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Recensione: Vita ordinaria di una donna di strada, di Maria Pia Ammirati

Recensione: Vita ordinaria di una donna di strada, di Maria Pia Ammirati

Recensione: Vita ordinaria di una donna di strada, Maria Pia Ammirati

Libri Recensione di Maria Civita D'Auria. Vita ordinaria di una donna di strada di Maria Pia Ammirati (Mondadori). Storia di una prostituta romena il cui atroce destino è segnato fin dai primi anni della sua esistenza.

Vita ordinaria di una donna di strada è l'ultimo romanzo di Maria Pia Ammirati.
Come in altri romanzi (La danza del mondo e Due mogli 2 agosto 1980) parla di donne tormentate che lottano per risolvere i propri problemi esistenziali.
Ambientato ai nostri giorni, Vita ordinaria di una donna di strada ci presenta un personaggio femminile interessante e commovente: una prostituta romena il cui atroce destino è segnato fin dai primi anni della sua esistenza.

Siamo in campagna, a nord di Bucarest, dove vive una famiglia di contadini poveri e senza cultura, che non hanno mai una parola affettuosa per la figlia.

A sedici anni, bellissima, Nadia viene abusata da una zia, operaia in una fabbrica. La ragazza non si ribella. Questo atteggiamento, costante nella sua vita, non mi è piaciuto molto, ma immagino venga dal fatto di essere cresciuta in una famiglia dura e anaffettiva, mentre la zia è dolce e amorevole.
La relazione tra le due donne va avanti per diversi anni ma una sera, zia e nipote, vengono scoperte dalla loro famiglia.
La zia sparisce, Nadia viene buttata fuori di casa o meglio venduta come promessa sposa a un uomo, Guido, che ha bazzicato la sua casa e il suo quartiere.
Guido è più vecchio di almeno vent'anni, fuma e beve continuamente e porta sulla testa gonfia di capelli arruffati un cappello consumato e sporco.

L'uomo detta subito le sue leggi e tratta Nadia da schiava: serva in casa e vittima di violenza a letto.

Nadia non sta al suo gioco e cerca di imbrogliarlo. Pur soffrendo molto, assume un contegno di totale freddezza nei suoi confronti.
Così l'uomo si stanca presto di lei e va alla ricerca di donne più disponibili, fin quando trova quella giusta e ripudia Nadia senza pensarci troppo, lasciandola nelle mani di “protettori” spietati e disumani.
Inizialmente Nadia riesce a sfuggire dalle grinfie di questi malviventi ma poi la povertà e la fame la inducono a ritornare da Antonio, uno dei due protettori, quello che a lei sembra più intelligente e sicuro, per accettare il lavoro di prostituta che le farà guadagnare dei soldi.

Fare la prostituta sembra essere il suo destino.

Quando Antonio la rivede è arrabbiato, ma presto l'accoglie sotto la sua ala protettrice e la sera stessa la mette a lavorare in strada.
Nadia supera quel suo debutto e prende coraggio. Si rende conto di potersela cavare riuscendo a non emozionarsi, a non piangere e a eseguire un compito con capacità e freddezza. Questo pensiero è la sua arma per difendersi psicologicamente e continuare a fare quel mestiere senza pentimenti, e salvandosi dal giudizio di se stessa e degli altri.
In breve tempo Nadia è la più ricercata, tanto che partecipa spesso a orge e festini come escort.

Ed è proprio in un casolare che viene notata da un'organizzazione del racket più importante che le propone un salto di qualità: quello di andare a prostituirsi in una casa chiusa in Germania.

Nadia, anche se non può rifiutarsi, è contenta. Finisce di soffrire il freddo d'inverno e il caldo d'estate, e tutto quello che comporta l'infernale vita di strada.
Prima di partire per la Germania fa una sosta a Praga dove conosce una violoncellista italiana, lesbica, e intreccia una relazione con lei.
Ma per le due donne arriva il momento di lasciarsi e Nadia raggiunge Colonia dove si scontra con una prostituzione più organizzata, produttiva e controllata.

Dopo un po' di tempo nel bordello, conosce un uomo diverso dagli altri.

È elegante, gentile e garbato, la corteggia e la seduce amandola ed essendo ricambiato. Il sentimento reciproco aiuterà Nadia a dare una svolta alla sua esistenza?
Lo stile è scorrevole e appassionante e coinvolge il lettore dalla prima all'ultima pagina, si legge tutto d'un fiato.
Mi è piaciuto anche il fatto che affronti una piaga sociale, la prostituzione, che non crea più scandalo e di cui, invece, si dovrebbe parlare ancora perché la condizione delle prostitute continua a essere disumana, trattate come oggetti, merce, cui non è riservato alcun rispetto e dignità, soprattutto dalle persone cosiddette perbene, come effetto del maschilismo imperante. Lo ha dimostrato ampiamente Maria Pia Ammirati che, in Vita ordinaria di una donna di strada, ha compiuto «un viaggio freddo e viscerale nel cuore oscuro dell'Europa della prostituzione».


Vita ordinaria di una donna di strada

di Maria Pia Ammirati
Mondadori
Narrativa
ISBN 978-8804737353
Cartaceo 16,62 €
Ebook 9,99€

Sinossi 

Nadia non lo sa nemmeno, cos'è la dolcezza. Ha sedici anni, è bellissima, e cresce in un mondo – siamo in una povera campagna a nord di Bucarest – dove le parole servono per dare ordini o per ferire. Un giorno Nadia scopre il sesso, ma lo scopre dalla parte sbagliata, almeno per la famiglia, che decide di ripudiarla. Da quel momento per lei inizia un'inesorabile discesa agli inferi: prima viene venduta come promessa sposa, poi viene ceduta a "protettori" brutali e feroci. Giorno dopo giorno scopre la terra di nessuno delle periferie, della crudeltà, della lotta spietata degli ultimi per la conquista di un letto, di un bagno, di una tazza di latte. Fino a convincersi che per chi come lei è nata nell'ignoranza e nella povertà non esiste altra strada che la prostituzione. Impara a sue spese a dosare le parole e i gesti, e a non mettersi mai contro un mondo che considera carne da fiera la sua lancinante bellezza. La sua è una guerra per la sopravvivenza combattuta senza il conforto di nessuno. Ma Nadia è intelligente e tenace, e capisce che l'unico modo per salvarsi è mantenere freddezza e controllo, e abituarsi all'intimità dei corpi degli altri con lo stesso distacco del chirurgo. Solo così riesce a ritagliarsi una difficile rispettabilità. Un giorno l'organizzazione decide che è pronta per il salto di qualità: una casa chiusa in Germania. Non può rifiutarsi. Si ferma a Praga qualche mese, e qui intuisce per la prima volta che il mondo non è solo inferno. E, proprio come quando viveva in campagna coi genitori, scopre l'abbandono affettivo e fisico con una donna. Sa che per salvarsi non dovrebbe mai perdere il controllo, eppure accade, si innamora. Arrivata a Colonia, scopre una prostituzione burocratizzata e regolamentata. E una tregua dall'inferno le sembra quasi possibile. È vero che i demoni della sua Romania notturna e sulfurea sono sempre più lontani, ma ora a giocarsela a sorte sono i ben più pericolosi demoni della psiche. Arriva un uomo gentile che prova a sedurla. Chi è, e che legame ha con il suo passato? Con "Vita ordinaria di una donna di strada" Maria Pia Ammirati ha compiuto un viaggio freddo e viscerale nel cuore oscuro dell'Europa della prostituzione. Pochi romanzi avevano sinora mostrato con tale intensità narrativa e rabdomantica intuizione sociologica cosa conduca una giovane donna a diventare prostituta e a sedersi sui gradini più umilianti della società.

Maria Civita D'Auria

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Recensione: Cercando Virginia, di Elisabetta Bricca

Recensione: Cercando Virginia, di Elisabetta Bricca

Recensione: Cercando Virginia, di Elisabetta Bricca

Libri Recensione di Maria Civita D'Auria. Cercando Virginia di Elisabetta Bricca (Garzanti). Donne in cerca di emancipazione, in un club letterario dedicato a Virginia Woolf.

Cercando Virginia è il secondo libro di Elisabetta Bricca, già autrice, traduttrice e copywriter per diverse agenzie pubblicitarie.
È ambientato a Cortona nella Toscana del 1976.
A differenza del suo primo libro, Il rifugio delle ginestre, dove la protagonista è alla ricerca del padre e dei suoi cari, in Cercando Virginia l'autrice affronta il tema dell'emancipazione femminile.

La protagonista è Emma, una ragazza forte ma anche sensibile che ama leggere, studiare, conoscere. In quanto donna, però, non può frequentare la scuola perché si deve dedicare ai lavori domestici per servire, in futuro, il proprio marito.


Lo hanno deciso i suoi genitori, piccoli proprietari terrieri che vivono nell'ignoranza, inariditi dalle fatiche quotidiane.
Suo padre è anche un uomo violento. Alza le mani spesso e volentieri sulla figlia e la moglie, appena si azzardano ad aprire bocca per contestarne le decisioni.
Un personaggio, quest'ultimo, che esercita il suo potere e considera la moglie e i figli, solo bocche da sfamare.
La madre è completamente soggiogata dal marito, ed Emma non ha alcuna voglia di somigliarle. È invecchiata sotto il peso della fatica e della tirannia del padre.

In famiglia l'unica persona per cui Emma nutre un affetto profondo, è il fratello Settimio.

Anche lui ama leggere, soprattutto autori russi. Lo nasconde a suo padre, il quale pensa che un uomo debba lavorare, portare a casa i soldi e mantenere la famiglia.
Per questo, il genitore gli ha negato gli studi classici e imposto ragioneria: suo figlio deve tenere la contabilità della piccola tenuta di famiglia.
Settimio ed Emma condividono le stesse passioni ma anche gli stessi problemi famigliari.
Quando Emma subisce una violenza, è il fratello Settimio ad aiutarla a scappare di casa.
L'accompagna da una signora aristocratica che si fa chiamare Dalloway.

Insieme alla signora Dalloway, che ormai è un mentore, oltre che un'amica fidata, fondano un club letterario femminile in onore di Virginia Woolf, cui partecipano le donne che lavorano in fabbrica, sfruttate e molestate dal proprio datore di lavoro, le casalinghe, le ragazze nubili, le mogli annoiate.

Parlano di diritti, di parità, indipendenza, di aborto, di figli, di mariti, tutte alla ricerca della propria emancipazione.
Cercando Virginia è un libro che ho gradito molto poiché parla di donne coraggiose. Pur se ambientato alla fine degli anni settanta, non può che ricondurre ad attuali situazioni in cui la donna è ancora soggetta a discriminazioni e dispone di opportunità lavorative e di vita meno favorevoli rispetto all'uomo. Lo stile consente di leggere questo libro senza alcuna difficoltà perché è molto fluido e scorrevole ma curato nei dettagli, come quello di aprire ciascun capitolo con una citazione tratta dalle opere della Woolf.
È un libro che consiglio di leggere, un invito a conoscere e approfondire la figura di Virginia Woolf, autrice che ha rappresentato una profonda innovazione della letteratura inglese e non solo. In fondo, se è riuscita a salvare la nostra protagonista, perché non potrebbe salvare anche qualcun'altra di noi?


Cercando Virginia

di Elisabetta Bricca
Garzanti
Narrativa
ISBN 978-8811675532
Cartaceo 15,39 €
Ebook 9,99€

Sinossi 

Cortona, 1976. La luce è flebile, ma a Emma, rannicchiata nel fienile, basta per immergersi nelle pagine dei libri che è costretta a leggere di nascosto. Lontano dagli occhi del padre che la vorrebbe impegnata nelle faccende domestiche. Finora è riuscita a proteggere il suo segreto. Ma quando si rende conto di non poter più continuare, preferisce andarsene e accettare un posto da cameriera offertole da una ricca aristocratica di origini inglesi che si fa chiamare “signora Dalloway”. Per Emma quel lavoro rappresenta l'occasione unica di conquistare l'indipendenza. Ciò che non si aspetta è di trovare nella signora Dalloway un mentore, oltre che un'amica fidata. Fin dai primi giorni di servizio, la donna si accorge della curiosità che accende l'animo di Emma. È per questo che decide di proporle delle ore di lettura condivisa alla scoperta di una delle prime scrittrici femministe della storia: Virginia Woolf. Così, sfogliando "Una stanza tutta per sé", "Le tre ghinee", "Diario di una scrittrice", Emma si nutre delle parole illuminate di Virginia e inizia a coltivare il sogno di una vita in cui è lei a scegliere il proprio destino. Ma per realizzarlo deve prima combattere contro chi tenta in ogni modo di ostacolarla e tenerla lontano dai libri. Solo così potrà davvero trovare la sua personale Virginia e, in lei, la voce per esprimere ciò che sente dentro. Elisabetta Bricca ci consegna un romanzo di formazione che è un inno al potere salvifico della letteratura. E insieme un elogio al coraggio di tutte le donne che sono disposte a sacrificare anche gli affetti e la stabilità di un'esistenza convenzionale per combattere l'ingiustizia e vedere riconosciuti e rispettati i propri diritti.
Maria Civita D'Auria

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Recensione: Il ballo delle pazze, di Victoria Mas

Recensione: Il ballo delle pazze, di Victoria Mas

Recensione: Il ballo delle pazze, di Victoria Mas

Libri Recensione di Maria Civita D'Auria. Il ballo delle pazze di Victoria Mas (E/O edizioni). Un inno alla libertà delle donne, un atto di accusa contro la società e un certo modo di concepire la medicina.


Il Ballo delle pazze è il romanzo di esordio di carattere storico di Victoria Mas, già sceneggiatrice per cinema e TV. Il racconto è ambientato nella Parigi del 1885. In Francia – paese d’origine dell’autrice – è stato apprezzato e premiato. Presto diventerà un film per la regia di Mélanie Lorrent.

Siamo nell’Ospedale Salpetrière, né più nè meno che un manicomio femminile.

Tra le sue camere, cunicoli e corridoi, si capisce come sia teatro di grandi sofferenze. Tra le sue mura, fin dal Seicento vengono rinchiuse mendicanti, vagabonde, barbone e prostitute.
Le condizioni sono disumane. Vivono in catene, nella sporcizia, e urlano.

Nel Settecento le cose cambiano in parte: vengono accolte solo donne colpite da turbe psichiche.

Si ripuliscono i luoghi malsani, si tolgono i ferri dalle caviglie, si sgombrano ambienti sin troppo pieni.
Nell’Ottocento le cose cambiano ancora. Alla Salpetrière sono accolte donne isteriche, epilettiche, malinconiche e dementi seguite da Charcot, grande neurologo, maestro di Freud. Le cura con sedute di ipnosi pubblica, che ruba la scena ai teatri di Parigi. A godersi lo spettacolo delle pazze c’è tutta la borghesia parigina. Le internate diventano le nuove “star” della città.


Le alienate accendono paure, immaginazioni, atrocità. E anche lascivia.

Quello di esporre al pubblico le internate è un’usanza che ovviamente non mi è piaciuta. Queste pazienti sono considerate fenomeni da baraccone. La maggior parte di loro è stata ricoverata dalle persone più vicine: padri, zii, fratelli, perché considerate donne scomode, e quindi rifiutate per il fatto di pensare con la propria testa – cosa inammissibile, nell’Ottocento, in una società dominata dagli uomini.

Le protagoniste di Il ballo delle pazze di Victoria Mas sono Eugénie, Thérese e Geneviéve.

Eugénie è una ragazza di buona famiglia. Il padre è notaio, la madre vive in casa piegata dalla volontà del marito. Con Théophile ha un rapporto cordiale anche se non sono legati da un particolare affetto. Le è vicina la nonna, che di lei apprezza l’anticonformismo e le bizzarrie, e il desiderio di non sposarsi, per non somigliare alla madre, piuttosto remissiva. Eugénie ha un segreto: sente, vede e parla con i defunti. Scoperta questa scomoda verità, il padre la rinchiude alla Salpetrière senza troppi rimorsi.
Louise, figlia del popolo, soffre di forti convulsioni a seguito della violenza subita dallo zio.
Thérese invece è un’ex prostituta, si trova alla Salpetrière perché ha tentato di uccidere il compagno che l’ha gettata sul marciapiede.

Sono donne molto diverse l'una dall'altra, per età, estrazione sociale. In comune hanno il destino stabilito dagli uomini, dallo strapotere che essi esercitano su di loro.

A sconvolgere e trasformare la loro vita vi è il ballo di mezza quaresima, tenuto ogni anno alla Salpetrière, in occasione del Carnevale.
Le donne, gioiose ed esaltate per questo evento, scelgono con ansia la propria maschera. Per una sera sono Pierrot o Colombina, una marchesa o una contadina. Sfilano in queste vesti sotto gli occhi di uomini illustri come notai, medici, giornalisti e scrittori, tutti appartenenti alla società privilegiata di Parigi che ogni anno attende questo evento. Ed è al gran ballo che accadono delle belle sorprese per le internate.

Il ballo delle pazze di Victoria Mas parla di donne, anche se l'autrice ha dichiarato in un'intervista che non ha voluto scrivere un libro femminista.

È un inno alla libertà delle donne, un atto di accusa contro la società (e non solo del tempo) e contro un certo modo di concepire la medicina.
Lo stile, nonostante l'argomento impegnativo, è scorrevole, leggero e la storia coinvolgente.


Il ballo delle pazze

di Victoria Mas
E/O edizioni

ISBN 978-8833572864
Cartaceo 15,67€
Ebook 11,99€

Sinossi 

Parigi, 1885. A fine Ottocento l'ospedale della Salpêtrière è né più né meno che un manicomio femminile. Certo, le internate non sono più tenute in catene come nel Seicento, vengono chiamate "isteriche" e curate con l'ipnosi dall'illustre dottor Charcot, ma sono comunque strettamente sorvegliate, tagliate fuori da ogni contatto con l'esterno e sottoposte a esperimenti azzardati e impietosi. Alla Salpêtrière si entra e non si esce. In realtà buona parte delle cosiddette alienate sono donne scomode, rifiutate, che le loro famiglie abbandonano in ospedale per sbarazzarsene. Alla Salpêtrière si incontrano: Louise, adolescente figlia del popolo, finita lì in seguito a terribili vicissitudini che hanno sconvolto la sua giovane vita; Eugénie, signorina di buona famiglia allontanata dai suoi perché troppo bizzarra e anticonformista; Geneviève, la capoinfermiera rigida e severa, convinta della superiorità della scienza su tutto. E poi c'è Thérèse, la decana delle internate, molto più saggia che pazza, una specie di madre per le più giovani. Benché molto diverse, tutte hanno chiara una cosa: la loro sorte è stata decisa dagli uomini, dallo strapotere che gli uomini hanno sulle donne. A sconvolgere e trasformare la loro vita sarà il "ballo delle pazze", ossia il ballo mascherato che si tiene ogni anno alla Salpêtrière e a cui viene invitata la crème di Parigi. In quell'occasione, mascherarsi farà cadere le maschere…
Maria Civita D'Auria

Maria Civita D'Auria
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Recensione: Americanah, di Chimamanda Ngozi Adichie

Recensione: Americanah, di Chimamanda Ngozi Adichie

Recensione: Americanah, di Chimamanda Ngozi Adichie

Libri Recensione di Maria Civita D'Auria. Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie (Einaudi). Accorgersi di essere nera negli Stati Uniti, dove la società sembra stratificata in base al colore della pelle e l'ostilità verso l'altro passa anche attraverso l'acconciatura.

Americanah è il terzo libro di Chimamanda Ngozi Adichie, una scrittrice nigeriana di etnia igbo (un popolo sopravvissuto alla guerra del Biafra) molto sensibile ai problemi legati alla discriminazione razziale.
A differenza degli altri suoi due libri (Metà di un sole giallo e L'ibisco viola), ambientati in Africa, ai tempi delle trasformazioni civili e politiche causate dal colonialismo, in Americanah la vicenda si svolge tra la metà degli anni Novanta fino ai primi del Duemila in varie città americane come Philadelphia, New Haven, Baltimora, Brooklyn e Princenton e affronta il problema del razzismo in questo paese.

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La protagonista è Ifemelu, una ragazza di Lagos schietta e sensibile, ma un po' grassa.

Il suo punto di forza sono i capelli acconciati in tante piccole treccine, alla maniera africana.
La madre è una cattolica praticante delle chiese locali. Invece il padre è ligio al proprio lavoro di impiegato statale.
Ben presto viene licenziato ed entra in crisi soprattutto perché non riesce più a pagare l'affitto della casa dove abita con la famiglia.
A questo punto entra in scena la zia Uju che il padre di Ifemelu chiama sorella ma che, in realtà, è sua cugina. È lei a pagargli l'affitto per due anni. 
Ciò è possibile perché la zia Uju ha una relazione con il Generale, che lavora nel governo militare e la fa vivere nell'agio. A Ifemelu il Generale non piace: è un uomo volgare e vistoso, immaturo e poco rispettabile.
A una festa di amici fa la conoscenza di Obinze, il nuovo arrivato, trasferito dal liceo di Nskka e ammesso nel loro clan. Tra loro è amore a prima vista. Entrambi sono figli unici, nati a due giorni di distanza e anche Obinze è di etnia igbo. Con lui vuole condividere la vita intera.
Per lui si iscrive al gruppo sportivo, e va a vederlo giocare al calcio, si iscrive al gruppo di discussione. Si iscrivono all'Università di Nsukka, ma è un'esperienza deludente perché i professori sono sempre in sciopero.

Ifemelu vince una borsa di studio e va a studiare in America ma qui, per la prima volta si rende conto di essere nera: se prima non vi ha dato importanza, deve ora fare i conti con ciò che questo comporta.

All'Università subisce comportamenti discriminatori. Se si presenta a un colloquio di lavoro, si stira i capelli per sembrare più professionale e più simile a una donna bianca. Ma il posto non arriva mai.
La difficoltà nel pagare l'affitto la porta a scelte infelici che la spingeranno alla rottura con Obinze, ma anche a strenui tentativi di rialzarsi.


Ifemelu fonda un blog di successo (Razzabuglio), al quale consega le osservazioni di una nera in America.

Questa idea mi è piaciuta molto perché in maniera spiritosa, disinvolta e sarcastica condivide storie di africani in America.
I lettori sono migliaia in tutto il mondo e Ifemelu ne è esaltata.
In questa veste di blogger, presto viene invitata a tavole rotonde e discussioni, nelle radio pubbliche e locali. Ma anche questo è solo uno dei tanti tasselli che permetteranno, all'americanah, di ritrovare se stessa.

Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie fa riflettere e affronta il problema del razzismo in maniera immediata per i lettori, grazie a una scrittura chiara e semplice.

La storia d'amore con Obinze che dura quasi tutta la vita è commovente, anche se qualcuno ha commentato che non ha spessore perché non si sente il dramma, il dolore e c'è poca introspezione.
Invece sono d'accordo con il dire che alcuni capitoli, come quelli in cui si parla di Obinze in Inghilterra, non scorrono troppo facilmente, anche a causa dell'inserimento dei tanti personaggi minori.
Ma il libro è talmente coinvolgente che nonostante la sua imponenza (500 pagine) non si può fare a meno di finirne la lettura, che è di grande compagnia.


Americanah

di Chimamanda Ngozi Adichie
Einaudi
Narrativa
ISBN 978-8806227272
Cartaceo 14,25€
Ebook 7,99€

Sinossi 

La distanza tra la Nigeria e gli Stati Uniti è enorme, e non solo in termini di chilometri. Partire alla volta di un mondo nuovo abbandonando la propria vita è difficile, anche se quel mondo ha i tratti di un paradiso, ma per Ifemelu è necessario. Il suo paese è asfittico, l'università in sciopero. E poi, in fondo, sa che ad accoglierla troverà zia Uju e che Obinze, il suo ragazzo dai tempi del liceo, presto la raggiungerà. Arrivata in America, Ifemelu deve imparare un'altra volta a parlare e comportarsi. Diverso è l'accento, ma anche il significato delle parole. Ciò che era normale viene guardato con sospetto. Ciò che era un lusso viene dato per scontato. La nuova realtà, inclemente e fatta di conti da pagare, impone scelte estreme. La frattura con il passato, compresi gli affetti piú cari, è inevitabile. A complicare tutto c'è la questione della razza. Ifemelu non aveva mai saputo di essere nera: lo scopre negli Stati Uniti, dove la società sembra stratificata in base al colore della pelle. L'ostilità verso l'Altro ha tanti modi di esprimersi e passa anche attraverso cose apparentemente futili, come l'imperare di canoni specifici per l'acconciatura. Se le treccine sono bollate come poco professionali, l'afro va domato a litri di lisciante. Esasperata, Ifemelu decide di dare voce al proprio scontento dalle pagine di un blog. I suoi post, acuti e scevri di vittimismo, si conquistano velocemente un folto pubblico di lettori, che cresce e cresce fino ad aprire a Ifemelu imprevisti e fortunati sbocchi sul piano professionale e privato. Ma tra le pieghe del successo e di una relazione con tutte le carte in regola si fa strada un'insoddisfazione strisciante. Ifemelu si sente estranea alla sua stessa vita e, lí dov'è, non riesce ad affondare le radici, pur sapendo che in Nigeria le esperienze accumulate e il nuovo modo di guardare il mondo le guadagnerebbero l'epiteto spregiativo di «Americanah». Eppure il suo paese le manca, e le manca Obinze, ormai sposato e con una figlia. Ancora una volta, con coraggio, riempie la valigia e si prepara a un salto nel buio
Maria Civita D'Auria

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Recensione: Mara. Una donna del Novecento, di Ritanna Armeni

Recensione: Mara. Una donna del Novecento, di Ritanna Armeni

Recensione: Mara. Una donna del Novecento, di Ritanna Armeni

Libri Recensione di Maria Civita D'Auria. Mara. Una donna del Novecento di Ritanna Armeni (Ponte alle Grazie). Fascismo e condizione femminile: l'illusione di una evoluzione.

Mara. Una donna del Novecento di Ritanna Armeni è ambientato a Roma durante l'epoca fascista.
Il testo è diviso in tre parti: inizia nel 1933 e finisce nel 1946 a ridosso delle prime elezioni, che permettono anche alle donne di votare al referendum istituzionale, tra monarchia e repubblica.
Ritanna Armeni alterna i capitoli in corsivo, raccontando la condizione della donna in epoca fascista. Le donne, sotto la dittatura Mussoliniana, sembrano acquisire un ruolo sociale e politico.
Le giovani donne, prima viste solo come future mogli e madri, tanto da essere spronate dal Duce a fare figli per il bene della patria, frequentano i raduni vestite con le divise per fare ginnastica, calzoncini corti e camicette aderenti; primeggiano nei campionati sportivi e lavorano, ricoprendo anche incarichi maschili. Tuttavia l’evoluzione della condizione femminile è solo sulla carta, venendo pagate meno dei colleghi uomini.
Mara, la protagonista di questo romanzo, non si vede mai riconoscere la propria cultura e la sua intelligenza.

Mi è piaciuto molto leggere la storia appassionante di Mara, che inizia nel 1933. All'epoca ha solo 13 anni, vive con i genitori, la sorella Anna e il piccolo Antonio nei pressi di largo di Torre Argentina a Roma.

Il papà è bottegaio, la mamma casalinga. È una famiglia modesta, che guadagna lo stretto necessario per vivere e crede fermamente nel Duce, tanto che nel salone della loro casa, tra due poltrone, campeggia il ritratto di Mussolini.
Mara è amica di Nadia, una sua vicina di casa, fascista convinta. Ogni sabato la prende a braccetto per accompagnarla ad ascoltare i discorsi del Duce a piazza Venezia. Per loro, inizialmente, il dittatore è come un "buon padre". Sia Mara che Nadia sono ragazze piene di vita e vedono il futuro a portata di mano. Al contrario di Giulio, fratello di Nadia, un giovane schivo e spesso silenzioso. Dedito prevalentemente agli studi, la domenica va al cinematografo.
Giulio ha simpatia per Mara ed è ricambiato. La ragazza, che si lega piano piano a lui, non smette di sognare e di sperare per la propria vita futura.

Nadia vuole fare l'insegnante di Educazione fisica perché adora la ginnastica, Mara invece ha progetti più ambiziosi.

Le piace leggere e da grande vorrebbe fare la giornalista o la scrittrice. Queste sue aspirazioni vengono approvate dalla zia Luisa, la sorella della mamma. Fiduciosa delle capacità della nipote, le promette di pagarle l'Università di Lettere.
Per Mara la zia è un modello da imitare. Veste bene, è sempre elegante e ben truccata. Calza scarpe con il tacco e poi ha sempre un cappellino nuovo, spesso di un colore vivace. È bella, indipendente e fa parte dei Fasci femminili. Precisamente lavora all'Omni, che si occupa degli orfani e di tutti i bambini.
È l'opposto della sorella, la madre di Mara, che si confeziona da sola i vestiti, con gli scampoli del negozio del marito. Ha le mani rovinate dai lavori domestici, solo nelle occasioni speciali passa un po' di cipria sul viso.

In un sabato come tanti, il padre di Mara, viene a mancare a causa di un infarto.

Mara, da quel momento, si rende conto di non essere più la stessa. È lei ora il sostegno della famiglia. Dopo poco, difatti, si impiega come dattilografa al Ministero dell'Educazione Nazionale.
Ben presto Mara è delusa e amareggiata dal regime fascista: deve affrontare la guerra, le bombe, la fame, le leggi razziali. È sola perché Giulio è lontano a combattere.
Nadia, invece – e questo non mi è piaciuto – nonostante le scelleratezze del Duce continua a difendere il pensiero fascista, tanto che entra a far parte delle ausiliare andando incontro a un tragico destino.

Mara. Una donna del Novecento di Ritanna Armeni mi ha colpito molto. Scritto da una giornalista del Manifesto, offre al lettore un'analisi obiettiva del periodo storico in questione, senza esprimere alcun giudizio di merito.

Il punto di forza di questo romanzo è proprio la fedele ricostruzione storica del periodo fascista, fin nei minimi dettagli. Questo anche grazie ad un uso attento delle fonti, che però non appesantiscono l'argomento. Lo stile, difatti, è chiaro e semplice, tanto che anche se si impiega molto tempo a leggere il romanzo, non si perde mai il filo del discorso e ci si emoziona a ogni sua pagina.


Mara. Una donna del Novecento

di Ritanna Armeni
Ponte alle Grazie
Narrativa | Romanzo storico
ISBN 978-8833313146
Cartaceo 15,96€
Ebook 9,99€

Sinossi 

Mara è nata nel 1920 e ha 13 anni quando comincia questa storia. Vive vicino a largo di Torre Argentina. Il papà è bottegaio, la mamma casalinga. Ha un'amica del cuore, Nadia, fascista convinta, che la porta a sentire il Duce a piazza Venezia. Le piace leggere e da grande vorrebbe fare la scrittrice o la giornalista. Tanti sogni e tante speranze la attraversano: studiare letteratura latina, diventare bella e indipendente come l'elegante zia Luisa, coi suoi cappellini e il passo deciso e veloce. Il futuro le sembra a portata di mano, sicuro sotto il ritratto del Duce che campeggia nel suo salotto tra le due poltrone. Questo è quello che pensa Mara, e come lei molti altri italiani che accorrono sotto il Suo balcone in piazza Venezia. Fino a che il dubbio comincia a lavorare, a disegnare piccole crepe, ad aprire ferite. Tra il pubblico e il privato la Storia compone tragedie che riscrivono i destini individuali e collettivi, senza eccezioni. Quello che resta è obbedire ai propri desideri: nelle tempeste tengono a galla, e nei cieli azzurri sanno disegnare le strade del domani.
Maria Civita D'Auria

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Recensione: Una domenica, di Fabio Geda

Recensione: Una domenica, di Fabio Geda

Recensione: Una domenica, di Fabio Geda

Libri Recensione di Maria Civita D'Auria. Una domenica di Fabio Geda (Einaudi). Un libro che offre tanti spunti di riflessione «sulle imperfezioni dell'amore, sui rimpianti, sulla vita che resta».

La storia raccontata in Una domenica di Fabio Geda, ambientata ai nostri giorni, riguarda una famiglia perbene di Torino; una come tante altre, con i propri problemi, piccoli e grandi.
Il padre è un ingegnere in pensione di sessantasette anni che, grazie al suo carattere deciso e forte, ha costruito ponti in giro per il mondo, soprattutto in Venezuela. Vedovo da otto mesi, si ritrova nella sua casa di Lungo Po Antonelli, solo e fragile.
Ha tre figli: Sonia, Giulia e Alessandro, lontani da Torino. Sonia è sposata con Marco e ha due bambine: Greta e Rachele. Vive in campagna, vicino a Biella.
Giulia, voce narrante, vive a Roma e lavora per il teatro, cosa che il padre non ha mai approvato. Non si fa mai sentire e, anche per questo, è la figlia più difficile. Infine c'è Alessandro che lavora all'Agenzia Europea per le sostanze chimiche, vive a Helsinki e comunica solo tramite computer.

Il vecchio padre invita Sonia e la sua famiglia a pranzo una domenica di novembre.

Ci tiene che tra le pareti risuonino, di tanto in tanto, delle voci. Sente il bisogno di accudire la famiglia, cosa che in passato non ha mai fatto. Ma il sabato precedente, mentre si accinge a preparare un pranzo gustoso per Sonia, il genero e le nipotine, attingendo al ricettario della moglie tanto rimpianta, squilla il telefono. È Sonia. Sta andando al pronto soccorso con Rachele, la figlia più piccola, sette anni compiuti a settembre. È caduta dall’albero di cachi nel tentativo di cogliere i frutti maturi da portare al nonno. Si è rotta un braccio e, così, il pranzo salta.

Preoccupato e amareggiato, il padre va a fare una passeggiata. Si dirige verso lo skatepark, di fronte al motovelodromo.

C'è solo un ragazzino con una felpa un po' grande e un capello giallo da cui spuntano ciuffi scuri e ribelli. Su una delle due panchine davanti alle rampe, è seduta una donna giovane dall'aria un po' malinconica e seccata. Il padre ha un aspetto bizzarro e stridente, lei ha un pallore scandinavo. Lui ha i capelli neri e spessi, lei biondi tagliati corti. Sono molto diversi. Se il vecchio può apparire un uomo prestante e valoroso, lei ha un'aria da coniglietto spaurito: guarda con ansia le acrobazie del ragazzino sullo skateboard, che cade, rovinando al centro delle rampe. Il padre scatta in piedi, entra in pista e, quando gli è sopra, ha accanto la donna della panchina.

L’ingegnere in pensione fa la conoscenza di Elena e di suo figlio Gaston.

Una parola tira l’altra e, senza riflettere molto, l'uomo invita i due a casa propria.
Elena esita, ma poi è talmente tanta la voglia di raccontarsi e condividere i propri problemi che accetta l’invito.
L’ingegnere confida di aver perso la moglie a causa di un grave incidente, otto mesi prima, nel tornare dall’incontro con una vecchia compagna di scuola. Parla del suo lavoro che lo ha portato in giro per il mondo riducendolo a fare il padre part-time. Vorrebbe, ora, recuperare il tempo perduto. Ma i suoi figli sono lontani. Elena racconta di suo marito Oliver, originario della Nuova Zelanda e artista di strada, che a causa di un aneurisma, appena usciti dal supermercato,  è caduto in terra tra la salsa di pomodoro e le arance. Non si è alzato più.

A trentacinque anni Elena si sente vecchia per qualunque cosa, anche per fare l'infermiera come ha sempre desiderato fin da bambina.

Il vecchio, allora, cerca di spronarla a reinventarsi, ricominciando da capo. In fondo si è vecchi solo quando i rimpianti superano i sogni.
Questo modo di scuotere Elena, mi è piaciuto molto. Mostra un atteggiamento ottimista nei confronti della vita di cui, ognuno di noi, dovrebbe fare tesoro, non smettendo mai di sperare nelle svolte positive che spesso offre l'esistenza.
Dopo le parole dette a Elena, e la domenica trascorsa a costruire modellini di skateboard con Gaston, anche il vecchio padre si sente genitore e nonno «in un modo nuovo». Tanto che alla fine della giornata si fa promettere di vedersi ancora.
Lo stile di Una domenica di Fabio Geda è gradevole, leggero anche se, a causa dei temi trattati, trasmette al lettore un po' di malinconia. È indubbiamente un libro che offre tanti spunti di riflessione «sulle imperfezioni dell'amore, sui rimpianti, sulla vita che resta».



Una domenica

di Fabio Geda
Einaudi
Narrativa
ISBN 978-8806241865
Cartaceo 15,20€
Ebook 8,99€

Sinossi 

Un uomo che ha trascorso quarant'anni costruendo ponti in giro per il mondo, ed è da poco rimasto vedovo, ha preparato con cura un pranzo di famiglia. È la prima volta. Ma una nipote ha un piccolo incidente e l'appuntamento salta. Preoccupato, con addosso un po' di amarezza, l'uomo esce a fare una passeggiata. E conosce Elena e Gaston, madre e figlio, soli come lui. Si siederanno loro alla sua tavola, offrendogli la possibilità di essere padre, nonno, in modo nuovo. Trasformando una normale domenica di novembre nell'occasione per riflettere sulle imperfezioni dell'amore, sui rimpianti, sulla vita che resta.
In equilibrio tra nostalgia e speranza, Fabio Geda racconta con voce unica, commovente, una giornata che racchiude un'intera esistenza. Una storia che prima o poi ci attraversa, o ci sfiora, tutti.


Immagine di copertina: © Jack Finnigan
Maria Civita D'Auria

Maria Civita D'Auria
Ho frequentato i corsi di archeologia, storia dell'arte e scrittura creativa presso l'università popolare eretina e ho collaborato come giornalista esterna per la rivista NOIDONNE, MINERVA, EPOCA. Ho vinto diverse edizioni dei concorsi letterari della Montegrappaedizioni e sono arrivata finalista con il racconto di “Gianna e Nicoletta” alla terza edizione del concorso letterario RacconTIAMO della Valletta edizioni.
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Recensione: Case vuote, di Brenda Navarro

Recensione: Case vuote, di Brenda Navarro

Recensione: Case vuote, di Brenda Navarro

Libri Recensione di Maria Civita D'Auria. Case vuote di Brenda Navarro (Giulio Perrone Editore). La maternità, il rapporto di coppia, la violenza domestica, la disabilità, con uno stile asciutto ed essenziale.

Tra i vari temi trattati in Case vuote di Brenda Navarro, quello della maternità è affrontato in maniera davvero insolita. Una donna non accetta di essere madre, l'altra desidera con ossessione un figlio.
Siamo in Messico, ai giorni nostri. Le due protagoniste sono donne senza nome.
La prima conduce una vita benestante e tranquilla con Frau, il marito, un uomo molto calmo e noioso; c’è un figlio, Daniel, che ha tre anni. A costoro si aggiunge Nagore, di Barcellona. È la figlia della sorella di Frau, morta ammazzata dal marito. Frau ha fatto di tutto per averla in affidamento, prima che Daniel nascesse, lunghe pratiche – a Barcellona –  per accoglierla in famiglia.
L'altra donna, invece, convive con Raphel, un compagno violento che la picchia e che lei mantiene con il suo lavoro di pasticcera. A casa prepara dolci che poi vende a privati e nei negozi. Desidera un figlio che Raphel non ha intenzione di darle, tanto che lei si riduce a rapirlo in un parco. È qui che avviene questo dramma.

La madre di Daniel aspetta un messaggi da Vladimir, l’amante che l’ha abbandonata. Distratta al telefono, la seconda donna ne approfitta. Prende il bambino e fugge in taxi.

Daniel è scomparso, ma è rimasto nel piatto di zuppa lasciato sul tavolo prima di uscire, nei vestiti infilati nella cesta dei panni sporchi, nei soldatini sparpagliati sul pavimento. Nel letto sfatto. Daniel continua a essere presente nello scricchiolio delle mattonelle che non accolgono più i suoi passi, in ogni angolo della sua casa vuota.
Brenda Navarro, Case vuote
La madre prova un grande dolore anche perché si sente terribilmente in colpa per la scomparsa del figlio. Il marito, non di grande aiuto, non fa altro che ripeterle che doveva stare più attenta.
Così lei si sente una madre che non doveva essere madre. Alcune non nascono per essere buone madri che anzi, è il peggior capriccio che possa venire in mente a una donna.
Brenda Navarro, Case vuote
Inizia a odiare Nagore che non riconosce come figlia, finché un giorno le dice: «Perché non sei scomparsa tu?» Una frase che mi ha colpita molto, perché mostra il lato debole di una donna fragile, insicura,un po' cinica. Anche se biologicamente Nagore non è sua figlia, le è pur sempre stata affidata, come spesso le ricorda il marito.

Se in una casa si sente l'assenza di Daniel, un'altra accoglie un bambino tanto desiderato. Quando la seconda protagonista si rende conto che il bambino è autistico, si pente della scelta fatta. 

Il bambino urla, tira calci, è difficile interagire con lui. Raphel, stanco, minaccia di andarsene. Solo alla fine del libro vi sarà un colpo di scena.
Case vuote di Brenda Navarro affronta molti temi legati al mondo della donna: la maternità, il rapporto di coppia, la violenza domestica, la disabilità. E tutto questo è scritto con uno stile asciutto ed essenziale. Anche se molto triste, ha il merito di incollare il lettore dalla prima all'ultima pagina. Non ho figli ma questo romanzo mi ha coinvolta nel dolore che una madre a volte può provare nell'essere tale, parlandone senza alcuna ipocrisia.

Case vuote di Brenda Navarro

Case vuote

di Brenda Navarro
Giulio Perrone editore
Narrativa
ISBN 978-8860045133
Cartaceo 15,00€

Sinossi 

Messico. Un normale pomeriggio al parco, i bambini che si rincorrono tra le altalene e lo scivolo, le madri che si concedono qualche chiacchiera e li sorvegliano con lo sguardo. In quel parco c'è anche Daniel, c'è un momento prima e quello dopo non c'è più. A nulla serve urlare il suo nome, interrogare ogni angolo. Daniel è sparito ma è rimasto nel piatto di zuppa lasciato sul tavolo prima di uscire, nei vestiti infilati nella cesta dei panni sporchi, nei soldatini sparpagliati sul pavimento. Nel letto sfatto. Daniel continua a essere presente nello scricchiolare delle mattonelle che non accolgono più i suoi passi, in ogni angolo della sua casa vuota dove su madre non la smette di maledirsi, una madre che madre non si è sentita mai, né quando Daniel c'era né, soprattutto, quando si è perso chissà dove. Ci sono donne, si dice, che non sono buone a fare le madri e a quelle donne, a quelle come lei, dovrebbero impedire di mettere al mondo dei figli. Se una casa rimbomba di un'assenza, un'altra accoglie quel bambino estraneo nel gesto estremo di una donna che non lo ha messo al mondo ma fa di tutto per fargli da madre. Brenda Navarro costruisce un romanzo scomodo, che erode ogni ipocrisia e canone sociale su un tema ostaggio spesso di una retorica a buon mercato. Lascia parlare due donne che nella maternità, non desiderata da una parte o inseguita a tutti i costi dall'altra, ci conducono nel mistero più fitto dell'essere donna.

Maria Civita D'Auria

Maria Civita D'Auria
Ho frequentato i corsi di archeologia, storia dell'arte e scrittura creativa presso l'università popolare eretina e ho collaborato come giornalista esterna per la rivista NOIDONNE, MINERVA, EPOCA. Ho vinto diverse edizioni dei concorsi letterari della Montegrappaedizioni e sono arrivata finalista con il racconto di “Gianna e Nicoletta” alla terza edizione del concorso letterario RacconTIAMO della Valletta edizioni.
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Recensione: L'arminuta, di Donatella Di Pietrantonio

Recensione: L'arminuta, di Donatella Di Pietrantonio

Recensione: L'arminuta, di Donatella Di Pietrantonio

Libri Recensione di Maria Civita D'Auria. L'Arminuta di Donatella Di Pietrantonio (Einaudi). Maternità, fratellanza, amicizia, amore e abbandono, visti con gli occhi di una ragazzina di tredici anni.

La protagonista di questo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, L'Arminuta – che in dialetto abruzzese vuol dire la ritornata –, pensa di avere una sola famiglia, quella con la quale vive in città. Invece, in un pomeriggio di agosto del 1975, scopre che i suoi veri genitori vivono in un paese montano dell'Abruzzo, cugini di quello che ha sempre ritenuto suo padre e che, invece, è suo zio.
A sei mesi, durante l'età dello svezzamento, i suoi genitori ridotti in miseria l'hanno infatti affidata a questi parenti che non potevano avere figli.
A tredici anni deve tornare dalla sua vera famiglia, forse perché la sua madre adottiva è malata.
Quando bussa alla porta della sua nuova casa, con «una valigia scomoda e una borsa piena di scarpe confuse», non ha una buona accoglienza. I genitori la salutano accennando poche parole, i fratelli la considerano un intralcio, una disgrazia. Per tutti è un'altra bocca da sfamare.

A tavola, difatti, l'Arminuta deve lottare per un boccone di cibo in più. 

Le cattive sorprese non sono finite. La sera si rende conto che i genitori non le hanno procurato un letto. È costretta quindi a dormire con sua sorella Adriana. Quest'ultima è più piccola di qualche anno. Nonostante tutto, si rende complice e protettiva nei suoi confronti. Anche suo fratello Vincenzo, quasi diciottenne, comincia a guardarla. Ne è affascinato e le dimostra il suo affetto. Invece gli altri fratelli le fanno solo dispetti e Giuseppe, il più piccolo, poiché affetto da deficit cognitivo, non è ancora in grado di manifestare qualunque sentimento.
L'Arminuta sta proprio male in questa casa piccola e buia, con due genitori ignoranti, tanti fratelli e molta miseria. Rimpiange la vita agiata che ha condotto nell'altra famiglia. Ricorda con nostalgia le vacanze al mare, la danza, il nuoto e i divertimenti. Solo Vincenzo, un giorno, la porta alle giostre. Per l'Arminuta è la prima volta. Ma rimane solo un'allegra parentesi, perché lei continua a rimpiangere i suoi genitori o meglio, i suoi zii.

Inizia a scrivere lettere accorate alla mamma adottiva, Adalgisa, preoccupandosi della sua salute e chiedendole di tornare da lei.

Quest'ultima non si fa né sentire, né vedere. Le manda solo dei beni per consolarla da tanto strazio come un letto a castello e dei soldi. Con questi ultimi l'Arminuta compra tanti gelati per sé e la sorella Adriana.
Decide di andare a trovare Patrizia, la sua amica d'infanzia che vive nella città dei suoi genitori adottivi, di cui spera di avere notizie precise, soprattutto della mamma malata. Invece quando l'amica la vede scendere dall'autobus, la accoglie con molta allegria e non le dà il tempo di pensare ad altro.
Le raggiunge la madre di Patrizia, Vanda, che, invece, chiede all'Arminuta della sua famiglia. La ragazza le racconta tutti i suoi guai e questa si sente molto dispiaciuta e impotente di fronte a questo doppio abbandono.

Presto arriva l'ora di tornare in paese e di cominciare ad andare alla scuola media. 

Qui non conosce quasi nessuno ma tutti sono al corrente della sua vita perché hanno sentito le chiacchiere degli adulti. Tutti la scansano.
Nonostante la derisione dei suoi compagni, a scuola ottiene ottimi risultati ed entra nelle grazie della sua insegnante, la Perilli. L'Arminuta vince anche un concorso scolastico con un tema sulla Comunità europea e l'insegnante orgogliosa, convince i genitori della ragazza a iscriverla a un liceo in città.
L'Arminuta, felice, pensa di tornare a vivere con la madre. Invece accadono tanti altri eventi, si trovano risposte a domande che sembrano non averne, tutto diventa più chiaro. L'Arminuta è costretta a diventare adulta prima del tempo.

Consiglio la lettura di L'Arminuta di Donatella Di Pietrantonio non solo perché ha vinto il premio Campiello 2017 ma anche perché affronta argomenti molto interessanti.

Come la maternità, la fratellanza, l'amicizia, l'amore e l'abbandono, visti con gli occhi di una ragazzina di tredici anni molto provata da questi sentimenti.
Tutto questo è narrato con grande maestria dall'autrice che ha usato un linguaggio autentico ed essenziale, per raccontare una storia dalla trama semplice ma toccante, che inchioda il lettore dalla prima all'ultima pagina.

L'arminuta

di Donatella Di Pietrantonio
Einaudi
NarrativaISBN 978-8806232108
Cartaceo 14,87€
Ebook 8,99€

Sinossi 

Ci sono romanzi che toccano corde così profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con "L'Arminuta" fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell'altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia così questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all'altro perde tutto - una casa confortevole, le amiche più care, l'affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l'Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c'è Adriana, che condivide il letto con lei. E c'è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L'accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi. Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell'Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.
Maria Civita D'Auria

Maria Civita D'Auria
Ho frequentato i corsi di archeologia, storia dell'arte e scrittura creativa presso l'università popolare eretina e ho collaborato come giornalista esterna per la rivista NOIDONNE, MINERVA, EPOCA. Ho vinto diverse edizioni dei concorsi letterari della Montegrappaedizioni e sono arrivata finalista con il racconto di “Gianna e Nicoletta” alla terza edizione del concorso letterario RacconTIAMO della Valletta edizioni.
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Recensione: La vita davanti a sé, di Romain Gary

Recensione: La vita davanti a sé, di Romain Gary

Recensione: La vita davanti a sé, di Romain Gary

Libri Recensione di Maria Civita D'Auria. La vita davanti a sé di Romain Gary (Neri Pozza). Povertà, prostituzione, droga, la gioventù e la vecchiaia, la vita e la morte, la tristezza e la gioia di vivere, raccontate con l'innocenza di un bambino.

La protagonista di La vita davanti a sé  di Romain Gary è Madame Rosa, una donna ebrea scampata al campo di concentramento. Ha sessantacinque anni e in passato faceva la prostituta. Un mestiere non più esercitato, non solo perché non ne ha più l'età, ma anche perché pesa novantacinque chili e non ha l'avvenenza di un tempo.
La sua maggiore preoccupazione è fare la spesa: non avendo l'ascensore, per raggiungere il suo appartamento in un vecchio palazzo a Belville, nella periferia di Parigi povera, degradata, piena di razze, colori, lingue e religioni, deve farsi sei piani di scale a piedi.
Qui Madame Rosa ospita una decina di bambini, tutti figli di prostitute. Le sono stati affidati perché nella Francia negli anni ‘40 la legge vieta alle prostitute di allevare i propri figli. Del padre invece – nell’universo delle prostitute potrebbe essere chiunque – non si parla. Queste mamme non sempre pagano, per l'affido dei figli, la quota mensile, ma spesso vanno a trovarli.

Momo, invece, un bambino marocchino e musulmano, non solo non conosce la madre ma non sa neanche quando è nato e quanti anni ha. 

Non è sicuro nemmeno di essere arabo. È un po' il pupillo di Madame Rosa, ma quando inizia a farle dei dispetti, Madame Rosa lo prende da parte e gli dice che si deve rassegnare a non avere una madre, altrimenti lo manderà al brefotrofio.
Quando a Momo viene voglia di avere un cane, al canile di rue Calefeutre ruba un barboncino grigio, tutto riccio. Lo porta a casa, lo chiama Super e diventa, presto, l’attrazione di tutti gli altri bambini.
Momo ama a tal punto il cane che, presto, si rende conto di quanto la vita con Madame Rosa – malata, senza soldi – sia triste e il brefotrofio in agguato. Lo vende allora per cinquecento franchi a una donna, ma poi li butta in un tombino. Quando Madame Rosa lo viene a sapere, ritenendolo malato, porta Momo dal dott. Katz. Il medico la tranquillizza, Momo è un bambino sensibile e ha solo bisogno di affetto. Il piccolo molto spesso si siede nella sala d'aspetto, anche solo per farsi accarezzare i capelli, come può fare solo un buon padre. Quello che ha sempre desiderato.

Arriva il momento in cui è Madame Rosa ad avere bisogno del dottor Katz. 

I suoi organi sono compromessi, vaneggia e la sua mente è profondamente ottenebrata. Va in catalessi, oltre al dottor Katz, che fatica a salire le scale, viene chiamato il signor Walumba, un nero del Camerun che abita, insieme alla sua tribù, una stanza al quinto piano nello stesso palazzo di Madame Rosa. È un mangiatore di fuoco e vomita fiamme davanti a Madame Rosa. Insieme ai suoi compagni inizia a ballare intorno alla malata al fine di scacciare gli spiriti maligni. Lentamente Madame Rosa si riprende, ma non ritorna a essere quella di un tempo. Nella sua esistenza, l’attenderanno altre vicissitudini.

Oltre a Momo e a Madame Rosa che si trucca molto, veste di colori sgargianti e nasconde la foto di Hitler sotto il letto, tirandolo fuori per ricordarsi a cosa è scampata, altri personaggi ruotano intorno ai due protagonisti.

Il signor Hamil, un vecchio venditore di tappeti musulmano, trasmette a Momo tutto il suo sapere.
Madame Lola batte al Bois de Boulogne come travestito, anche se un tempo ha fatto la boxeur. Aiuta Madame Rosa e Momo da un punto di vista economico, cucina per loro anche molto spesso. Porta loro cioccolato, salmone affumicato e champagne che costano molto cari e i due non potrebbero permetterseli.
C’è anche il signor N' Da Amèdèe, il protettore nigeriano che gira attorniato dalle guardie del corpo. Essendo analfabeta, si fa scrivere da Madame Rosa lettere indirizzate alla sua famiglia, in cui scrive di essere impegnato da autodidatta per diventare appaltatore di lavori pubblici, costruire delle dighe ed essere un benefattore per il suo paese.
Consiglio di leggere questo libro perché, pur affrontando temi gravi come la povertà, la prostituzione e la droga, l'autore ne parla con grazia ed eleganza. Parla anche della gioventù e della vecchiaia, della vita e della morte, trasmette tristezza ma anche gioia di vivere, raccontando al lettore la storia con l'innocenza di un bambino.

La vita davanti a sé

di Romain Gary
Neri Pozza
Narrativa
ISBN 978-8854508347
Cartaceo 8,41€
Ebook 6,99€

Sinossi 

Eroe di guerra, diplomatico, cineasta, Romain Gary si suicidò il 3 dicembre 1980. La sua scomparsa fece scalpore ma il vero colpo di scena arrivò quando, pochi mesi dopo la morte, si scoprì che Gary ed Emile Ajar, autore del romanzo "La vita davanti a sé", erano in realtà la stessa persona. Il libro, che narra le vicende di Momo, ragazzo arabo nella banlieu di Belleville, figlio di nessuno, accudito da una vecchia prostituta ebrea, vinse il Goncourt inaugurando uno stile gergale da banlieu e da emigrazione, cantore di quella Francia multietnica che cominciava a cambiare il volto di Parigi.

Maria Civita D'Auria

Maria Civita D'Auria
Ho frequentato i corsi di archeologia, storia dell'arte e scrittura creativa presso l'università popolare eretina e ho collaborato come giornalista esterna per la rivista NOIDONNE, MINERVA, EPOCA. Ho vinto diverse edizioni dei concorsi letterari della Montegrappaedizioni e sono arrivata finalista con il racconto di “Gianna e Nicoletta” alla terza edizione del concorso letterario RacconTIAMO della Valletta edizioni.
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Recensione: L'amore finché resta, di Giulio Perrone

Recensione: L'amore finché resta, di Giulio Perrone

Recensione: L'amore finché resta, di Giulio Perrone

Libri Recensione di Maria Civita D'Auria. L'amore finché resta di Giulio Perrone (Harper Collins). L'amore, il tradimento, i rapporti di coppia, raccontati con leggerezza e ironia.

Sono sempre stato sicuro che la storia con mia moglie sarebbe finita con la scoperta di uno dei miei tradimenti. Mi avrebbe atteso nel salone dell'attico di via Giosuè Borsi, in cui vivevamo ormai da undici anni per gentile concessione di suo padre, e seduta a gambe accavallate sul divano vicino alla terrazza che guarda dritta al teatro Parioli, scostando da un lato i capelli, avrebbe chiesto lapidaria: “Hai niente da dirmi?”
Giulio Perrone, L'amore finché resta
Questo l'incipit di  L'amore finché resta di Giulio Perrone. Già dalle prime pagine sembra svelare l'epilogo della storia. Invece, con grande sorpresa di chi legge, i fatti si svolgono diversamente.
Una sera Lucrezia chiede a Tommaso, suo marito, di rientrare un po' prima. Deve dirgli che da tre mesi ha un altro uomo. E che tra loro è finita. A Tommaso crolla il mondo addosso. Quello con Lucrezia non è stata un’unione d'amore; dopo una cocente delusione con una compagna di scuola, in età adulta ha preferito un matrimonio di convenienza. Ora, invece, deve rinunciare alla bella casa ai Parioli; alla BMW ultimo modello; al suo lavoro di psicoterapeuta, anche se per pochi pazienti alla settimana. Soprattutto deve rinunciare al mantenimento di suo suocero, il notaio Altomonti. Per non parlare di Piero, che lo frequenta solo allo stadio, quando padre e figlio vanno a vedere giocare la Roma.
Adesso tutto questo è finito.

Tommaso si ritrova in mezzo alla strada con la valigia, l'immancabile abbonamento della Roma. Eterno adolescente, è schiacciato dal peso di tutto quello che non ha fatto. 

Abita in casa di sua madre perché anche l'ultima amante gli nega il suo aiuto avendolo lasciato per un altro uomo. La casa della madre è una casa popolare nel cuore di piazza Bologna ottenuta con le conoscenze politiche del nonno e comprata con un mutuo agevolato che la madre non ha ancora finito di pagare. Una casa che Tommaso non ha mai amato e dove detesta tornare alla bella età di quarantadue anni.
Le cose tuttavia prendono una piega inaspettata.
Tommaso ha modo di maturare. Si rende conto che la madre è ludopatica e si gioca quasi tutta la pensione alle macchinette del bar. Indebitatasi oltre misura, la Banca chiede di saldare le rate arretrate del mutuo. Dal momento che Tommaso vuole in tutti i modi evitare che la madre si ritrovi in mezzo a una strada, accetta suo malgrado di fare il barista da Gianni in via Lorenzo il Magnifico, nel quartiere in cui la madre ha alloggiato finora, per ottocento euro al mese.
Gli manca solo di recuperare il rapporto con il figlio Piero. Lo invita allo stadio, unico punto d’incontro, a vedere la Roma. Qui il figlio si dimostra essere dalla sua parte.

La vita inizia a sorridergli. 

Le cose vanno ancora meglio quando al bar conosce Lia. Una ragazza di circa trent'anni dai capelli lunghi e neri come il colore dei suoi occhi. Vestita semplicemente con un paio di jeans e le superga bianche è irresistibile. Conoscendola Tommaso abbandona tutte le ansie, le paure e le difese. Se ne innamora perdutamente senza alcuna remora.
Consiglio di leggere  L'amore finché resta di Giulio Perrone perché anche se affronta temi impegnativi come l'amore, il tradimento e gli attuali rapporti di coppia, lo fa con leggerezza e ironia rendendo il libro una lettura di svago anche grazie a una scrittura molto scorrevole.
Bellissimo il personaggio di Tommaso. All'inizio del racconto desta una certa ostilità nelle lettrici che credono di imbattersi nel solito maschio traditore, man mano che si va avanti nella lettura quest'uomo risulta simpatico e tenero e non si può fare a meno di amarlo mentre ci racconta la sua vita rocambolesca.



L'amore finché resta

di Giulio Perrone
Harper Collins Italia
ISBN 978-8869053788
Cartaceo 13,60€
Ebook 8,99€

Sinossi

Quartiere Parioli. Tommaso è in mezzo alla strada, una valigia fatta alla bell'e meglio, l'immancabile abbonamento per la Roma in tasca e nient'altro. Ha quarant'anni e non avrebbe mai pensato di trovarsi improvvisamente senza moglie, casa e lavoro. La vita che Tommaso ha attentamente costruito negli anni, in equilibrio su un lavoro poco impegnativo e poco redditizio (psicoterapeuta per un ristretto numero di scombinati pazienti) e sulla rendita elargita dai facoltosi suoceri, crolla nei pochi minuti in cui sua moglie Lucrezia liquida il loro matrimonio come un completo fallimento. Adesso si ritrova solo, schiacciato da quello che ha fatto, ma soprattutto da quello che non ha fatto. Costretto a tornare ad abitare a casa della madre, in un quartiere popolare, inseguito dai creditori, Tommaso prova a reinventarsi in un saliscendi di equivoci, opportunità mancate e idee geniali non coltivate fino all'ultima, incredibile idea...
Maria Civita D'Auria

Maria Civita D'Auria
Ho frequentato i corsi di archeologia, storia dell'arte e scrittura creativa presso l'università popolare eretina e ho collaborato come giornalista esterna per la rivista NOIDONNE, MINERVA, EPOCA. Ho vinto diverse edizioni dei concorsi letterari della Montegrappaedizioni e sono arrivata finalista con il racconto di “Gianna e Nicoletta” alla terza edizione del concorso letterario RacconTIAMO della Valletta edizioni.
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Recensione: Se ami qualcuno dillo, di Marco Bonini

Recensione: Se ami qualcuno dillo, di Marco Bonini

Libri Recensione di Maria Civita D'Auria. Se ami qualcuno dillo di Marco Bonini (Longanesi). Una storia familiare di liberazione e salvezza, ordinaria, normale, comune a tutti, quantomeno a molti.

La storia che si racconta in questo libro è ordinaria, normale, comune a tutti, quantomeno a molti.
Marco Bonini, Se ami qualcuno dillo
Siamo a Roma, negli anni Ottanta. Marco, il protagonista, a soli dieci anni, si innamora di Daniela, una coetanea sua dirimpettaia che abita il settimo piano del palazzo di fronte. Quando lei gioca nel cortile, Marco non fa altro che guardarla. Il suo amore non è corrisposto e per questo il ragazzino soffre molto. A star male è anche il padre di Marco, Sergio. Da vero maschilista, non riesce a capire come il primogenito maschio si perda dietro cose da femminucce.
Un giorno Marco, mentre è imbambolato a guardare Daniela, si lascia sfuggire una biglia che precipita per sette piani, centrando il parabrezza della signora Lella. Così Sergio urla al figlio quello che ha sempre pensato: «Lascia sta le donne, so' solo 'na perdita di tempo».

Passano gli anni e siamo, sempre a Roma, nell'estate del 2000. Marco ha ventotto anni e non si innamora più tanto facilmente. 

Una mattina, appena tornato da Londra dove ha fatto un provino, riceve la telefonata del fratello Giulio: il padre ha avuto un infarto e lo stanno portando in elicottero al San Camillo. Marco si precipita in ospedale ma il padre è già in sala rianimazione. Marco si sente morire. Anche se non ha mai avuto un buon rapporto con lui che ha sempre considerato come un gerarca, adesso che si avvicina la fine, si rende conto di quanto sia forte il loro legame. Mentre aspetta che Sergio sia operato viene raggiunto da Gabriella, l'attuale compagna del genitore che gli starà molto vicino, dall’ex moglie Alba, dai numerosi parenti come la nonna Vittoria, la tipica romana di sette generazioni, da Nestino, lo zio, un uomo molto fragile e completamente soggiogato dal fratello. Tutte figure caratteristiche che compaiono più volte nel libro divertendo il lettore con i loro dialoghi in romanesco.

Sopraggiungono poi numerose donne: colleghe, amiche, conoscenti, vicine di casa che hanno amato il padre, di fatto un gran farfallone. 

Dopo l'operazione e un periodo di coma vigile, Sergio si sveglia. L'infarto ha danneggiato gravemente il cervello tanto che Sergio regredisce allo stato infantile. È come un bambino appena nato, , deve imparare tutto del mondo in cui vive. Non ha più nulla del padre autoritario, coatto e spavaldo che era un tempo e Marco stenta a riconoscerlo. In questa situazione c'è il rovescio della medaglia. Adesso Sergio ride, balla ed è addirittura capace di gesti affettuosi come quello di gettare le braccia al collo di suo figlio che rimane senza parole.
Consiglio di leggere questo libro perché è una storia familiare di liberazione e di salvezza scritta con uno stile scorrevole e anche divertente che non stanca il lettore.

Se ami qualcuno dillo

di Marco Bonini
Longanesi
Romance | Narrativa Contemporanea
ISBN 978-8830450950
Cartaceo 14,96€
Ebook 9,99€

Sinossi

Roma, anni Ottanta. Marco, dieci anni, è innamorato cotto. Daniela è la bambina più bella del cortile e lui se la guarda tutti i giorni dal balcone. L'amore non corrisposto lo sta consumando, ma in casa c'è qualcuno molto più irritato di lui. Sergio, suo padre, non crede ai propri occhi: il suo figlio maggiore, rimbambito appresso a una femmina? Poi un pomeriggio, imbambolato dall'apparizione di Daniela sul terrazzo di fronte, Marco si lascia sfuggire una biglia che precipita per sette piani, centrando il parabrezza della macchina della signora Lelle. Sergio esce, guarda di sotto e finalmente urla contro il figlio il suo inappellabile Primo Comandamento: «Lo vedi a innamorasse che succede?... solo guai! Lascia stà le donne, so' solo 'na perdita de tempo». Roma, estate 2000. Marco, ventotto anni, fa l'attore, guida una decappottabile inglese e non si innamora più da un pezzo. Poi una mattina un telefono squilla in una stanza buia e cambia tutto. Sergio ha avuto un infarto, è in coma e potrebbe non risvegliarsi. La storia di Marco e di suo padre inizia da qui, dall'attimo in cui sfiorano la fine. L'infarto non uccide il corpo di Sergio ma resetta il suo cervello: al risveglio il vecchio Sergio, l'uomo tutto d'un pezzo che non sapeva fare una carezza ai suoi figli o dire ti amo a sua moglie (la quale, non a caso, l'ha lasciato), non c'è più. Al suo posto è arrivato un alieno, imprevedibile, folle e delizioso come un neonato che deve imparare da capo tutto del mondo degli uomini. Il nuovo Sergio non sa leggere né scrivere, ma balla, ride e sa quando fare una carezza o una dichiarazione d'amore. Sergio sa essere finalmente felice e sa insegnarlo agli altri. Marco è ancora in tempo per apprendere la nuova lezione?

Maria Civita D'Auria

Maria Civita D'Auria
Ho frequentato i corsi di archeologia, storia dell'arte e scrittura creativa presso l'università popolare eretina e ho collaborato come giornalista esterna per la rivista NOIDONNE, MINERVA, EPOCA. Ho vinto diverse edizioni dei concorsi letterari della Montegrappaedizioni e sono arrivata finalista con il racconto di “Gianna e Nicoletta” alla terza edizione del concorso letterario RacconTIAMO della Valletta edizioni.
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