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Raffaello, il pittore urbinate simbolo del Rinascimento

Raffaello, il pittore urbinate simbolo del Rinascimento

Arte Di Letizia Bilella. Raffaello Sanzio. Vita e opere del più celebre tra i pittori e gli architetti del Rinascimento italiano.

Figlio del pittore e letterato Giovanni Santi e di Maria di Giovan Battista Ciorla, Raffaello nasce il 6 aprile del 1483 a Urbino. Acquisisce i primi rudimenti artistici nella bottega paterna, rimane presto orfano di madre nel 1491 e di padre nel 1494. Secondo il Vasari compie un alunnato presso Pietro Vannucchi detto il Perugino. Nel 1499 si trasferisce a Città di Castello dove a 17 anni riceve il suo primo incarico da magister, insieme a Evangelista di Pian di Maleto già collaboratore di Giovanni Santi: la pala con l’Incoronazione del beato Nicola da Tolentino vincitore di Satana. Durante i successivi 4 anni, Raffaello compie i suoi primi capolavori, come la Crocifissione Mond e lo Sposalizio della Vergine. Il suo stile si distacca ormai da quello del Perugino per avvicinarsi ai modi di Piero della Francesca e Leonardo. Compie viaggi formativi: nel 1502-1503 a Siena collabora con Bernardino di Betto detto il Pintoricchio, nella realizzazione degli affreschi per la Libreria Piccolomini nel duomo.

Firenze offre a Raffaello un ambiente particolarmente stimolante anche per la presenza concomitante di Michelangelo e di Leonardo. 

Il giovane artista è molto richiesto come pittore di dipinti destinati alle dimore dell’alta borghesia fiorentina. Per la corte di Urbino dipinge raffinati quadretti di soggetto allegorico e celebrativo, per Perugia esegue imponenti pale d’altare. Nel 1508 lascia incompiuta la Madonna del baldacchino per l’altare Dei in Santo Spirito, e parte per Roma, chiamato da papa Giulio II per decorare le stanze dei suoi nuovi appartamenti; lavora agli affreschi della stanza della Segnatura fino al 1511, affrescando la Disputa del Sacramento, la Scuola di Atene, il Parnaso, le Virtù.
Il banchiere senese Agostino Chigi gli commissiona alcuni affreschi per la sua villa romana, la Farnesina (Trionfo di Galatea) e per la cappella in Santa Maria della Pace.
Dopo la morte di Giulio II, Leone X Medici affida a Raffaello molti incarichi. Lavora alla progettazione della cappella Chigi in Santa Maria del Popolo a Roma, che terminerà nel 1516. Alla morte di Donato Bramante viene nominato architetto della basilica vaticana. Tra il 1514 e il 1515 dipinge il Ritratto di Baldassarre Castiglione, la Madonna della seggiola e Estasi di santa Cecilia. Per i palazzi vaticani, realizza i cartoni per gli arazzi destinati alla Cappella Sistina, affresca la Loggetta e la Stufetta del cardinal Bibbiena.
Il 6 aprile del 1520, a soli 37 anni, Raffaello muore mentre sta lavorando alla Trasfigurazione commissionatagli dal cardinale Giulio de Medici.

Raffaello: le opere maggiori.

Non si sa bene se Raffaello fu instradato alla pittura dal padre stesso, o almeno iniziò dalla bottega paterna. Giovanni Santi era stato una figura di spicco nella Urbino di Federico da Montefeltro, e dal 1482, di Guidobaldo da Montefeltro ed Elisabetta Gonzaga, sua moglie. Poco, però dello stile di Giovanni Santi è ravvisabile nelle opere che la storiografia moderna considera degli inizi di Raffaello.
La Creazione di Eva ha una tale forza naturalistica ed è talmente sorprendente nell’invenzione iconografica da lasciare stupiti, tanto da giustificare i dubbi di numerosi eruditi che hanno ritenuto che il giovane Raffaello dovesse essersi giovato di cognizioni e di possibilità di viaggi ben oltre la frequentazione della bottega peruginesca. Nel parallelismo della figura del Padre Eterno e di Adamo sembra di vedere una riattivazione dei principi della simmetria sviluppati da Pollaiolo a Firenze.
La Pala Oddi e la Crocifissione Mond, sono considerati due autografi. Il primo abbastanza documentato, il secondo citato dal Vasari come prima opera autonoma dell’urbinate. La Crocifissione Mond, eseguita per Tommaso Gavari in San Domenico a Città di Castello è oggi alla National Gallery di Londra, non è datata con certezza, testimonianze tarde attestano che è peruginesca mentre la pala eseguita per Alessandra degli Oddi nella cappella funeraria di famiglia in San Francesco a Perugia, e oggi ai Musei Vaticani, è opera di Raffaello anche se la datazione resta dubbia.
Il Matrimonio della Vergine è un capolavoro moderno, fatto di materiali antichi, l’edificio complesso e maestoso appartiene a quella civiltà umanistica che da Jacopo Bellini arriva a Piero della Francesca e a Mantegna.

La Madonna del cardellino e il Matrimonio della Vergine

Del 1505 rimangono testimonianze incerte e confuse sulle opere di Raffaello.

Quello che rimane è l’affresco con la Trinità e Santi eseguito dal maestro nella chiesa del monastero di San Severo a Perugia. Nell’affresco, le figure perdono i caratteri iconografici perugineschi; il disegno è tondo, i volti si fanno duri e spigolosi, gli angeli oranti sono memori del passato ma sono chiaramente influenzati dal linguaggio toscano. Tutto ispira maestà e severità in contestazione della dolcezza peruginesca. Connesse con l’anno 1505, dalla storiografia, sono la maestosa Pala Colonna, commissionata dalle monache di Sant’Antonio di Perugia, la cui tavola centrale è al Metropolitan Museum di New York, e la Pala Ansidei, eseguita per l’omonima cappella di San Fiorenzo dei Serviti a Perugia, oggi alla National Gallery di Londra — per quanto riguarda la datazione, ci si appoggia sul fatto che al di sotto del gomito sinistro della Vergine si vede la data 1505. Capolavori memorabili. Nella Pala Colonna si ritrovano modi che ricordano Timoteo Viti che il Morelli, alla fine dell’800 considerò come il vero primo maestro di Raffaello. Nella Pala Ansidei i santi e la Vergine sono raffigurati secondo un criterio di composizione piramidale su influsso leonardesco, trattato con dovizia di varianti nel primo periodo fiorentino.

Raffaello a Firenze: la Madonna del cardellino e la Madonna del prato.

È possibile formulare un’ipotesi attendibile in relazione alla carriera fiorentina dell’artista, basandosi sulla datazione della Madonna del cardellino. Raffaello eseguì questo dipinto per Lorenzo Nasi e Sandra di Matteo di Giovanni Canigioni, la cui nozze furono celebrate tra la fine del 1505 e l’inizio del 1506. L’opera, circa 30 anni dopo la consegna, riportò danni gravissimi per il crollo del soffitto di casa Nasi e si ruppe in 17 pezzi. Quello che si vede oggi è l’esito di un intervento riparatore, a cui si è aggiunto un recente restauro nel 2008. Nuovo e geniale è il pensiero figurativo dell’emergere del volto e dello scollo della Vergine sul paesaggio; Maria è ferma mentre il paesaggio è singolarmente vuoto. Il quadro è un capolavoro di inquietudine ma l’effetto visivo è quello della Madonna per antonomasia.
La Madonna del cardellino era un esperimento, a cui seguì la Madonna del prato. Sullo scollo della Vergine, un’iscrizione reca la data del 1506 e lo sviluppo del tema della Madonna del cardellino rende logica tale successione. Nella Madonna del prato acquista forza il motivo del busto della Vergine Maria che si erge sul paesaggio a dominare l’armonia universale.
Ne la grande Madonna detta la Bella giardiniera, datata all’anno 1508, il criterio di costruzione dell’immagine non è cambiato. Si nota un ingigantimento delle figure e un’idea meno acuta dello squarcio di paesaggio. Il respiro spaziale che nella Madonna del prato è incomparabilmente convincente, nella Bella giardiniera si affievolisce.
Dal punto di vista stilistico, la Maddalena Doni sembrerebbe porsi in un punto intermedio tra la Madonna del cardellino e la Madonna del prato di Vienna. Le radiografie hanno messo in evidenza che il maestro impostò il ritratto di Maddalena in un interno anziché sullo sfondo di un paesaggio.

Si può supporre che l’esecuzione dei ritratti si collochi a ridosso dei due capolavori supremi di questa fase: il Trasporto di Cristo al sepolcro e la Sacra famiglia Canigiani

Fino a questo momento Raffaello era stato un pittore a volte grandissimo ma senza nessuna particolare propensione per l’arte del comporre. Non era stato grande perché aveva inventato il nuovo, era stato grande perché aveva dipinto opere bellissime. Con il Trasporto di Cristo e la Sacra famiglia entrano nella sua arte nuove idee ed esigenze. I due sacri fanciulli sono magri e scattanti, la Vergine è snella e santa Elisabetta è figura nervosa e schietta come se Raffaello avesse avvertito l’ansia della novità attraverso una riforma tipologica delle sue immagini. Il paesaggio delinea rapporti del tutto convincenti nella prospettiva, nell’andamento della luce, come se il maestro avesse voluto suggerire l’idea di una conciliazione universale. Il Trasporto di Cristo è la prima opera in cui l’arte pittorica di Raffaello ambisce alla costruzione del nuovo. La Maddalena che accompagna Cristo al sepolcro è la stessa immagine della Vergine della Sacra famiglia Canigiani, resa però più moderna e sensibile, il gruppo dei personaggi attorno alla Vergine svenuta, è connotato in senso arcaico e in una delle pie donne si vede bene il modello della Bella giardiniera. San Giovanni è già formulato secondo i principi della Scuola di Atene, con il taglio trasversale del volto che si riempie d’ombra. Giuseppe D’Arimatea è una sorta di scultura riformulata in termini pittorici, il parallelismo tra il volto del cristo e il trasportatore attestano l’esecuzione di un blocco unico, sorto insieme e perfettamente coerente o omogeneo.
La Sacra famiglia Canigiani rappresenta l’apoteosi del momento fiorentino di Raffaello.

La Scuola di Atene

La Disputa sul Sacramento e la Scuola di Atene, da un lato vi è il contrasto concettuale di sacro e profano, dall’altro c’è un riferimento analogo alla scena teatrale di tipo greco. 

In entrambe c’è una sorta di palcoscenico su cui si trovano gli attori ai quali viene affidata la comunicazione dei concetti teologali o filosofici. Nella Disputa sul Sacramento è raffigurato Dante Alighieri, mentre nella Scuola di Atene c’è Bramante nelle vesti di Euclide.
Bisogna convenire sul fatto che le due opere dovevano avere carattere strettamente privato perché comprensibile solo a una ristretta cerchia di dotti. È probabile che nel personaggio di Aristotele posto da Raffaello al centro dell’affresco accanto alla figura di Platone, sia ritratto Bastiano da Sangallo e che proprio lui abbia collaborato al disegno della prospettiva della Scuola di Atene. Il capolavoro raffaellesco è gremito di personaggi in contraddizione tra loro. Il tutto è caotico e tutt’altro che armonioso e Raffaello non lavora con il criterio dell’inversione della historia ma piuttosto con quello dei gruppi di figure conchiusi in se stessi.
La Disputa sul Sacramento è un marasma di figure dove la maniera di Raffaello sviluppa il senso maestoso dello spazio ma nulla risalta del problema teologale. Egli aveva costituito nella stanza della Segnatura un insieme sconcertante per disorganicità e confusione degli elementi.
A partire da questo momento ha inizio l’uso dell’urbinate di lavorare sul singolo riquadro con collaboratori.

Il pittore che concepisce ed esegue la Liberazione di san Pietro dal carcere e la Cacciata di Eliodoro dal tempio è un artista che sembra incomparabile con l’autore della Messa di Bolsena e de Incontro di Attila e Leone I

Nella Cacciata di Eliodoro dal tempio si assiste all’irruzione della contemporaneità con l’ingresso di Giulio II nella scena che risulta una allegoria della ripresa papale dopo l’umiliazione subita dai francesi. Ne La liberazione di san Pietro, sembra trasparente il suo carattere di immensa elegia della morte e resurrezione. San Pietro ha le sembianze di Giulio II e il sonno nella notte della cella è mirabile allegoria della morte. È lecito pensare che Raffaello abbia eseguito l’affresco all’indomani della morte del pontefice, nel febbraio del 1513. La Cacciata di Eliodoro denota una dimensione notturna dell’arte di Raffaello che si accorda con la Liberazione. Raffaello arriva a concepire un’idea della pittura in cui l’elemento luce riveste eccezionale incidenza; il gruppo di Eliodoro e gli angeli che lo scacciano, si caratterizza per un gigantismo inatteso non riscontrabile nel resto delle figurazioni dove l’esecuzione è sommaria e non sempre attenta alla qualità.
È lecito pensare che la Cacciata di Eliodoro segua la Messa di Bolsena. Qui la disorganicità dell’insieme tocca un vertice che induce a vedere del tutto formata una nuova bottega raffaellesca. I sediari sono esaminati con crudeltà di naturalista e sbalordiscono per l’acume della definizione.
Nel 1513 Raffaello diventa soprintendente alle antichità ed è tra gli scopritori della Domus Aurea, ma anche la sua attività di pittore ha una strana svolta. La pala dell’Aracoeli, detta Madonna di Foligno, conservata nella pinacoteca vaticana e commissionata da Sigismondo Conti – Prefetto della Fabbrica di San Pietro – risulta di una materia pittorica che sembra preludere alle estreme meditazioni artistiche di Raffaello negli ultimi cinque anni di vita.
Raffaello doveva appena aver licenziato la Madonna Sistina quando Giulio II morì e il primo risultato di questo cambio della guardia fu l’affresco dell’Incontro di Attila con Leone I; da quel momento il maestro non riceve più nuovo incarichi di prestigio per Roma, mentre comincia a dilagare quella che sarà poi chiamata la bottega del maestro che non ha quasi nessun rapporto con la sua vera attività di progettista.

L’incarico dei cartoni per gli arazzi da appendere sotto gli affreschi della Cappella Sistina arriva verso la metà del 1515; questi saranno l’ultima opera di Raffaello. 

La rievocazione del mondo delle origini cristiane è l’occasione per delineare un concetto di classicità ignorato da Michelangelo.
Raffaello finirà come aveva iniziato, nell’incertezza delle testimonianze e nella incomprensibilità della sua stessa figura. Per la cappella della beata Elena Duglioli dall’Olio in San Giovanni in Monte uliveto a Bologna, esegue la Pala di Santa Cecilia, un’opera stupenda improntata a quella dimensione del colore che scende in profondità a plasmare la figura e ne costituisce la sostanza spaziale medesima. Raffaello compone all’interno della figura e il quadro appare come un insieme di singole individualità.
Il periodo dal 1516 al 1517 è immerso nella più assoluta incertezza; Raffaello sembra lavorare come architetto e ricercatore di cose antiche. Lo Spasimo di Sicilia, eseguito tra il 1516 e il 1517 risulta mirabile per invenzione delle figure, composizione e profondità della cromia. È molto vicino allo stile di Raffaello per i cartoni degli arazzi vaticani ed è possibile indicare nell’opera l’inizio di una nuova stagione in cui sembra che il maestro voglia riprendere il discorso lasciato interrotto nella stanza di Eliodoro e risalente fino al Trasporto di Cristo.

Tra il 1517 e il 1518 il maestro lavora a due opere importanti per la Francia: il San Michele arcangelo debella Satana e la Sacra famiglia di Francesco I, entrambi al Louvre. 

L’opera sovrana dell’ultima fase è indubbiamente il San Michele, capolavoro assoluto. La figura del santo misura tutta intera l’immenso quadro e conferisce all’immagine complessiva l’idea della libertà e dell’espansione nell’aria e nello spazio. La Sacra famiglia di Francesco I è l’elegia dell’intimità e della dimensione domestica.
Quel che è certo è che l’opera che influenzerà i posteri e che creerà intorno al maestro urbinate l’aura di mago e di santo è aspra e contraddittoria, disorganica e scomposta. Si pensa che le ultime figure dipinte da Raffaello siano piene di prepotente energia; apici di acume visivo oltre i quali non ci fu più nulla.

Letizia Bilella

Letizia Bilella
Diploma di maturità in Perito Commerciale e Programmatore, e laurea in Conservazione dei Beni Culturali (nello specifico in Beni Archivistici e Librari). Amo i libri sia come contenitore, sia per il contenuto. Amo scrivere, sia nel senso proprio di impugnare una penna, sia buttare idee su un foglio e dar loro forma. Dal 2010 collaboro con un settimanale della mia provincia (AG), e con varie testate giornalistiche della zona, occupandomi di cultura, spettacolo, e in alcuni casi anche di politica locale. Nel mio piccolo comune (Burgio) faccio la guida turistica, e collaboro attivamente con l’Amministrazione Comunale nell’organizzazione di eventi. Amo tutto quello che è arte, in ogni sua forma, ogni suo aspetto.

About Davide Dotto

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