Gli scrittori della porta accanto
Articoli di Letizia Bilella
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Raffaello, il pittore urbinate simbolo del Rinascimento

Raffaello, il pittore urbinate simbolo del Rinascimento

Raffaello, il pittore urbinate simbolo del Rinascimento

Arte Di Letizia Bilella. Raffaello Sanzio. Vita e opere del più celebre tra i pittori e gli architetti del Rinascimento italiano.

Figlio del pittore e letterato Giovanni Santi e di Maria di Giovan Battista Ciorla, Raffaello nasce il 6 aprile del 1483 a Urbino. Acquisisce i primi rudimenti artistici nella bottega paterna, rimane presto orfano di madre nel 1491 e di padre nel 1494. Secondo il Vasari compie un alunnato presso Pietro Vannucchi detto il Perugino. Nel 1499 si trasferisce a Città di Castello dove a 17 anni riceve il suo primo incarico da magister, insieme a Evangelista di Pian di Maleto già collaboratore di Giovanni Santi: la pala con l’Incoronazione del beato Nicola da Tolentino vincitore di Satana. Durante i successivi 4 anni, Raffaello compie i suoi primi capolavori, come la Crocifissione Mond e lo Sposalizio della Vergine. Il suo stile si distacca ormai da quello del Perugino per avvicinarsi ai modi di Piero della Francesca e Leonardo. Compie viaggi formativi: nel 1502-1503 a Siena collabora con Bernardino di Betto detto il Pintoricchio, nella realizzazione degli affreschi per la Libreria Piccolomini nel duomo.

Firenze offre a Raffaello un ambiente particolarmente stimolante anche per la presenza concomitante di Michelangelo e di Leonardo. 

Il giovane artista è molto richiesto come pittore di dipinti destinati alle dimore dell’alta borghesia fiorentina. Per la corte di Urbino dipinge raffinati quadretti di soggetto allegorico e celebrativo, per Perugia esegue imponenti pale d’altare. Nel 1508 lascia incompiuta la Madonna del baldacchino per l’altare Dei in Santo Spirito, e parte per Roma, chiamato da papa Giulio II per decorare le stanze dei suoi nuovi appartamenti; lavora agli affreschi della stanza della Segnatura fino al 1511, affrescando la Disputa del Sacramento, la Scuola di Atene, il Parnaso, le Virtù.
Il banchiere senese Agostino Chigi gli commissiona alcuni affreschi per la sua villa romana, la Farnesina (Trionfo di Galatea) e per la cappella in Santa Maria della Pace.
Dopo la morte di Giulio II, Leone X Medici affida a Raffaello molti incarichi. Lavora alla progettazione della cappella Chigi in Santa Maria del Popolo a Roma, che terminerà nel 1516. Alla morte di Donato Bramante viene nominato architetto della basilica vaticana. Tra il 1514 e il 1515 dipinge il Ritratto di Baldassarre Castiglione, la Madonna della seggiola e Estasi di santa Cecilia. Per i palazzi vaticani, realizza i cartoni per gli arazzi destinati alla Cappella Sistina, affresca la Loggetta e la Stufetta del cardinal Bibbiena.
Il 6 aprile del 1520, a soli 37 anni, Raffaello muore mentre sta lavorando alla Trasfigurazione commissionatagli dal cardinale Giulio de Medici.

Raffaello: le opere maggiori.

Non si sa bene se Raffaello fu instradato alla pittura dal padre stesso, o almeno iniziò dalla bottega paterna. Giovanni Santi era stato una figura di spicco nella Urbino di Federico da Montefeltro, e dal 1482, di Guidobaldo da Montefeltro ed Elisabetta Gonzaga, sua moglie. Poco, però dello stile di Giovanni Santi è ravvisabile nelle opere che la storiografia moderna considera degli inizi di Raffaello.
La Creazione di Eva ha una tale forza naturalistica ed è talmente sorprendente nell’invenzione iconografica da lasciare stupiti, tanto da giustificare i dubbi di numerosi eruditi che hanno ritenuto che il giovane Raffaello dovesse essersi giovato di cognizioni e di possibilità di viaggi ben oltre la frequentazione della bottega peruginesca. Nel parallelismo della figura del Padre Eterno e di Adamo sembra di vedere una riattivazione dei principi della simmetria sviluppati da Pollaiolo a Firenze.
La Pala Oddi e la Crocifissione Mond, sono considerati due autografi. Il primo abbastanza documentato, il secondo citato dal Vasari come prima opera autonoma dell’urbinate. La Crocifissione Mond, eseguita per Tommaso Gavari in San Domenico a Città di Castello è oggi alla National Gallery di Londra, non è datata con certezza, testimonianze tarde attestano che è peruginesca mentre la pala eseguita per Alessandra degli Oddi nella cappella funeraria di famiglia in San Francesco a Perugia, e oggi ai Musei Vaticani, è opera di Raffaello anche se la datazione resta dubbia.
Il Matrimonio della Vergine è un capolavoro moderno, fatto di materiali antichi, l’edificio complesso e maestoso appartiene a quella civiltà umanistica che da Jacopo Bellini arriva a Piero della Francesca e a Mantegna.

La Madonna del cardellino e il Matrimonio della Vergine

Del 1505 rimangono testimonianze incerte e confuse sulle opere di Raffaello.

Quello che rimane è l’affresco con la Trinità e Santi eseguito dal maestro nella chiesa del monastero di San Severo a Perugia. Nell’affresco, le figure perdono i caratteri iconografici perugineschi; il disegno è tondo, i volti si fanno duri e spigolosi, gli angeli oranti sono memori del passato ma sono chiaramente influenzati dal linguaggio toscano. Tutto ispira maestà e severità in contestazione della dolcezza peruginesca. Connesse con l’anno 1505, dalla storiografia, sono la maestosa Pala Colonna, commissionata dalle monache di Sant’Antonio di Perugia, la cui tavola centrale è al Metropolitan Museum di New York, e la Pala Ansidei, eseguita per l’omonima cappella di San Fiorenzo dei Serviti a Perugia, oggi alla National Gallery di Londra — per quanto riguarda la datazione, ci si appoggia sul fatto che al di sotto del gomito sinistro della Vergine si vede la data 1505. Capolavori memorabili. Nella Pala Colonna si ritrovano modi che ricordano Timoteo Viti che il Morelli, alla fine dell’800 considerò come il vero primo maestro di Raffaello. Nella Pala Ansidei i santi e la Vergine sono raffigurati secondo un criterio di composizione piramidale su influsso leonardesco, trattato con dovizia di varianti nel primo periodo fiorentino.

Raffaello a Firenze: la Madonna del cardellino e la Madonna del prato.

È possibile formulare un’ipotesi attendibile in relazione alla carriera fiorentina dell’artista, basandosi sulla datazione della Madonna del cardellino. Raffaello eseguì questo dipinto per Lorenzo Nasi e Sandra di Matteo di Giovanni Canigioni, la cui nozze furono celebrate tra la fine del 1505 e l’inizio del 1506. L’opera, circa 30 anni dopo la consegna, riportò danni gravissimi per il crollo del soffitto di casa Nasi e si ruppe in 17 pezzi. Quello che si vede oggi è l’esito di un intervento riparatore, a cui si è aggiunto un recente restauro nel 2008. Nuovo e geniale è il pensiero figurativo dell’emergere del volto e dello scollo della Vergine sul paesaggio; Maria è ferma mentre il paesaggio è singolarmente vuoto. Il quadro è un capolavoro di inquietudine ma l’effetto visivo è quello della Madonna per antonomasia.
La Madonna del cardellino era un esperimento, a cui seguì la Madonna del prato. Sullo scollo della Vergine, un’iscrizione reca la data del 1506 e lo sviluppo del tema della Madonna del cardellino rende logica tale successione. Nella Madonna del prato acquista forza il motivo del busto della Vergine Maria che si erge sul paesaggio a dominare l’armonia universale.
Ne la grande Madonna detta la Bella giardiniera, datata all’anno 1508, il criterio di costruzione dell’immagine non è cambiato. Si nota un ingigantimento delle figure e un’idea meno acuta dello squarcio di paesaggio. Il respiro spaziale che nella Madonna del prato è incomparabilmente convincente, nella Bella giardiniera si affievolisce.
Dal punto di vista stilistico, la Maddalena Doni sembrerebbe porsi in un punto intermedio tra la Madonna del cardellino e la Madonna del prato di Vienna. Le radiografie hanno messo in evidenza che il maestro impostò il ritratto di Maddalena in un interno anziché sullo sfondo di un paesaggio.

Si può supporre che l’esecuzione dei ritratti si collochi a ridosso dei due capolavori supremi di questa fase: il Trasporto di Cristo al sepolcro e la Sacra famiglia Canigiani

Fino a questo momento Raffaello era stato un pittore a volte grandissimo ma senza nessuna particolare propensione per l’arte del comporre. Non era stato grande perché aveva inventato il nuovo, era stato grande perché aveva dipinto opere bellissime. Con il Trasporto di Cristo e la Sacra famiglia entrano nella sua arte nuove idee ed esigenze. I due sacri fanciulli sono magri e scattanti, la Vergine è snella e santa Elisabetta è figura nervosa e schietta come se Raffaello avesse avvertito l’ansia della novità attraverso una riforma tipologica delle sue immagini. Il paesaggio delinea rapporti del tutto convincenti nella prospettiva, nell’andamento della luce, come se il maestro avesse voluto suggerire l’idea di una conciliazione universale. Il Trasporto di Cristo è la prima opera in cui l’arte pittorica di Raffaello ambisce alla costruzione del nuovo. La Maddalena che accompagna Cristo al sepolcro è la stessa immagine della Vergine della Sacra famiglia Canigiani, resa però più moderna e sensibile, il gruppo dei personaggi attorno alla Vergine svenuta, è connotato in senso arcaico e in una delle pie donne si vede bene il modello della Bella giardiniera. San Giovanni è già formulato secondo i principi della Scuola di Atene, con il taglio trasversale del volto che si riempie d’ombra. Giuseppe D’Arimatea è una sorta di scultura riformulata in termini pittorici, il parallelismo tra il volto del cristo e il trasportatore attestano l’esecuzione di un blocco unico, sorto insieme e perfettamente coerente o omogeneo.
La Sacra famiglia Canigiani rappresenta l’apoteosi del momento fiorentino di Raffaello.

La Scuola di Atene

La Disputa sul Sacramento e la Scuola di Atene, da un lato vi è il contrasto concettuale di sacro e profano, dall’altro c’è un riferimento analogo alla scena teatrale di tipo greco. 

In entrambe c’è una sorta di palcoscenico su cui si trovano gli attori ai quali viene affidata la comunicazione dei concetti teologali o filosofici. Nella Disputa sul Sacramento è raffigurato Dante Alighieri, mentre nella Scuola di Atene c’è Bramante nelle vesti di Euclide.
Bisogna convenire sul fatto che le due opere dovevano avere carattere strettamente privato perché comprensibile solo a una ristretta cerchia di dotti. È probabile che nel personaggio di Aristotele posto da Raffaello al centro dell’affresco accanto alla figura di Platone, sia ritratto Bastiano da Sangallo e che proprio lui abbia collaborato al disegno della prospettiva della Scuola di Atene. Il capolavoro raffaellesco è gremito di personaggi in contraddizione tra loro. Il tutto è caotico e tutt’altro che armonioso e Raffaello non lavora con il criterio dell’inversione della historia ma piuttosto con quello dei gruppi di figure conchiusi in se stessi.
La Disputa sul Sacramento è un marasma di figure dove la maniera di Raffaello sviluppa il senso maestoso dello spazio ma nulla risalta del problema teologale. Egli aveva costituito nella stanza della Segnatura un insieme sconcertante per disorganicità e confusione degli elementi.
A partire da questo momento ha inizio l’uso dell’urbinate di lavorare sul singolo riquadro con collaboratori.

Il pittore che concepisce ed esegue la Liberazione di san Pietro dal carcere e la Cacciata di Eliodoro dal tempio è un artista che sembra incomparabile con l’autore della Messa di Bolsena e de Incontro di Attila e Leone I

Nella Cacciata di Eliodoro dal tempio si assiste all’irruzione della contemporaneità con l’ingresso di Giulio II nella scena che risulta una allegoria della ripresa papale dopo l’umiliazione subita dai francesi. Ne La liberazione di san Pietro, sembra trasparente il suo carattere di immensa elegia della morte e resurrezione. San Pietro ha le sembianze di Giulio II e il sonno nella notte della cella è mirabile allegoria della morte. È lecito pensare che Raffaello abbia eseguito l’affresco all’indomani della morte del pontefice, nel febbraio del 1513. La Cacciata di Eliodoro denota una dimensione notturna dell’arte di Raffaello che si accorda con la Liberazione. Raffaello arriva a concepire un’idea della pittura in cui l’elemento luce riveste eccezionale incidenza; il gruppo di Eliodoro e gli angeli che lo scacciano, si caratterizza per un gigantismo inatteso non riscontrabile nel resto delle figurazioni dove l’esecuzione è sommaria e non sempre attenta alla qualità.
È lecito pensare che la Cacciata di Eliodoro segua la Messa di Bolsena. Qui la disorganicità dell’insieme tocca un vertice che induce a vedere del tutto formata una nuova bottega raffaellesca. I sediari sono esaminati con crudeltà di naturalista e sbalordiscono per l’acume della definizione.
Nel 1513 Raffaello diventa soprintendente alle antichità ed è tra gli scopritori della Domus Aurea, ma anche la sua attività di pittore ha una strana svolta. La pala dell’Aracoeli, detta Madonna di Foligno, conservata nella pinacoteca vaticana e commissionata da Sigismondo Conti – Prefetto della Fabbrica di San Pietro – risulta di una materia pittorica che sembra preludere alle estreme meditazioni artistiche di Raffaello negli ultimi cinque anni di vita.
Raffaello doveva appena aver licenziato la Madonna Sistina quando Giulio II morì e il primo risultato di questo cambio della guardia fu l’affresco dell’Incontro di Attila con Leone I; da quel momento il maestro non riceve più nuovo incarichi di prestigio per Roma, mentre comincia a dilagare quella che sarà poi chiamata la bottega del maestro che non ha quasi nessun rapporto con la sua vera attività di progettista.

L’incarico dei cartoni per gli arazzi da appendere sotto gli affreschi della Cappella Sistina arriva verso la metà del 1515; questi saranno l’ultima opera di Raffaello. 

La rievocazione del mondo delle origini cristiane è l’occasione per delineare un concetto di classicità ignorato da Michelangelo.
Raffaello finirà come aveva iniziato, nell’incertezza delle testimonianze e nella incomprensibilità della sua stessa figura. Per la cappella della beata Elena Duglioli dall’Olio in San Giovanni in Monte uliveto a Bologna, esegue la Pala di Santa Cecilia, un’opera stupenda improntata a quella dimensione del colore che scende in profondità a plasmare la figura e ne costituisce la sostanza spaziale medesima. Raffaello compone all’interno della figura e il quadro appare come un insieme di singole individualità.
Il periodo dal 1516 al 1517 è immerso nella più assoluta incertezza; Raffaello sembra lavorare come architetto e ricercatore di cose antiche. Lo Spasimo di Sicilia, eseguito tra il 1516 e il 1517 risulta mirabile per invenzione delle figure, composizione e profondità della cromia. È molto vicino allo stile di Raffaello per i cartoni degli arazzi vaticani ed è possibile indicare nell’opera l’inizio di una nuova stagione in cui sembra che il maestro voglia riprendere il discorso lasciato interrotto nella stanza di Eliodoro e risalente fino al Trasporto di Cristo.

Tra il 1517 e il 1518 il maestro lavora a due opere importanti per la Francia: il San Michele arcangelo debella Satana e la Sacra famiglia di Francesco I, entrambi al Louvre. 

L’opera sovrana dell’ultima fase è indubbiamente il San Michele, capolavoro assoluto. La figura del santo misura tutta intera l’immenso quadro e conferisce all’immagine complessiva l’idea della libertà e dell’espansione nell’aria e nello spazio. La Sacra famiglia di Francesco I è l’elegia dell’intimità e della dimensione domestica.
Quel che è certo è che l’opera che influenzerà i posteri e che creerà intorno al maestro urbinate l’aura di mago e di santo è aspra e contraddittoria, disorganica e scomposta. Si pensa che le ultime figure dipinte da Raffaello siano piene di prepotente energia; apici di acume visivo oltre i quali non ci fu più nulla.

Letizia Bilella

Letizia Bilella
Diploma di maturità in Perito Commerciale e Programmatore, e laurea in Conservazione dei Beni Culturali (nello specifico in Beni Archivistici e Librari). Amo i libri sia come contenitore, sia per il contenuto. Amo scrivere, sia nel senso proprio di impugnare una penna, sia buttare idee su un foglio e dar loro forma. Dal 2010 collaboro con un settimanale della mia provincia (AG), e con varie testate giornalistiche della zona, occupandomi di cultura, spettacolo, e in alcuni casi anche di politica locale. Nel mio piccolo comune (Burgio) faccio la guida turistica, e collaboro attivamente con l’Amministrazione Comunale nell’organizzazione di eventi. Amo tutto quello che è arte, in ogni sua forma, ogni suo aspetto.
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Recensione: Ponsacco - Los Angeles, di Valentina Gerini

Recensione: Ponsacco - Los Angeles, di Valentina Gerini

Recensione: Ponsacco - Los Angeles, di Valentina Gerini

Libri Recensione di Letizia Bilella. Ponsacco - Los Angeles: sulle tracce di Bruce Springsteen di Valentina Gerini, Gli scrittori della porta accanto Edizioni. Quattro amici, con sogni e strade differenti ma due passioni in comune: Bruce Springsteen e le serate alcoliche.

Ecco di cosa profuma la nostra amicizia: di erba fresca, di campi in fiore, di primavera. Dentro è soffice come il pelo di un gatto, ma fuori ha una corazza croccante come la crosta del pane caldo appena sfornato.
Quattro amici, quattro sogni, quattro strade differenti e due grandi passioni comuni: Bruce Springsteen e le serate alcoliche.
Quattro amici che, da adolescenti e studenti di liceo, si ritrovano catapultati nel mondo degli adulti. Valeria, Marisa, Fabiana e Giulio. Tutti con un sogno da realizzare, tutti fanno il possibile perché questo sogno si avveri. In modo diverso, si affacciano al mondo dei grandi e provano a farcela con le proprie forze.
Ponsacco - Los Angeles, di Valentina Gerini, è una storia ricca di colpi di scena e di aneddoti divertenti, dove però non mancano le incomprensioni. Ma quando c'è l'amicizia, quella vera, non c'è incomprensione che tenga.
Una storia di buoni sentimenti, che nasce sui banchi di scuola. Ragazzi che sono cresciuti in un contesto che non è più in grado di fornire ideali, né di donare la speranza; protetti e viziati da famiglie iperaffettive, ma che non riescono a dotarli dei mezzi necessari per affrontare il mondo. Una generazione che sceglie alcool e droghe come palliativi per affrontare la difficoltà di crescere, stimolanti attività progettuali.
L'esame di maturità è stato superato ed ora, per tutti, si prospetta una scelta importante, forse quella che maggiormente segnerà il corso del loro futuro. Avranno solo un'altra estate di feste e di grandi bevute, una sola stagione per sentirsi spensierati, poi ognuno di loro dovrà cominciare a crescere.
In Ponsacco - Los Angeles, di Valentina Gerini, c'è la pigra e sognatrice, quella pratica e decisa, l'ostinata che vede solo all'estero una possibilità per se stessa e quello che vorrebbe (una carriera prestigiosa) ma non sa adoperarsi per ottenerla. Le loro diversità fanno da collante che li lega ad una solida amicizia, ma contribuiranno a gettare delle basi dissimili, dalle quali ognuno edificherà il proprio futuro.
Una lettura divertente che si presta a diverse considerazioni.

Ponsacco - Los Angeles: sulle tracce di Bruce Springsteen

di Valentina Gerini
Gli Scittori Della Porta Accanto
New Adult | Narrativa contemporanea
ASIN B0791N7HNV
ebook 2,99€
cartaceo 10,99€

Sinossi

Un paesino di provincia, quattro amici, quattro sogni e due grandi passioni comuni: Bruce Springsteen e le serate alcoliche.
"La nostra amicizia profuma di erba fresca, di campi in fiore, di primavera. Dentro è soffice come il pelo di un gatto, ma fuori ha una corazza croccante come la crosta del pane caldo appena sfornato” - Marisa
“L’ultima cosa che ricorderanno di questa scena è ciò che più mi rappresenta: la chitarra con su appiccicato un adesivo di Bruce Springsteen e il saluto di una che sta andando a costruire il proprio futuro a Los Angeles” - Valeria
“Tra di noi non ci sono mai stati tabù o segreti, o quasi. Loro sono la mia parte femminile, mi fanno vedere sempre l’altra faccia della medaglia e riescono a farmi entrare nella mente delle ragazze” - Giulio
“Ho smesso di bere ogni sera perché tanto al domani ci si penserà domani. No, adesso al domani ci penso oggi e bevo solo se domani non ho niente da fare. Questo, ne sono convinta, vuol dire crescere” - Fabiana.

Immagine di copertina by Elevate @elevatebeer

Letizia Bilella

Letizia Bilella
Diploma di maturità in Perito Commerciale e Programmatore, e laurea in Conservazione dei Beni Culturali (nello specifico in Beni Archivistici e Librari). Amo i libri sia come contenitore, sia per il contenuto. Amo scrivere, sia nel senso proprio di impugnare una penna, sia buttare idee su un foglio e dar loro forma. Dal 2010 collaboro con un settimanale della mia provincia (AG), e con varie testate giornalistiche della zona, occupandomi di cultura, spettacolo, e in alcuni casi anche di politica locale. Nel mio piccolo comune (Burgio) faccio la guida turistica, e collaboro attivamente con l’Amministrazione Comunale nell’organizzazione di eventi. Amo tutto quello che è arte, in ogni sua forma, ogni suo aspetto.
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Recensione: Esprimi un desiderio, di Valentina Gerini

Recensione: Esprimi un desiderio, di Valentina Gerini

Recensione: Esprimi un desiderio, di Valentina Gerini

Libri Recensione di Letizia Bilella. Esprimi un desiderio di Valentina Gerini (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Un amore senza frontiere, una storia che fa il giro del mondo. 

Un impiego dinamico come quello del controllore turistico, tanti viaggi, una grande delusione amorosa e una gravidanza finita male. Questa è la vita di Sara che, desiderosa di essere madre ma consapevole di non poterlo diventare, dedica anima e corpo al proprio lavoro.
A Londra incontra José, un affascinante uomo dalle origini dominicane e ne rimane colpita. Barcellona, Parigi, Miami... In ogni città qualcosa le parla di lui.

I due ragazzi sono destinati a ritrovarsi.

E, una volta insieme, con una meravigliosa Repubblica Dominicana che fa da sfondo alla loro storia, Sara prende in considerazione la possibilità di adottare un bambino, ma quando la famiglia sembra ormai essersi consolidata, il destino riserva loro tante altre sorprese.
Letture leggere, che spesso diventano necessarie a stemperare quella patina di pessimismo che si insinua nella vita di tutti i giorni. Una piccola ventata di positività che aiuta a riprendere fiato, a rallentare e a schermare i nostri affanni con un’infusione di buoni sentimenti.

Esprimi un desiderio di Valentina Gerini è la storia di Sara, una giovane donna che ha un lavoro bellissimo, è pagata per viaggiare e recensire i locali visitati, anche se i suoi continui spostamenti potrebbero costituire un ostacolo per un duraturo rapporto di coppia.

Anni prima, a Londra, aveva conosciuto un ragazzo con cui credeva di potersi costruire un futuro, ma ha subito un'amara delusione nello scoprire che era l'unica a fare progetti di questo tipo.
Lo stile di scrittura è fresco e frizzante; espone argomenti delicati, come la sterilità femminile e l'adozione, senza calcare la mano nell'intento di smuovere sentimenti compassionevoli di facile presa.

Esprimi un desiderio, di Valentina Gerini, è un romanzo genuino, sincero.

Un amore senza frontiere, che abbatte con forza anche quelle le ragioni della logica, della paura e si affida alla vita percorrendo strada che il destino ha disposto per noi. Una storia che si snoda in varie capitali europee per concludersi oltreoceano. Il lettore vive le vicissitudini dei protagonisti con partecipazione e trasporto, si emoziona e sorride, si diverte e spera, proprio grazie allo stile narrativo dell'autrice che è confidenziale, intimo, partecipativo. L’autrice è riuscita a coinvolgere il lettore al punto giusto, con un linguaggio semplice, ma incisivo. Un libro semplice, la cui storia fa il giro del mondo.



Esprimi un desiderio

di Valentina Gerini
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Romance
ASIN B0B1868W7V
Kindle Unlimited
ebook 2,99€

Sinossi

Quando l’amore arriva non c’è distanza che possa tenere.
Sara, giovane, avventuriera e sfortunata in amore, pensa di non poter avere figli. Lavora come controllore turistico ed è spesso in viaggio.
A Londra incontra José, bellissimo uomo dalle origini dominicane e si accende una scintilla che però si alimenta a fatica. I due si perdono di vista e Sara si butta a capofitto nei viaggi di lavoro. Ma non riesce a dimenticarlo: Barcellona, Parigi, Miami… In ogni città qualcosa le parla di lui.
Quando finalmente decide di lasciarsi andare, trasferendosi ai Caraibi per rimanere al fianco dell'affascinante José, il destino gioca le sue carte.
Riuscirà Sara a costruire una famiglia? Sarà capace di realizzarsi nel lavoro anche sulle bianche spiagge caraibiche?




Letizia Bilella

Letizia Bilella
Diploma di maturità in Perito Commerciale e Programmatore, e laurea in Conservazione dei Beni Culturali (nello specifico in Beni Archivistici e Librari). Amo i libri sia come contenitore, sia per il contenuto. Amo scrivere, sia nel senso proprio di impugnare una penna, sia buttare idee su un foglio e dar loro forma. Dal 2010 collaboro con un settimanale della mia provincia (AG), e con varie testate giornalistiche della zona, occupandomi di cultura, spettacolo, e in alcuni casi anche di politica locale. Nel mio piccolo comune (Burgio) faccio la guida turistica, e collaboro attivamente con l’Amministrazione Comunale nell’organizzazione di eventi. Amo tutto quello che è arte, in ogni sua forma, ogni suo aspetto.
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Claude Monet, il padre dell'Impressionismo francese

Claude Monet, il padre dell'Impressionismo francese

Claude Monet, il padre dell'Impressionismo francese - Arte

Arte Di Letizia Bilella. Oscar Claude Monet, il padre dell'Impressionismo francese: pennellate come virgole serrate, contorni sfumati a vantaggio di un’enfasi marcata della luce, degli effetti cromatici e delle emozioni.

Giverny è un piccolo comune a 100 chilometri da Parigi, e qui sorge quella che fu la casa di Oscar Claude Monet. Garbatamente borghese, naturalmente comoda ed elegante al punto da essere perfettamente aristocratica in quanto la Francia di allora stava dando vita all’aristocrazia. Monet prese in affitto quella casa nel 1883 e poi la acquistò nel 1890, quando aveva ormai 50 anni, la barba lunga e molti dei suoi coetanei erano già defunti. Di quella casa a Giverny, l’anima è il vasto giardino, le due stanze più significative sono la sala da pranzo gialla e la cucina azzurra.

Oscar-Claude Monet nasce a Parigi nel 1840 ma trascorre l’infanzia a Le Havre. Si rivela abile nella caricatura, ma il pittore Eugene Boudin, suo primo maestro, lo convince a dedicarsi alla pittura di paesaggio en plen air

A Parigi dal 1859, si iscrive all’Academie Suisse, dove consce fra gli altri Pissarro. È un periodo fecondo, di tirocinio e di scoperte, durante il quale frequenta la Brasserie des Martyrs, luogo d’incontro degli artisti e intellettuali meno conformisti, fra cui il poeta Charles Boudelaire e il critico Louis Edmond Duranty.
Nel 1860 deve presentarsi alle autorità militari. A quell’epoca si procedeva per sorteggio; la sorte non aiuta Monet e i genitori rifiutano di pagare un sostituto, visto che il giovane non vuole intraprendere una regolare carriera artistica. Viene assegnato allo squadrone dei Cacciatori d’Africa e s’imbarca per l’Algeria. In questo paese che impara ad amare, si rafforza la sua convinzione di diventare un pittore.
Nel 1862 Monet può tornare a Parigi, il padre ha accettato di pagare un sostituto per il servizio militare. Frequenta lo studio di Gleyre, dove conosce Sisley, Renoir e Bazille.
Decisivo sarà poi l’incontro con Coubert, di cui studia la tecnica pittorica, affascinato dal capofila del realismo. Interessato al tema della figura rappresentata en plen air dipinge Colazione sull’erba, chiaramente sotto l’influsso di Manet, che incontra tramite lo scrittore Zacharie Astruc, e la grande tela Donne in giardino, rifiutata dalla giuria del Salon nell’anno dell’Esposizione Universale.
Nel 1865 si sente pronto ad affrontare la prova decisiva del Salon. Sottopone alla giuria due tele che vengono accettate. La Foce della Senna a Honfleur e la Punta della Heve con la bassa marea cono accolte bene dalla critica; le malelingue dicono sia per far arrabbiare Edouard Manet a causa dell’omofonia dei cognomi.

Donne in giardino e Colazione sull’erba

Nel 1869 dipinge La Grenouillere, il suo primo quadro pienamente impressionista.

Monet è sempre più assillato da preoccupazioni di ordine economico. Riesce a vendere Camille in abito verde a Arsene Houssoye, direttore della rivista L’Artiste. Nel 1869 trova una piccola casa nella frazione di Saint-Michel, nei pressi di Parigi, vicino a Bougual. Auguste Renoir gli fa spesso visita. Nascono le due versioni di La Grenouillere, un piccolo ristorante affiancato da uno stabilimento di bagni, sulla riva di un braccio minore della Senna tra Chotou e Bougual.
A Londra lavora intensamente, sempre dipingendo en plen air; attratto dai parchi della città accanto a una veduta del Parlamento lascia una tela che ha come soggetto Hyde Park.
Claude Monet non rientra direttamente in Francia, come la maggioranza dei compatrioti esiliati, finita la guerra, ma va in Olanda. Ne riporta numerose tele tra cui il Mulino a Zaandom, il Mulino di Gooyer ad Amsterdam e Marina olandese.
Ad Argenteuil, nel 1872 dipinge Impressione, sole nascente, in cui si spinge più in là nella dissoluzione dello spazio figurativo a vantaggio di un sentimento diffuso da giochi di tono, che darà il nome al nuovo movimento artistico. Viene esposto nel 1874 alla prima mostra impressionista allestita a Parigi nello studio del fotografo Nadar. La critica si scatena, piena di fiele e di sarcasmo; il pubblico è poco numeroso e viene più per puro divertimento che non per un vero interesse nei confronti delle tele impressioniste.

L’origine del termine Impressionismo è controversa. 

Alcuni affermano che il fratello di Renoir, incaricato di stampare il catalogo, chiese a Monet di cambiare i suoi titoli, troppo monotoni, e questi gli avrebbe risposto: «Mettete "Impressione"». Anche Manet ne rivendica la paternità. Ma ci sono forti probabilità che il termine sia stato pronunciato nel corso di animate serate al Cafè Guerbois.
È un momento di grande intensità creativa. Opere come Il giardino e la casa di Monet a Vetheuil e il Campo di papaveri vicino a Vetheuil sono dipinte in uno stato di grazia. Monet si dedica ad alcune serie di dipinti, in cui ripropone il medesimo soggetto osservato in stagioni e momenti diversi: studia così la diversa incidenza della luce e la consistenza della materia, attraverso le impressioni colorate fissate sulla retina dell’occhio, orientandosi verso un genere di rappresentazione della natura che sia una fonte inesauribile di sensazioni pure. Le pennellate, acquistano la forma di virgole serrate; i contorni sono sfumati e differenziati a vantaggio di un’enfasi marcata della luce e degli effetti cromatici che ne derivano.
Edouard Manet muore il 30 aprile del 1883: la sua scomparsa coincide simbolicamente con lo scioglimento di fatto del gruppo degli impressionisti. Un’esposizione rende loro onore a Londra.

Impressione, sole nascente e Donna con il parasole

Nel 1879, a soli 32 anni, muore la moglie Camille, modella di tante sue opere. Dal 1883 va a vivere a Giverny con Alice Hoschedé, che sposerà nel 1892. 

Monet va per la prima volta in Costa Azzurra in compagnia di Renoir. È sedotto dalla bellezza dei luoghi mediterranei. Dalle lunghe passeggiate riporta tele con tonalità assolutamente nuove, come per esempio nella Strada panoramica a Monaco. È a Giverny che intende stabilirsi con Alice, che diventerà la sua seconda moglie.
Nel 1890 acquista una bella proprietà; non viaggia più. Si limita ad andare ogni tanto a Parigi per presenziare alle serate del Cafè Riche o per portare la moglie al concerto. In cambio riceve spesso gli amici e soprattutto Octave Mirbeau che abita relativamente vicino.
La maggioranza delle opere pittoriche che porta a termine fino alla morte, nel 1926, scaturiscono dalla contemplazione dei dintorni di Giverny o di quel sapiente e misterioso giardino.
La gloria non attenua minimamente la ricerca ininterrotta e inappagata di una pittura atta a rendere l’immediatezza, l’atmosfera soprattutto e la stessa luce diffusa ovunque. Quindici sono le tele che costituiscono questo ciclo, dove i covoni sono rappresentati non solo a diverse ore del giorno, ma anche in stagioni diverse. Rinnova l’esperienza coi pioppi, colti anch’essi a tutte le ore del giorni e nella bella stagione.
Gli anni ’90 sono gli anni del ciclo delle cattedrali di Rouen e quelli dedicati alle ninfee del laghetto del suo giardino. Muore quasi cieco il 5 dicembre del 1926 a Giverny. Le otto lunghe tele con Nympheas, donate dal pittore al governo francese, vanno a ornare le stanze ovali all’Orangerie che aprirà al pubblico nel maggio 1927.

La Grenouillere e Ninfee

L’inizio del secolo lo vede a Londra e a Venezia. 

A Londra, ancora una volta dipinge il Parlamento, che osserva da un ospizio sulla riva opposta del fiume. Lo raffigura scuro, immerso in un triste crepuscolo, avvolto nel mistero e confuso con un cielo che si oscura. Realizza: Treni che si incrociano, Passaggio di treni, Nebbia sul Tamigi, Fiume nella nebbia.
L’ultimo lungo viaggio Monet lo fa a Venezia nel 1908, quando la sua vista comincia ormai a indebolirsi. Si stabilisce al Grand Hotel Britannia e si trattiene nella città lagunare da settembre a novembre.
In vecchiaia, dedica tutta la sua attenzione e la sua energia al giardino. Ne mette in evidenza il fascino e la poesia in un’incalcolabile quantità di composizioni; più degli alberi e dei fiori sono le superfici d’acqua ad attrarlo. 
Interrotto da una malattia agli occhi, nel 1914 fa costruire un terzo atelier a Giverny, che sarà pronto solo nel 1916. Fa allora sistemare delle tele su telai lunghi oltre quattro metri e alti due, che possono essere spostate su cavalletti mobili. Dispone queste tele in ovale attorno all’atelier. Monet può allora lavorare basandosi su schizzi o sulla memoria e dipinge senza sosta.
Nell’agosto del 1918, è ancora lontano dall’aver completato l’ultimo capolavoro. Si spegnerà il 6 dicembre. 

Letizia Bilella

Letizia Bilella
Diploma di maturità in Perito Commerciale e Programmatore, e laurea in Conservazione dei Beni Culturali (nello specifico in Beni Archivistici e Librari). Amo i libri sia come contenitore, sia per il contenuto. Amo scrivere, sia nel senso proprio di impugnare una penna, sia buttare idee su un foglio e dar loro forma. Dal 2010 collaboro con un settimanale della mia provincia (AG), e con varie testate giornalistiche della zona, occupandomi di cultura, spettacolo, e in alcuni casi anche di politica locale. Nel mio piccolo comune (Burgio) faccio la guida turistica, e collaboro attivamente con l’Amministrazione Comunale nell’organizzazione di eventi. Amo tutto quello che è arte, in ogni sua forma, ogni suo aspetto.
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Leonardo e il sorriso più enigmatico del mondo

Leonardo e il sorriso più enigmatico del mondo

Leonardo e il sorriso più enigmatico del mondo - Arte

Arte Di Letizia Bilella. Leonardo da Vinci. L’artista italiano più famoso, un genio che ha lasciato al mondo opere di ineguagliabile bellezza. Un sorriso, ancora oggi, avvolto nel mistero.


Nell'editoriale precedente, abbiamo lasciato Leonardo da Vinci a Milano, dove Ludovico il Moro gli commissiona il monumento equestre per il padre, Francesco Sforza.


Di pari passo con l’emergere di interessi copiosi ed eterogenei si fa strada in Leonardo l’esigenza di annotare in modo continuativo le proprie riflessioni, i progetti, gli studi. Ai fogli sparsi si affiancano quaderni di appunti di cui i più antichi sono il Codice Trivulziano e il Manoscritto B di Francia, entrambi redatti a Milano a partire dal 1487.
Il Codice Atlantico è una raccolta miscellanea realizzata da Pompeo Leoni, il quale incollò 1750 fogli e frammenti sparsi su pagine di grande formato poi rilegate in volume. Dal punto di vista della stesura, si possono distinguere due categorie di codici: una prima che comprende volumi dalla scrittura più ordinata, a penna, la cui compilazione è avvenuta in studio; una seconda che include libri più piccoli, scritti in modo frettoloso, a matita rossa. Contengono disegni di meccanismi di vario tipo e studi di meccanica teorica. Inoltre si trovano note sul progetto di deviazione dell’Arno ai tempi della guerra di Firenze contro Pisa e appunti sulla “Battaglia di Anghiari”; altre osservazioni riguardano la prospettiva e l’ottica e saranno utilizzate dal Melzi per il Libro di pittura.
Leonardo compilò un altro codice, il Codice Hammer, via via riempiendo a penna un doppio foglio dietro l’altro, ogni volta inserendolo nei precedenti. Oggi i fogli si presentano sciolti come nel corso della compilazione. Il codice prende il nome dal suo penultimo proprietario, l’americano Armand Hammer che lo acquistò a un’asta nel 1980. In precedenza era noto come Codice Leicester, dal nome del proprietario, Thomas Coke conte di Leicester, che lo comprò dal pittore Giuseppe Ghezzi nel 1717. Leonardo compilò il manoscritto nel biennio 1506-1508, con aggiunte fino al 1510. Il suo tema principale è l’acqua, con studi e splendidi disegni di correnti e vortici.

Nel 1499 Leonardo lascia il ducato di Milano, invaso dalle truppe francesi, e riprende la via di Firenze. 

Nel suo viaggio di ritorno fa una prima tappa a Mantova, presso Isabella d’Este, moglie di Francesco II Gonzaga. Per lei Leonardo esegue un celebre ritratto a carboncino, promettendo di trasportarlo al più presto in un dipinto su tavola poi mai realizzato. Dopo Mantova è la volta di Venezia, dove è incaricato dalla Serenissima di un piano per allagare una zona particolarmente esposta alle possibili scorrerie dei turchi.
All’arrivo a Firenze, l’artista alloggia presso i padri serviti nel convento della Santissima Annunziata. Tempo dopo abiterà poi in casa del matematico Piero di Braccio Martelli, non distante dal Duomo e da Palazzo Medici. Il biennio 1500-1502 è quello in cui vi risiede in modo più continuativo, fatta eccezione per brevi assenze, come in occasione di un suo viaggio a Roma.
Nell’estate del 1502 prende una decisione importante, allontanandosi dal capoluogo toscano per entrare a servizio di Cesare Borgia, detto il Valentino, figlio naturale di papa Alessandro VI. La nomina di Leonardo a «Prestantissimo e Dilettissimo Familiare Architetto e Ingegnere Generale» del Valentino è un’investitura in piena regola con tanto di patente scritta.
Per la ricerca in campo tecnico-scientifico realizzerà una delle sue opere più prestigiose, la grandissima Battaglia di Anghiari, commissionata a Leonardo nel 1503 dal governo fiorentino per ricordare un glorioso episodio della storia della repubblica. Poiché il cartone della Battaglia di Anghiari è andato perduto e quanto Leonardo aveva dipinto sulla parete del salone è scomparso nel 1563 sotto i dipinti di Vasari, il ricordo di quell’opera è oggi trasmesso solo da copie, la più celebre delle quali è la cosiddetta Tavola Doria.
Al secondo soggiorno fiorentino risale anche un ardito progetto mai realizzato: la deviazione del corso dell’Arno. Il progetto aveva il duplice vantaggio di rendere navigabile l’Arno da Firenze fino al mare, e di far raggiungere al fiume importanti zone del territorio di influenza fiorentina.
Leonardo osserva il comportamento degli uccelli rispetto al vento e ne scrive attorno al 1505 in Il codice sul volo degli uccelli, oggi alla Biblioteca Reale di Torino. Per quanto riguarda invece gli studi anatomici, all’inverno 1507-1508 risale la prima dissezione documentata su un cadavere, mentre gli studi sul volo sono caratterizzati in questi anni fiorentini da molti progressi. Il moto a spirale entra a far parte del linguaggio artistico leopardiano, suggerendo la torsione della Leda col cigno dell’omonimo dipinto, o gli impetuosi grovigli della Battaglia.

Battaglia di Anghiari: copia di Paul Rubens e Tavola Doria

Nel 1506 Leonardo sta ancora lavorando alla Battaglia di Anghiari quando deve abbandonare il dipinto, chiamato a Milano dal governatore francese Charles d’Ambroise. 

Ne nasce un diverbio con la Signoria fiorentina che dopo l’intervento diretto del re di Francia, si dispone a sciogliere l’artista dai suoi impegni e gli consente di stabilirsi definitivamente a Milano nel 1508. Qui rimane fino al 1513 stipendiato da re Luigi XII che gli restituisce anche la vigna a San Vittore. Nel 1509 dipinge il San Giovanni Battista, una figura dall’aspetto e dallo sguardo inquietanti, e una nuova versione della Vergine delle Rocce.
Un notevole risultato ottiene in questi anni nel campo degli studi anatomici; la sua attenzione per i misteri del corpo umano si rafforza in questi anni sia grazie alla pratica della dissezione dei cadaveri, sia per la vicinanza stimolante di Marcantonio della Torre, medico-anatomista allo Studio di Pavia, con l’aiuto del quale compie i suoi studi.
Il 1511 è l’anno della Lega Santa, indetta da papa Giulio II contro i francesi. Suoi alleati sono Venezia e la Spagna. Tra gli esiti vittoriosi della Lega ci sono, nel 1512, la restaurazione degli Sforza a Milano e il ritorno dei Medici a Firenze, prima con Giuliani, uno dei figli del Magnifico, poi con Lorenzo, suo nipote.
A Milano la posizione di Leonardo si fa delicata; nel 1513 l’artista decide di trasferirsi a Roma dove può contare sull’appoggio di Giuliano de Medici, fratello del papa. A Roma vive appartato, dedicandosi ai suoi vari interessi. Al 1513-1519 può risalire il Bacco conservato al Louvre. Immagine simile a quella già vista del San Giovanni Battista e dell’angelo dell’Annunciazione.

Dopo la morte del suo protettore Giuliano de Medici nel 1516, nel 1517 il maestro accetta la proposta di Francesco I di trasferirsi in Francia al suo servizio. 

Il re lo nomina primo pittore, architetto e ingegnere, e lo alloggia nel castello di Cloux: Leonardo è di nuovo protagonista.
In Francia coglie i frutti della sua piena maturità; a Cloux ritocca nuovamente la Gioconda, dipinta fra il 1503 e il 1505 a Firenze, celeberrima opera conservata al Louvre. Della Gioconda lascia ancora perplessi il misterioso sorriso; un sorriso che, come è stato osservato, è nello sguardo prima che sulle labbra. Quell’espressione intensa degli occhi e quella bocca increspata che appartengono anche al San Giovanni. Fra le varie tesi, anche quella che ritiene che la Monnalisa su un fondo che molto probabilmente è nelle vicinanze di Arezzo, là dove le acque raccolte nella val di Chiana vanno a gettarsi nell’Arno e il ponte che appare sulla destra del dipinto somiglia molto a quello medievale di Buriano.


Fu Napoleone Bonaparte a far uscire dall’oblio la Gioconda appendendola nella sua camera da letto del castello di Fontambleau così come nel 1796, quando conquistò la Lombardia, pare che, senza scendere da cavallo, avesse scritto con una matita in un foglio posato sul morbido stivale che s’era appena fatto fare a Milano, l’ordine di preservare il Cenacolo dalle furie belliche. Sicché la Gioconda passerà poi per suo ordine al Louvre, appena fondato come museo, ed è lì che verrà rubata il 21 agosto del 1911 da un decoratore varesino che voleva vendicarsi dei furti napoleonici. La vendetta verrà, a Gioconda restituita, per mano del guru delle avanguardie visive quando Marcel Duchamp ne inventerà una parodia concettuale nel 1919, disegnandole i baffi e il pizzetto, e ponendo sotto la sua riproduzione fotografica la scritta L.H.O.O.Q. (lettere da leggere, ovviamente, secondo la pronuncia francese: elle ache oo cu, cioè elle a chaud au cul). Il mito, fra re, imperatore, museo, furto e burlesca parodia, ne fa oggi il più famoso dipinto del mondo.

Riproduzioni celebri della Gioconda: Andy Warhol, Botero, Marcel Duchamp

Anche in Francia, Leonardo applica nuovamente la sua attenzione agli studi sulle correnti e sui vortici d’acqua. Prendono forma altri progetti di canalizzazione e bonifica.
Nell’aprile 1519, Leonardo fa testamento. Suo esecutore testamentario viene nominato l’amico e allievo Francesco Melzi, a cui lascia i suoi manoscritti oltre ad «altri istrumenti et portracti». Il maestro chiede di essere seppellito nella chiesa di Saint-Florentin ad Ambroise. Il momento del trapasso, il 2 maggio del 1519, è stato immaginato e fissato in dipinti dei secoli successivi, il più celebre dei quali è quello di Ingres che, fa morire Leonardo tra le braccia di Francesco I, in una scena ricca di pathos dal gusto tipicamente romantico. L’artista italiano più famoso nel modo; un genio che lasciato al mondo opere di ineguagliabile bellezza. Un sorriso, ancora oggi, avvolto nel mistero.

Letizia Bilella

Letizia Bilella
Diploma di maturità in Perito Commerciale e Programmatore, e laurea in Conservazione dei Beni Culturali (nello specifico in Beni Archivistici e Librari). Amo i libri sia come contenitore, sia per il contenuto. Amo scrivere, sia nel senso proprio di impugnare una penna, sia buttare idee su un foglio e dar loro forma. Dal 2010 collaboro con un settimanale della mia provincia (AG), e con varie testate giornalistiche della zona, occupandomi di cultura, spettacolo, e in alcuni casi anche di politica locale. Nel mio piccolo comune (Burgio) faccio la guida turistica, e collaboro attivamente con l’Amministrazione Comunale nell’organizzazione di eventi. Amo tutto quello che è arte, in ogni sua forma, ogni suo aspetto.
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Leonardo da Vinci: dalla bottega del Verrocchio al Cenacolo

Leonardo da Vinci: dalla bottega del Verrocchio al Cenacolo

Leonardo da Vinci: dalla bottega del Verrocchio al Cenacolo - Arte

Arte Di Letizia Bilella Leonardo da Vinci, il genio autodidatta: dalle opere giovanili nella bottega del Verrocchio a Firenze,  al suo periodo milanese sotto Ludovico il Moro.

Entrando in Santa Maria delle Grazie a Milano, si possono ammirare due dipinti che si guardano tra di loro, due dipinti che narrano la storia delle arti nell’ultimo decennio del XV secolo: l’affresco del milanese Donato Montorfano, Crocifissione sul Golgota e, in fondo alla sala, il Cenacolo di Leonardo da Vinci. Il primo sembra disinteressarsi agli schemi centro-italiani del Rinascimento e rimane ancorato all’iconografia dell’Europa gotica e nordica. Il Cristo è crocifisso su una croce latina con i chiodi, i due ladroni sono posti su una croce a T alla quale sono legati da corde, la Madonna è con il classico velo azzurro ed è posta sulla sinistra del dipinto, sconsolata fra le pie donne. Il Cenacolo di Leonardo è stato la sua ossessione prima; diverrà il suo trionfo poi.
Soleva dal nascere sole sino a l’imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordatosi il mangiare e il bere, di continuo dipingere.
(Matteo Bondello)

È la notte del 15 aprile del 1452. A Vinci, un borgo immerso nel verde delle colline toscane tra Firenze e Pistoia, una donna sta per partorire. 

Il suo nome è Caterina e non è sposata. Il padre del bambino è ser Piero da Vinci, venticinquenne, di professione notaio, come vuole la tradizione di famiglia, una delle più antiche e più in vista del luogo, proprietari di terreni e immobili in paese e nelle sue adiacenze.
Secondo il calcolo dell’epoca, che contava le ore notturne a partire dal tramonto, sono le 03:00 (le 22:00) di un sabato quando Caterina dà alla luce suo figlio Leonardo in una casa della frazione di Anchiano.
La nascita del figlio illegittimo non doveva costituire un problema per quei tempi. Difatti il piccolo Leonardo viene tranquillamente riconosciuto da ser Piero e va a vivere col padre nella casa di famiglia dei da Vinci dove trascorre l’infanzia e l’adolescenza. Senza che però ci sia il “lieto fine” del matrimonio dei suoi genitori. Caterina era una donna di ceto sociale inferiore, forse a servizio in casa da Vinci, viene allontanata e poco dopo si sposa con Antonio di Piero Buti del Vacca.
Del periodo passato a Vinci e dei suoi familiari Leonardo non parla quasi mai nei suoi scritti.
Tutto il mondo considera Leonardo un genio, ebbene lui la pensava in maniera diversa; si definiva «omo sanza lettere», ovverosia sprovvisto di un’adeguata conoscenza di greco e latino. Ci sarà sempre in lui una vena polemica contro l’insegnamento accademico e cattedratico e l’orgoglio dell’autodidatta che si è fatto con le sue mani.
Ne Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, di Leonardo il Vasari accenna alla primissima educazione dell’artista a Vinci. Leonardo sapeva dunque già disegnare quando entrerà nella bottega del Verrocchio a Firenze? E in questo caso, ha imparato da solo o ha avuto un maestro? Questi interrogativi non hanno ancora trovato una risposta. La nebbia che avvolge l’alba del suo periodo di formazione aumenta per la mancanza di opere a lui attribuite fino al 1473, data del disegno con paesaggio conservato agli Uffizi di Firenze, che fu dunque eseguito quando Leonardo si trovava già da alcuni anni presso il maestro fiorentino e che resta fino a questo momento la sua prima opera autografa nota.

Il Cenacolo

Leonardo da Vinci giunge a Firenze sedicenne, nel 1468, ed entra nella bottega del Verrocchio. 

Il padre, ser Piero, diventa notaio della famiglia Medici; nel 1469 avrà inizio il governo del Medici più famoso: Lorenzo il Magnifico. Nel secondo 400 il capoluogo toscano appare una città florida, attiva e popolosa, con un tessuto urbano già ricco di splendidi edifici pubblici e chiese prestigiose.
Leonardo è menzionato tra le giovani promesse di Firenze. L’anno di ingresso alla bottega del Verrocchio è fissato al 1469 e nel 1476 vi risulta ancora attivo, sebbene fin dal 1472 sia iscritto alla corporazione di San Luca, l’associazione dei pittori fiorentini, e quindi possa ricevere commissioni in proprio.
La prima opera di Leonardo conosciuta è il Paesaggio della vallata dell’Arno del 1473. Alla scuola del Verrocchio, lavora collaborando ad alcune opere, come il Battesimo di Cristo. Della Madonna di Piazza, al pittore viene attribuita una parte della predella dove è raffigurata l’Annunciazione. Tra le prime prove del geniale artista si possono elencare: la Madonna del garofano, la Madonna Benois o la perduta Madonna del gatto. Permane l’incertezza attributiva per la Madonna Dreyfus, su cui la critica si divide facendo sia il nome di Leonardo che quello di Lorenzo di Credi.
Il primo e unico ritratto di ambiente fiorentino è quello di Ginevra Benci eseguito tra il 1474 e il 1476. Una figura a mezzo busto che evoca i busti scolpiti dal Verrocchio, in particolare la Dama del mazzolino.

Capolavoro giovanile di Leonardo è l’Adorazione dei Magi, dipinta per un convento nei dintorni di Firenze, San Donato a Scopeto, rimasta però incompiuta. 

Il tema dell’adorazione non era un soggetto estraneo alla tradizione artistica toscana, Leonardo lo rinnova. La scena è ambientata all’aperto, con la capanna della Natività decentrata sulla destra. Le figure si organizzano attorno al personaggio della Vergine, al centro della composizione. La concitazione dei loro gesti crea una tensione dinamica dell’insieme in cui alcuni vedono già tradursi quei moti interiori a partire da un centro propulsore che poi caratterizzeranno il Cenacolo milanese. Nel personaggio in primo piano sull’estrema destra che guarda fuori della scena andrebbe visto un autoritratto dell’artista. Nel modellare le singole figure, sfrutta la preparazione del supporto, creando volumi chiari e luminosi che emergono dalle zone d’ombra tratteggiate a bistro.
Il marcato interesse per l’anatomia che emerge in questi dipinti giovanili, introduce al discorso della personalità eclettica di Leonardo da Vinci e della compresenza armonica di molteplici interessi nella sua ricerca. Le sue indagini nei vari campi del sapere risultano collegate, riflettendosi spesso le une sulle altre. Nei dipinti la raffigurazione del corpo umano, gli elementi strutturali della composizione e i riferimenti vegetali non hanno solo una valenza artistica nel senso di estetica, ma rispecchiano anche un modo “scientifico” di guardare al mondo reale; l’arte è per Leonardo uno dei modi possibili di interpretare e trasmettere fedelmente la conoscenza del mondo sensibile.

Vergine delle Rocce e l’Adorazione dei Magi.

Nel 1482 Leonardo abbandona Firenze per Milano. Secondo l’Anonimo Gaddiano, a portarlo nel capoluogo lombardo è una missione diplomatico-culturale affidatagli da Lorenzo de Medici.

Al suo arrivo a Milano, Leonardo si fa precedere da una lettera indirizzata a Ludovico il Moro. Come in un curriculum ante litteram, vi si trovano elencate le varie competenze per cui ritiene di poter essere utilmente impiegato dal duca. Ciò su cui maggiormente si insiste sono le sue capacità di ingegnere militare e civile, oltre a quelle naturalmente di pittore e scultore.
Leonardo si ferma nel capoluogo lombardo, restando al servizio di Ludovico il Moro per quasi 20 anni, fino al 1499.
Alloggia nel quartiere di Porta Ticinese con i fratelli de Predis, autori dei pannelli laterali della Vergine delle Rocce del Louvre, il suo primo dipinto milanese. L’iconografia enigmatica e il contenuto ermetico della tavola sono oggetto di dibattito. Leonardo aveva avuto l’incarico della stesura d’una grande pala che la Confraternita laica dell’Immacolata Concezione voleva per la chiesa di San Francesco Grande, quella dell’ordine conventuale concorrente dei domenicani. Leonardo dipinse la Vergine delle Rocce dove la prospettiva si raddoppia su due punti di fuga nella linea delle due aperture fra i massi di pietra; pose un solo Angelo che diventa protagonista mentre indica con il dito non il Salvatore ma san Giovanni. Il fondo del dipinto ha lasciato via libera a ogni tipo di congetture, esattamente come quello dinnanzi al quale sorride la Gioconda.
Al 1485 risale il Ritratto di musico; magistrale la resa degli occhi dai riflessi vitrei, frutto di attendo studio, che si impongono come finestra dell’anima e punto focale della composizione. Leggiadre e al tempo stesso potenti sono le due immagini femminili della Dama con l’ermellino e della Belle Ferronniere, entrambi indimenticabili per concisione e forza di rappresentazione.
L’opera più impegnativa e famosa è il Cenacolo di Santa Maria delle Grazie. A causa della tecnica usata e dell’umidità, l’opera ha subito un deterioramento precoce che ne ha compromesso irrimediabilmente la leggibilità. I primi restauri risalgono al 700, l’ultimo si è protratto dal 1978 al 1999 recuperando colori e particolari da tempo perduti.

L’attività di Leonardo in campo artistico copre solo una piccola parte del suo operato del soggiorno milanese. 

Ebbe la presenza di Leonardo a Milano un’influenza decisiva sulla mutazione del gusto: quelle ombre che aveva assorbito nei paesaggi lombardi resero ancor più convincente le tonalità rugginose che già lo avevano ossessionato a Firenze. Il contributo estetico di Leonardo è fondamentale e farà scuola. È intrigante scoprire nei disegni una libertà d’invenzione agitata che la pittura sembra volere celare nella calma dell’opera definitiva. Nondimeno quel clima milanese che Leonardo contribuisce a consolidare avrà solo brevi emuli. Bernardino Luini ne raccoglie le dolcezze che pone nella sua Madonna del roseto. In pieno 500 i suoi disegni, devono essere stati copiati e avere circolato assai se se ne ritrova l’esaltazione nelle caricature del praghese Wenceslaus Hollar e dal fiammingo Quentin Massys.
Altro aspetto dell’eclettica personalità del genio, musico e inventore di strumenti musicali, è quello connesso con il suo ruolo di maestro cerimoniere, in cui il suo genio versatile si troverà a cimentarsi con l’allestimento di feste e spettacoli.
Tra le sue fondamentali mansioni c’è quella di ingegnere ducale: si occupa di architettura civile e militare.
Al periodo milanese risalgono anche i primi studi architettonici. La progettazione di modelli architettonici apre all’artista la strada verso altri campi di indagine.
Leonardo sembra animato da un’inesauribile curiosità intellettuale che lo porta da una cosa all’altra in un processo di continua scoperta e approfondimento. Nuovi interessi nasceranno in successione da altri progetti o problemi a cui lavora durante il soggiorno milanese. L’ideazione di macchine militari o di tipo industriale, la messa a punto di opere idrauliche.
Lo studio del latino, ripreso per affrontare, lui omo sanza lettere, i grandi testi della tradizione scientifica classica e i trattati degli umanisti; dal 1496 inizia a studiare la geometria e attorno al 1489-1490, si dedica ai primi importanti studi di anatomia sviluppa anche l’interesse per il volo e per la costruzione di macchine volanti.



Letizia Bilella

Letizia Bilella
Diploma di maturità in Perito Commerciale e Programmatore, e laurea in Conservazione dei Beni Culturali (nello specifico in Beni Archivistici e Librari). Amo i libri sia come contenitore, sia per il contenuto. Amo scrivere, sia nel senso proprio di impugnare una penna, sia buttare idee su un foglio e dar loro forma. Dal 2010 collaboro con un settimanale della mia provincia (AG), e con varie testate giornalistiche della zona, occupandomi di cultura, spettacolo, e in alcuni casi anche di politica locale. Nel mio piccolo comune (Burgio) faccio la guida turistica, e collaboro attivamente con l’Amministrazione Comunale nell’organizzazione di eventi. Amo tutto quello che è arte, in ogni sua forma, ogni suo aspetto.
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Vincent Van Gogh: il giallo che colorò il mondo

Vincent Van Gogh: il giallo che colorò il mondo

Vincent Van Gogh: il giallo che colorò il mondo

Arte Di Letizia Bilella Vincent Van Gogh: autodidatta, indisciplinato, animo tormentato, emarginato in vita e celebrato dopo il suicidio, un artista che ha condotto la pittura al di là delle sperimentazioni impressioniste, portando luce e colore a diventare espressione dell’anima.

Il 27 gennaio del 1891 morì il fratello di Vincent, Theo van Gogh; aveva 34 anni; Vincent morì tre anni dopo a 37 anni come Raffaello Sanzio e Mozart prima di lui e come Amedeo Modigliani dopo di lui. I geni se ne vanno via presto, alcuni chiamati dalla sorte nefasta, altri per volontà propria.
Le professioni verso cui si indirizzavano abitualmente i maschi della famiglia Van Gogh erano sostanzialmente due: il prete e il mercante d’arte. Vincent imboccò prima l’una e poi l’altra strada con sincera volontà di riuscita. Tutte e due le volte fu un fallimento ma entrambe le esperienze pesarono sulla sua futura carriera artistica.
Scriveva Artaud:
Non si tratta della crudeltà che possiamo esercitare gli uni contro gli altri ma di quella ben più terribile e necessaria che le cose possono esercitare contro di noi. Noi non siamo liberi. E il cielo ci può tuttora cadere sulla testa.
Sembra che parli dei cieli contorti e minacciosi dipinti da Vincent Van Gogh negli ultimi anni della sua brevissima stagione pittorica. Evoca il dipinto del Campo di grano dell’estate del 1890, quello con i corvi che volano sotto un cielo minaccioso che sembra contenere due volte il sole come un’allucinazione.

Vincent Van Gogh nasce a Groot Zundest, nel Brabante olandese, il 30 marzo del 1853, figlio di Theodorus Van Gogh, pastore protestante e Anna Corbentus. 

Le notizie sui primi dieci anni della sua vita sono scarse.  Nel 1864 a 11 anni viene mandato in un collegio nella vicina Zevenbergen, ma già nel 1868 la sua carriera scolastica si interrompe bruscamente. I motivi sembrano essere economici ma l’abbandono è anche dovuto al suo scarso profitto scolastico.
Nel 1869 uno zio gli trova lavoro presso una filiale della casa d’arte parigina Goupil a l’Aja. Alla Goupil entra in contatto diretto e stabile con la pittura e con il disegno e può accedere a un gran numero di riproduzioni e fotografie di opere d’arte del passato e contemporanee; nel tempo libero ha poi l’occasione di visitare i musei della città e studiare le opere dei maestri olandesi.
Il 1873 è l’anno del suo trasferimento alla filiale di Londra dove rimane per due anni; l’unico svago della città britannica sono le visite ai musei, la lettura e il disegno. È proprio durante il soggiorno londinese che comincia a farsi strada in Vincent un atteggiamento mistico che via via si trasforma in vero e proprio furore religioso.
L’esperienza alla Goupil aveva lasciato il segno nella sua mente e nel suo cuore fissandovi la passione per l’arte e affinandone il gusto. In un’epoca in cui la fruizione diretta delle opere d’arte era un fenomeno sostanzialmente d’elite, la casa d’arte parigina e le sue filiali assolvevano al compito di diffondere la produzione artistica contemporanea attraverso la realizzazione e la vendita di riproduzioni. Il disegno è l’ambito espressivo da cui Van Gogh riparte per arrivare poi, gradualmente, alla pittura.

Campo di grano di Vincent Van Gogh

Una vita da girovago la sua, dal maggio 1875 all’aprile 1876 lavora a Parigi. 

Raggiunge col padre un compromesso: sarà lasciato libero di seguire la sua vocazione ma in modo tale da garantirsi uno sbocco vantaggioso, studiando cioè teologia all’università di Amsterdam. Ma ad un certo punto decide di rinunciare: la fatica è troppa.
Nel luglio del 1878 lascia Amsterdam per tornare a Etten. All’inizio del 1879 arriva dalla scuola evangelica di Bruxelles un parziale riconoscimento, la nomina temporanea a predicatore laico del vicino paese di Wasmes, con un compenso di 50 franchi mensili. Vincent sembra vicino a raggiungere il suo obbiettivo ma la sua incapacità di essere normale compromette le cose ancora una volta. Si rifiuta di abitare in una casa dotata di comodità trasferendosi in una baracca, dorme per terra, mangia pane e acqua, cammina a piedi nudi, si infligge penitenze corporee, cura con devozione gli infermi anche se si tratta di malattie contagiose. Tanto zelo non è ben visto dai superiori che decidono di non rinnovargli l’incarico e, sconvolto da questo provvedimento si trasferisce nel villaggio di Cuesmes, dove farà il predicatore.

Solo contro tutti, vive nella più totale indigenza senza neppure più il conforto della corrispondenza con Theo. Nel 1880 i due fratelli smettono di scriversi fino al mese di luglio.

La voglia di disegnare lo prende prepotentemente all’epoca del suo volontariato tra i minatori del Borinage. Vincent prende a disegnare con determinazione e accanimento, tanto più che il suo proposito viene rafforzato dalla speranza di poter contare sull’aiuto economico di Theo che nel luglio del 1880 gli manda il primo degli assegni mensili che gli garantirà per tutta la vita. I soggetti prescelti della prima produzione sono i poveri minatori dei disegni d’esordio e i tessitori; i personaggi ritratti nella stragrande maggioranza delle opere, anche pittoriche, degli inizi.
Nell’ottobre 1880, Vincent si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bruxelles per completare la sua formazione con un’educazione formale. Studia anatomia e prospettiva e frequenta il pittore Anton von Rappard, lavorando per qualche tempo nel suo atelier. Insofferente agli studi accademici, abbandona e continua da solo la sua preparazione.
Nell’aprile del 1881 si stabilisce a Etten dove disegna senza sosta, ritraendo i contadini al lavoro nei campi, la sua passione non corrisposta per la cugina Kee interviene a dare una conclusione drammatica al suo soggiorno, fino al gesto plateale di Vincent che una sera giunge a bruciarsi la mano (la sinistra) sulla fiamma di una candela.
Il padre lo caccia di casa la notte del Natale del 1881 e lui si trasferisce all’Aja dove frequenterà il pittore Mouve, un suo lontano parente. Con la sua guida approda alla pittura eseguendo, sul finire del 1881, i suoi primi dipinti a olio, due tele dal titolo Natura morta con cavolo e zoccoli e Natura morta con boccale di birra e frutta. I primissimi dipinti di Van Gogh ritraggono soprattutto paesaggi. Fin dai suoi esordi, è orientato verso immagini intense, più che belle, ben fatte.

I mangiatori di patate e Natura morta con cavolo e zoccoli di Vincent Van Gogh

Nel gennaio 1882 entra nella sua vita Clasina Maria Hoornik, detta Sien, una prostituta più vecchia di lui, alcolizzata incinta e già madre di una bambina. 

Vincent la accoglie in casa facendone la sua compagna e la sua modella. Finché decide addirittura di sposarla. Theo lo convince a separarsi da Sien, per dedicarsi esclusivamente all’arte.
Ha inizio per l’artista un periodo di solitudine e di amarezza. Nel dicembre del 1883 Vincent fa di nuovo ritorno a casa dei genitori a Nuenen, nel Brabante del Nord. Capolavoro di questo periodo è I mangiatori di patate eseguito nell’aprile-maggio 1885, che ritrae una semplice scena di vita familiare in una casa contadina.
Tra il novembre 1885 e il febbraio 1886 vive ad Anversa, dove riprende contatto con gli ambienti artistici ufficiali e dove si iscrive alla locale Ecole des Beaux-Arts; visita i musei, rimanendo affascinato dalle opere di Rubens e colleziona stampe giapponesi.
All’inizio di marzo va a Parigi dal fratello Theo: vi rimarrà fino a febbraio 1888, frequentando l’atelier del pittore Carman, dove incontra Tolouse-Lautrec ed Emile Bernard, e gli amici del giro degli impressionisti del fratello Theo: Signoe, Pissarro e Gauguin.

All’epoca, il meglio per un’aspirante artista è senza dubbio Parigi, la città che in quegli anni è ombelico del mondo, la metropoli del futuro dove sono da poco nate la fotografia e il cinema dei fratelli Lumière.

È la culla dell’impressionismo che ha inaugurato un modo rivoluzionario di dipingere, è il luogo in cui si sta innalzando l’incredibile mole di ferro della Tour Eiffel che presto sconvolgerà il vecchio panorama urbano, è la meta di rendez-vous culturali e mondani imperdibili come l’Esposizione Universale. È la capitale del piacere, con i suoi famosi locali notturni, primo fra tutti il Moulin Rouge.
Vincent giunge a Parigi il 28 febbraio del 1886. Theo lo accoglie in casa sua, i due fratelli iniziano una convivenza che sulla carta sembra offrire solo vantaggi: per Vincent non ci sarà più lo stillicidio e l’attesa spesso tormentosa dell’assegno mensile di Theo, mentre per la gestione comune delle spese potrà ridurre gli eventuali sprechi. Inoltre, le conoscenze di Theo e la frequentazione dell’ambiente artistico parigino si preannunciano decisamente favorevoli per gli sviluppi della carriera artistica di Vincent.
Van Gogh resta nella capitale francese dal febbraio 1886 al febbraio 1888. Momento della sperimentazione tecnica e del confronto con le tendenze più innovative della pittura contemporanea.
L’impatto diretto con la vita culturale della capitale, lo fa entrare in contatto con le tendenze d’avanguardia, mettendo in moto un processo di fondamentale importanza per la sua crescita scolastica. La tavolozza di Van Gogh muta e si arricchisce, il repertorio dei suoi soggetti che adesso accolgono temi tipicamente impressionisti cogliendo attimi di vita contemporanea in contesti cittadini, o atmosfere vibranti di luce in spazi aperti fuori città. Come i pittori impressionisti, anche Vincent si reca sulle sponde del fiume a lavorare “en plen aie”. E la pittura all’aperto lo porta ad approfondire il suo rapporto con il colore. Lo studio del colore polarizza la sua attenzione: ora giunge a coglierlo nella sua autonomia, senza più attribuirgli un carattere prevalentemente descritto come nel periodo più strettamente realista. I suoi colori diventano sempre più chiari e brillanti.

Pere Tanguy e Ponte di Langlois

Alla scoperta della pittura impressionista si collega, nel biennio parigino, la crescita dell’interesse di Vincent per l’arte giapponese che già appare in alcune sue lettere da Anversa. 

A Parigi le stampe giapponesi erano già oggetto di culto per Monet e compagni e non solo. Era una passione scatenatasi negli ambienti artistico-culturali parigini, non per il fascino dell’esotico ma anche per la curiosità sorta attorno a manufatti provenienti da un paese di cui si conosceva poco o niente. Van Gogh inizia a collezionare stampe giapponesi e a tenerne conto nei propri dipinti. Nel Pere Tanguy rende esplicito omaggio all’arte giapponese con le stampe che compaiono sullo sfondo della tela.
Negli anni parigini, incontra altri artisti, frequenta gli stessi luoghi; uno di questi è il Tambourin a Montmartre la cui proprietaria è una ex modella di Degas, l’italiana Agostina Senatori con la quale Vincent ha una breve relazione: a lei dedica un bel ritratto seduta a uno dei tavolini del suo caffè.
A Parigi la vita è fatta principalmente di competizione e di stress: «Per riuscire occorre ambizione»; il fatto che continui a non vendere i suoi quadri certo non lo aiuta né migliora i suoi rapporti con Theo dal cui sostegno si aspetta ben altro. 

Nel febbraio 1888 parte alla volta della Provenza, diretto al caldo rifugio di Arles, dove alla fine dell’anno lo raggiunge Gauguin.

Sotto il cielo di Provenza si stabilisce una corrispondenza tra il suo animo, la realtà esterna e la sua arte. La soggettività entra a far parte del dipinto; Vincent arriva a postularla come un bisogno irrinunciabile del proprio individuale processo creativo. La sua corrispondenza col fratello è piena di lucide autoanalisi circa il proprio stato mentale ed emotivo e ricca di preziose informazioni sulla gestazione artistica delle sue opere. 
Affitta quattro stanze in un edificio in place Lamartine: la celebre Casa gialla che ritrae nel dipinto omonimo. In attesa di sistemarla, dorme in una camera al Cafè de la Gare, dove diventa amico dei proprietari, i coniugi Ginoux. La signora Ginoux poserà per L’arlesiana, mentre il postino Roulin, sarà immortalato in vari ritratti e sua moglie verrà raffigurata nelle cinque versioni della Berceuse. Sono le stampe giapponesi il modello dei dipinti col motivo dei frutteti e delle diverse versioni del Ponte di Langlois che ricordano alcune vedute di Hiroshige. Ciò che rimane dell’influenza impressionista è la fedeltà di Van Gogh alle tonalità chiare e all’esecuzione “en plen air”: i colori, specie il gialloPaul Gauguin ricorda questo viscerale amore di Vincent Van Gogh per il giallo: 
Amava il giallo, il buon Vincent, quel pittore d'Olanda; bagliori di sole riscaldavano la sua anima, che aveva orrore delle nebbie. Un bisogno di colore. 
Anche dipingere all’aperto è una pratica irrinunciabile per Van Gogh; Esterno di caffè di notte e Notte stellata sul Rodano, eseguiti nel settembre del 1888, restano tra i suoi dipinti più suggestivi. Le stelle vi appaiono come soli in piena notte, circondate da un’aureola sfavillante simile al luccichio delle pietre preziose.
I colori stesi a piatto e con la spatola allo scopo di creare superfici ampie e omogenee caratterizzano un dipinto come La camera di Arles, la cui prima versione è dell’ottobre 1888. 

Van Gogh, Esterno di caffè di notte e Notte stellata sul Rodano

Il 23 dicembre del 1888, senza motivo apparente, prende un rasoio per colpire l’amico Gauguin che fuggendo spaventato passa la notte in albergo. Nel frattempo Vincent, in preda a una violenta crisi, si taglia il lobo dell’orecchio sinistro e lo porta incartato come un regalo a una prostituta di nome Rachel.

Quel tragico 23 dicembre in cui si mozza l’orecchio sinistro con un rasoio, Van Gogh è colto dal primo clamoroso caso di follia. Alcuni hanno avanzato l’ipotesi che l’episodio debba spiegarsi con uno scoppio di autolesionismo combinato con allucinazioni auditive di un’acutezza insopportabile.
Il male di Vincent esplode in tutta la sua virulenza dopo anni di latenza nelle profondità del suo ego. I segni di una personalità disturbata sono già rintracciabili in molti dei suoi passati contemporanei, dal fanatismo religioso al tempo della predicazione nel Borinage all’esaltazione che caratterizza le sue fallimentari esperienze amorose. 
Nel 1882, nella lettera in cui Vincent rievoca il rifiuto della cugina Kee, che non aveva accettato il suo amore, spunta un accenno al suicidio, qui condannato in modo categorico. La bassa autostima di Van Gogh, accresciuta dalla frustrazione di un lavoro rivolto con grande pena e perennemente invenduto. La sua dipendenza economica dal fratello, lo fa sentire un’inutile zavorra, con conseguenti pensieri di morte


Nei due ospedali in cui fu ricoverato, Vincent fu ritenuto epilettico. A questi sintomi si associavano allucinazioni intollerabili sia visive che auditive; in seguito si è pensato soffrisse di epilessia parziale. 

Circa la causa esterna che avrebbe scatenato le crisi epilettiche, quella più probabile sembra l’abuso di assenzio, bevanda oggi considerata una vera e propria droga, all’epoca diffusissima in Francia, tanto che nel secondo 800 il suo consumo toccò punte altissime. Tolouse-Loutrec, Gauguin, Modigliani e Daumier furono grandi bevitori di assenzio e sia Monet che Degas ne fecero perfino il soggetto di alcuni loro dipinti. L’assenzio è responsabile di una percezione distorta dei colori denominata discromatopsia; c’è chi ha voluto far risalire proprio a questo difetto visivo l’origine del giallo Van Gogh: quella tonalità brillante e solare tipica della sua produzione arlesiana. 
Nel maggio 1889 a Saint-Remy si fa ricoverare alla Maison de Santé di Saint-Paul-de-Mausale, il locale istituto per alienati, dopo avere scritto al fratello Theo che la sua follia era sicuramente dovuta all’abuso prolungato di alcol, ma continua lo stesso a lavorare. Le sue opere cominciano a ricevere i primi apprezzamenti: espone a Les XX di Bruxelles. Iris assieme alla Notte stellata sul Rodano sono i due soli quadri esposti, alla sgangherata Societè des Artistes Indipendants.

Casa gialla e L’arlesiana

Il 15 maggio del 1890 Vincent lascia l’ospedale di Saint-Remy e parte alla volta di Parigi da solo e vi rimarrà soltanto tre giorni; il 27 luglio del 1890 Van Gogh si spara, e morirà due giorni dopo senza aver mai perso conoscenza.

Trascorrerà tre giorni felici a casa di Theo dove conosce la cognata e il nipotino di pochi mesi, chiamato Vincent-Willem. 
Si recherà poi ad Auvers-su-Oise, stabilendosi prima all’albergo Saint-Aubin e poi al caffè-pensione dei coniugi Ravoux, nella piazza del municipio. Ad Auvers, Van Gogh riprende a lavorare con energia realizzando nei suoi due ultimi mesi di vita oltre 80 dipinti. Le opere di questo periodo confermano il suo stato d’animo più sereno. Vi si nota lo sforzo di una mente confusa in cerca di regole dopo gli eccessi delle tele nate a Saint-Remy. Negli ultimi tempi Vincent stenta a soffocare un conflitto interiore che urge e preme, alimentando contraddizioni formali come nella Chiesa di Auvers, in cui la grazia della composizione stride con la violenza dei colori. Vincent è ormai preda di un demone interiore che lo possiede a intervalli sempre più ravvicinati.
Il 27 luglio Van Gogh esce per dipingere nei campi, al suo rientro, dietro le insistenze dei Ravoux che si preoccupano del suo aspetto sofferente, confessa di essersi sparato un colpo di pistola al petto. Viene chiamato il suo medico, il dottor Gachet che informa subito Theo dell’accaduto. Il fratello si precipita al suo capezzale ma il suo destino è segnato: Van Gogh muore la notte del 29 luglio, all’età di 37 anni. Addosso gli viene trovata una lettera non finita, indirizzata a Theo.
Anna Cornelia Corbentus, la madre di Vincent, il 30 marzo 1852 dà alla luce il primo figlio che morirà poco dopo la nascita. Il 30 marzo del 1853 un altro neonato viene alla luce e sopravvive, esattamente lo stesso giorno del fratellino morto. Qualcosa di scritto nelle stelle, come a dire che perfino il Cielo considerava il secondo Vincent un rimpiazzo del primo.
C’è chi ha avanzato l’ipotesi del senso di colpa, maturato in lui fin dall’infanzia, per spiegare quel male di vivere di cui Vincent soffrì fino al giorno del suicidio. Il piccolo Vincent crebbe con un animo tormentato, inquieto, più ricettivo del normale. La sua personalità sembra plasmarsi quasi per contrasto in seno alla rispettabile e conformista famiglia borghese in cui ha in sorte di nascere e nell’ambiente di provincia chiuso e bigotto dove si trova a vivere.
Da dove salta fuori il revolver che Vincent porta con sè il 27 luglio? 
Due le ipotesi: la prima sostiene che Vincent avesse comprato la pistola a Pontoise; la seconda, che gliel’avesse data il suo amico Ravaux quel tragico pomeriggio per scacciare i corvi mentre dipingeva all'aperto. Quest’ultima tesi accetta come veritiera la testimonianza resa molti anni più tardi sull’accaduto dalla figlia dei Ravoux, Adeline, che all’epoca dei fatti era un’adolescente.
I funerali si svolsero il 30 luglio. La sua bara venne interamente ricoperta da girasoli, quei fiori che amava così tanto. Accanto a lui, nel cimitero di Auvers, riposa suo fratello Theo, amorevole soccorritore di tutta una vita.
Emarginato in vita e celebrato dopo la morte; un artista che ha condotto la pittura al di là delle sperimentazioni impressioniste, portando luce e colore a diventare espressione dell’anima.

Iris e I girasoli


Letizia Bilella

Letizia Bilella
Diploma di maturità in Perito Commerciale e Programmatore, e laurea in Conservazione dei Beni Culturali (nello specifico in Beni Archivistici e Librari). Amo i libri sia come contenitore, sia per il contenuto. Amo scrivere, sia nel senso proprio di impugnare una penna, sia buttare idee su un foglio e dar loro forma. Dal 2010 collaboro con un settimanale della mia provincia (AG), e con varie testate giornalistiche della zona, occupandomi di cultura, spettacolo, e in alcuni casi anche di politica locale. Nel mio piccolo comune (Burgio) faccio la guida turistica, e collaboro attivamente con l’Amministrazione Comunale nell’organizzazione di eventi. Amo tutto quello che è arte, in ogni sua forma, ogni suo aspetto.
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