Genere: Mainstream
ISBN 9788892325395

Costo Cartaceo: 13,00 €
Ilmiolibro

Costo Ebook: 1,99 €
Amazon



Questo libro si legge molto facilmente, si può affrontarne la lettura anche avendo solo dieci, quindici minuti. Esiste naturalmente un filo conduttore e si può leggerlo tutto d'un fiato in qualche ora di insonnia notturna, ma lo si può anche leggere un capitolo alla volta. L'ho pensato così: lo puoi tirar fuori in autobus perché ogni capitolo, anche il più piccolo, è una storia finita in se stessa.
Il protagonista entra nel grande dubbio: “Essere o non essere?” e intrufolandosi in alcune “vite degli altri”, cerca di trovare stimoli che motivino un suo ritorno alla vita stessa.
Si trova nello spazio tra la morte e la rinascita, i Tibetani lo chiamano Bardo, da qui si intromette in alcune vite sperando di ricevere motivazioni sufficienti per ritentare una nuova vita: è incerto, non sa decidere se ne vale davvero la pena.





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