Gli scrittori della porta accanto
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Falcone e Borsellino nel celebre scatto di Tony Gentile

Falcone e Borsellino nel celebre scatto di Tony Gentile

Falcone e Borsellino nel celebre scatto di Tony Gentile

FotografiA Di Emanuele Zanardini. Una fotografia, mille storie. Falcone e Borsellino, due eroi "normali", uomini, amici veri. Due martiri per la giustizia immortalati una sera qualunque nello scatto di Tony Gentile.

A ogni anniversario, le immagini di quel tappeto di macerie sull'autostrada a Capaci, il fumo e la polvere delle macerie in via D'Amelio, oltre a coprire i troppi misteri italiani ancora irrisolti, rischiano di vestire di sacralità e venerazione due “martiri per la giustizia”, che erano per prima cosa uomini. E come tutti gli uomini capaci di atti semplici, di amicizia vera.

Tony Gentile, fotografo, presenziava a una serata con altri colleghi, ma solo il suo scatto mostrò la complicità e l'amicizia tra i due magistrati.

Lavoravo come fotoreporter dal 1989. Nel 1992 collaboravo già con l’agenzia Reuters dalla Sicilia e con la cronaca locale del Giornale di Sicilia. Una sera, il 27 marzo di quell’anno, mi sono trovato a coprire un convegno legato alla candidatura del magistrato Giuseppe Ayala. Falcone e Borsellino erano seduti a quel tavolo. Non so cosa si siano detti, ma a un certo punto tra di loro si è creato questo momento di battuta e hanno sorriso. Io credo che stessero scherzando su una delle persone sedute al tavolo con loro. Ma è una mia idea. Così è venuta fuori quella foto.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel celebre scatto del 27 marzo 1992 | (c) Ph Tony Gentile

Di loro si racconta che, quando erano ancora adolescenti, giocavano a pallone nei quartieri popolari di Palermo e che fra i loro compagni di gioco c'erano anche alcuni ragazzi che in futuro sarebbero diventati uomini di Cosa Nostra.
Aurora Romeo, www.ic4modena.gov.it

Mentre Borsellino propendeva verso i partiti di destra diventando un membro del Fronte Universitario d’Azione Nazionale (FUAN), Falcone si orientò politicamente verso il comunismo. Le loro diverse inclinazioni politiche non ostacolarono però la loro amicizia. 

Quello scatto, purtroppo, ha acquisito il significato che oggi gli diamo per quello che è successo dopo, a causa delle stragi. Se non fossero stati uccisi Falcone e Borsellino, sarebbe stata una foto come un’altra. C’è stato un editore in città che decise di metterla sui manifesti contro la mafia che venivano affissi a Palermo in quei giorni. Qualcuno pensava che io fossi l’unico fotografo presente quella sera al palazzo Trinacria. In realtà c’erano altri colleghi che scattarono foto simili. Ma quella complicità, quei sorrisi ce li ha solo quella foto.

Eravamo a pochi giorni dal tritolo che avrebbe eliminato Giovanni Falcone.

Insieme all'amico Paolo Borsellino era stato protagonista della stagione più luminosa nella lotta alla mafia. Al fianco di altri poliziotti e magistrati, che li avrebbero preceduti nel novero dei “martiri per la giustizia”, tolsero il velo al fenomeno criminale allora avvolto nel mistero. I successi delle loro indagini, consentirono di sferrare duri colpi alla struttura mafiosa. Fino al maxiprocesso, che decretò la condanna di molti esponenti della “piovra”.


Questo attirò su di loro anche infamie e ritorsioni. Cattiverie che miravano a sminuire il loro valore e quello delle loro inchieste. Fino a veri e propri depistaggi (la scomparsa dell'agenda rossa di Borsellino). Finché non si trovò altro modo per fermarli, se non ucciderli. Anche in questo destino, furono amici e solidali fino in fondo.


Quel tappeto di macerie sull'autostrada a Capaci, il fumo e la polvere delle macerie in via D'Amelio, non devono coprire nemmeno il ricordo delle altre vittime, fedeli custodi dei due magistrati, morti insieme a loro. 

Il boato delle bombe non deve coprire il grido di dolore della vedova dell'agente Rocco Schifani.
Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato... Chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso.

Dopo tanti anni, la rabbia è intatta.
Nessuno voleva morire quel giorno. Nessuno voleva fare l’eroe, il martire, il decorato dalla Patria. Loro sono stati soltanto dei poveri sfigati, che sono finiti lì, al momento sbagliato, al posto sbagliato.
Laura Anello, "L'altra storia" Sperling&Kupfer 2012

Leggi anche Tamara Marcelli | Strage di Capaci: 12 libri per saperne di più

Mi ricordo però del discorso di Paolo Borsellino alla biblioteca comunale di Palermo dopo la morte di Falcone nella strage di Capaci. Ho scattato tante foto, ma a un certo punto le sue parole mi hanno talmente emozionato che mi sono seduto a terra all’angolo della scrivania a osservarlo da vicino. Avrei voluto scrivergli un mio pensiero su un bigliettino per fargli arrivare la mia vicinanza. Ma non lo feci, non so perché. Dopo il 19 luglio andai a raccontare questa cosa a Rita Borsellino e le portai in regalo quella foto che ritraeva il fratello sorridente insieme a Giovanni Falcone.
Lidia Baratta, intervista a Tony Gentile www.linkiesta.it

Tony Gentile lavora ancora per Reuters, ma rimane legato a quell'immagine e ai suoi molti significati. 

La Sicilia di Tony Gentile | (c) Ph Tony Gentile

Non è comune vedere una fotografia trasformarsi in icona e poi se capita con una tua fotografia diventa tutto più interessante. La fotografia di Falcone e Borsellino è diventata un’icona e un simbolo di legalità, e porta con sé una serie di valori positivi, come l’amicizia, la complicità, la serenità; ma è anche simbolo della rinascita di un popolo e del suo riscatto contro una mentalità mafiosa che ci opprime da troppo tempo.
Max Firreri, www.diocesimazara.eu

In memoria di:
Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina e Agostino Catalano.
Emanuele-Zanardini
Emanuele Zanardini
Ho scavallato l'età della scuola senza infamia e senza lode... E ancora sto “immaginando” cosa farò “da grande”.
Ho toccato il suolo dei cinque continenti, ho visto il mondo, senza avere la pretesa di averlo capito. Eppure in ogni luogo ho trovato una storia. E ho deciso di raccontarle!
Mi sento un uomo in viaggio (d'amore), Selfpublished.
La guerra è finita, andate in pace, bookabook.
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Buenos Aires, La Boca: tra immigrati italiani e desaparecidos

Buenos Aires, La Boca: tra immigrati italiani e desaparecidos

Buenos Aires, La Boca: tra immigrati italiani e desaparecidos - Viaggi

Viaggi Di Emanuele Zanardini. Buenos Aires, La Boca: l'Argentina come luogo di esodi, quando a cercare una vita migliore eravamo noi italiani.

In poche ore di volo, sotto i miei piedi ben ancorati nel cielo, scorre il tempo insieme al paesaggio. La Patagonia è lontana solo nello spazio. È ancora vicina invece agli occhi e lo sarà sempre al cuore. Non ho la sensazione di spostarmi solo di poche centinaia di minuti, quanto di molte centinaia d'anni. Di seguire l'evoluzione dell'uomo, dalla selvatichezza, alla modernità.


Il tramonto è stato come la piega tra due pagine dello stesso libro. Due pagine che racchiudono capitoli diversi. La superficie dove sono state vergate le parole di questa storia, da opaca e selvaggia, s'è fatta artificiale e luccicante.
Non so da quanto tempo stiamo sorvolando questa distesa di luci. Sarà mezz'ora almeno. Buenos Aires mi lascia da subito con il fiato sospeso. È immensa. Per raggiungere l'aeroporto sul Rio de la Plata, dove confluisce nel mare, si sorvola tutta l'area metropolitana.
Buenos Aires è un formicaio civilizzato.
Paul Theroux
Buenos Aires, l'Argentina, luoghi di esodi, impressi nella memoria del nostro popolo. Quando a cercare una vita migliore eravamo noi italiani.


La città venne fondata per la prima volta nel 1530.

Quasi in contemporanea con il viaggio di Magellano intorno al mondo quando, percorrendo il canale di passaggio tra i due oceani più estesi, nel 1520, avvistò i fumi dei Fuochi sulla Terra ferma.
Il quartiere de La Boca fu il primo approdo dei nostri emigranti. Gli abitanti del quartiere si definiscono ancora come Xeneizes, deformazione di Genovesi, perché da quella città provenivano i fondatori. Non è forse un caso che qui sorga la Bombonera, la stadio del Boca Juniors, prima squadra di Maradona, una delle squadre di calcio (vera passione italica) più evocative per i tifosi di tutto il mondo. Un catino quadrato, elevato sopra le case del barrio, richiuso attorno a esso.
Nel 1876 fu fondato da questi immigrati un movimento separatista di carattere politico-elettorale. Nel 1882 gli abitanti della Boca si autoproclamarono Repùblica indipendente de la Boca, issando la bandiera di Genova e costituendo un territorio indipendente dall'Argentina: firmarono un atto formale che inviarono al Re d'Italia Umberto I di Savoia. La disputa si risolse con un accordo con il Presidente della Repubblica argentina.
Le facciate di molte case, soprattutto lungo Callejón Caminito, sono ricoperte dalle lamiere ondulate dei container e dipinte con sgargianti pitture navali, avanzi della verniciatura delle chiatte da trasporto. Queste note di colore rendono La Boca il quartiere più visitato dai turisti e uno dei più caratteristici. L'artista Quinquela Martìn, originario di qui, decorò con murales i muri del Caminito e vi fece sorgere un mercato per valorizzare gli artisti locali, cosi ricco di manufatti artistici, pittorici, artigianali, che è un piacere visitare.

E la città, adesso, è come una mappa
delle mie umiliazioni e fallimenti;
da quella porta ho visto i tramonti
e davanti a quel marmo ho aspettato invano.
Qui l'incerto ieri e l'oggi diverso
mi hanno offerto i comuni casi
di ogni sorte umana; qui i miei passi
ordiscono il loro incalcolabile labirinto.
Qui la sera cenerognola aspetta
il frutto che le deve il mattino;
qui la mia ombra nella non meno vana
ombra finale si perderà, leggera.
Non ci unisce l'amore ma lo spavento;
sarà per questo che l'amo tanto.

Buenos Aires, Jorge Louis Borges

La Boca e  Puerto Madero

La sensazione di immensità di questa metropoli intuita dall'aereo, si dilata mille volte quando la si penetra in autobus. O in taxi. 

Gli autisti si alterano se non sai comunicare con quale via si incrocia la tua destinazione. Trovare poi un punto preciso su viali lunghissimi e spazi immensi, diventa problematico senza la dovuta attenzione. Spostarsi da uno dei 47 quartieri a un altro, richiede una buona dose di pazienza.
I cantori di Buenos Aires l'hanno raccontata come un luogo dove è facile perdere l'identità, per Jorge Luis Borges; il senso di smarrimento, di caos, di una società di immigrati, con i loro sogni e utopie di ricchezza, che spesso finiscono in misere esistenze, per Roberto Arlt.
Se è stata di certo avamposto di speranza per generazioni di disperati, è divenuta drammaticamente tomba delle aspirazioni di libertà di un'altra generazione. Ancora oggi Plaza de Mayo è luogo di incontro delle madri e nonne che hanno visto figli e nipoti scomparire dal tramonto all'alba e mai più ritornare. Un giorno alla settimana si ritrovano per perpetrare il ricordo di quella tragedia e chiedere verità vera.


Durante la dittatura militare, che aveva nel generale Jorge Rafael Videla il suo primo presidente, l'esercito fu impiegato nella “pulizia” della società argentina da influenze di sinistra, reali o immaginarie che fossero. 

Tra dieci e trentamila desaparecidos, centinaia di bambini rapiti alle loro madri e adottati da ricche famiglie, l'aristocrazia fascista colpevole della feroce repressione.
Un altro luogo di particolare significato è Escuela Superior de Mecánica de la Armada, ESMA. Dal 24 marzo 1976, giorno stesso del colpo di stato, divenne luogo di detenzione e di tortura per i dissidenti. Qui venivano sottoposti a torture di ogni tipo, inumane umiliazioni e infine uccisi. Famigerati sarebbero diventati con lo svelarsi degli eventi i voli della morte, i prigionieri sedati venivano gettati dagli aerei nelle acque del Rio de la Plata.
Il giorno dell'inaugurazione del museo sui crimini della dittatura che ha sede nell'edificio, rimane il discorso di uno dei figli di desaparecidos nati nelle sue celle:

Mi chiamo Emiliano Hueravillo, sono nato qui alla ESMA. Qui mia madre, Mirta Mónica Alonso, mi diede alla luce. Come lei, in tutti i centri di detenzione della zona sud di Buenos Aires, centinaia di coraggiose donne diedero alla luce i loro bambini in mezzo ai medici torturatori. A Tutti i nostri fratelli e sorelle che sono nati qui, e che non sono ancora ritornati alla propria famiglia come ho potuto fare io: voglio che sappiano che li stiamo cercando, li stiamo aspettando, vogliamo raccontargli che le loro madri li amavano, che i loro padri li amavano, e che appartennero alla parte migliore di una generazione che si mise in gioco completamente per consegnarci un paese migliore.

Una ferita che non si rimarginerà mai, fino a quando, almeno, non sarà raccontata tutta la verità.

La vita sociale, in parte economica e culturale, si svolge nelle confiterías, i caffè. Luoghi di appuntamento per concludere affari, fare discussioni politiche o due chiacchiere tra amici. 

La tradizione dei caffè si deve alla elevata proporzione di immigrati maschi celibi, o che avevano lasciato le mogli al paese d'origine, che si recavano in quei luoghi per stare in compagnia, fumare o giocare a domino.
Nella zona di Puerto Madero, questa tradizione si è modernizzata, gli edifici portuali sono stati riconvertiti in eleganti bar e ristoranti, facendone una zona alla moda. Lungo il canale del porto si stende una passeggiata, che porta i visitatori alla presenza della Fragata Sarmiento, ultracentenaria nave (1897), ora museo, che conserva ancora decorazioni e mobilio originali. Da vedere il Puente de la Mujer, la cui struttura portante e i tiranti la fanno assomigliare a un'arpa stilizzata. Tutto attorno la maggior parte dei palazzi più moderni della città.
Sempre all'interno del barrio di Puerto Madero, sorge il Museo dell'Immigrazione, allestito nell'Hotel degli immigrati. Funzionò come centro di accoglienza per gli immigrati fino al 1953 e lì è passato circa un milione di persone. Visitare il museo significa fare un viaggio nel tempo e mettersi in contatto con tutti quelli che sono arrivati a Buenos Aires, in cerca di una vita nuova. Attraverso documenti storici, foto e film, si possono osservare le condizioni nelle quali i migranti arrivarono in Argentina. 
Di fronte alle sofferenze patite in quelle lunghe traversate, amplificate dal dolore per i famigliari lasciati a casa; alle condizioni di emarginazione e solitudine testimoniate da questi cimeli, per me italiano è stato illuminante vedere come il destino possa apparire cinico.
Quell'America “scoperta” da Cristoforo Colombo, conferendogli fama imperitura, sarebbe diventata, secoli dopo, porto di destinazione di mesti conquistatori di un futuro tutto da costruire.

Emanuele-Zanardini

Emanuele Zanardini
Ho scavallato l'età della scuola senza infamia e senza lode... e ancora sto “immaginando” cosa farò “da grande”.
Ho toccato il suolo dei cinque continenti, ho visto il mondo, senza avere la pretesa di averlo capito. Eppure in ogni luogo ho trovato una storia. E ho deciso di raccontarle!
Mi sento un uomo in viaggio (d'amore), Selfpublished.
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V-J Day Kiss in Times Square, il celebre bacio immortalato da Eisenstaedt

V-J Day Kiss in Times Square, il celebre bacio immortalato da Eisenstaedt

V-J Day Kiss in Times Square, il celebre bacio immortalato da Alfred Eisenstaedt

FotografiA  Di Emanuele Zanardini. Una fotografia, mille storie. Per molti anni è stata conosciuta da tutti come l'infermiera baciata da un marinaio in Times Square, il giorno della vittoria contro il Giappone, il 14 agosto 1945. Ma qual è la storia racchiusa nel celebre scatto di Alfred Eisenstaedt?

Tutto era cominciato con il vile e mai del tutto chiarito attacco a Pearl Harbor, nelle Hawaii, la mattina del 7 dicembre 1942. Nei seguenti 4 anni, giapponesi e americani si fronteggiarono nelle acque e sulle isole dell'oceano Pacifico, fino al terribile colpo finale di Hiroshima e Nagasaki.
Documentando i festeggiamenti per le strade di New York, due fotografi immortalarono il celebre bacio, i cui protagonisti rimasero sconosciuti a lungo.
Quel gesto spontaneo fu motivato dalla grande euforia per la fine di una immane tragedia, della quale il lancio della seconda bomba atomica su Nagasaki, il 9 agosto, fu il degno, e forse inutile, epilogo.
Life, la rivista per la quale lavoravano, lanciò un appello per trovare il marinaio e l'infermiera “fissati” nel celebre scatto. Negli anni si susseguirono false rivendicazioni di millantatori, finché non si fece luce sulla loro identità.

Greta Zimmer Friedman, nata in Austria ed emigrata negli Stati Uniti con le due sorelle più giovani nel 1938, all’epoca della foto era in realtà un’assistente dentale di 21 anni. Il marinaio che la sta baciando è George Mendonsa.

Greta, in un'intervista per il Veteran History Project della Biblioteca del Congresso USA racconta di essere uscita dal lavoro verso l'una del pomeriggio, per vedere se le notizie della fine della guerra fossero vere. E lo erano! George uscì dalla Radio Music City Hall alla stessa ora. Vi era entrato per vedere una pellicola, subito interrotta dal giungere delle notizie della vittoria sul Giappone.
Greta ricorda la sorpresa e la sensazione di sicurezza di quell'abbraccio. Il bacio non fu un gesto romantico, ma un modo di ringraziare Dio per la fine del conflitto. Non si accorse del fotografo che scattava, dichiarò, e neppure chiese il nome al marinaio, perché ansiosa di ritornare al lavoro.
Una volta allo studio dentistico dove lavorava, annunciò la novità ai suoi capi, che cancellarono gli appuntamenti del pomeriggio e lasciarono tutti liberi di andare a casa a festeggiare.
Greta vide la fotografia del bacio solo nel 1960, su un libro dedicato all'autore dello scatto, e contattò il settimanale Life, ma fino al fatidico 1980 nessuno le rispose. Proprio in quell'anno Life chiamò lei e George e organizzò un incontro tra i due in Times Square. Greta non lo aveva mai più incontrato prima di allora. Mendonsa viveva a Rhode Island e faceva il pescatore.
Nel proseguo della sua vita Greta si sposò, ebbe due figli insieme ai quali si laureò nel 1981, in tre collegi diversi.

L'incontro tra Hitler e Mussolini, Joseph Goebbels alla Società delle Nazioni, la famiglia Clinton.

Da sempre noto era, invece, il nome del fotografo che fermò quell'istante sulla pellicola. Alfred Eisenstaedt.

Stavo camminando tra la folla il giorno della vittoria, alla ricerca di immagini. Ho notato un marinaio che stava camminando verso il punto in cui stavo io. Lui stava afferrando ogni donna che riusciva a trovare sulla strada e le baciava tutte – giovani, ragazze, signore e anziane. Poi ho notato l’infermiera, in piedi, in quella folla enorme. Mi sono concentrato su di lei, e proprio come avevo sperato, il marinaio si avvicinò anche a lei, la afferrò e si chinò per baciarla. Ora, se questa ragazza non fosse stata un’infermiera e se avesse indossato abiti scuri, non avrei scattato la fotografia. Il contrasto tra il suo abito bianco e l’uniforme scura del marinaio danno alla fotografia una forza supplementare.
The eye of Eisenstaedt, Viking Press / A studio Book, 1969

Sofia Loren, Ernest Hemingway, Marilyn Monroe e Albert Einstein

Alfred Eisenstaedt e Greta Zimmer Friedman avevano una caratteristica comune. Entrambi erano di origine ebrea e emigrarono negli USA da Germania e Austria, per fuggire al nazismo. I genitori di Greta morirono in un campo di concentramento.
Eisenstaedt combatté e rimase ferito nella Prima Guerra Mondiale. Mentre lavorava come venditore di cinture e bottoni nel 1920, iniziò a scattare fotografie come freelance per il Berliner Tageblatt.
Divenuto professionista, ritrasse un incontro tra Hitler e Mussolini, in seguito Joseph Goebbels alla Società delle Nazioni, a Ginevra, nel 1933. Quest'ultima foto è citata per la sua capacità di cogliere l'attimo dello scatto che rivela la ferocia del Ministro della Propaganda nascosta sotto l'apparenza delle buone maniere. Tra gli altri personaggi del tempo fotografò Sofia Loren con Ernest Hemingway e Marilyn Monroe. L'ultimo suo lavoro fu ritrarre la famiglia Clinton, nel 1993, sull'isola di Martha's Vineyard.

Quel giorno del 1980 in Times Square, fu lo stesso Alfred Eisenstaedt a ritrarre di nuovo Greta Zimmer Friedmane e George Mendonsa nel celebre bacio.

Greta Zimmer Friedman è morta il 10 settembre 2016, convinta di essere “l'infermiera” della foto, ma… ogni storia che abbia un lieto fine ha le sue “ombre”.
Per Greta e George, sono le ombre degli edifici di Times Square all'ora della fotografia, che hanno permesso a uno studio dell'università del Texas, di posticipare l'ora del bacio, dalle 14, come sostenuto dai due “presunti” protagonisti, alle 18, dando corpo a una diversa verità.
In ogni caso, aldilà dell'esatta identità dei protagonisti, a noi rimane questa icona di felicità e sollievo, di speranza in un avvenire di pace. Guardando la quale ogni uomo e donna può sentirsi protagonista di uno dei più bei gesti che la solidarietà umana possa generare.


Emanuele-Zanardini

Emanuele Zanardini
Ho scavallato l'età della scuola senza infamia e senza lode... e ancora sto “immaginando” cosa farò “da grande”.
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Argentina: il cerro de los siete colores

Argentina: il cerro de los siete colores

Argentina: il cerro de los siete colores - Viaggi, Scrittori

Viaggi | Di Emanuele Zanardini. Argentina, i (sette) colori del nord: 1000 miglia dalla pianura alle Ande. E ritorno. Parte II. 

Salinas Grandes – 794 km 

L'auto scala agevolmente la strada tutte curve e tornanti che sovrasta Purmamarca. Sbucando in cima al crinale possiamo spaziare sulle vette circostanti, che assomigliano alle decorazioni di panna su una torta golosa. Si susseguono senza sosta salite e illusorie discese, fino ai… 4170 metri sul livello del mare! È tutto scritto sul cippo! 
A questa altitudine si fatica a respirare, anche perché il fiato è mozzato dall'estrema bellezza del luogo. Arbusti che rasentano terra, tra le pietre; verde ancora più in alto, alle nostre spalle e blu sopra i nostri pensieri! 
Riprendendo la strada scendiamo di quota, a zig-zag tra il rosso delle cime. Poi all'orizzonte si intuisce una pianura e nell'imbuto formato da due pendii, come un rimasuglio di latte sul fondo della tazza dopo colazione, un triangolo bianco.
Che si estende sempre più, con il ridursi della distanza da percorrere e l'aprirsi di una pianura sconfinata, chiusa in alto da una catena montuosa dal profilo regolare e, più lontano ancora, da vette che sanno di Bolivia. 
Penetriamo nella distesa bianca, non di neve (a queste altezze ce la aspetteremmo), ma di sale. A perdita d'occhio!
Potremmo camminare ore, senza vedere altro che cristalli di sale che si sparpagliano a ogni nostro passo. O credendo di stare su un pianeta inesplorato.
Nella spessa coltre sono intagliate vasche lunghe e strette, piene di acqua dall'azzurro intenso. Vi immergo un dito e lo porto alla lingua. È salata davvero! Ce ne sono diverse, accanto a mucchi che sembrano vera neve accumulata ai lati di una strada. E ai mezzi di lavoro in movimento, grandi camion e spazza-sale gialli e ruspe dalla benna possente.
Accanto al bar costruito con mattoni di sale, un mercatino vende saporiti lama souvenir, con una piccola anfora sulla groppa.


Purmamarca – 860 km

Ci prendiamo del tempo libero ridiscesi a Purmamarca. All'interno del cortile di una chiesa prepariamo il pranzo. 
Il paese è meta di molti turisti. L'artigianato locale è messo in bella mostra. Tra le altre cose mi colpiscono i manufatti in legno di cactus, caratterizzato dalla superficie intarsiata da cavità oblunghe. Attorno alla piazza ci sono molte bancarelle, i venditori sono vestiti in abiti locali. Ci sarebbe da perdere la ragione in mezzo a tutta la mercanzia che varrebbe la pena comprare, tra i colori dei tessuti e quelli del cerro che ha reso la località famosa. 
Il cerro de los siete colores.
È stato originato tra 70 e 5 milioni di anni fa, da strati di sedimenti marini, lacustri e fluviali depositati nei secoli. Ogni colore è dato da un tipo differente di pietra: calcare, manganese, zolfo, argilla rossa, sabbia, piombo, ardesia, rame, carbonato di calcio. 
Sovrasta le case del villaggio, come un fondale dipinto da un artista divino. Onde color rosso cupo, bianco, rosa, bruno, arancio, giallo, verde rame! Che sia intriso di arcobaleno? 

4170 metri sul livello del mare, distesa di sale - Viaggi, Argentina

Tropico del Capricorno – 900 km

La nostra destinazione più settentrionale si avvicina. Contiamo di non fare altre soste prima di giungerci, ma le sorprese non sono finite. 
Siccome un viaggio non è solo questione di spazio e tempo, i confini non sono solo materiali. Le rotte sono iscritte sulle carte e nelle stelle. 
Sul cippo che segnala che stiamo per varcare il tropico del Capricorno, l'animale scolpito indica con una zampa il cielo. All'interno di uno spiazzo rotondo si innalza una cuspide di una decina di metri. È un grande orologio solare. 

Humahuaca – 929 km

La cittadina è conosciuta per la sua posizione all'interno della Quebrada de Humahuaca, una ampia e lunga valle, patrimonio dell'UNESCO dal 2003. La quebrada è un itinerario culturale di 10.000 anni, che fu percorso da aborigeni di diverse etnie. Ancora oggi si conservano riti, feste, arte e musica, tecniche agricole, che sono un patrimonio vivente. 
Humahuaca fu uno dei massimi centri commerciali e coloniali dell'antico cammino Alto Perù. Venne scelta per essere l'altare simbolico della patria e vi fu eretto un monumento all'indipendenza. Numerosi sono gli edifici in stile coloniale, tra i quali la cattedrale di Nuestra señora della Candelaria y San Antonio, completamente bianca. Molto conosciuto in Argentina è il suo carnevale. 
Qui dormiamo in un vecchio dormitorio per studenti, lasciato al suo destino. Non prima però di aver passeggiato per le sue viuzze strette, alla ricerca di un posto dove cibarci. 
Siamo a oltre 3.000 metri di quota e l'aria è sferzante, ciò si rivelerà un piacevole presagio.


Maimarà – 980 km

Presagio di una nevicata!
Il viaggio di ritorno è cominciato con il parabrezza imperlato da piccole gocce, che riconosciamo essere fiocchi di neve, che tuttavia non ci darà noie. 
Lasciamo scorrere il paesaggio fuori dai finestrini. 
Interessante è il cimitero di Maimarà, eretto su una collinetta vicino alla strada. Esempio della tradizione locale, secondo la popolazione più anziana, la posizione singolare è per favorire la connessione con il Tata Inti, il dio Sole della religione inca. 

Tumbaya – 1089 km

Una deviazione per entrare in questo villaggio coloniale e sostare presso la Capilla del Pueblo, una graziosa chiesa gialla, dentro un cortile dal muretto basso e l'arco di ingresso a tutto sesto, chiuso da un cancelletto verde. Sullo sfondo i rilievi colorati che caratterizzano tutta la quebrada de Humahuaca.
Ritorniamo a correre in pianura, anche se si alternano ancora salite e discese, lunghe e dolci. La strada taglia estesi campi coltivati, paesi sonnolenti e piccoli avamposti. 
Il ritmo monotono del motore induce alla sonnolenza, ma anche alla riflessione. È tempo di mandare a memoria le scoperte di questo nostro peregrinare. 
L'Argentina è un paese immenso (ne avrò conferma scendendo a sud) e stupendo, una natura spesso selvaggia, incontaminata, a volte soggiogata dall'uomo. Si alternano povertà, sempre però dignitosa, a ricchezza; peccati a virtù della società odierna. Potrebbe vivere di un benessere diffuso, viste le immense risorse naturali e umane. Un po' come in Italia, il turismo potrebbe essere la vera miniera d'oro, se sfruttato al massimo delle sue potenzialità.
La sua storia ci riporta a imperi mitici, Inca e Mapuche; civiltà dell'argento (dal prezioso metallo il nome Argentina; gli indigeni offrirono manufatti d'argento ai superstiti di un naufragio, nei primi anni del 1500); città misteriose, arrivando fino alle vicende dei nostri tempi. Alla feroce dittatura militare e ai desaparecidos, alla diaspora di tanti emigranti italiani, i cui discendenti sono lieti di informarti delle loro origini.

Termas de Rio Hondo – 1486 km

Valentino Rossi! 
No, non ha parenti argentini, il suo nome e il mitico 46 campeggiano sulle tribune dell'autodromo di Termas de Rio Hondo, dove il pilota di Tavullia vinse nel 2015. Approfitto per inviare una foto dello striscione a una amica italiana sua fan. Sulle gradinate ci sono parecchie persone. 
L'impianto sorge sulle rive del lago omonimo, meta estiva dei benestanti santiagueñi. Con le sue terme, rinomate nel paese. Stride un po' con la situazione economica l'enorme sforzo economico per una struttura utilizzata per breve tempo durante un anno. Ma, si sa, the show must go on!


Santiago del Estero – 1557 km

La sera del terzo giorno rivediamo le ormai conosciute strade di Santiago. Le promesse del viaggio sono state mantenute, non senza picchi di sorprendente bellezza. 
Saluto le mie compagne di viaggio. 
Nei nostri occhi si legge la stessa emozione e lo stesso desiderio di riprendere presto, come barche, il mare aperto! 

Emanuele-Zanardini

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Argentina: dalla pianura alle Ande, i colori del nord

Argentina: dalla pianura alle Ande, i colori del nord

Argentina: dalla pianura alle Ande, i colori del nord

Viaggi Di Emanuele Zanardini. Argentina, i (sette) colori del nord: 1000 miglia dalla pianura alle Ande. E ritorno. Parte I. 


Santiago del Estero – 0 km

Il sole rischiara l'orizzonte, cogliendoci lungo la strada diritta. Poco traffico fino a ora.
Di certo per l'eccitazione ho dormito poco e dunque la mia mente fa il paio con il cielo nuvoloso e offuscato. Abbiamo davanti quasi 1000 miglia da percorrere in tre giorni, ma un milione di passi comincia sempre da uno, recita un detto africano.
L'umore in auto è buono, ma paga dazio al tempo che non ci svela più di tanto il paesaggio. Saliamo verso San Miguel de Tucuman. La città è alle propaggini della cordigliera andina. La nostra strada rimane a sud. Dopo una breve colazione in una stazione di servizio, inizia la salita verso le altezze delle Ande.


El Indio – 189 km

Il versante est è rigoglioso e verde. La comoda strada di montagna scollina presso il monumento El Indio. Un indio con un ginocchio a terra e le braccia aperte, rivolto alla valle. Sul poderoso piedistallo gli fa compagnia un'aquila, pronta a spiccare il volo. Opera dell'artista tucumano Enrique Prat Gay, è stato eretto in omaggio ai messaggeri che a piedi percorrevano le immense distanza dell'impero Inca.
Rimango con il naso rivolto al cielo, seguendo le sue braccia imploranti, ma non sembra avere alcuna intenzione di aprirsi.

El Infernillo - 241 Km

La strada prosegue su un altopiano. Andando verso Tafì del Valle, sulla nostra sinistra dovrebbe esserci un lago, ma la nebbia nel fondovalle lo cela. Ancora questi dispetti! Ci chiediamo se siamo giunti qui nel momento sbagliato. Forse, ci diciamo per esorcizzare la nebbia, con l'avanzare del giorno il sole la dissolverà.
Saliamo di quota dolcemente. La vegetazione si dirada e si abbassa con l'aumentare dell'altitudine. Iniziano a vedersi buchi nella coltre grigia e un pallido disco bianco dietro le nuvole.
Finalmente sprazzi di cielo azzurro e luminoso! La nebbia che diventa foschia, trapassata dai caldi raggi, si rifrange in giochi di luce che aprono il cuore.
Le montagne arrotondate sono decorate di neve, un ghirigoro armonioso si disvela lungo l'orizzonte.
Un branco di cavalli pascola allo stato brado, brucando l'erba giallastra.
Il panorama si offre in tutto il suo splendore!
Dai 3042 metri del Parador El Infernillo, più avanti, la valle ai nostri piedi rigurgita nuvole bianche. Lontano solo una piramide regolare sbuca dal mare spumoso.
È un piccolo insediamento, dove un monumento ricorda il 200° anniversario dell'indipendenza argentina. Una casetta tipica sfoggia sulla parete anteriore delle belle maschere di terracotta. È l'ingresso del Parque Provincial Cumbres Calchaquíes.
Un simpatico lama si mette in posa per le fotografie. Sembra quasi voler baciare un turista, che gli offre da mangiare. Gli porgo un grissino che l'animale, non mancando di una certa altezzosità, mangia dalla mia mano.
Ora il cielo è di un blu spesso, terso, tipico delle grandi altezze. Sembra un mondo capovolto. Sotto di noi il cielo nuvoloso e sopra le nostre teste il mare.

Argentina, Viaggi, Camminare, Cammino

Ruinas de Quilmes – 295 km

Imbocchiamo la mitica Ruta Nacional 40, la strada che percorre il paese dal confine con la Bolivia, a La Quiaca, fino a Rio Gallegos, nella Patagonia argentina. Scendiamo di 1000 metri, nella pianura assolata e calda.
Le rovine di Quilmes sono i resti di una delle prime ciudades pre-ispaniche dell'intera Argentina. Nel corso degli anni sono passate di mano, fino a diventare proprietà dei discendenti del popolo che la costruì e abitò. Ne hanno così potuto curare la ricostruzione per permettere le visite turistiche.
Il popolo Quilme fu sconfitto dagli spagnoli nel 1667 e pare si estinse nel 1716. Il sito è stato ricostruito per una parte esigua. La cittadella era munita di due forti per la difesa. I muri di pietra delle abitazioni si alternano a piccoli cactus. Alle rievocazioni di antichi culti popolari, come il dono alla Pacha mama, la madre terra.
Ma forse i veri monumenti sono i grandi cactus, al cospetto dei quali l'uomo è un piccolo, ammirato, osservatore.


Quebrada de Cafayate – 349 km

Lasciata la Ruta 40, ci immergiamo nella Quebrada de las Conchas (o de Cafayate).
La valle è stata scavata nei secoli dal Rio de las Conchas, è un lungo canyon le cui pareti sono montagne di un rosso scuro uniforme, che risalta contro il cielo blu. Su alcune pareti il vento ha cesellato quelle che assomigliano alle fitte finestre sulla facciata dei grandi edifici residenziali. Gli agenti atmosferici hanno in alcuni punti scoperto le varie fasi di formazione di questi monti, che cambiano colore a seconda delle sostanze predominanti che compongono ogni strato. Verdognolo, rosso scuro, ocra. Aspettando il cerro de los siete colores… ma ci arriveremo.
Incontriamo l'obelisco, una formazione regolare a forma di imbuto capovolto; il castillo, le cui pareti ricordano le torri di un castello medievale; l'osservatorio Tres cruses (394 km), dal quale si vede il fiume scorrere lento nella valle.
Il pezzo forte è la Garganta del Diablo (397 km), una gola stretta e profonda, che penetra come una ferita da coltello nella pietra. Un'insegna di legno, all'ingresso, spiega: sitio sagrado, centro de observacion y estudios de la cosmovision diaguita, una puerta al inframundo…
Al fondo della spaccatura c'è el Anfiteatro, una estesa pietra rossa, sacra, come ricorda un cartello, che vieta di arrampicarsi. Una comitiva di ragazzi schiamazzanti si diverte a scalare la garganta. Gli dei locali devono essere piuttosto infastiditi da queste intemperanze. Qui il sole arriva solo pochi minuti al giorno, da ciò deriva la sacralità del luogo?
La quebrada è lunga oltre 50 km e chi ha visto entrambe, ci dice che questa è anche meglio del Gran Canyon dei cugini dell'emisfero nord.

Argentina, Viaggi, Camminare, Cammino

Salta – 546 km

Le ultime ore in auto ci portano a Salta, la capitale dell'omonima provincia. Prendiamo possesso della camera in un modesto, ma ordinato ostello. Poi fuori, alla scoperta della città.
Salta fu fondata il 16 aprile 1582, dallo spagnolo Hernando de Lerma, per fronteggiare le tribù di indios chiriguanos e costituisce una tappa nel viaggio da Lima e Buenos Aires.
Entriamo nella piazza principale, sulla quale si affaccia la Catedral Basílica de Salta y Santuario del Señor y la Virgen del Milagro, le due statue sono poste in altrettante nicchie, ai lati dell'abside. Queste due immagini sono molto venerate, la loro festa si svolge a metà settembre.
La chiesa è colma e sono schierate figure particolari, vestite di rosso, con spade rituali e un cappello rosso come le divise. All'esterno una banda attende la fine della celebrazione, vestita nel medesimo modo.
Pochi passi più in là si incontra la Basilica y convento del San Francisco. La torre campanaria è separata dal corpo dell'edificio, a un angolo della piccola piazza antistante. Le luci la illuminano d'oro.
Vaghiamo per un po', in cerca di un posto dove mangiare. Ci accomodiamo infine a un piccolo tavolo, davanti a noi una pizza e l'immancabile birra Quilmes.
Alla tv trasmettono una partita di calcio. La televisione è riflessa in uno specchio, ma non me ne accorgo, e penso che stia trasmettendo al contrario. Vabbè, il primo giorno è stato intenso. La fatica gioca strani scherzi.

Purmamarca – 728 km

Colazione buona e abbondante in ostello. La sala da pranzo è gremita da una scolaresca, continuamente richiamata dagli accompagnatori. Siamo riposati e carichi per il secondo giorno di corsa verso nord.
Passiamo a far visita al General Martìn Miguel de Güemes, personaggio illustre della città di Salta e primo gobernador della provincia omonima. Vissuto a cavallo tra '700 e '800, fu protagonista nella guerra di liberazione e in seguito in quella civile argentina. Dalla cima del monumento a lui eretto, in sella al fido destriero, osserva compunto la città che gli ha dato i natali.
La prima tappa di oggi è Purmamarca, località famosa per il Cerro de los siete colores.
Ci arriviamo senza indugio, giusto in tempo per incontrare una ragazzina con un maglione rosso e pantaloni a grandi fiori, in compagnia di una cucciolo di lama.
Una breve sosta per le urgenze e si riparte, perché un altro luogo brama appagare appieno il nostro gusto della scoperta.



Emanuele-Zanardini

Emanuele Zanardini
Ho scavallato l'età della scuola senza infamia e senza lode... e ancora sto “immaginando” cosa farò “da grande”.
Ho toccato il suolo dei cinque continenti, ho visto il mondo, senza avere la pretesa di averlo capito. Eppure in ogni luogo ho trovato una storia. E ho deciso di raccontarle!
Mi sento un uomo in viaggio (d'amore), Selfpublished.
La guerra è finita, andate in pace, bookabook.
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In Patagonia, tra i tempanos del Lago Argentino

In Patagonia, tra i tempanos del Lago Argentino

ghiacciai-Argentina

Viaggi Di Emanuele Zanardini. Cronache del ghiaccio, parte seconda: dalla camminata sul Perito Moreno ai tempano del Lago Argentino, in Patagonia.

Lui la invita a chiudere gli occhi e a dargli la mano. Lei obbedisce. La fa salire sulla ringhiera. È titubante, non capisce dove vuole andare a parare.
Jack: Ti fidi di me?
Rose: Mi fido di te.
Lentamente le fa aprire le braccia, mentre l'aria scompiglia i capelli e agita i vestiti.
Jack: Apri gli occhi.
Rose li apre lentamente e… splash! Uno spruzzo d'acqua gelida colpisce l'obiettivo della macchina fotografica.

No, non sono Jack Dawson e neppure Rose De Witt Bukater, con il suo antipaticissimo fidanzato. E non siamo sulla prua del Titanic.
Ai passeggeri stipati sulle punte del catamarano, i primi tempanos (iceberg) all'orizzonte non fanno paura. Anzi, sono le Guest Star dello spettacolo.
Siamo salpati dal porto di Punta Bandera di primo mattino, quando il sole ancora basso colorava di rosa le montagne e le nuvole di tonalità gialle. Ritorno sul Lago Argentino, a bordo di un catamarano di linea, il giorno dopo aver camminato sul Perito Moreno (In Patagonia, sul dorso del ghiacciaio Perito Moreno), per addentrarci verso gli altri ghiacciai del Parque Nacional los Glaciares (Viedma, Upsala, Spegazzini e Onelli). Una corona di montagne affascinanti cinge il lago tutto attorno. Visto dal satellite, ricorda un calamaro. Il corpo principale, di fronte al paese di El Calafate, si dirama in diversi bracci, come i tentacoli del mollusco.
La Patagonia! È un’amante difficile. Lancia il suo incantesimo. Un’ammaliatrice! Ti stringe nelle sue braccia e non ti lascia più.
In Patagonia, Bruce Chatwin. 

Upsala, il ghiacciaio più esteso dell'Argentina, nel cuore del Parque Nacional los Glaciares.

ghiacciai-Patagonia
La superficie dell'acqua è grigio argento, mossa dai potenti motori dell'imbarcazione. I primi piccoli iceberg, lo suggerisce il colore bianco, sembrano agnellini dispersi dal resto del gregge. È  un preludio allo spettacolo che si mostra ai nostri occhi, quando giungiamo in vista del fronte dell'Upsala. Questo è il ghiacciaio più esteso dell'Argentina, con i suoi 870 Km2 (solo il Pio XI, in Cile, è più esteso). Deve il suo nome all'università svedese di Uppsala, la prima a eseguire un'indagine glaciologica della zona nel XX secolo.
L'imbarcazione ferma i motori. Le enormi masse di ghiaccio che affiorano dalla superficie, non sono altro che una piccola parte del volume complessivo. Fino al 90% della loro massa rimane sott'acqua e famoso è quello che provocò l'affondamento del Titanic, il 14 aprile del 1912.
L'aria attorno a noi è gelida, gli spruzzi bagnano l'obiettivo della macchina fotografica. I passeggeri sono in fibrillazione e si accalcano sui ponti di coperta del catamarano. Le nuvole che incappucciavano i monti si alzano, permettendo alla luce del sole di far brillare le superfici candide del ghiaccio.
Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.
Cent'anni di solitudine, Gabriel Garcia Marquez.

coriciera-Patagonia

I tempanos hanno le forme più curiose. 

Alcuni sono piccoli sassi di ghiaccio, altri hanno le dimensioni di un edificio. Quando sono azzurri, significa che la corrente li ha appena scaravoltati. Sono quasi trasparenti, come uno spesso vetro azzurro, certi hanno protuberanze come grandi gocce o lacrime. I turisti si mettono in posa e i fotografi ufficiali del tour li immortalano in espressioni buffe, di gioia, oppure in prospettiva che sembrano toccare il ghiaccio con la mano o con il dito.
Ci crogioliamo nel lento ondeggiare dell'imbarcazione. Invertiamo la marcia per raggiungere l'ultimo punto di osservazione, dinanzi al ghiacciaio Spegazzini. Dietro di noi calano nubi scure sulle cime innevate. I colori sono così intensi e carichi, il sole si rifrange sulle onde nella scia del catamarano. Due donne si avvicinano. Hanno letto la scritta ITALIA sulla mia berretta. Entrambe parlano italiano, anche se una è brasiliana, Scheila, e l'altra Russa, Irene. L'ultima vive a Toronto, in Canada, mentre Scheila lavora per una nota marca nostrana di pneumatici con fabbriche in Brasile. Irene è in pensione. Praticamente è fuggita dalla Russia e non ha parole tenere per chi la governa. Tutti e tre amiamo viaggiare. Siamo capaci di godere delle meraviglie del mondo. Ci sentiamo a casa dappertutto, perché casa la portiamo sempre nel cuore.


È l'ultima sera in Patagonia. 

Borges-y-Alvarez-Libro-bar
Decido di festeggiare in un bel posto, al primo piano di un complesso di negozietti e bar. I gradini delle scale sono come i dorsi di altrettanti libri. Si chiama Borges y Alvarez Libro-bar. L'arredamento è molto bello, tutto in legno, caldo per un luogo come questo "regno dei ghiacci". Accogliente, con una enorme libreria stipata di volumi. Ne scelgo uno di fotografia, che descrive tutta l'Argentina. Intanto attendo che mi venga servito il mate, con una medialuna, che altro non è se non un piccolo cornetto.
Rivedo i luoghi che ho visitato in questi giorni in Patagonia, ma anche in precedenza al nord, quasi al confine con Perù e Cile. E ne scopro molti altri, che sembrano chiamarmi dalla pagine patinate del grosso volume.
Aspiro l'ultima goccia di Mate.
Domani si parte, ma so che una partenza conduce inevitabilmente a un nuovo arrivo. 
Siamo viaggiatori.

Emanuele-Zanardini

Emanuele Zanardini
Ho scavallato l'età della scuola senza infamia e senza lode... e ancora sto “immaginando” cosa farò “da grande”.
Ho toccato il suolo dei cinque continenti, ho visto il mondo, senza avere la pretesa di averlo capito. Eppure in ogni luogo ho trovato una storia. E ho deciso di raccontarle!
Mi sento un uomo in viaggio (d'amore), Selfpublished.
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In Patagonia, sul dorso del ghiacciaio Perito Moreno

In Patagonia, sul dorso del ghiacciaio Perito Moreno

 Perito-Moreno-Patagonia

Viaggi Di Emanuele Zanardini. Cronache del ghiaccio: un'emozionante camminata sul dorso del ghiacciaio Perito Moreno, in Patagonia.

Lo scrittore George R.R. Martin, autore delle fortunate "Cronache del ghiaccio e del fuoco", ha raccontato come partorì l'idea della Barriera. 
Quando era piccolo, a Chicago l’inverno era davvero freddo, le strade erano congelate con neve alta come trincee e le passeggiate che faceva in mezzo a queste ‘gallerie di ghiaccio’, con il vento gelido che soffiava sui suoi occhi.
Per gli appassionati della saga fantasy, che abbiano la fortuna di viaggiare fino all'estremo sud del continente America, la Barriera non può che essere quella muraglia di puro gelo chiamata Perito Moreno. Non il ghiacciaio più grande, ma di certo il più famoso del mondo.

È inverno a El Calafate, la base di partenza per le spedizioni verso i grandi ghiacciai della Patagonia. 

Flamencos-Australes-patagonia
Non ha più l'aspetto dell'avamposto che edificarono i primi esploratori. Eppure ne conserva il fascino. Esiste ancora la prima casa, costruita nel 1907, ora diventata museo. Il nucleo urbano si distende attorno a un'ansa del Lago Argentino.
In attesa dei giorni del disgelo, questo golfo è rimasto all'asciutto, mettendo in mostra il fondale. Nonostante ciò, non è avido di meraviglie!
Su terreno acquitrinoso, ha fatto base una colonia di Flamencos Australes. Camminano sulle eleganti lunghe gambe, giocando a stare in equilibrio. Il piumaggio rosa spicca sulla superficie verde scuro e marrone. Diverse altre specie di volatili vivono, si nutrono e giocano su questo lembo provvisorio di terra. I loro stridii rompono il silenzio della sera. Il sole basso penetra le nubi scure e indora i ghirigori d'acqua lasciati dalla ritirata del lago.
Il deserto della Patagonia non è un deserto di sabbia o di ghiaia, ma una distesa di bassi rovi dalle foglie grigie, che quando sono schiacciate emanano un odore amaro.
Bruce Chatwin 

Il panorama descritto nel libro "In Patagonia", è lo stesso che si gode andando verso il braccio di lago del Perito Moreno. 



Qui vacche e cavalli pascolano tra gli arbusti, senza fili elettrificati a mortificare il loro istinto di libertà. Questi terreni appartengono alle estancias, fattorie molto estese, che sono diventate anche luoghi turistici, dove fare esperienze da gauchos e godere della cucina tipica.
L'altra metà del panorama, che si gode percorrendo la RP11 verso il Parque Nacional Los Glaciares, è il braccio del Lago Argentino, cinto dalle vette innevate delle Ande. La luce dell'alba che le colora di rosa, in contrasto con il cielo blu scuro, strappa dagli occhi quel velo residuo del sonno.
Pagato l'ingresso al parco, scendiamo verso l'imbarcadero e attraversiamo con il traghetto fino alla sponda opposta, dove c'è il rifugio del Perito Moreno. Il ghiacciaio deve il nome a Francisco Pascasio Moreno, naturalista, esploratore e geografo, che per via delle sue competenze si fregiò del titolo di perito, cioè esperto. Nel tragitto, il traghetto si ferma al centro del braccio. Il Moreno è davanti a noi. Sembra una sottile striscia bianco-azzurra, invece è alto fino a 60 metri nella parte centrale, con una profondità massima di 700, con un fronte di 5 km (superficie 250 kmq), è uno dei pochi ghiacciai in avanzamento. Il merito è tutto del Campo de Hielo Patagonico sur, la terza riserva di acqua dolce della terra, che lo rifornisce di ghiaccio, favorendo questo movimento. Il Moreno scivola sopra un cuscinetto d'acqua che lo separa dal fondo roccioso. Perciò avanza e non di rado si rimane stupiti dai possenti schiocchi che precedono il crollo del ghiaccio nel lago.
Una breve camminata, fino alla spiaggia, dalla quale si gode una prospettiva spettacolare del fronte del ghiacciaio.
Era dai tempi della trasmissione Linea Verde condotta da Federico Fazzuoli, che il nome Perito Moreno è entrato nella mia mente. Ed ora sono a un passo dal camminare sulla sua groppa!
Poco sopra di noi giungiamo alla casetta dove ci verranno applicati los crampones, per camminare sul ghiaccio.

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In pochi minuti siamo pronti a partire. Una breve spiegazione su come camminare in sicurezza con i ramponi e... via!

I primi passi sono incerti, per colpa della pesantezza di questi strumenti, certamente, ma anche per quella lieve emozione nel trovarsi in un luogo di così rara bellezza. Altri gruppi sono già sul percorso, in ordinate file indiane. Ben presto tutto attorno a noi c'è solo ghiaccio.
Il vecchio Moreno, non si direbbe che abbia 450 anni!
Passeggiamo tra pareti azzurre e picchi improvvisi, beviamo dalle fessure colme di acqua purissima, che scendono fino nelle viscere del ghiacciaio. Ci ritroviamo circondati da pareti frastagliate, come carta increspata dalle mani di un gigante. Sento le vibrazioni di questa enorme potenza, intrappolata in cristalli esagonali. E penso a come si muova e mi porti con sé, anche se per pochi centimetri all'ora.
Anche la vista sul lago e le montagne attorno è splendida, da questo punto di osservazione.
Prima di scendere con i piedi per terra, la guida rompe con la piccozza un blocco di ghiaccio, lo frantuma e lo infila in bicchieri di vetro. Poi ci versa un poco di whiskey. Brindiamo al Moreno con ghiaccio stravecchio!


Emanuele-Zanardini

Emanuele Zanardini
Ho scavallato l'età della scuola senza infamia e senza lode... e ancora sto “immaginando” cosa farò “da grande”.
Ho toccato il suolo dei cinque continenti, ho visto il mondo, senza avere la pretesa di averlo capito. Eppure in ogni luogo ho trovato una storia. E ho deciso di raccontarle!
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[Inediti d'autore] Racconto: "Sposalizio a Lima" di Emanuele Zanardini

[Inediti d'autore] Racconto: "Sposalizio a Lima" di Emanuele Zanardini


L'aria di Lima è densa e lattiginosa, al di fuori del terminal dell'aeroporto – sempre più simile in tutto il mondo – l'odore è quello delle metropoli del sud.

La calca è tanta già alle sei del mattino, i procacciatori dei taxi si sbracciano per farsi seguire. Ho viaggiato con la nazionale olimpica peruviana, che un gruppo di supporter accoglie nella sala arrivi con uno striscione.
Marta e Carlo arrivano poco dopo, forse loro sono più stanchi di me. Ci salutiamo con calore.
Si va in autobus. La guida con totale assenza di attenzione mi tiene ancora sveglio, nonostante la stanchezza per il viaggio. Il traffico è un'ossessione di colpi di clacson e frenate improvvise; le fermate sono ovunque, basta alzare una mano e attirare l'attenzione dell'autista. Marta mi domanda se è la prima volta in Sudamerica. Sono stato in Ecuador alcuni anni fa. “Non siamo molto amici con l'Ecuador”, conclude lei.
Arriviamo a destinazione dopo un'ora e mezza, pare che la casa sia dall'altro capo della città. Saliamo al secondo piano. La mamma di Marta interrompe la sua attività e mi abbraccia, quasi ci scontriamo baciandoci sulle guance. La bacio su entrambe, ma l'operazione non è convenzionale. La donna tiene a precisare che in Perù ci si bacia solo sulla izquierda [sinistra, ndr]. Marta invece si è già italianizzata, perché bacia su tutte due.
La mia camera è di mattoni nudi e cemento, coperta da rosse onduline sostenute da travi striminzite. La parte superiore dei muri è fatta di spessi cartoni, che lasciano penetrare il freddo dell'inverno australe. C'è un letto a castello – io dormirò sopra –, un armadio, degli scaffali e una televisione con qualche videogioco. Sul tavolo attorniato da quattro sedie ci sono ancora delle briciole, avanzo della colazione. Completano l'arredamento un fornello a gas, una mensola con alcuni barattoli e cestini di frutta e verdura. Tutto, ma proprio tutto, in quattro metri per quattro.
Un cortiletto aperto con la vasca per lavare e i fili per stendere, divide dalle altre stanze. Un bagno senza acqua calda; la stanza data in affitto a un ragazzo, un vicino “in”, più che “di” casa; due stanzette collegate, con angolo cottura, un piccolo tavolo, due letti e una poltrona, una libreria piena di libri e un televisore che non prende bene nessun canale. L'appartamento della mamma di Marta è l'unico intonacato e senza buchi nei muri. L'aver concesso a me un letto, costringe la famiglia a stringersi nelle altre stanze.
La camera dove mi riposo dopo il viaggio è la casa di Ainara, la sorella di Marta, e dei suoi due figli, Alejandro ed Elias. Quando tornano da scuola, subito mi mostrano il videogioco di SuperMario, del quale vanno fieri. Mi invitano a giocare con loro e ci provo, ma si vede che sono una frana, mentre loro si divertono un sacco. Allora chiedo chi dei due sia il più bravo e Alejandro lo rivendica con orgoglio.
Qui il cielo è grigio, il sole non fa capolino per tutto il giorno, anche se la nebbiolina si alza nelle ore più calde. Il cerro [collina, ndr] è tappezzato di povere case, quasi una sopra l'altra; la preghiera delle sei si è appena sciolta fuori dagli altoparlanti della vicina parrocchia; la notte scenderà presto, così come tornerà la nebbia a nascondere la sommità del cerro. Su un campetto di terra rossa, sconnesso e facile al tradimento, un gruppetto di ragazzini discutono di squadre e formazioni, come i grandi discutono di cose importanti. Le luci delle case si accendono a grappoli e presto saranno l'unica cosa riconoscibile sul pendio della collina. La nebbia scende, ma non coprirà quei ragazzini, che discutono come i grandi; almeno non adesso, come per ora non sentono preoccupazioni per il loro futuro.
La madre di Marta lavora come giardiniere per lo stato. Per la seconda volta in 13 anni di lavoro le hanno concesso un periodo di ferie. Il suo stipendio è di 500 soles [moneta peruviana, ndr] al mese, dai quali deve detrarre 200 soles per l'affitto e le spese di casa. Ainara fa le pulizie per i loro affittuari, che abitano al piano terra; hanno un SUV ultimo modello, dicono che l'abbiano vinto alla lotteria. In un quartiere dove al massimo girano moto-taxi o catorci su quattro ruote, assume una nota stridente. Il marito lavora molto e lei s'è fatta l'amante; pochissimi si sposano in chiesa, quasi sempre solo civilmente e le coppie sono molto “aperte”. La società peruviana soffre di machismo e forse questo spiega molte cose.
Nella maggior parte delle abitazioni non esiste diritto alla privacy, a causa della convivenza forzata di più famiglie. Così per le coppie è difficile godere della necessaria intimità. Allo scopo esistono degli alberghi “a ore”, dove non si consumano rapporti clandestini – quelli si fanno alla luce del sole –, ma la normale vita sessuale di coppie regolari.
Nella famiglia di Marta non ci sono uomini – per dolorose e riservate vicende – e tra poco se ne andrà anche lei, dopo essersi sposata con Carlo – lui è italiano ed è questo il motivo del mio viaggio. In questi ultimi mesi stanno cercando di dare un certo indirizzo alla famiglia, prima di volare in Italia. Elias e Alejandro si sono molto affezionati a Carlo.
Lima è un gigante dai piedi d'argilla o, meglio, di sabbia. L'avenida  [viale, ndr] principale scorre in una vallata, per raggiungerla si scende dal cerro e si percorre un ponte che scavalca l'unica linea metropolitana, appena entrata in esercizio. Il binario è difeso da alti muri, a destra e a sinistra, per impedire che gli abitanti dei quartieri poveri possano prenderla senza pagare il biglietto. Ai piedi del ponte si attraversa un giardinetto. Numerosi cartelli avvisano che si stanno creando aree verdi in tutta la città, ma l'impressione è che si tenti di piantare l'erba sulla sabbia.
Saliamo sul cerro dietro casa, io, Carlo e i ragazzi. Nel primo tratto la strada è asfaltata e le case sono di mattoni. In un campo due formazioni di adulti si affrontano con divise più o meno ufficiali. Incontreremo altri luoghi di gioco, aree attrezzate con giochi per bambini, che spezzano il grigiore del luogo. Guardando in direzione della città, si nota un grande ruota panoramica, che svetta tra i bassi edifici dei quartieri residenziali. Più arranchiamo verso la sommità del cerro, più la zona si fa insidiosa. Gruppi di ragazzi allo sbando attendono qualche viaggiatore incauto da spennare. Carlo mi avvisa che è meglio che non faccia vedere la macchina fotografica. Quando le strade finiscono, dobbiamo proseguire su lunghe e ripide scale di cemento, approntate dalla municipalità per favorire il percorso sul terreno sabbioso e mobile. Sono numerate, noi percorriamo gli oltre 300 gradini della n° 1158.
Fino all'anno scorso la famiglia di Marta ha vissuto in una choza  [baracca, ndr] a metà del cerro. Anche Carlo vi ha soggiornato per tre mesi, costruendovi un bagno esterno che fino a quel momento mancava. Sono due baracche uno sopra all'altra, all'interno sono rimasti un mobile e dei libri di scuola, appartenuti ai ragazzi. Questa zona della collina è composta in prevalenza di chozas dalla stabilità approssimativa, a causa del terreno cedevole. Tuttavia non mancano di una certa dignità, abbellite da giardinetti di cactus e piante fiorite; di biancheria stesa sul filo, che testimonia il trascorrere dell'esistenza, seppure difficoltosa. Gli abitanti ci osservano mentre passiamo, incuriositi, mentre noi riusciamo a vedere l'interno delle chozas sottostanti, attraverso le fessure dei tetti.
Giungiamo sulla sommità. Si avvicinano a noi due ragazzini dell'età di Alejandro e Elias, che trascinano la sorellina infilata in un trolley. La grande costringe la sorellina a fissare l'obiettivo, mentre si mettono in posa. La piccola non sorride, mentre i fratelli sembra sappiano già come ci si atteggia davanti alla macchina fotografica. Guardo la città sotto di noi, immensa distesa di strade e case, a perdita d'occhio. Scorgo il padiglione del mercato del pesce, ma non riesco bene ad orientarmi; il cerro sembra davvero un formicaio, perforato da cunicoli che portano in nessun luogo colui che non ne conosce i segreti. L'orizzonte è nebuloso, pallido; un baffo bianco appena visibile rivela le acque dell'oceano che schiumano sulle spiagge della baia.
Iniziamo la discesa, accompagnati da numerosi cani randagi, che a volte si fanno minacciosi costringendoci a prenderla alla larga. I ragazzi si attaccano alle nostre gambe, per fuggire ai più aggressivi; gli raccomandiamo di non correre, per non attirarli. Elias e Alejandro a turno si portano in spalla, cadendo l'uno sull'altro, ridendo. Un pezzo più giù, su una terrazza naturale, è situata una cappella della Comunità Missionaria di Villaregia. All'interno dell'edificio un gruppetto di ragazzi sta partecipando a una riunione. Marta e Carlo frequentano questa comunità missionaria, che è anche il motivo del primo viaggio in Perù di Carlo. E la scintilla che li ha fatti conoscere.

Lascia quasi sgomenti l'irrazionale equilibrio di queste chozas, spiaggiate come relitti sul versante sabbioso del cerro; è netto il segno lasciato dall'inondazione umana, come la piena appena ritirata lascia una linea sui muri delle case.

Il fronte delle abitazioni si alza sempre più, non mi stupirei, tornando tra qualche tempo, di non vedere più la sommità della collina spoglia di baracche. Ma basterebbe una pioggia insistente per ammucchiare a valle queste misere esistenze.
Prendere il giusto autobus per andare nel luogo desiderato, richiede una ferrea disciplina: riconoscere il mezzo giusto; fare un cenno con la mano e all'occorrenza gettarsi in mezzo alla strada per fermarlo; salire al volo sull'autobus. Una sequenza molto rapida, da praticare con precisione. La dimensione del mezzo indica il fatto che più grande è, più veloce procede, fregandosene bellamente di qualsiasi veicolo si trovi sulla sua traiettoria. Sulla fiancata sono riportati i nomi delle varie tappe del percorso. Le fermate sono un'approssimazione, in periferia, dove ogni luogo è buono per raccattare un cliente. In centro invece ci sono le paline blu con la scritta paradero  [stazione di transito per passeggeri e merci, ndr]. Nelle ore di punta è uno stillicidio di accelerate e frenate improvvise; di manovre azzardate e pericolose; di testa a testa con altri autobus per accalappiarsi i clienti. La porta si apre quando il mezzo è ancora in moto e il bigliettaio si sporge e urla la destinazione. Quelli che devono scendere si devono affrettare, accompagnati da un insistente baja, baja, baja! [Scendi, scendi, scendi!, ndr], quando le porte non sono neppure aperte. Tutto si gioca sul filo: più clienti, più guadagno.
Per raggiungere casa di Clarita, andiamo verso l'oceano, che non vedrò a causa della foschia. Nell'ultimo tratto che percorriamo a piedi, ci imbattiamo in un piccolo cimitero abusivo, dove si dice siano seppelliti 15 giovani, assassinati dai militari del regime di Fujimori [Alberto Fujimori, presidente-dittatore del Perù dal 1990 al 2000. Condannato a 25 anni di carcere per “crimini contro l'umanità” e corruzione, ndr]. Più avanti ci fermiamo ad ammirare una chiesa in stile locale, con la facciata finemente decorata da motivi floreali in rilievo.
Clarita è un'amica di famiglia, che vive ancora più in periferia. Quando arriviamo è in corso un trasloco. Due donne stanno caricando un carretto e le passano praticamente per il salotto. Carlo fa da portinaio alle due, incuranti del disagio che stanno arrecando. Clarita traffica in cucina, mentre noi attediamo sul divano. Suo marito lavora anche la domenica, ma ci sono in casa la figlia e il cane. Clarita chiude la porta, il viavai sembra terminato, ma un bussare insistente spezza la calma appena riconquistata. Le due donne hanno dimenticato qualcosa, lei le fa passare per l'ultima volta. Si spera.
La casa di Clarita è molto più grande di quella di Marta ma, essendo ancora più lontana dal centro città, i prezzi sono quasi identici. Ci offre caffè e tisane, con panini dolci e arroz con leche [Dolce di riso con latte e cannella, ndr], che gusto con piacere.
Il cane è timido, non si lascia toccare.
Lima non deve aver fatto parte dell'impero di Luigi XIV. Per giorni sembra che il sole non sorga e non tramonti, una foschia bassa di umidità e smog rende il cielo grigio e monocromo e incappuccia la sommità del cerro. Lo puoi solo desiderare e immaginare, un alone chiaro che vaga dietro un sipario incolore.
Magari si è preservato per noi. Infatti il giorno che mi accompagnano a visitare il centro della città, il disco solare risplende integro nel cielo azzurro. Lo considero un piccolo privilegio. La fortuna di avere due giorni consecutivi di sole sorprende anche Carlo, tanto che ci siamo vestiti troppo pesante e presto il caldo ci dà noia.
La piazza della cattedrale è affollata di gente e turisti dalla carnagione pallida; la aiuole fiorite sono ben tenute; il tratto davanti al cortile del palazzo presidenziale è chiuso dalla polizia. Alle nostre spalle, la campana batte dodici rintocchi e una banda in alta uniforme appare nel cortile, a guidare il cambio della guardia. Da alti portali laterali escono due compagnie di soldati che convergono verso il centro; la banda passa suonando davanti agli spettatori; in prima fila alcune scolaresche assistono all'evento; altri si accampano e mangiano.
Il passo è lento, sincronizzato, i primi sostengono la spada all'altezza del volto; seguono soldati con alti pennacchi sull'elmo, obbedienti come pulcini dietro la chioccia. Ora alzano il ginocchio fino al petto, ora allungano la gamba opposta in avanti nel passo dell'oca. Lentamente si incrociano, scambiandosi di posto, mentre la banda suona i Carmina burana di Carl Orff.
Dopo aver mangiato qualcosa in un bar, raggiungiamo il santuario dedicato a Santa Rosa da Lima [Patrona del Perù, del Nuovo Mondo e delle Filippine. E' invocata in caso di ferite, contro le eruzioni vulcaniche e in caso di litigi famigliari , ndr], la prima santa americana. La chiesa è chiusa, ma possiamo entrare nel cortile adiacente, dove c'è il pozzo nel quale si gettano le preghiere e le richieste alla santa. Anche lì ci sono scolaresche in gita, chiassose e indisciplinate, che osservano con scetticismo due uomini bianchi, che gettano i loro biglietti. Poco lontano sorge la casa natale di San Martin de Porres [Patrono dei barbieri e dei parrucchieri e, in Perù, della giustizia sociale, ndr], il primo santo nero della chiesa cattolica; figlio di un nobile spagnolo e di una ex schiava di origine africana. La pareti esterne della casa sono rivestite da mattonelle blu decorate.

Nei viaggi come nella vita, l'unico senso di marcia è quello verso “l'ignoto”, con la speranza di conservare sempre la nostra umanità.

L'atmosfera serale delle città mi è sempre piaciuta. La luce possiede quella tonalità bluastra della fatidica ora blu, quando il sole è appena sceso sotto l'orizzonte. Il mercato è ancora aperto, ma la folla del giorno si è diradata. E' una galleria di piccoli sgabuzzini di legno su due file, una di fronte all'altra e collegati da un tetto che ripara dalla pioggia. Sono ricolmi fino ai capelli di merci; le teste dei venditori sbucano appena, seduti su sgabelli, tengono sulle gambe un piatto fumante di zuppa.
La carne è appesa in bella vista; mezzi polli belli colorati disposti in ordine, sottoposti al pubblico ludibrio o all'approvazione delle massaie; numerose varietà di riso e cereali in sacchi di tela; spezie dai mille colori e profumi, un caleidoscopio commestibile. Nelle vie interne si vende frutta e verdura, disposte su carretti inclinati; avocado, papaya, banane, pomodori e tanto altro, accumulati in piramidi confinanti, che si sorreggono le une le altre e formano un mosaico; patate di varietà sconosciute in occidente. Ne esistono al mondo circa 300 varietà diverse, ignorate da noi in nome dell'omologazione del profitto. E' il mercato, bellezza!
L'articolo che attira di più la mia attenzione è però il grano nero, con il quale si prepara la mazamorra morada [dolce peruviano , ndr], una melassa densa e dolce, violacea, alla quale si aggiungono albicocche o prugne. La cosa che mi affascina di più di questi mercati sono i ristorantini ambulanti; si pranza e si cena su scomodi sgabelli. Una ragazza intinge del pane in un piatto di pesce, mentre lo chef spadella del riso; il profumo è inebriante, lo sfrigolio dell'aglio e della cipolla apre lo stomaco e il cuore. Assaggio delle frittelle ad anello, intinte nello sciroppo di cannella. Buonissime.
Chiedo a una donna se posso scattarle una foto. All'inizio non capisce, ma si vede che è già imbarazzata. Alla fine dice no, e va bene così, prima di tutto il rispetto. Ricordarsi che siamo a casa loro. Padroni a casa nostra, no? Sotto un ombrellone a spicchi gialli, blu e rossi, una vecchia in abito tradizionale andino, cappello tondo, gonna e gilet colorati, pelle scura e trecce, vende fichi d'India.
Carlo e Marta si sono sposati il 15 agosto. Io il 14 ho fatto 36 anni, ma non l'ho detto subito, perché c'era una occasione più importante da festeggiare. Così il giorno prima della mia partenza, offro una torta succulenta alla famiglia che mi ha ospitato tanto generosamente. Alejandro e Elias mi danno una lettera di saluto che mi tocca il cuore. Tengo sempre sul comodino di camera mia la statuetta in peltro di un angelo che regge dei fiori, che mi hanno regalato i ragazzi.
Sono gli attimi più intensi, quelli che precedono una separazione. Il punto è che non c'è certezza alcuna che ci si incontrerà di nuovo. In fondo, nei viaggi come nella vita, l'unico senso di marcia è quello verso “l'ignoto”, con la speranza di conservare sempre la nostra umanità.


Emanuele Zanardini
Ho scavallato l'età della scuola senza infamia e senza lode... e ancora sto “immaginando” cosa farò “da grande”.
Ho toccato il suolo dei cinque continenti, ho visto il mondo, senza avere la pretesa di averlo capito. Eppure in ogni luogo ho trovato una storia. E ho deciso di raccontarle!
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