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L'incipit | #11 Non tutto è come sembra

Incipit - Gli scrittori della porta accanto
«Stefano, hai controllato la targa? Si tratta di Visconti?»
«Sì dottore. La targa è quella segnalata.»
«Già, come immaginavo. Diavolo, che morte del cazzo! Hai notato qualche segno di frenata sull’asfalto?»
«No dottore. Nessun segno di frenata!»
«E smettila con ‘sto dottore!‘ Sto povero Cristo… come avrà fatto a uscire di strada e finire nel fiume, in un rettilineo del genere?»
«Forse ha avuto un malore o forse è stato abbagliato dai fanali di qualche auto oppure, magari, stava correndo troppo forte.»
«Può essere tutto, come facciamo a saperlo dal momento che non ci sono segni sull’asfalto né testimoni oculari! Chi glielo dice, adesso, a quella sventola di sua moglie che suo marito è morto affogato?»

«Dott… Maresciallo, credo che la moglie sia quella che sta gridando e cerca di farsi largo tra i curiosi.»
Il maresciallo Giovanni Colucci attese che la gru appoggiasse sull’asfalto l’Audi grondante d’acqua e di fango, da cui pendevano, inoltre, alcuni filamenti di qualche pianta acquatica. Guardò attraverso il finestrino aperto del lato guida e vide, per prima cosa, il volto del cadavere che, se non fosse stato per il pallore della pelle, il colore grigiastro delle labbra e per i capelli fradici, poteva sembrare quello bello e rilassato di una persona che stava tranquillamente dormendo. Il corpo era in perfetta posizione seduta, tenuto ben saldo sul sedile dalle cinture di sicurezza. Soltanto spostandogli il corpo in avanti Giovanni poté notare un rivolo di sangue, oramai raggrumato, che gli scendeva dalla base della nuca lungo tutto il collo sino ad andare a formare una vistosa chiazza che aveva impregnato la camicia. Scostò i capelli e gli apparve una ferita trasversale, non molto lunga, ma che sembrava profonda.

Aprì la portiera e cominciò a frugare nelle tasche della giacca dell’uomo, finché trovò il suo portafogli da cui estrasse la patente di guida. Lesse il nome: “Giancarlo Visconti”.
Guardò tra la folla di curiosi che si accalcavano oltre i nastri segnaletici posizionati dai suoi colleghi e focalizzò la sua attenzione sulla donna che, a fatica, Cosimo cercava di trattenere per evitare che oltrepassasse la fragile barriera.
Giovanni strofinò la mano destra sul fianco della divisa, nel tentativo di asciugarla e poi se la passò tra i capelli. Era un gesto del tutto inutile, poiché non aveva alcun ciuffo da tenere a bada, ma gli veniva d’istinto quando si sentiva leggermente infastidito da qualcosa; era come se da esso riuscisse a trarre quel minimo di coraggio in più che gli serviva per affrontare ogni piccola sfida.
Si avvicinò alla donna che sembrava in preda a una crisi isterica e le si rivolse con il tono più gentile che riuscisse a ottenere: «Lei è la signora Visconti?»
«Sì, sono io. Qua non mi vuole dire niente nessuno! La prego, ho riconosciuto la nostra auto; so che quello è mio marito! Mi lasci andare da lui, voglio vederlo!»
«Sì, signora, temo che abbia ragione; dai documenti in suo possesso risulta che si tratta di suo marito. È sicura di volerlo vedere?»
La donna ebbe un visibile sbiancamento in viso, ma smise di agitarsi e di gridare. Dopo essersi ricomposta, rispose: «Sì, devo vederlo!»
Il maresciallo fece un cenno con la testa a Cosimo, quindi egli alzò il nastro segnaletico bianco e rosso e permise alla donna di passarci sotto. Giovanni la prese delicatamente al braccio e iniziò ad accompagnarla verso l’auto. Lei, completamente in silenzio, procedeva con passo un po’ incerto che denotava tutta l’agitazione e il timore che doveva provare nell’affrontare quella terribile situazione.
Quando furono in prossimità dell’Audi, la donna si divincolò dalla leggera stretta del suo accompagnatore e si lanciò con foga verso la portiera, cercando di afferrare la maniglia per poterla aprire, gridando il nome del consorte a gran voce.
Il maresciallo la fermò: «Signora, la prego, non tocchi nulla! Può confermare che quello è suo marito?»
«Sì, è proprio lui! Ma come può essere successo?» rispose lei singhiozzando rumorosamente.
«È una cosa che dobbiamo ancora accertare. Ora la faccio accompagnare a casa.»
«No, no. Voglio stare con lui.»
«Non c’è nulla che possa fare qua. Ci lasci compiere il nostro lavoro. Mi creda, è molto meglio se torna a casa dai suoi figli. Ne ha due, se non sbaglio.»
«Sì, un maschio e una femmina ancora piccoli. Mio Dio, come farò a dire loro che non hanno più il padre!»
«Deve farsi coraggio e cercare di trovare in loro la forza per andare avanti.»
Probabilmente toccò il tasto giusto, perché dopo la sua frase la signora Visconti sembrò arrendersi e, docilmente, si lasciò accompagnare all’auto che l’avrebbe portata a casa.
«Cazzo! Questa è la parte che odio del mio lavoro. Cosa si può dire a una donna che ha appena visto il marito conciato in quella maniera, se non stupide frasi di circostanza?!» chiese all’appuntato Stefano Righi, più per cercare di sciogliere il leggero imbarazzo in cui si era trovato poco prima che per avere una risposta.
«Eh sì! Non è facile» commentò l’altro, distrattamente, mentre annotava sul suo taccuino qualche appunto che gli sarebbe servito per la sua relazione di servizio.
«Maresciallo, dobbiamo aspettare l’arrivo del Magistrato?» chiese il brigadiere Cosimo.
«No, è impegnato, non può essere presente, ma mi ha dato l’autorizzazione a rimuovere la salma.»

Più tardi, nel suo ufficio della piccola caserma, Giovanni non riusciva a concentrarsi sulle pratiche che doveva sbrigare; non si toglieva dalla mente il pensiero dell’incidente di cui aveva disposto i rilievi poco prima. Non era tanto per la crudezza delle immagini a cui aveva dovuto assistere, poiché durante la sua attività aveva avuto modo di vedere alcune scene ben più raccapriccianti, ma c’era qualcosa che gli appariva strano. Nella testa aveva cominciato a ronzargli quel campanello che sentiva, ogni volta, quando si metteva in funzione il suo istinto. Con un colpo secco, chiuse la cartella che conteneva il caso dei furti di biciclette davanti al supermercato, che avrebbe dovuto trattare con priorità e si mise a cercare informazioni su Visconti.
“Visconti Giancarlo, nato a Dolo (VE) il 29 Aprile 1972. Padre: Visconti Carlo. Madre: Nalesso Stefania. Laureato nell’anno 2001 in psicologia. Iscritto all’Albo dell’Ordine degli Psicologi del Veneto cin n. 403. Titolare di uno studio di psicologia in Mestre (VE) dal 2006. Sposato il 21 Maggio 2005 con Veronica Fecchio…”
D’improvviso, interruppe la lettura e tornò a rileggere la professione: psicologo! Ecco! Aveva trovato il motivo per cui il campanello si era messo in funzione! Chiamò a gran voce l’appuntato Righi che apparve sulla porta quasi istantaneamente.

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1 commenti:

  1. Non tutto è come sembra di Ornella Nalon

    Il Maresciallo Giovanni Colucci, “la prese delicatamente al braccio e iniziò ad accompagnarla verso l’auto, signora, deve farsi coraggio e cercare di trovare la forza per andare avanti” . Il Maresciallo “non riusciva a concentrarsi sulle pratiche che doveva sbrigare; non si toglieva dalla mente il pensiero dell’incidente”. Ecco, le poche pagine dell’incipit mi hanno descritto un poliziotto gentile, con una dolcezza quasi elegante, attento alle persone oltre che al suo lavoro; chiaramente c’è il giallo, ci sarà l’inchiesta e chi lo sa come andrà a finire, ma mi ha colpito il modo apprezzabile di affrontare il fatto di cronaca. “Cosa si può dire a una donna che ha appena visto il marito conciato in quella maniera”, non è facile Maresciallo, e anche questo fa parte del dovere di un pubblico ufficiale. Tra l’altro il fatto si svolge nella mia zona, che bello se ci fosse davvero un Maresciallo così.

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