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Recensione: Grande seno, fianchi larghi, di Mo Yan

Recensione: Grande seno, fianchi larghi, di Mo Yan

Recensione: Grande seno, fianchi larghi, di Mo Yan

Libri Recensione di Alessandra Nitti. Grande seno, fianchi larghi di Mo Yan (Einaudi). Dall'autore premio Nobel per la letteratura con "Sorgo rosso", «un affresco rurale e mitologico», la storia di una famiglia matriarcale che attraversa le tante vicissitudini della storia cinese del Novecento.

Gaomi è un anonimo distretto di campagna nella provincia dello Shangdong, la penisola della Repubblica Popolare dove producono la birra Tsing Dao che servono in ogni ristorante cinese. Non fosse stato per l’autore Mo Yan che ci ha ambientato tutta la sua produzione, nessuno saprebbe che esiste. È nato lì e ha deciso di raccontare al mondo intero la sua intensa storia.
La Cina non è solo Pechino, con il Palazzo Proibito e la strage di Tiananmen; né solo Shanghai, fulcro della bella vita e dei palazzi futuristici. La Cina sono i polverosi villaggi del Nord e le lussureggianti foreste del Sud, la Cina è Shenzhen – la Silicon Valley asiatica – e Gaomi, che ha subito l’invasione dei tedeschi, la distruzione dei giapponesi, il passaggio delle truppe nazionaliste e la fame portata dal Partito Comunista. Infine ha vissuto la rinascita, l’arricchimento della classe media, il mondo capitalista che dagli anni ’80 si è infiltrando in Cina spazzando via gli sciami di biciclette per piazzarvi impiegati in completo elegante, gente arricchita e corrieri in motorino.

Mo Yan è la mente fertile della letteratura cinese contemporanea, produce tanto ed è tradotto in ogni lingua.

Non sempre fa comodo al Partito ma ciononostante, o forse proprio grazie a questo, nel 2012 ha vinto il Premio Nobel con il romanzo Sorgo Rosso.
Oggi però parlerò di un’altra sua epopea edita per noi da Einaudi: Grande seno fianchi larghi (1997), è una saga familiare di oltre mille pagine che racconta la storia di Gaomi dal 1938 (con un flashback nel 1900) al 1995, coprendo i decenni più sofferti della Cina.
Al centro della narrazione c’è Casa Shangguan, famiglia di fabbri, il cui ultimo genito prende in moglie Shangguan Lü dai piedi di loto. Sebbene il romanzo sia stato scritto dal punto di vista del loro nono figlio – l’unico maschio tanto agognato – a parer mio è lei stessa la protagonista vera e propria.

Congiunta a un uomo sterile in un’epoca in cui la donna non aveva altra funzione che quella di partorire e di servire i suoceri, Shangguan Lü concepisce nove figli con sette uomini diversi sempre nella speranza di ottenere un maschio.

Shangguan Jin Tong, il “bambino d’oro”, arriva dopo circa vent’anni di matrimonio. Nasce apparentemente morto ma viene salvato da un medico giapponese mentre i suoi commilitoni, all’esterno, ammazzano quasi tutti gli abitanti del paese, compresa la famiglia Shangguan, lasciando solo Lü, le sette figlie e gli ultimi due gemelli concepiti con un prete svedese.
L’arrivo del maschietto dai capelli biondi è la gioia più grande per Shangguan Lü, che lo allatta fino all’adolescenza. Jin Tong cresce viziato, fannullone e ossessionato dai seni. Il suo unico merito è quello di raccontarci cosa avveniva nella penisola dello Shangdong: l’invasione dei giapponesi, la carestia e la fame, la vendita di due sue sorelle. L’arrivo dell’esercito di liberazione che porta un po’ di sollievo, la guerra con l’esercito nazionalista, le morti e le stragi, le fucilazioni di altre sorelle e dei loro bambini, le accuse di essere “antirivoluzionari”, il germe della pazzia che attacca quasi tutte le ragazze della famiglia Shangguan.

E ancora, la vittoria del Partito Comunista, le comuni di lavoro, le morti d’inedia, i soprusi, le esecuzioni e tutto l’orrore che portò Mao Zedong tra la rivoluzione culturale e il grande balzo in avanti.

Quando il grande dittatore muore, la Cina si apre al mondo esterno e viene travolta dalla corsa alla ricchezza tipica dell’occidente, stravolgendo ancora una volta anche Gaomi. Jin Tong, uno dei pochi superstiti, è così confuso dal nuovo modello di vita, che la sua nullafacenza diventa totale e a niente servono gli aiuti del fratellastro arricchitosi misteriosamente, che durante la rivoluzione si è visto fucilare tutta la famiglia che militava nel partito nazionalista.
Shagguan Lü passa a miglior vita a 95 anni, lasciando un figlio di mezza età inutile persino a se stesso e con l’ossessione dei seni, dopo essersi vista perire tutte le figlie e aver vissuto le grandi tragedie della Cina del ventesimo secolo.
In un mix di realismo e superstizioni, Mo Yan si siede accanto a noi ogni sera per raccontarci le vicende del dragone rosso che sta facendo tremare il mondo economicamente, ricordandoci le sue ferite così profonde che ancora non si sono sanate del tutto. E proprio grazie a esse il Paese delle pagode e delle fenici è divenuto ciò che è oggi.


Grande seno, fianchi larghi

di Mo Yan
Einaudi
Narrativa
ISBN 978-8806182984
Cartaceo 15,20 €
Ebook 6,99€

Sinossi 

Una prolifica famiglia matriarcale, governata da una madre dolce ed energica, attraversa le tante vicissitudini della storia cinese del Novecento. Dagli anni Trenta dell'invasione giapponese a oggi, figli, nipoti e parenti acquisiti degli Shangguan si confrontano con gioie e dolori dispensati da una terra estrema e primordiale. Con questo dichiarato omaggio alla propria madre e alle proprie radici, Mo Yan torna all'affresco rurale e mitologico di "Sorgo rosso".
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Recensione: Diario di una scrittrice, di Virginia Woolf

Recensione: Diario di una scrittrice, di Virginia Woolf

Recensione: Diario di una scrittrice, di Virginia Woolf

Libri Recensione di Alessandra Nitti. Diario di una scrittrice di Virginia Woolf (Minimum Fax): una raccolta di passaggi dei diari dal 1918 al 1941, scelti dal marito Leonard dopo il suicidio dell’autrice.

Uno dei più bei passatempi  a Venezia è quello di andare in giro per librerie. Stranamente in questa città turistica e violentata sopravvivono ancora librerie indipendenti e di libri usati, fra cui la celeberrima e scenica Libreria Acqua Alta.
In una di queste, immersa nell’odore di carta e umidità che si può annusare solo in tali magici luoghi veneziani, scavando tra gli scaffali, scorrendo con i polpastrelli sui dorsi dei volumi, le dita piene di polvere, ho trovato Diario di una scrittrice di Virginia Woolf. Un libro che è stato per me una rivelazione.

Diario di una scrittrice di Virginia Woolf, pubblicato da Minimum Fax, è una raccolta di passaggi scelti dal marito Leonard dopo il suicidio dell’autrice dai diari che vanno dal 1918 al 1941. 

Come dice Leonard Woolf nella prefazione, molte pagine non sono state rese pubbliche, poiché comprendevano descrizioni di persone all’epoca ancora viventi, o passaggi non interessanti per il lettore.
In ogni caso ha provato a raccogliere quelli più significativi seguendo questa logica: le più belle descrizioni di luoghi e persone; le critiche e le analisi dei libri che leggeva la Woolf (non dimentichiamoci che era una critica letteraria per il Times); i resoconti sulla sua attività di scrittrice, il rapporto con i propri romanzi, le gioie e i dolori delle pubblicazioni, come affrontava le critiche che le venivano rivolte.
Il lettore viene risucchiato dal vortice di vita reale di una scrittrice così importante per la letteratura contemporanea. Grazie a questi scritti, la Woolf scende nel mondo di noi comuni mortali, condivide con noi le stesse esperienze: rabbia, momenti felici, incontri con gli amici, persino alcuni calcoli economici per capire come arrivare a fine mese.

Diario di una scrittrice è una lente sulla vita inglese del primo Novecento, schiacciata tra l’ombra della Prima Guerra Mondiale e la minaccia della Seconda, che riempivano di orrore la quotidianità.

Oltre agli esercizi di scrittura, in Diario di una scrittrice ci sono le emozioni che la Woolf provava durante la stesura di ogni libro: nei primi anni gioiva, mentre negli ultimi soffriva. Ogni opera che oggi apprezziamo era un travaglio troppo faticoso per la sua fragile psiche. E poi le lodi che la rendevano felice e le critiche che la gettavano nel baratro della disperazione: anche queste ci sono narrate. Le sue letture, l’ammirazione per Shakespeare ed Eliot e il disgusto per l’Ulisse di Joyce, che definisce: «Un’opera noiosa e irritante di un nauseabondo studente universitario che si gratta i brufoli».
Era caustica nei suoi giudizi, ma anche chiara e decisa, una Virginia Woolf così diversa dai toni morbidi e dai voli pindarici delle sue opere.
Veniamo a conoscenza di quanto guadagnava come critica letteraria per il Times e come scrittrice; ma anche di come andavano gli affari della Casa editrice, la Hogart Press, che gestiva con suo marito. Scopriamo piano piano come venivano scritti i libri all’epoca, quando non esisteva il PC: a mano, con penna e calamaio a casa, con la matita in viaggio. Poi le bozze venivano viste e riviste prima di essere copiate interamente a macchina per essere inviate all’editore. Un lavoro dieci volte più duro di oggi!
Eppure Virginia Woolf annota di quanto godeva a vedere le lettere e le frasi uscire e piegarsi sotto le dita, come se fosse un artigiano.
Appena metto in moto le rotelle nella mia testa non ho molto più bisogno di soldi o di vestiti, neppure di una credenza, un letto a Rodmell o un divano.
Virginia Woolf, Diario di una scrittrice

Le ultime pagine del romanzo sono molto dolorose, la sua depressione la risucchiava sempre più e scrivere, ormai, era solo fonte di tormento.

Le Onde e Gli Anni sono stati scritti sotto grande pressione mentale che non dipendeva da elementi esterni, almeno fino al 1939.
Quando iniziano gli ultimi due anni della sua vita, colmi di paura, bombardamenti e raid aerei. Vediamo con i suoi occhi la dimora di Londra distrutta, la casa editrice in pezzi, i vicini di casa che vedeva sul balcone esplosi sotto una bomba.
Riparano nella casa di campagna e anche lì sentiamo con lei l’angoscia degli aerei diretti a Londra che volano sulla sua testa mentre gioca a bocce: così capivano quando la loro avrebbe subito un nuovo attacco.
Le ultime sono le pagine più dolorose, ma anche le più intense. L’ultima annotazione risale all’8 marzo 1941, un paio di settimane prima della sua morte. Rimaniamo così appesi a un filo, mentre lei parla del merluzzo e della cena che avrebbe preparato a cena, ignara – forse – che la sua vita era ormai solo un mozzicone.
Così mi sono immersa nel mio gran lago di malinconia. Dio com’è profondo! Che natura malinconica è la mia! L’unico mezzo per stare a galla è lavorare.
Virginia Woolf, Diario di una scrittrice


Diario di una scrittrice

di Virginia Woolf
Minimum Fax
Memoir
ISBN 978-8833891187
Cartaceo 17,10 €
Ebook 7,99€

Sinossi 

Nel 1941, dopo aver dato alla letteratura del Novecento alcune delle sue opere più belle, Virginia Woolf si toglie la vita annegandosi nel fiume Ouse. Nel 1958 Leonard Woolf decide di raccogliere in volume una selezione tratta dai diari della moglie, incentrata su tutto ciò che riguarda lo scrivere e la sua attività di romanziera e critica letteraria. Ne esce un testo affascinante e ricco di sfaccettature: nella sua quotidiana "mezz'ora dopo il tè" dedicata al diario, che considera al tempo stesso un modo per esercitarsi e un messaggio diretto alla se stessa di domani, la Woolf intreccia riflessioni legate ai testi che sta scrivendo o leggendo, appunti di carattere stilistico o strutturale, descrizioni di luoghi, amici ed eventi pubblici o privati, ma anche le amare considerazioni su un mondo lacerato dalla guerra, l'alternarsi tra sfiducia e orgoglio per il proprio lavoro e gli accenni alla tortura delle crisi nervose, sempre più frequenti col passare degli anni. A metà strada fra letteratura e vita, queste pagine offrono la rappresentazione penetrante di un'autrice simbolo e della sua epoca. Il volume raccoglie gli interventi critici di Valeria Parrella (su "Orlando"), di Elena Stancanelli (su "La signora Dalloway") e di Carola Susani (su "Gita al faro"). Prefazione di Ali Smith e Introduzione di Leonard Woolf.


Alessandra Nitti
Sinologa, viaggiatrice, appassionata lettrice, yogini e scrittrice. Trascorro le giornate nel mio mondo di poesia inventando trame di racconti, progettando viaggi intorno al mondo o in posizioni yoga a testa in giù. Laureata in lingue e letteratura straniere solo per il gusto di conoscere lingue difficili. Vivo a Canton, nel sud-est della Cina, per insegnare italiano a giovani cinesi.
 Tra una lezione e l’altra gestisco Durga – Servizi editoriali.
L’amuleto di giada, Arpeggio Libero Editore.
Faust – Cenere alla cenere, Arpeggio Libero Editore.
Esilio, Arpeggio Libero Editore.
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Recensione: In viaggio con i Diari ucraini, di Andrei Kurkov

Recensione: In viaggio con i Diari ucraini, di Andrei Kurkov

Recensione: In viaggio con i Diari ucraini, di Andrei Kurkov

Libri Recensione di Alessandra Nitti. Diari ucraini di Andrei Kurkov (Keller). La Rivoluzione di Maidan del 2014 in Ucraina, uno spaccato di storia contemporanea intrecciata alla vita dell'autore.

La scorsa estate passeggiavo tra le calli di Venezia con un paio di amici appassionati di libri come me. Le misure anti-covid si erano allentate e non solo ero riuscita a rimpatriare, ma potevo anche andare a zonzo per la città con chi volevo. I negozi erano di nuovo tutti aperti, quindi siamo entrati in libreria: su uno scaffale in bella vista c’era un piccolo volume che proprio non potevo perdere, Diari ucraini di Andrei Kurkov, edizioni Keller.
Ho scorso la trama solo brevemente, perché sapevo che lo avrei preso comunque. L’ho messo nel mio zaino verde e l’ho portato fino a dove è stato scritto: a Kiev, capitale dell’Ucraina. 

In questo libro sono raccolte le pagine del diario personale dell’autore da novembre 2013 ad aprile 2014 e coprono gli avvenimenti più importanti della Rivoluzione di Maidan – altrimenti conosciuta come Euromaidan – narrati in prima persona e alternati a passaggi sulla vita privata di Kurkov stesso.

Lo stile è davvero molto leggero, tipico del diario, tuttavia pone grande attenzione alla situazione politica. È comprensibile anche a chi se ne intende poco e nelle ultime pagine c’è una mappa di orientamento ben approfondita che spiega chi sono i vari personaggi, i luoghi, le aziende e gli eventi menzionati nel libro, accompagnati da una cartina del Paese.
Ho adorato leggerlo e ripercorrere le vie dell’autore: il viale Kreshchatik, la piazza Maidan Nezalezhnosti – piazza dell’Indipendenza, fulcro delle proteste – la piazza Europa con il vicino e antico complesso religioso di Lavra, il bellissimo Palazzo Marinski, simile al Palazzo d’inverno di San Pietroburgo, che si affaccia sul Dnipro e sui suoi isolotti disabitati.

Ho compreso ancora meglio la tragedia del 2014, l’Euromaidan, la presa della Crimea da parte della Russia, i combattimenti ancora attuali nel bacino del Donbass. 

Ho scoperto perché metà del Paese parla una lingua e una metà ne parla un’altra, perché alcuni abitanti sono nazionalisti e altri aperti alla loro parte russa, perché Putin vuole riprendersi i territori dell’ex Unione Sovietica e il suo modo di sobillare rivolte interne in Ucraina. Ho dato una storia alle foto dei “Cento beati” installate in ogni piazza e in ogni chiesa delle città ucraine, coloro che si sono immolati per la libertà del loro paese nel febbraio del 2014.
Un libro consigliato a chi vuole saperne di più di storia contemporanea, a chi è interessato alle vicende del proprio vicino e a chi vuole scoprire questa magnifica capitale europea – Kiev – con i palazzi zaristi e gli obbrobri comunisti, i viali di ippocastani, le decine di cupole dorate e gli immensi parchi.

Diari ucraini

Diari ucraini

di Andrei Kurkov
Keller
Saggio storico | Reportage
ISBN 978-8889767672
Cartaceo 15,20 €

Sinossi 

La crisi in Ucraina si sta trascinando da quasi un anno, restando lontana e pressoché incomprensibile agli occhi di noi occidentali. Andrei Kurkov, uno dei più importanti scrittori ucraini di lingua russa, ha sentito il bisogno di scrivere "un libro che raccontasse l'Ucraina agli stranieri e li aiutasse a liberarsi dei cliché che spesso giornalisti e politici hanno contribuito a creare sul Paese". Da questa urgenza sono nati i Diari ucraini, una narrazione in presa diretta di quanto è successo nella piazza principale di Kiev dal 21 novembre 2013 alla fine dell'aprile di quest'anno.


Alessandra Nitti
Sinologa, viaggiatrice, appassionata lettrice, yogini e scrittrice. Trascorro le giornate nel mio mondo di poesia inventando trame di racconti, progettando viaggi intorno al mondo o in posizioni yoga a testa in giù. Laureata in lingue e letteratura straniere solo per il gusto di conoscere lingue difficili. Vivo a Canton, nel sud-est della Cina, per insegnare italiano a giovani cinesi.
 Tra una lezione e l’altra gestisco Durga – Servizi editoriali.
L’amuleto di giada, Arpeggio Libero Editore.
Faust – Cenere alla cenere, Arpeggio Libero Editore.
Esilio, Arpeggio Libero Editore.
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Cina: il lavoro forzato e il genocidio demografico degli Uiguri

Cina: il lavoro forzato e il genocidio demografico degli Uiguri

Cina: il lavoro forzato e il genocidio demografico degli Uiguri

Di Alessandra Nitti. Cina, lavoro forzato e genocidio demografico: le sterilizzazioni coatte per prevenire le nascite nella minoranza musulmana cinese degli Uiguri e il loro sfruttamento come manodopera a basso costo.

Sin dalla sua fondazione, il Partito Comunista Cinese (PCC) si è definito il protettore di tutte le 56 etnie raccolte sotto la sua bandiera. Mille colori, un unico stato.
Il 92% della popolazione del Regno del Centro è composta dagli Han 汉, i cinesi come li conosciamo. Quando si è in Cina le agenzie turistiche propongono tour nei villaggi delle minoranze etniche – siano esse i Miao dai grandi copricapo d’argento o gli Yao con i capelli lunghi fino a terra che vivono sui monti del Guizhou. Queste etnie sono così piccole e così abituate a essere oramai solo un gioco per turisti che non cercano di ribellarsi. O, almeno, non tutte. Tibetani e Hongkongesi ci hanno insegnato che non è bello essere una minoranza in Cina, oggi.

Immaginiamo cosa significhi essere un’etnia di lingua turca dai lineamenti quasi occidentali e di religione islamica sotto la morsa del PCC. È questa la situazione in cui versano gli Uiguri.

Essi costituiscono solo lo 0,6% dell’intera popolazione cinese ma sono una delle principali fonti di preoccupazione per Pechino.
Nel Nord Ovest della Cina si estende la più vasta provincia, lo Xinjiang 新疆维吾尔自治区, che comprende il bacino del Tarim con il deserto del Taklamakan e il bacino Dzungariam divisi dal monte Tianshan. In esso si raggiungono il punto più basso sotto livello del mare (-155 m) e quello più alto (8611 m).
I suoi confini sono delimitati da una ricchezza che spetta a pochi fortunati: il Tibet a Sud, le regioni cinesi dello Qinghai e del Gansu a Est, la Mongolia a Nord Est, la Russia a Nord, Kazakistan, Kirghizistan e Tajikistan a Nord Ovest, il corridoio del Vacan (Afghanistan), il Karakorum (Pakistan) e il Kashmir indiano a Sud Ovest.
Nei vecchi libri di scuola qualcuno lo ha sentito chiamare “Turkestan Cinese”. Il nome Xinjiang fu dato dalla dinastia Qing e significa “Nuova frontiera”.
Questo luogo arido, caldissimo d’estate e freddissimo d’inverno, attraversato in passato dalle carovane della via della Seta è la patria degli Uiguri. Costituiscono almeno la metà dei 22 milioni di abitanti della regione, eppure si stima che fino a un milione potrebbero essere detenuti in campi “rieducativi”.

I centri di detenzione per gli Uiguri.

Sono ormai più di due anni che un’inchiesta del New York Times ha portato alla luce le problematiche dei centri di detenzione dello Xinjiang, tenute nascoste per – si stima – quattro anni, secondo l’istituto di geopolitica Jameson Foundation.
Nei campi si praticano diverse torture, dalla violenza fisica al waterboarding, dall’isolamento alla privazione del sonno. I detenuti sono inoltre costretti a cantare inni nazionali cinesi, è vietato loro pregare e farsi crescere le barbe
Anche chi non è detenuto deve partecipare periodicamente a delle cerimonie in onore del PCC e a condannare come “fanatici” amici e familiari accusati di estremismo.

L’obiettivo del PCC è quello di cancellare la cultura degli Uiguri, la loro storia, la loro dignità?

Una detenuta trentenne è stata deportata per aver indossato un velo e letto libri sulla storia uigura. Uno degli intervistati del New York Times racconta di essere stato incarcerato per aver letto un versetto del Corano durante un funerale. Spesso, però, vengono compiuti arresti al solo scopo di raggiungere la quota prefissata dal governo.
Nelle città dello Xinjiang – Hotan, la più religiosa di tutte, il capoluogo Urumqi, la mitica Kashgar – non si vedono più barbe lunghe e le moschee sono vuote.
Quella che Xi Jinping chiama “lotta al terrorismo” è una vera e propria repressione etnica messa in atto sin dall’infanzia, o prima: infatti i bambini vengono separati dei genitori per crescere ignari della propria cultura e molte donne vengono costrette ad abortire o a essere sterilizzate.

Genocidio demografico: le sterilizzazioni forzate delle donne uigure.

Grazie a un’inchiesta dello scorso giugno di Associated Press è venuto alla luce il problema delle sterilizzazioni forzate delle donne uigure. Si va dall’iniezione di contraccettivi all’inserimento di una spirale posizionata in modo da essere impossibile estrarla senza un’operazione chirurgica – pratica che può portare all’infezione. Secondo l’antropologo tedesco Adrian Zenz, il 2,5 per mille delle donne uigure è stato sterilizzato nel 2018. Il tasso di natalità in Xinjiang, che fino al 2015 era il più alto dell’intera Cina, tre anni dopo era il più basso – complice anche la fuga di molti uiguri all’estero.
Fino al 2016 – anno dell’abolizione della legge del figlio unico – le minoranze etniche non avevano alcun limite sulla procreazione al contrario dei cinesi Han. Da allora le cose si sono capovolte: se i cinesi dell’etnia maggioritaria possono avere fino a due bambini, tutti gli altri al massimo tre. Ricordiamo che gli Han costituiscono il 92% della popolazione cinese.

Il lavoro forzato.

I campi di detenzione si sono, inoltre, trasformati in luoghi di lavoro forzato da parte delle aziende cinesi. È qui che vengono lavorati cotone, tessuti, petrolchimici e viene soddisfatta l’alta richiesta di mascherine di questi tempi. Ciò ha condotto Trump a sanzionare, lo scorso luglio, le aziende che vendono prodotti e componenti alle aziende cinesi accusate di sfruttare la manodopera uigura.
Tornata in Italia per l’estate, ho notato come gran parte dei prodotti anti-covid – mascherine usa e getta, termometri, guanti in lattine – fossero prodotti in Cina. Da anni il “made in China” non ci sorprende più: ma se esso fosse, in realtà, “made in Xinjiang”?
Una nuova indagine del New York times ha svelato come almeno 17 delle 51 aziende di prodotti di protezione sanitaria in Xinjiang si occupino del trasferimento coatto dei “dipendenti” nelle altre provincie, dove sono costretti a imparare il mandarino e a omaggiare il Partito con varie cerimonie.
Amy K. Lehr, direttrice dell’Iniziativa dei diritti umani dello Center for strategic and International studies, dichiara che «Queste sono misure coercitive che obbligano le persone a stare in fabbrica contro la propria volontà. Secondo la legge internazionale ciò può essere considerato lavoro forzato».
In breve, il partito comunista cinese coarta una minoranza etnica e religiosa a divenire un esercito di lavoratori a bassissimo costo. I prodotti di queste industrie non sono solo per uso domestico ma anche mondiale. Una mossa economica e, soprattutto, politica: in questo modo gli Uiguri sono costretti a stare tutto il giorno in una fabbrica, senza la possibilità di ribellarsi, trasformati in ubbidienti robot che adorano il Partito dopo un buon lavaggio del cervello.

Controllo tecnologico costante.

Il Xinjiang è una delle aree più sorvegliate al mondo. Oltre alle telecamere per strada, nei taxi e nei locali pubblici, come nel resto della Cina, gli abitanti di questa provincia sono sottoposti al riconoscimento facciale prima di poter usufruire dei servizi pubblici, come fare la benzina, e a un controllo quotidiano da parte della polizia, che ha il diritto di fare irruzione nelle case. Tutte le chiamate in entrata e in uscita sono registrate dal governo centrale e un’app installata obbligatoriamente permette alle forze dell’ordine di esaminare con facilità il traffico dei cellulari.

L’importanza dello Xinjiang per la Cina.

Perché Pechino si accanisce così tanto contro questo angolo di mondo? Storicamente esso è sempre stato il confine occidentale dell’Impero, prima di divenire una zona cuscinetto tra la Cina e l’Unione Sovietica. Inoltre questa vasta area poco popolata ha un sottosuolo estremamente ricco: 13.000 trilioni di m3 di gas naturale, 2190 di carbone e altre risorse fossili rappresentano il 20% del potenziale energetico cinese insieme ai 23,4 miliardi di tonnellate delle riserve petrolifere.
Nel 2009 le tre aziende di oro nero PetroChina, Gazprom e Shell hanno firmato un accordo per la costruzione di un gasdotto attraverso lo Xinjiang per fornire gas ai diversi paesi dell’Asia centrale.
Oltre alle risorse energetiche, lo Xinjiang è l’unico sito dove la Cina può condurre test nucleari nell’aerea disabitata di Lop Nor, un antico lago salato ora prosciugato.
Se secoli or sono il Turkestan Orientale era attraversato dalla Via della Seta, allo stesso modo oggi è di importanza strategica per la Nuova Via della Seta, la Belt and Road initiative che collega il commercio cinese al resto del mondo.

La risposta di Pechino alle accuse mondiali.

Ufficialmente Pechino si impegna a sradicare i terroristi che negli anni passati hanno provocato disordini in alcune città cinesi, come Kunming, Hotan, Kashgar e addirittura in Piazza Tiananmen sotto la sacra immagine di Mao Zedong.
Diverse organizzazioni internazionali hanno accusato il governo cinese di violare i diritti umani, alle quali è stato risposto che la loro è solo una lotta contro il terrorismo e che le indagini non sono altro che fake news – nel seguente video un giornalista della BBC chiede all’ambasciatore cinese del Regno Unito, Liu Xiaoming, di rendere conto di un gruppo di persone bendate mentre vengono fatte salire su un treno e della testimonianza di una donna uigura.


Alessandra Nitti
Sinologa, viaggiatrice, appassionata lettrice, yogini e scrittrice. Trascorro le giornate nel mio mondo di poesia inventando trame di racconti, progettando viaggi intorno al mondo o in posizioni yoga a testa in giù. Laureata in lingue e letteratura straniere solo per il gusto di conoscere lingue difficili. Vivo a Canton, nel sud-est della Cina, per insegnare italiano a giovani cinesi. Tra una lezione e l’altra gestisco Durga – Servizi editoriali.
L’amuleto di giada, Arpeggio Libero Editore.
Faust – Cenere alla cenere, Arpeggio Libero Editore.
Esilio, Arpeggio Libero Editore.
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Weekend a Leopoli, in Ucraina

Weekend a Leopoli, in Ucraina

Weekend a Leopoli, in Ucraina

Viaggi Di Alessandra Nitti. Weekend a Leopoli, in Ucraina. Storia, piacere e fascino della decadenza in una città polacca dal gusto mitteleuropeo.

Leopoli, L’viv in ucraino, è una delle maggiori città dell'Ucraina. È così diversa dalla capitale; piccola, accogliente, storica: me ne sono innamorata a prima vista.
Le quattro parole che so di russo qui, al contrario di Kiev, non mi aiutano perché a ovest si parla solo ucraino con tante influenze polacche. Polacca era infatti questa città dal gusto tutto mitteleuropeo.
Il centro storico è molto contenuto, con le sue fatiscenti case d’epoca e le vie lastricate.
È forse il suo aspetto decadente e quasi trasandato ad avermi ammaliata. Le costruzioni dall’intonaco scrostato e i tetti strettissimi l’uno all’altro sopra il reticolato di vicoli senza macchine mi ricordano la mia Venezia, anche se osservo il tutto da una Lada – macchina sovietica d’epoca –installata sul tetto dell’House of legend, anziché dalla Scala del Bovolo.

Questo storico bar a quattro piani è un must se si viene a Leopoli. 

Le sue anguste scale si snodano tra le salette a tema, fin sul tetto e ancora più su, se ci si arrampica nel comignolo per osservare i tetti della città e i campanili.
Di chiese ce ne sono a centinaia: cristiane, ortodosse, polacche, armene, queste ultime con i dipinti di angeli dallo sguardo duro o di fantasmi che accompagnano i feretri. Non mancano le mura medioevali, dietro al quartiere ebraico, lì dove della sinagoga distrutta dai tedeschi non rimane altro che le fondamenta e le placche commemorative.

Il teatro e uno scorcio di Leopoli

Alle spalle della città vecchia sorge la collina del castello, che si può percorrere nel silenzio degli alti ippocastani.

Tra le fronde, dall’alto, filtrano i raggi a illuminarne i fiori come candele.
Giunti in cima si ammira la città. Per assaporarla ancora meglio si possono noleggiare dei binocoli da un signore che, avvolto nel suo giaccone militare sia in inverno che in primavera, ascolta musica assurda dal suo altoparlante offrendo un servizio abusivo ai turisti.
Vagando per i vicoli di Leopoli si possono scorgere sui muri dipinti e bassorilievi di leoni, simbolo della città. Un leone anche qui: è come essere a casa.
Il mercato dei libri usati – in cirillico – non è lontano dal cortile dei giocattoli, uno squallido angolo dove vengono raccolti giocattoli abbandonati che, zuppi di pioggia, ti guardano con gli occhioni angosciati. Nessuno vi vuole più e io sento la vostra melanconia in questo surreale pezzo di mondo, in questa sconosciuta Ucraina dal sapore europeo.

Leopoli: prezzi bassi, ottimo cibo, vodka e masochismo. 

A Natale la Piazza del Mercato, la piazza principale, si affolla di mercatini e avventori infreddoliti: riscaldarsi con una tazza di vin brûlé è d’obbligo. In primavera, invece, si approfitta dei patii all’aperto. Leopoli è infatti città di locali: abitanti e turisti non fanno altro che assaporare le bontà dei Carpazi o bere birra e vodka. I prezzi sono assurdamente bassi e il cibo buonissimo.
Per finire, non si può non fare un salto al Bar Masoch, dedicato allo scrittore Leopold Ritter von Sacher Masoch, austriaco di origini ucraine nato qui nel Diciannovesimo secolo. Dal suo nome è stato coniato il termine masochismo. Incluso nel prezzo della vodka al peperoncino o di qualsiasi altro drink ci sono le frustate da parte delle cameriere e, se siete fortunate, potete leccare la panna dal corpo di un avvenente sconosciuto.
Storia, piacere e fascino della decadenza, questa è Leopoli. 


Alessandra Nitti
Sinologa, viaggiatrice, appassionata lettrice, yogini e scrittrice. Trascorro le giornate nel mio mondo di poesia inventando trame di racconti, progettando viaggi intorno al mondo o in posizioni yoga a testa in giù. Laureata in lingue e letteratura straniere solo per il gusto di conoscere lingue difficili. Vivo a Canton, nel sud-est della Cina, per insegnare italiano a giovani cinesi. Tra una lezione e l’altra gestisco Durga – Servizi editoriali.
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31 anni dopo: Hong Kong come Tiānānmén?

31 anni dopo: Hong Kong come Tiānānmén?

31 anni dopo: Hong Kong come Tiānānmén?

Di Alessandra Nitti. Trentun anni fa, tra il 3 e il 4 giugno 1989, l’esercito cinese ha massacrato migliaia di studenti e operai raccolti in piazza Tiānānmén per manifestare contro le restrizioni sulla libertà di parola e di stampa. Oggi, sono i giovani di Hong Kong a protestare per avere maggiore libertà.

L’anno scorso, in onore del trentesimo anniversario della strage di Tiānānmén a Pechino, ho raccontato di come la Cina si sforzi di rimuovere dalla memoria collettiva quella violentissima notte. Tra il 3 e il 4 giugno 1989 l’esercito cinese ha massacrato migliaia di studenti e operai che si erano raccolti nella piazza principale della capitale, davanti alla Città Proibita, per manifestare pacificamente contro le restrizioni sulla libertà di parola e di stampa e in favore di alcune riforme economiche anti-corruzione. Almeno fino a che l’esercito non è arrivato con i suoi carri armati per attaccare i manifestanti.


Secondo la Cina e lo smemorato popolo cinese assoggettato a questo “neo-regime”, quel giorno non è successo niente, sebbene da trent’anni l’accesso a piazza Tiānānmén sia a numero limitato e i turisti vengano controllati con il metal detector come se fosse un aeroporto. Lo scorso agosto ho trascorso del tempo a Pechino e sono rimasta sorpresa quando ho dovuto persino scannerizzare il mio passaporto elettronico per poter accedere alla piazza.
Ma la grande tragedia non è questa.

Hong Kong, quest’anno, non commemorerà le vittime di Tiānānmén, morte per la libertà (di parola), perché la Cina sta negando questa possibilità anche a loro.

La grande tragedia è che oggi, trentun anni dopo, non solo la Cina non ha mai confessato la morte di quelle cinquecento, mille o tremila (ancora non si sa) persone, non solo ha deciso di non riconoscere la libertà di parola tanto bramata, ma la sta togliendo anche a quell’unico porto di libertà che è Hong Kong.
Hong Kong, quest’anno, non commemorerà le vittime di Tiānānmén, morte per la libertà, perché la Cina sta negando questa possibilità anche a loro.

Facciamo un salto indietro: nel 1997 la Corona inglese ha deciso di lasciare la sua colonia al Regno del Centro, con la clausola che per 50 anni nulla sarebbe cambiato. 

Da allora Hong Kong (e da due anni dopo anche la vicina Macao) è zona a statuto speciale, con un proprio governatore, libertà di commercio e di stampa.
Varcare il confine tra Shenzhen, nella Cina continentale, e Hong Kong è un’esperienza quasi mistica per chi vive nello stato di dittatura del Paese a lungo: niente più polizia che entra all’improvviso nei locali per chiederti il passaporto, niente più restrizioni sull’uso di internet, niente più paura di dire qualcosa fuori posto. Ma per quanto ancora?


Da un anno a questa parte, infatti, dopo che il Partito Cinese ha stabilito che i cittadini di Hong Kong possono essere soggetti a estradizione, gli abitanti dell’isolotto asiatico hanno deciso di fare rimostranze contro Pechino.

La Cina non vedeva proteste intestine da quel 4 giugno del 1989. I movimenti hongkonghesi sono iniziati in modo pacifico: chiedevano l’annullamento della nuova legge sull’estradizione, il cambio della ex-governatrice Carrie Lam posta lì da Pechino stessa e maggiore libertà di stampa.
Il Partito ha allora inviato l’esercito al confine a Shenzhen mentre a Hong Kong la polizia sparava proiettili di gomma sulle folle (una ragazza ha perso un occhio) e malmenava i giovani. Da allora fino a gennaio ci sono stati vari scontri e la bandiera rossa a cinque stelle è stata bruciata con grandissima indignazione da parte del popolo cinese.
Le proteste si sono fermate durante la pandemia, ma ora che la Cina ha quasi “debellato il virus”, o così fa intendere, gli hongkonghesi sono tornati a farsi sentire su Hennessy Road.

Hong Kong: vietata la tradizionale fiaccolata in onore della strage di Tiānānmén a Victoria Park, nel cuore dell’isola, ufficialmente a causa della pandemia.

Richard Tsoi, vicepresidente della Hong Kong Alliance in Support of Patriotic Movements in China, ha annunciato che la polizia locale ha vietato la tradizionale fiaccolata in onore della strage di Tiānānmén a Victoria Park, nel cuore dell’isola, a causa della pandemia.
Ma in Cina le misure contro la diffusione del Covid-19 non ci sono quasi più: le scuole hanno riaperto, la gente è tornata a lavorare e il governo distribuisce coupon sconto per spingere il popolo a frequentare i centri commerciali.
Chi vuole, però, domani sera alle 20.09 (GMT +8) potrà collegarsi online per partecipare a una veglia live. Questo è tutto ciò che viene concesso agli Hongkonghesi e a chi è morto per la libertà.


Alessandra Nitti
Sinologa, viaggiatrice, appassionata lettrice, yogini e scrittrice. Trascorro le giornate nel mio mondo di poesia inventando trame di racconti, progettando viaggi intorno al mondo o in posizioni yoga a testa in giù. Laureata in lingue e letteratura straniere solo per il gusto di conoscere lingue difficili. Vivo a Canton, nel sud-est della Cina, per insegnare italiano a giovani cinesi. Tra una lezione e l’altra gestisco Durga – Servizi editoriali.
L’amuleto di giada, Arpeggio Libero Editore.
Faust – Cenere alla cenere, Arpeggio Libero Editore.
Esilio, Arpeggio Libero Editore.
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La casa museo di Michail Bulgakov a Kiev

La casa museo di Michail Bulgakov a Kiev

La casa museo di Michail Bulgakov a Kiev

Viaggi Di Alessandra Nitti. A Kiev, la casa di Michail Bulgakov, scrittore e drammaturgo russo. Nel museo, un’alternanza di fiction e concretezza, tra gli oggetti personali di famiglia e quelli dipinti dei personaggi del suo romanzo, La guardia bianca.

In un bel lunedì mattina di sole, sono andata a visitare la casa d’infanzia di Michail Bulgakov – autore di Il maestro e Margherita – qui a Kiev. L’abitazione si trova al numero 13 della discesa di Sant’Andrea, nel cuore della capitale ucraina nel vecchio quartiere di Podil. Con la ruota panoramica da un lato e la chiesa turchese bordata d’oro sulla cima della collina, questa zona è la mia preferita.
Dal boschetto di Sant’Andrea, dove gli artisti dipingono, i musicisti suonano e le persone si rilassano in compagnia, si ha una bella vista su Kiev e sul fiume Dnipro. È qui che inizia la discesa di Sant’Andrea, dove Michael Bulgakov trascorse gli anni dal 1906 al 1919, fino a che partì per il Caucaso arruolato come medico militare. Non avrebbe mai più fatto ritorno nella sua città natale, se non con il cuore. È infatti proprio in questa casetta che ambientò il suo unico romanzo pubblicato mentre era ancora in vita: La guardia bianca.

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La casa museo di Michael Bulgakov è uno dei must se si visita Kiev.

Non è la solita esposizione di oggetti personali dell’autore, ma un curioso mix tra la vita vera dei bambini Bulgakov a quella fantasiosa del romanzo. Infatti la bella casetta da famiglia perbene dei Bulgakov racchiude in sé la gioventù dell’autore e la ricostruzione degli ambienti de La Guardia Bianca.
Per inglobare entrambe le storie, quella reale e quella immaginaria, ogni stanza è raddoppiata: nella stanza del pianoforte, dalle finestre con i vetri blu per ricreare il crepuscolo della prima scena del romanzo, sono messi insieme l’arredamento dei Bulgakov e quello dei Turbin, i protagonisti: quest’ultimo è totalmente dipinto di bianco per distinguerlo dai mobili della realtà. Da un lato vediamo un pianoforte dell’inizio del secolo con le foto di Michail e dei suoi fratelli da piccoli, dall’altro uno dipinto di bianco con due sedie a indicare lo strumento utilizzato dai Turbin.

La chiesa turchese e oro e la discesa di Sant’Andrea

Tutta la casa è così, in un’alternanza di fiction e concretezza.

Dallo studio da lavoro dell’autore-medico – dove visitava i pazienti affetti da sifilide – alla libreria di Akeksej Turbin. Nella camera da letto di Elena, ricostruita nella stanza delle quattro sorelle Bulgakov, appare l’icona davanti la quale l’eroina del romanzo prega per la vita del fratello; nella stanza dei bambini, invece, c’è il tavolo da lavoro di entrambi, i Bulgakov e i Turbin.
Sul cortile interno al primo piano affaccia una bella veranda con vetrata nella quale una volta al mese gli amanti di Bulgakov si riuniscono per parlarne e per bere un tè.
Insomma, una tappa da fare se si visita Kiev. E se non si può viaggiare fisicamente, non si può non leggere questo romanzo ambientato nell’inverno del 1918-1919, nel pieno della Rivoluzione russa e di una Kiev accerchiata dai cosacchi e dai bolscevichi.

La casa museo di Michail Bulgakov a Kiev: la statua di fronte la casa, lo studio e il pianoforte



Alessandra Nitti
Sinologa, viaggiatrice, appassionata lettrice, yogini e scrittrice, trascorro le giornate nel mio mondo di poesia inventando trame di racconti, progettando viaggi intorno al mondo o in posizioni yoga a testa in giù. Al momento, nonostante la struggente nostalgia per la mia laguna veneziana, vivo a Canton, nel sud-est della Cina, insegno italiano a giovani cinesi che non vedono l’ora di venire nel nostro Bel Paese. Tra una lezione e l’altra gestisco “Durga – Servizi editoriali”, ma soprattutto porto avanti i miei progetti letterari.
L’amuleto di giada, Arpeggio Libero Editore.
Faust – Cenere alla cenere, Arpeggio Libero Editore.
Esilio, Arpeggio Libero Editore.
Memorie. La serenissima tradita, Arpeggio Libero Editore.
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祝你新年快乐 Le tradizioni del Capodanno cinese

祝你新年快乐 Le tradizioni del Capodanno cinese

祝你新年快乐 Le tradizioni del Capodanno cinese

Di Alessandra Nitti. 祝你新年快乐 Felice anno nuovo! Inizia oggi il Capodanno cinese: le leggende, le tradizioni culinarie, la danza del leone e l'oroscopo.

In ogni periodo dell’anno, in una qualche parte del mondo, qualcuno sta festeggiando qualcosa. Nel 2020 il venticinque gennaio – oggi – è il momento di una delle celebrazioni più note a livello mondiale: la Festa di primavera o Capodanno cinese (春节 chunjie), una festività a me cara dopo aver passato diversi anni in Cina.


L’evento più importante per gli abitanti del Regno del Centro cade ogni anno in una data diversa seguendo il calendario lunare, con la prima luna nuova dell’anno, che varia dal venti gennaio al venti febbraio del calendario gregoriano. Ha per i cinesi la stessa importanza del Natale per l’Occidente: dura due settimane durante le quali le attività solite si arrestano e si ha la possibilità di trascorrere del tempo con la famiglia dopo mesi passati lontano.
I cinesi, popolo di migranti, sono sparsi per tutto la nazione e oltre i confini, pertanto la Festa di Primavera è il momento perfetto per riunirsi. Per chi abita in Cina da expat, quei giorni sono quasi una tragedia: le città si svuotano, tutto è pervaso da un’infinita tristezza e, se si non si ha prenotato qualcosa in anticipo, è impossibile ora prendere un aereo o un treno, e se lo si ha fatto, tutti i luoghi turistici saranno super affollati e con i prezzi alle stelle.
A parte questo, è una festa affascinante.


Molte sono le leggende sulla sua origine, tra le quali la mia preferita è quella che riguarda Nian (年, appunto “anno” in cinese), un crudele mostro che ogni dodici mesi, in primavera, esce dalla sua tana per cibarsi di esseri umani. 

L’unico modo per ammansirlo è di riempire l’aria di rumori e colori, in particolar modo di rosso, considerato dai cinesi di buon auspicio.
Oggigiorno le città e le case di cinesi vengono decorate con alberi di mandarini amarissimi, segno di prosperità, di manifesti e poster rossi con il carattere fu (福fortuna e felicità) e l’immagine dell’animale corrispondente al nuovo anno, le lanterne vengono appese qui e lì davanti agli edifici e sugli alberi. Ricordo il bellissimo baniano tropicale adorno di piccole lanterne rosse davanti casa mia l’anno scorso, con i suoi rami esterni e le liane.

La sera di Capodanno le famiglie si riuniscono per mangiare in abbondanza, come noi a Natale. 

Il piatto più diffuso sono i ravioli cinesi al vapore (饺子 jiaozi), con dentro carne o verdure. Sono buonissimi, cotti nelle vaporiere di bambù, e sono simbolo di abbondanza, insieme agli spaghetti che indicano longevità e al pesce che indica ricchezza (infatti molti ristoranti e molte aziende possiedono un acquario al loro ingresso).
Poi ci si scambia i regali e ai più giovani si danno le hongbao (红包), le buste rosse con dentro i soldi (con l’avvento della tecnologia e la quasi estinzione dei contanti in Cina, esiste l’opzione hongbao persino in Wechat, il Whats’app cinese!), e infine si va in strada a sparare botti e fuochi d’artificio. In fondo, la polvere da sparo è stata inventata dai cinesi proprio per questo, mica per lottare! Sempre pronti a divertirsi, i miei pacifici cinesi.

Un altro lascito delle antiche leggende è la famosa danza del leone.

I ragazzi, in gruppo, si travestono da leone di cartapesta con una grossa maschera che starebbe a simboleggiare il mostro Nian e vanno in giro per le città a danzare al ritmo dei tamburi. Si vede questo tipo di danza in molti Paesi asiatici: io li ho visti in Laos, ma si festeggia la Festa di Primavera anche in Cambogia, Malesia, Singapore e… in Italia! A chi non è mai capitato di vedere i festeggiamenti per il Capodanno cinese in alcune grandi città della penisola?

L’ultima curiosità è quella che riguarda l’oroscopo cinese.

Ogni anno viene assegnato a un segno zodiacale in un ciclo di dodici e a uno dei cinque elementi della natura (terra, legno, fuoco, metallo e acqua). Ogni combinazione appare una volta ogni sessant’anni. Io, per esempio, sono una cavallo in metallo.
Il 2020 (dal 25 gennaio, però!) è l’anno del Topo in Metallo. Si dice che i bambini nati quest’anno diventeranno intelligenti e positivi, con uno sguardo sempre ottimista sulla vita. Saranno flessibili e si adatteranno facilmente all’ambiente circostante, ameranno la famiglia e sapranno gestire le relazioni interpersonali. Peccheranno, però, di testardaggine e di mancanza di coraggio.
E voi, di che segno siete?


Alessandra Nitti
Sinologa, viaggiatrice, appassionata lettrice, yogini e scrittrice. Trascorro le giornate nel mio mondo di poesia inventando trame di racconti, progettando viaggi intorno al mondo o in posizioni yoga a testa in giù. Laureata in lingue e letteratura straniere solo per il gusto di conoscere lingue difficili. Vivo a Canton, nel sud-est della Cina, per insegnare italiano a giovani cinesi. Tra una lezione e l’altra gestisco Durga – Servizi editoriali.
L’amuleto di giada, Arpeggio Libero Editore.
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Recensione: Con la mia valigia gialla, di Stefania Bergo

Recensione: Con la mia valigia gialla, di Stefania Bergo

Recensione: Con la mia valigia gialla, di Stefania Bergo

Libri Recensione di Alessandra Nitti. Con la mia valigia gialla di Stefania Bergo (PubMe – Collana Gli scrittori della porta accanto). Un Natale tra la terra rossa, la bellezza dell’Africa e dell’esistenza sulle «montagne russe emozionali».

Ora che il Natale è sempre più vicino mi viene voglia di parlare di un libro letto poco tempo fa, la storia di una donna che per le feste fa qualcosa di diverso: si mette su un aereo diretto in Kenya e va a costruire una doccia nel reparto di pediatria di un ospedale perso nel bush africano, a 300 km da Nairobi. Tre settimane di lavoro tra la terra rossa, quella terra che Stefania Mwende Bergo, l’autrice, mi ha già fatto amare con il suo secondo romanzo sul tema (che ho letto per primo) Mwende. Ricordi di due anni in Africa.


Giovane ingegnere clinica, in Con la mia valigia gialla Stefania ci racconta l’Africa attraverso la sua esperienza. Leggendola sono stata travolta dal sole che brilla sulla vallata, dal ritmo dei tamburi che la notte si spande nel buio, dai sorrisi dei bambini ricoverati che colorano il Natale e addobbano un tamarindo anziché un abete, donne e uomini che hanno trascorso le ferie con le infradito e la paura degli scorpioni, svegliandosi con tanta energia e dando un significato a quelle giornate piene e stancanti. Con Stefania ho conosciuto la cittadina di Matiri e le persone che camminano, vanno e vanno ma non si sa mai dove, i bambini che si bagnano nel fiume incuranti dei coccodrilli, la capra mangiata con le mani, tutti insieme, al buio, il mercato tropicale e la polvere rossa.

Lo stile è leggero e intenso, intimo.

Stefania Bergo ci parla come se stesse scrivendo delle lettere a degli amici e pare quasi di leggerle al tepore del caminetto, mentre l’immaginazione è tra le percussioni notturne e le costellazioni tropicali, in un mondo nel quale uomo e natura sono ancora fusi l’uno nell’altro.
Tutto prende vita lungo le loro sponde, la natura e le persone, che poi qui sono la stessa cosa.
Stefania Bergo, Con la mia valigia gialla
Oltre alla bellezza dell’Africa, leggiamo anche della bellezza dell’esistenza, di quei bambini che vengono alla luce, di quegli uomini che si attaccano tenacemente alla vita, di quelli che invece se la fanno scivolare via tra le dita come la terra della vallata. Siamo accanto alla Bergo sulle sue «montagne russe emozionali», come le chiama lei, ci sentiamo vivi perché lei lo è, perché lei ha dato un senso.

In Con la mia valigia gialla assaggiamo la sua Africa, l’Africa di Stefania Bergo, e con il seguito Mwende la assaporiamo appieno.

Io alzo gli occhi e rimango puntualmente senza fiato. Il cielo di notte, in Africa, è un miracolo. C’è una stella in ogni direzione. Sono talmente tante che non si distingue dove finisca una costellazione e ne cominci un’altra. Rimango in silenzio. Rimaniamo tutti in silenzio. Mi sembra quasi di sentirle respirare o di vederle pulsare come piccoli cuori argentati. Piccoli cuori che di tanto in tanto piangono e ogni lacrima lascia una scia di lustrini leggeri. Le stelle cadenti. Resterai a contemplare il cielo ogni notte.
A volte, quando ormai tutti sono rientrati nelle loro stanze, mi trattengo qualche minuto sotto la pergola. Mi immergo nel buio, della vallata, accesa da qualche piccolo fuoco silenzioso. È suggestivo sentire i tamburi nell’oscurità e immaginare che là, n quella direzione, ma lontano lontano, ci sia una festa di iniziazione.
Stefania Bergo, Con la mia valigia gialla



Con la mia valigia gialla

di Stefania Bergo
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Memoir di viaggio | Narrativa non fiction
ISBN 978-8833667829
Cartaceo 12,00€
Ebook 1,09€

Sinossi

È un diario di viaggio autobiografico.
Stanca della superficialità di una vita nemmeno troppo tranquilla, Stefania decide di partire. Da sola. Casualmente, trova in internet i contatti di un'associazione che gestisce il St. Orsola, un ospedale in un'area rurale del Kenya, Matiri. E parte con una valigia gialla, poche aspettative, tanta curiosità e voglia di cambiare, non certo il mondo, ma almeno la sua piccola insignificante esistenza.
Con la mia valigia gialla è il racconto dei piccoli eventi quotidiani (solo apparentemente banali) accaduti in quelle tre settimane, conditi con una manciata di riflessioni dell'autrice sulle diverse abitudini e sulla cultura locali, scanditi dai messaggi che inviava regolarmente via mobile a un caro amico con cui ha voluto condividere, in tempo reale, la sua esperienza.
Contrariamente a quanto si pensi, però, non è un libro sul volontariato. Il volontariato è solo un dettaglio. L'intenzione dell'autore era di raccontare il viaggio, una piccolissima parte d'Africa, quella che lei ha conosciuto, diversa dalla miriade di altre facce di una terra magica, unica. Ne racconta le usanze locali, i profumi, i colori, i suoni, il quotidiano. Le emozioni. E ne ha dato una sua personale chiave di lettura, intervallando ai dipinti della natura le sensazioni restituite, i pensieri suggeriti, le domande che si è posta e che pone a chi vorrà leggere le pagine del suo libro e soffermarsi, come lei, a cercare una risposta. Anche se spesso risposte non ce ne sono. Ecco perché questo libro non vuole insegnare nulla. È un semplice mezzo messo a disposizione dall'autrice per far compiere al lettore lo stesso viaggio (anche se non sarà mai lo stesso) senza prendere un aereo, semplicemente con l'immedesimazione.


Credits: foto originale di Stefania Bergo


Alessandra Nitti
Sinologa, viaggiatrice, appassionata lettrice, yogini e scrittrice. Trascorro le giornate nel mio mondo di poesia inventando trame di racconti, progettando viaggi intorno al mondo o in posizioni yoga a testa in giù. Laureata in lingue e letteratura straniere solo per il gusto di conoscere lingue difficili. Nonostante la struggente nostalgia per la mia laguna veneziana, vivo a Canton, nel sud-est della Cina, dopo aver vagato per il Sud-est asiatico, per insegnare italiano a giovani cinesi. Tra una lezione e l’altra gestisco “Durga – Servizi editoriali”, ma soprattutto porto avanti i miei progetti letterari.
L’amuleto di giada, Arpeggio Libero Editore.
Faust – Cenere alla cenere, Arpeggio Libero Editore.
Esilio, Arpeggio Libero Editore.
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Recensione: Pyongyang blues, di Carla Vitantonio

Recensione: Pyongyang blues, di Carla Vitantonio

Libri Recensione di Alessandra Nitti. Pyongyang blues di Carla Vitantonio (ADD Editore). Quattro anni di vita in Nord Corea messi su carta, tra gente che va e che viene, sguardi evitati con i locali, nel freddo delle case di cemento arredate con mobili di plastica.

Libri Recensione di Alessandra Nitti. Pyongyang blues di Carla Vitantonio (ADD Editore). Quattro anni di vita in Nord Corea messi su carta, tra gente che va e che viene, sguardi evitati con i locali, nel freddo delle case di cemento arredate con mobili di plastica.

Un pomeriggio di qualche tempo fa mentre scorrevo con fare annoiato la Home di Facebook il buon vecchio Zucky, che con i suoi magici algoritmi sa sempre cosa ci piace, mi ha fatto comparire sullo schermo un articolo su un libro che ha subito catturato la mia attenzione. Per un’amante dell’Asia ma soprattutto di posti proibiti come me, quel Pyongyang Blues non poteva non far spostare il mio pollice sul link e ringraziare, per una volta, la schiavitù dai social.
Le seguenti riflessioni non fanno davvero parte delle mie chiacchiere sui libri in viaggio, è quasi più un libri in viaggi che bramo fare con tutta me stessa e grazie a Carla Vitantonio, autrice di questa sorta di diario, posso dire di aver sbirciato un pochino dietro il faccione di Kim Jong Un quando minaccia di farci saltare in aria da uno schermo TV.

Che la Nord Corea nessuno la conosca sul serio e che i media mandino in onda solo ciò che vogliono farci sapere è un dato di fatto.

Pertanto, non appena ho visto il palazzone grigio con le giostre colorate e una grossa stella rossa sulla copertina di Pyongyang Blues ho salvato il nome fino al mio rientro in Italia. Due giorni dopo essere atterrata sono corsa in libreria e l’ho ordinato, poi l’ho letto d’un fiato, un po’ per lo stile gioioso e colloquiale di Carla Vitantonio, che pare essere seduta al tavolo con noi, tra una birra e una boccata di fumo ci racconta dei periodici tagli dell’elettricità e dell’acqua, del puzzo di kimchi nelle strade d’autunno, poi sostituito dalle torte di carbone ai lati dei marciapiedi mentre i passanti scivolano sui lastroni di ghiaccio, infine rimpiazzati dai petali di albicocchi che colorano un paesaggio monumentale, enorme, sormontato dalla Torre del Juche che indica la retta via con la sua fiamma illuminata.

Quattro anni di vita messi su carta, quattro di anni di vita in Nord Corea, tra gente che va e che viene, tra sguardi evitati con i locali, nel freddo delle case di cemento arredate con mobili di plastica. 

Quattro anni di paure e finte condiscendenze, ma anche serate sudate da balli e amori che danno un senso a un’esistenza forzata.
Per pochi giorni sono stata nella Corea del Nord con Carla Vitantonio, e ho amato ogni singolo momento, ogni singola virgola, ho avuto paura per lei e sospirato di sollievo più volte. L’ho persino seguita con piacere a Pechino nei luoghi dove io stessa ho vissuto. All’epoca sarei potuta andare al Gate 09 dell’aeroporto della capitale cinese e prendere un aereo della Air Koryo e mettere il naso, solo per un attimo, in quel mondo barricato. Invece l’ho fatto solo su carta e credetemi, con le parole della Vitantonio sembra di esserci stati per davvero.

Non vi racconterò chi era Carla Vitantonio e perché era lì: questo dovete scoprirlo tramite le sue parole, se avrete il coraggio di seguire la stella rossa dell’Estremo Oriente.

Nel 2011, quando partii per Rimini Sud, non avevo nemmeno disdetto l’appartamento, convinta che sarei tornata al mio sempre (il baretto sotto casa, la signora della verdura, il fidanzato di allora in maglietta bianca che mi salutava con la mano, le manifestazioni in piazza, gli amici, i nove metri quadri e in fin dei conti boh). E cazzo siamo già al 2014. Dico, era l’unico modo per vincere contro questa precarietà? Era l’unico modo per evitare che, come il freddo umido di Padova d’inverno, si infilasse nelle ossa una sensazione sottile e intangibile che rimaneva anche quando poi faceva caldo? Mi pare che no, che non fosse l’unico modo. Del resto, mica sono partiti tutti. No, molti sono rimasti. I coraggiosi. Mica come noi, che a un certo punto come i topi prima del naufragio. Luca che dici?
Carla Vitantonio, Pyongyang blues

Pyongyang blues

di Carla Vitantonio
ADD Editore
Non fiction
ISBN 978-8867832392
Cartaceo 15,30€
Ebook 7,99€

Sinossi 

Cosa succede quando si risponde al precariato del sistema capitalista trovando lavoro in una delle ultime realtà comuniste rimaste? In gioco ci sono la propria visione del mondo, le relazioni amorose e amicali, la ricerca di stabilità e dignità. Poco più che trentenne e attrezzata con un master in diplomazia, Carla Vitantonio è atterrata per la prima volta all'aeroporto di Pyongyang con un lavoro come insegnante di italiano. Non sapeva che la sua esperienza da expat nella dittatura nordcoreana sarebbe durata quattro anni e che proprio lì, diventando capo missione di una ONG, avrebbe conosciuto a fondo il mondo della cooperazione internazionale. Attraverso esplorazioni esistenziali e relazionali, in un quotidiano ordinario e straordinario, la sua lettura della Corea del Nord offre uno sguardo inedito e fresco, che arricchisce di sfumature e sottigliezze la consueta rappresentazione del regime monolitico per eccellenza. Come in un Monopoli governato da regole aleatorie, imprevisti e probabilità, "Pyongyang blues" segue il ritmo e la ciclicità senza scampo delle stagioni, naturali e diplomatiche, raccontando un contesto in cui la vita stessa è un atto politico.

Credits: foto originale di Abel Pino Cruz


Alessandra Nitti
Sinologa, viaggiatrice, appassionata lettrice, yogini e scrittrice. Trascorro le giornate nel mio mondo di poesia inventando trame di racconti, progettando viaggi intorno al mondo o in posizioni yoga a testa in giù. Laureata in lingue e letteratura straniere solo per il gusto di conoscere lingue difficili. Nonostante la struggente nostalgia per la mia laguna veneziana, vivo a Canton, nel sud-est della Cina, dopo aver vagato per il Sud-est asiatico, per insegnare italiano a giovani cinesi. Tra una lezione e l’altra gestisco “Durga – Servizi editoriali”, ma soprattutto porto avanti i miei progetti letterari.
L’amuleto di giada, Arpeggio Libero Editore.
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Recensione: Sleeping beauties, di Stephen e Owen King

Recensione: Sleeping beauties, di Stephen e Owen King

Recensione: Sleeping beauties, di Stephen e Owen King

Libri Recensione di Alessandra Nitti. Sleeping beauties di Stephen e Owen King (Sperling & Kupfer). Donne forti, che si ribellano al patriarcato, chi con il crimine, chi con la propria forza interiore: denunciare alla violenza di genere con un horror.

Il potere è in voi, in tutte voi
Nel 2017 Stephen King e suo figlio Owen pubblicano Sleeping beauties (Sperling and Kupfer), un romanzo per molti versi differente rispetto a quelli di solito pubblicati dall’autore americano, un romanzo dalla parte delle donne.
La vicenda si snoda nelle Tre Contee, precisamente nella cittadina di Dooling, piccola e sconosciuta, provinciale, una città dove non succede mai nulla e dove molte vite ruotano attorno alla droga e ai crimini.
I protagonisti di questa storia corale sono molti: Clint, lo psichiatra del carcere femminile, e sua moglie Lila, lo sceriffo di Dooling; Janett, la responsabile del carcere e sua figlia Mickey, un’ambiziosa giornalista; le detenute, i poliziotti e, infine, Evie Black, una donna o un essere sovrannaturale.


Tutto inizia quando una prigioniera si sveglia nel cuore della notte gridando che la regina nera è arrivata.

E, in contemporanea, viene compiuto un duplice omicidio da parte di Evie Black, che sfonda la parete di una roulette con le teste di due produttori di speed dopo averli strangolati, lasciando però illesa Tiffany, la tossica maltrattata dai due.
Nello stesso giorno, una stranissima epidemia cala su tutto il mondo: le donne che si addormentano non si risvegliano più, vengono avvolte da filamenti che formano bozzoli simili a quelli delle farfalle e se qualcuno prova a rianimarle il loro corpo senza coscienza trucida il colpevole.
Il mondo e Dooling vanno nel caos più totale: metà della popolazione sta sprofondando in un sonno eterno e l’altra metà si rende conto di non poter gestire la situazione da sola.


Alcune donne cominciano ad addormentarsi di proposito, grate di poter finalmente allontanarsi da una vita di sofferenze, spessissimo causate dal partner maschio (basta fare un giro tra le detenute per capire quanto Stephen e Owen King colpevolizzino le violenze dei mariti sulle donne per i crimini di queste ultime. ).

Altre invece resistono senza sonno per giorni e giorni, mostrando una forza di volontà quasi incredibile.
Nel frattempo Evie Black, arrestata dopo l’omicidio, è nel carcere: fluttua sulla branda mentre gioca con lo smartphone rubato a una guardia ed è l’unica sulla faccia della terra a poter risvegliarsi dopo un sonnellino. Quando questo si verrà a sapere, Dooling si dividerà in due tra chi vuole proteggerla e chi vuole ucciderla, entrambe le fazioni sicure che l’epidemia provenga da lei. E come risolveranno gli uomini rimasti questa faccenda? Con la violenza, una violenza inaudita che va aumentando sfogliando le pagine.

È questo il tema principale del romanzo: la violenza.

Perché il mondo è in preda al dolore? Secondo Stephen e Owen King perché gli uomini risolvono tutto con le armi, proprio come nell’assedio al carcere.
E perché Tiffany viene malmenata dai produttori di speed, Angel e Jeanette sono in carcere per aver ucciso il proprio partner che le picchiava, Elaine vuole togliere la figlia al padre violento che spaventa insegnanti, ragazzi e chiunque osi rivolgersi alla bambina? Per gli uomini e per i loro abusi domestici, per le molestie che i secondini infliggono alle detenute, per i vandali che bruciano una barbona, come pure il bifolco che ha dato fuoco alla moglie addormentata.
Da un lato questi uomini e queste donne, dall’altro persone come Clint, profondamente innamorato della moglie e deciso a difendere Evie, o come le fortissime Lila e Jeanette, che in due mantengono l’ordine di tutta una città.


Donne forti, che si ribellano al patriarcato: chi con il crimine, chi con la propria forza interiore.

Non solo una storia emozionante sullo stile del grande scrittore Stephen King che ti costringe a stare incollato al libro, ma anche una denuncia alla violenza di genere dietro un’idea geniale: donne imbozzolate che in un Aldilà possono creare un mondo nuovo, un mondo dove i primissimi bambini maschi partoriti dalle donne addormentate verranno educati per un mondo migliore, senza violenza.
Cosa sceglieranno queste donne? Di creare la società umana dall’inizio o di tornare dai propri uomini?
Jared era affascinato, come tanti altri prima di lui, dalla naturalezza con cui maschi e femmine giocavano insieme. Che cosa cambiava con il passare del tempo? Perché, non appena cominciava la scuola dell’obbligo, si dividevano all’improvviso in due gruppi nettamente distinti? Il motivo era biologico? Genetico? Lui non era disposto ad accettarlo. Le persone erano più complicate di così; le persone avevano radici ramificate e quelle radici avevano radici.
Stephen King, Sleeping Beautie


Sleeping beauties

di Stephen King
Sperling & Kupfer
Horror
ISBN 978-8820063269
Cartaceo 18,61€
Ebook 8,99€

Sinossi 

Sleeping Beauties è una favola nera gloriosamente ricca di storie, idee, eventi e personaggi memorabili, che inizia con un C'era una volta a Dooling e termina con un finale degno dei King.
Dooling è una piccola città fortunata del West Virginia, con una splendida vista sui monti Appalachi e lavoro per tutti. È a Dooling, infatti, che qualche anno fa è stato costruito un carcere all'avanguardia destinato solo alle donne, che siano prostitute o spacciatrici, ladre o assassine, o ancora tutte queste cose insieme. Ed è una di loro, in una notte agitata, ad annunciare l'arrivo della Regina Nera. Per il dottor Norcross, lo psichiatra della prigione, è routine, un sedativo dovrebbe sistemare tutto. Per sua moglie Lila, lo sceriffo di Dooling, poteva essere un presagio. Perché poche ore dopo, da una collina lì vicina, arriva una chiamata al 911, ed è una ragazza sconvolta a urlare nel telefono che una donna mai vista ha ammazzato i suoi due amici, con una forza sovrumana. Il suo nome è Evie Black. Intorno a lei svolazzano strane falene marroni e sembra venire da un altro mondo. Lo stesso, forse, dove le donne a poco a poco finiscono, addormentate da un'inquietante malattia del sonno che le sottrae agli uomini. Un sonno dal quale è meglio non svegliarle.


Alessandra Nitti
Sinologa, viaggiatrice, appassionata lettrice, yogini e scrittrice. Trascorro le giornate nel mio mondo di poesia inventando trame di racconti, progettando viaggi intorno al mondo o in posizioni yoga a testa in giù. Laureata in lingue e letteratura straniere solo per il gusto di conoscere lingue difficili. Nonostante la struggente nostalgia per la mia laguna veneziana, vivo a Canton, nel sud-est della Cina, dopo aver vagato per il Sud-est asiatico, per insegnare italiano a giovani cinesi. Tra una lezione e l’altra gestisco “Durga – Servizi editoriali”, ma soprattutto porto avanti i miei progetti letterari.
L’amuleto di giada, Arpeggio Libero Editore.
Faust – Cenere alla cenere, Arpeggio Libero Editore.
Esilio, Arpeggio Libero Editore.
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Shangri-la e il Tibet incontaminato di James Hilton

Shangri-la e il Tibet incontaminato di James Hilton

Shangri-la e il Tibet incontaminato di James Hilton

I luoghi dei libri Di Alessandra Nitti. Orizzonte perduto di James Hilton (Sellerio). Un viaggio sull'altopiano tibetano, il tetto del mondo, alla scoperta del monastero di Shangri-la.

Se vi dicessero che in un luogo lontano da qui esiste un mondo nel quale il tempo può essere rallentato, cosa fareste? È questo quello che si chiede Conway, il giovane console dell’Impero Britannico, ne L’orizzonte Perduto (titolo originale Lost Horizon) di James Hilton.
In questo breve romanzo del 1933, l’autore inglese narra le avventure di Conway e dei suoi tre compagni per caso, Miss Brinklow, una suora missionaria, Barnard, un ricercato americano, e il Capitano Mallinson, vice-console; una storia apocrifa in cui la voce narrante, personificata da Rutherford, ci riporta le memorie raccontate dal console prima della sua amnesia.
Orizzonte perduto di James Hilton

Orizzonte perduto

di James Hilton
Sellerio
ISBN 978-8838911545
Cartaceo 10,20€

La vicenda inizia nel momento in cui i quattro protagonisti devono lasciare l’immaginaria città di Baskul in preda ai conflitti anti-imperialisti per riparare a Peshawar, nell’odierno Pakistan, a bordo di un aeroplano. 

È solo quando il mezzo vola verso orizzonti sconosciuti che i passeggeri si accorgono che il pilota è un cinese mai visto prima. In seguito a un atterraggio rocambolesco e quasi impossibile, un gruppo di uomini armati impedisce ai quattro di scendere mentre altri svuotano barili di gasolio nel serbatoio dell’aereo, abbastanza perché il velivolo possa condurli verso est.
Dopo infinite ore di smarrimento e confusione, atterranno di nuovo in una manovra d’emergenza; il pilota muore, lasciando i protagonisti al freddo nel mezzo di quello che scopriranno essere l’altopiano tibetano, ancora inesplorato, colmi di domande e oramai consapevoli di essere dati per dispersi. Poco dopo, un monaco con il suo accompagnamento salverà gli inglesi per condurli tra impervie strade desertiche in un monastero lontano dal mondo stesso: Shangri-la, al quale è impossibile accedere e dal quale è impossibile fuggire senza conoscerne la via.
Presto, Conway verrà a sapere di come in quel luogo il tempo si allunghi: l’aria rarefatta del tetto del mondo regala agli uomini una vita incredibilmente longeva, anche fino ai trecento anni di età, e di come loro quattro siano stati rapiti per andare a riempire le file degli uomini destinati a proteggere la sapienza e le arti dell’umanità, mentre fuori infuriano le guerre mondiali. L’eroe, allora, dovrà decidere se rimanere nel fantastico monastero o se cedere alle pressioni di Mallison e scappare con lui per tornare nella società degli uomini.

Pusong lin monastery

James Hilton idea questo romanzo tra le due grandi guerre con la speranza che esista davvero un luogo come il monastero di Shangri-la, ma non in Tibet, bensì in ognuno di noi.

Un posto intoccabile dalla violenza esterna nel quale fermare l’orologio e dedicarsi alla bellezza delle arti e dello studio nonostante la devastazione che avviene in un pianeta scosso dalle battaglie.
Shangri-la, oggi, esiste davvero: il libro l’ho comprato lì. Con un’abile mossa di marketing, pochi anni fa il governo cinese ha deciso che la cittadina di Zhongdian 中甸 nel nord della provincia dello Yunnan 云南, a più di 3000 metri d’altitudine sull’altopiano tibetano, somigliasse davvero al luogo descritto da James Hilton.
Nella prefettura autonoma tibetana di Deqen, Shangri-la si raggiunge in quattro pericolose ore di bus e tornanti dalla città di Lijiang, anch’essa in Yunnan, o in aereo da Kunming, Pechino, Canton, e Chengdu (per le ultime tre esistono voli diretti da Roma e Milano).

A Shangri-la è possibile visitare uno dei più grandi monasteri tibetani del paese, Ganden Sumtseling Monastery o Songzanlin Si (松赞林寺) con il suo penetrante odore di candele di burro di yak e i dipinti del pantheon buddhista.

Ci si arriva facilmente con il bus n.3 dalla città vecchia, che è un agglomerato di case in legno in stile tibetano, con i tetti di legno e le finestre cerchiate di pittura bianca rossa e blu.
Purtroppo, Shangri-la include una squallida città moderna di circa 200.000 abitanti, affollata e trafficata, così in contrasto con la natura circostante: da qui, infatti, con mezzi privati non è difficile raggiungere laghi, gole, monti e parchi nazionali: Potatso National Park o Pudacuo National Park (普达措国家公园), Haba Snow Mountain (哈巴雪山), Meili Snow Mountain (梅里雪山).
A tre ore di bus, sulla strada per Lijiang, consiglio di visitare la Gola del Salto della Tigre (Hutiaoxia 虎跳峡), attraversata da un impetuosissimo Fiume Giallo che dal canyon scorre verso l’interno della Cina, dove da millenni doma la vita all’Impero del Centro.

Putatso National Park e la Gola del salto della tigre

Per soli 100 rmb a notte (13 euro) ho alloggiato in una camera matrimoniale a Tavern 47, una vera casa tibetana in legno gestita da due donne Naxi (una delle tante etnie presenti nella provincia dello Yunnan) e dal marito coreano di una delle due, che la tengono linda come uno specchio e riescono anche a cucinare perfettamente piatti tibetani, coreani, cinesi e il deliziosissimo hamburger di yak.
Shangri-la è una meta insolita per il turista occidentale, abituato alle grandi metropoli della Cina: eppure lo Yunnan è la provincia più varia e ricca di bellezza naturali della nazione. Visitare tutta la regione richiede due o tre settimane, se si intende viaggiare dall’estremo sud tropicale al confine con la Birmania all’altopiano tibetano che comprende, appunto, Shangri-la. Il tempo, lì su, non si espande per davvero, ma una capatina sul tetto del mondo di sicuro rimarrà impressa nella memoria a lungo.



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Alessandra Nitti
Sinologa, viaggiatrice, appassionata lettrice, yogini e scrittrice. Trascorro le giornate nel mio mondo di poesia inventando trame di racconti, progettando viaggi intorno al mondo o in posizioni yoga a testa in giù. Laureata in lingue e letteratura straniere solo per il gusto di conoscere lingue difficili. Vivo a Canton, nel sud-est della Cina, per insegnare italiano a giovani cinesi. Tra una lezione e l’altra gestisco Durga – Servizi editoriali.
L’amuleto di giada, Arpeggio Libero Editore.
Faust – Cenere alla cenere, Arpeggio Libero Editore.
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