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In primo piano

[I luoghi dei libri] Zanzibar e i Masai di "Volevo un marito nero", di Valentina Gerini

zanzibar-masai

Viaggiare apre la mente, arricchisce lo spirito, ci fa apprezzare cibi sconosciuti, ammirare luoghi mai visti. Ma soprattutto viaggiare ci fa conoscere nuove persone. Come i Masai di Zanzibar.

Da sempre si fa una distinzione netta tra chi viaggia per puro piacere e ama essere guidato nel viaggio e chi viaggia consciamente e vuole essere padrone delle sue scoperte. Il turista e il viaggiatore, queste sono le due figure distinte. Possiamo asserire anche che le due figure non siano necessariamente simili, né opposte. Si tratta di due modi diversi di vivere il viaggio e ogni viaggiatore può essere anche turista, a tratti, e viceversa. Essere solo l’uno o l’altro, questo sì, è limitativo.
Viaggiare apre la mente, rinfresca l’anima, arricchisce lo spirito. Viaggaire ci fa imparare cose nuove, apprezzare cibi prima sconosciuti, ammirare luoghi mai visti. Ma soprattutto viaggiare ci fa conoscere nuove persone. E non parlo della conoscenza di altri viaggiatori, che già di per sé è una ricchezza (perché conoscere persone nuove è in ogni caso una ricchezza), parlo di persone che vivono nei luoghi che stiamo visitando, popolazioni autoctone, che hanno una loro storia, una loro cultura, un loro essere. Perché andare in un paese tanto diverso per poi rinchiudersi in un villaggio turistico e vedere solo un mare cristallino, una spiaggia bianca, gli spettacoli dell’animazione e gustare solo la ottima cucina dello chef italiano? Il viaggio può offrire molto di più, ed anche il turista più stanco può concedersi qualche contatto con gli abitanti locali, qualche visita solitaria alla città, al villaggio più vicino, per toccare con mano ciò che il paese ospitante è.

masai

Durante i miei viaggi di lavoro, ho vissuto per lunghi periodi all’estero e ho avuto l’opportunità di stare a contatto con persone di differente cultura. 

Quest’oggi voglio raccontarvi dei Masai, un popolo africano dalle antiche tradizioni. 
In Africa, tra gustosi frutti, tramonti mozzafiato, spiagge incantante, animali selvaggi, sole cocente, verdissime palme alte fino al cielo, spezie di ogni tipo che riempiono l’aria dei loro odori pungenti, ci sono anche popoli rimasti immutati nel tempo. I Masai: persone fiere, all’apparenza di poca confidenza, silenziose, dagli occhi che parlano, dalla pelle color ebano ornata di coloratissimi braccialetti e monili di ogni forma, dal corpo longilineo avvolto in drappi colorati, per lo più rossi. Un popolo dentro al quale vi è ancora una netta distinzione tra la figura dell’uomo e della donna. La donna è la padrona della casa, colei che la costruisce e se ne occupa, che accudisce i figli, cucina, porta l’acqua dal fiume fino alla dimora; l’uomo è colui che caccia e si occupa delle mucche, le fa pascolare, e protegge la casa e tutto il villaggio. Talvolta, spinti dalla necessità di reperire denaro, sono costretti ad allontanarsi dalle loro terre per lavorare nelle aree turistiche. Ed è proprio lì che io li ho incontrati: a Zanzibar.
Come scrivo nel mio libro Volevo un marito nero, le donne in spiaggia vendevano bracciali fatti a mano in maniera minuziosa, gli uomini facevano da guardie del corpo negli hotel, occupandosi di controllare la spiaggia e l’ingresso giorno e notte. Dal momento in cui li vidi capii che erano persone speciali e desiderai da subito poter sapere di più sulla loro cultura.

Lì gli odori erano più odori, i colori erano più colori, i rumori erano più rumori. In una specie di trance arrivai al villaggio e appena scesa dal bus m’incantai a osservare la danza di benvenuto che i Masai dell’hotel facevano in onore dei nuovi arrivati, un benvenuto ricco di salti, strilli e canti. Delle figure nere, longilinee e forti erano avvolte in drappi colorati, prevalentemente sul rosso, bracciali di ogni genere, perline e orecchini, mazze e pugnali. I Masai, ne avevo sentito parlare forse una volta fino a quel momento. Bellissimi nel loro essere se stessi, erano persone meravigliose, glielo si leggeva negli occhi. 

Mi avvicinai in punta di piedi, ignara di chi fossero, di quale fosse la storia del loro popolo, ma con una curiosità immane che mi stava divorando. Volevo sapere, volevo conoscere. Cercai un contatto in maniera naturale, con una comunicazione arrangiata, usando tutto ciò che si può usare per parlare con persone che non parlano la tua lingua: disegni sulla sabbia, gesti, suoni, immagini. E ci riuscii, conquistai da subito la loro fiducia e in poco tempo diventammo amici. Ogni sera ci ritrovavamo vicino al teatro del villaggio per chiacchierare. Prima uno, poi un altro, arrivavano tutti i Masai che lavoravano in hotel e si sedevano vicino a me. Erano curiosi come me, volevano sapere come fosse fatta la mia casa in Italia, come vivessi.

Lì m’incontravo con quelli che erano ormai diventati i miei amici, i Masai, e con loro ogni sera instauravo una conversazione animata che toccava ogni genere di argomento. I supermercati, le guerre, gli animali, il computer. Come facevamo a comunicare? Beh, non è molto semplice da spiegare, ma certo è che tanta volontà e fantasia aiutavano lo sforzo. La maggior parte di loro conosceva solo pochissime parole in italiano e altrettanto poche in inglese, quindi comunicavamo con gesti e rumori e tanti disegni sulla sabbia. Sarah mi chiedeva sempre come facessi a trascorrere ore a conversare con loro, se si poteva definire "parlare" il fatto di "non parlare" la stessa lingua. E ogni volta si meravigliava di quante cose imparassi sul loro mondo e la loro cultura. Arrivavo in camera e le dicevo: «Saraaaaah! Senti cosa mi hanno raccontato stasera i Masai! Dicono che al loro paese hanno una casa fatta così e un cortile fatto cosà…». Effettivamente era difficile, ma riuscivamo a comunicare. Un giorno loro mi chiesero se mio papà avesse un fucile a casa per cacciare gli animali, se avesse delle mucche nel cortile e se la mia casa fosse di paglia. 
[…] Ricordo ancora, come fosse adesso, il loro stupore quando dissi che mio papà non aveva alcuna mucca: «Oooooooh!». «Perché comprare la carne quando si può avere una mandria tutta nostra?» chiedeva uno di loro. 
[…] Amavo trascorrere tempo con loro, mi aiutava a capire una parte di mondo che avevo sempre ignorato, a entrare in contatto con una cultura diversa dalla mia. 

Con il tempo, la nostra amicizia cresceva e sentivamo la necessità di vederci sempre più assiduamente. 

Non ero solo io a cercarli, anche loro mostravano interesse nel conoscermi, nel passare del tempo insieme. Furono dei mesi stupendi, indimenticabili. Mesi che mi hanno letteralmente cambiato la vita. Era la prima volta che mi trovavo a contatto con un popolo così tanto diverso dal mio e questo mi ha cambiata, nel profondo, mi ha aperta al mondo, al diverso
Il giorno della mia partenza fu un momento triste. Volevo tornare in Africa, tornare da loro, ma in cuor mio sapevo che non era una cosa che avrei fatto l’indomani. Loro erano sconsolati, non la finivano di abbracciarmi e salutarmi. La notte poi, mentre ammiravo dalla terrazza il cielo stellato in attesa della partenza, li vidi venire verso di me, in fila indiana, carichi di pacchi. Erano venuti a salutarmi, ufficialmente, e a portarmi dei doni. Questo fu uno dei momenti più emozionanti della mia vita.

Erano ormai le due del mattino, di lì a un’ora sarei dovuta partire verso l’aeroporto, quando arrivò il Capo Masai Charlie, silenzioso e solenne, con un pacco in mano. In processione, dietro di lui, c’erano tutti gli altri Masai con altrettanti pacchetti tra le mani. Posarono ai piedi delle scale del terrazzo i loro pacchi e si misero a guardarmi silenziosi, dissero solo “regalo” e mi esortarono ad aprirli. Con le lacrime agli occhi iniziai a scartare i regali, ad aprire buste di carta e mi ritrovai piena di collane, bracciali di perline fatti a mano, cavigliere e anelli. Ero emozionata, contenta, senza parole! Stringevo in mano tutte queste cose e alzando lo sguardo vidi Ranjil fermo immobile di fronte a me con una busta più grande rispetto alle altre.Mi porse la busta e la aprii. Dentro c’era un telo Masai originale, mi fece capire di averlo preso ad Arusha quando era tornato a casa per l’iniziazione da guerriero a guerriero anziano. […] Al suo ritorno avevo domandato se mi avesse portato un telo Masai, come gli avevo chiesto di fare, ma mi aveva risposto che no, non lo aveva trovato. E invece era lì, davanti a me, con il telo e una busta da lettere con una sua foto dentro. Una di quelle foto che si fanno per i parenti, quando da bambini ci si mette in bella posa con un bello sfondo, magari un bel quadro o un giardino ricco di piante. […] Si era fatto una foto ricordo per regalarla a me. Il mio Masai. I miei Masai. 

Ciò che mi porto dentro, dopo quella esperienza, dopo quel viaggio, è un tesoro di emozioni, sensazioni e conoscenza che nessuno potrà mai rubare e che non potrò mai perdere. Il viaggio è un’opportunità unica per scoprire cose nuove e farne tesoro fino al viaggio successivo, in cui si conoscerà una nuova realtà, un nuovo popolo, magari sotto il sole dei Caraibi. Ma questa è un’altra storia e ve la racconterò la prossima volta...


Valentina Gerini
Dopo la maturità scientifica e uno studio approfondito della lingua inglese inizia a lavorare all’estero. Le sue più grandi passioni sono i viaggi e la scrittura. Dei viaggi ne ha fatto la sua professione, diventando accompagnatrice turistica; della scrittura il suo hobby, occupandosi degli articoli di copertina per un mensile dedicato alle storie di paese.
Volevo un marito nero, 0111Edizioni.
La notte delle stelle cadenti, Lettere Animate.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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