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In primo piano

[Viaggi] Repubblica Dominicana on the road: da Bayahibe a Barahona, di Valentina Gerini


Repubblica Dominicana: un viaggio on the road da Bayahibe a Barahona, a Sud Ovest, quasi al confine con Haiti.

Partiamo da Bayahibe di primo mattino.
Il piccolo centro abitato è già sveglio da un pezzo. La gente si alza all'alba, i colmado aprono presto e servono caffè bollente e piccoli dolci caserecci. I bambini vanno a scuola nelle loro uniformi bianche e blu ben stirare, i saloni di bellezza improvvisati in piccole baracche di legno spalancano le porte alle turiste. Arrivare nella capitale, Santo Domingo, è un lampo, con la strada nuova. Ci fermiamo a gonfiare la ruota di scorta. Dicono che non ci sia niente per chilometri sulla strada per Barahona, meglio essere preparati. Abbiamo deciso così, su due piedi, di spingerci a Sud Ovest, quasi fino al confine con Haiti. Sono state così tante le persone che ci hanno descritto quei luoghi come meravigliosi e unici che ci è venuta una voglia matta di partire. Posti insoliti da visitare se viaggi con un figlio piccolo, ma Amy è un'avventurosa, come la mamma, e sopporta qualsiasi ritmo e apprezza il viaggio. Un cambio a testa, qualche gioco per passare il tempo per la bambina e via.
Mentre siamo fermi a gonfiare le ruote, una vecchia signora si ferma a chiedere dei soldi: deve prendere una medicina ma non ha denaro. La aiutiamo e se ne va zoppicando, aiutata da un bastone, con un sorriso legato fin sopra ai capelli.
Proseguiamo nel centro della capitale dove il traffico è intenso e lo smog si fa sentire. Motorini guidati da gente senza casco che sorpassano da destra e sinistra, auto che si immettono in strada senza indicazioni. Una giungla. L'odore d'asfalto penetra dal cruscotto e l'aria condizionata non vince contro il calore del sole di mezzogiorno. Ancora tre ore e mezza circa e saremo a destinazione. Mio marito guida come fosse il capitano al timone di una barca di pirati: ha gli occhi anche sulla nuca, manda a quel paese chiunque ci sorpassi da destra, fa slalom tra le auto che sostano anche in mezzo di strada. Io non avrei saputo guidare in questo caos. Il mio compito è quello di stare seduta sui sedili posteriori, comoda e rilassata, e godermi il passaggio che scorre dal finestrino.


Da Santo Domingo a Barahona è un susseguirsi di piccole cittadine colorate e vivaci, con musica che suona in ogni dove e ragazzi che vendono di tutto in mezzo di strada. 

Se non si sta attenti si rischia di metterne sotto uno. Poi la strada si fa deserta, lascia la costa e si addentra in un paesaggio collinare secco. Sterpaglia e asfalto, nient'altro. Il traffico si dirada ogni volta che usciamo dai paesi. Sembra che nessuno stia viaggiando se non qualche pazzo autobus che sfreccia alla velocità della luce, sorpassando in curva. Dal nulla, vicino ad un ponte che attraversa le aride colline, spuntano delle bancarelle che vendono oggetti fatti a mano. Un susseguirsi di capolavori dell'artigianato: vasi, contenitori, botti, mestoli, statue. Tutto costruito in legno, levigato e, talvolta, pitturato. I prezzi sono stracciati e ci fermiamo a comprare qualche piccolo manufatto. Subito l'auto viene assalita da decine di venditori. Chi offre dei fagioli puliti e lavati, chi delle scatole di noccioline, chi dell'acqua fresca (dove caspita tengono un frigorifero qui? Io non ne vedo nemmeno uno!). Un ragazzo getta la spugna sul vetro e ci costringe ad attendere che lo lavi. Spruzza un po' d'acqua saponata e strofina via la polvere. Pochi centesimi ed è felice. Diamo il resto degli spiccioli ad una bambina che ci guarda imbambolata dal recinto della sua casa. «mprate un helado», le diciamo. Ma sembra che non possa comprarsi nessun gelato. La nonna arriva nel giro di qualche secondo e le sequestra i soldi. Lo faccio notare a mio marito che, con gentilezza, richiama la donna. «Signora, questi soldi sono della bambina». «Ah sì», risponde lei dolcemente. «Li ho presi per dividerli anche con i suoi due fratelli, perché non litighino». Giusto, divisioni eque.

Arriviamo a Barahona a metà pomeriggio e il paesaggio cambia di nuovo: una città vicinissima ad una grande macchia verde, tipica dominicana nello stile degli edifici e delle case.

L'hotel è un alto palazzo dipinto di bianco e azzurro. Entriamo e la calorosa accoglienza della receptionist ci fa sentire subito a casa. C'è un via vai di gente con lo zaino in spalla, fotografi e appassionati di natura. Siamo l'unica famiglia con una bambina piccola. Pazzi? No, avventurosi. Mia figlia inizia a correre verso gli ascensori, poi vede la piscina e, in lontananza, una lunga spiaggia bianca, poco curata. Il mare sembra una pozza d'acqua trasparente racchiusa dalla cornice di altissime palme. 
Domani ci aspetta una bellissima giornata in spiaggia, a Bahia de Las Aguilas, accessibile quasi solo in barca da un punto poco distante dalla frontiera. Io sono al settimo cielo, sto respirando aria di avventura, pane per la mia anima. 
Ci svegliamo all'alba, quando il sole crea strani giochi di luce con le foglie delle palme che lentamente si scuotono per la leggera brezza mattutina. Le zanzare sono elefanti al galoppo, mi hanno massacrata durante la notte. A niente è servito inzupparsi nel repellente come un biscotto nel latte. Ci prepariamo e scendiamo al buffet per la colazione. Una tavolata di otto donne americane è già lì che fa confusione: ridono e battono le mani festose. Sono in vacanza e si stanno divertendo. Anche ieri erano l'anima del ristorante durante la cena. «Fossimo stati a La Romana, adesso, il loro tavolo sarebbe stato circondato da decine di ragazzi pronti a provarci con loro», commenta mio marito. Ed è vero, non è un luogo comune. La zona turistica de La Romana e Bayahibe è una zona di pesca per molti ragazzi e ragazze in cerca di storie con turisti stranieri. Barahona sembra diversa, un luogo remoto dove ancora non c'è spazio per questo tipo di relazioni forzate.


Raggiungiamo la nostra guida e ci incamminiamo verso Sud Ovest, diretti a 12 chilometri dal confine con Haiti. 

L'autista guida velocissimo ma riusciamo comunque a goderci il paesaggio. Intorno si fa sempre più verde, mi ricorda molto l'Africa. Piantagioni infinite di platano, palme alte e piccoli villaggi di capanne e case arrangiate che si sviluppano lungo la strada principale. La povertà inizia a farsi notare ma, per assurdo, è tutto molto pulito. Le città nel centro dell'isola sono molto più sporche seppur più ricche. Incontriamo molte palazzine in costruzione che il governo offrirà ai più bisognosi (le nostre case popolari, per intenderci), numerose scuole e cliniche mediche. Pare che questa ultima legislatura abbia investito nell'istruzione, costruendo scuole anche nel più remoto dei villaggi. Sono stati anche allungati gli orari delle lezioni, inserendo una versione prolungata che tiene i bambini nelle scuole fini alle 16 o alle 17. Un modo per evitare che stiano per strada e si caccino nei guai. Una splendida notizia, questa, anche se, guardando un po' in giro, si notano ancora molti bambini che non frequentano la scuola. Osservando con attenzione si vedono donne indaffarate all'interno delle loro abitazioni: cucinano con un fuoco acceso in terra, tra qualche pietra; lavano i panni dentro a tinozze piene di acqua raccolta al fiume più vicino. I bambini camminano da soli verso la scuola lungo il ciglio della strada o giocano con ciò che gli capita tra le mani: una palla, un pezzo di legno, un giornale accartocciato, una bottiglia. Gli uomini vendono carni essiccate e frutta nei piccoli mercati. Gli anziani invece siedono su sedie di plastica malconce, posizionate fuori dalle case: guardano il via vai di persone e le poche macchine che passano.

Barahona

La strada non è molto trafficata. «Nessuno la usa per arrivare fino ad Haiti e pochi sono quello che hanno la necessità di arrivare a sud», ci dice la guida. 

«Ce n'è una più a nord, che arriva direttamente a Port-au-Prince, la capitale haitiana. Tutti usano quella». In effetti, poche persone scelgono questa area come meta di vacanza. È una zona dove il turismo è prettamente ecologico, dove si va per scoprire le meraviglie della natura, per entrare in contatto con essa. È un mondo lontano dalla classica vacanza solo mare e relax. Non esistono i Resort di lusso di Bavaro, Punta Cana o Bayahibe, qua. L'all inclusive è una materia ancora sconosciuta, i buffet degli hotel che offrono possibilità di mezza pensione sono scarsi e offrono cibo dominicano. L'aeroporto di Barahona è aperto solo ai voli domestici e la zona è, di conseguenza, tagliata fuori dal mondo del turismo di massa. Un male per gli hotel e i lavoratori, un bene per questa terra selvaggia. La vegetazione intanto si dirada e il paesaggio si fa più arido e secco. Ricorda la Grecia. Ci sono dei grandi cactus lungo la strada e qualche stazione di polizia per i controlli di frontiera. 
Se contiamo le ore di viaggio fatte da quando siamo partiti raggiungiamo la quota di 7 ore di macchina totali. In Repubblica Dominicana non ci sono trasporti rapidi come il treno. Esistono autobus che percorrono lunghe tratte con mezzi confortevoli a pochi pesos, e piccole guague che collegano tra di loro tutti i villaggi, anche i più piccoli, ma il viaggio spesso è scomodo perché si e costretti a stare seduti per lungo tempo in un minivan della capacità di 10 persone che però ne trasporta almeno 20. Noi abbiamo scelto di guidare fino alla città di Barahona e poi di lasciarci guidare da persone esperte, per poter gustare la visita. 

Arriviamo a Cabo Rojo, una punta di terra circondata da un mare da favola, e tutto si tinge di rosso.

La tipica terra africana, rossa, fine, che si spalma sul vetro della macchina e permette a stento di vedere attraverso. Siamo circondati dalla natura, pochi sono i turisti che arrivano fino qua. Incontriamo dei francesi appassionati di piante che studiano i cactus della zona e qualche americano che invece è lì per studiare le specie di uccelli autoctone. Salpiamo da Cabo Rojo a bordo di una piccola barca a motore. Il mare è una tavola e dopo aver costeggiato degli scogli con alcune piccole calette, raggiungiamo la spiaggia. Una lunghissima striscia di sabbia bianca da accecare la vista. Non c'è nessuno. Ci siamo solo noi. Il mare è cristallino di un verde azzurro tanto bello da sembrare dipinto. I pesci ci nuotano attorno e il silenzio è quasi una presenza fisica. Mia figlia è euforica: corre fuori e dentro dall'acqua, lungo il bagnasciuga per metri, poi torna indietro e corre ancora. Mio marito nuota e fa centinaia di foto. La guida imbastisce un semplice banchetto per il pranzo con il cibo che sua moglie ha cucinato: riso bianco, piselli al cocco, pesce in salsa, insalata, macedonia e caffè. Non ci fa mancare niente! Mentre sistema i piatti ci racconta che la spiaggia si chiama "baia delle aquile" perché, vista dall'alto, sembra il muso di un'aquila. È inserita nel parco nazionale di Jaragua ed è un sito protetto, accessibile quasi esclusivamente in barca previo pagamento di una tassa d'entrata al parco. In alcuni periodi dell'anno è il luogo prescelto dalle tartarughe per depositare le uova. Vicino si trova la laguna di Oviedo, luogo scelto invece dai fenicotteri rosa per la riproduzione. Che meraviglia!
Io mi sdraio al sole, sulla sabbia bianca come la neve. Il sole splende alto nel cielo, ci siamo lasciati alle spalle le nubi incontrate nel cammino. Che bellezza. Che pace. Mi sento in paradiso.



Valentina Gerini
Dopo la maturità scientifica e uno studio approfondito della lingua inglese inizia a lavorare all’estero. Le sue più grandi passioni sono i viaggi e la scrittura. Dei viaggi ne ha fatto la sua professione, diventando accompagnatrice turistica; della scrittura il suo hobby, occupandosi degli articoli di copertina per un mensile dedicato alle storie di paese.
Volevo un marito nero, 0111Edizioni.
La notte delle stelle cadenti, Lettere Animate.

About Valentina Gerini

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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