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Addio a Elie Wiesel, un "faro di luce" che non si spegnerà mai, di Ornella Nalon

Elie-Wiesel

Addio a Elie Wiesel, uno degli ultimi sopravvissuti alla Shoah, premio Nobel per la pace nel 1986, una penna per raccontare l'orrore, in difesa della democrazia e della giustizia.

Esistono persone che pur essendo state molto segnate dalla vita non si sono lasciate piegare da un comprensibile rancore, ma hanno fatto della stessa un pulpito da cui condannare ogni forma di odio e di violenza, sino a diventare simboli di pace. Simboli che, ci auguriamo tutti, sopravviveranno anche oltre la loro morte e forse, propria per questa, assumeranno un valore ancora più elevato. 
Eliezer Wiesel, che ha abbandonato la vita terrena solo qualche giorno fa, è uno di questi. Messaggero di pace, di espiazione e di dignità umana è stato definito durante la consegna del premio Nobel per la pace nel 1986 e il Presidente del World Jewish Congress lo ha nominato Un faro di luce. Un faro che, soprattutto nella fase storica destabilizzata e destabilizzante che stiamo vivendo, dovrebbe rimanere sempre acceso per far trovare, a chi l'avesse smarrita, la strada giusta da seguire che altro non può essere che  quella della tolleranza e della totale condanna alle discriminazioni.  
Wiesel, il male, lo ha vissuto sulla sua pelle e sulla stessa si è firmato con la sigla A-7713 a sua indelebile memoria.


Nato in Romania il 30 settembre del 1928, da una famiglia del ceto medio, visse i suoi primi quindici anni tranquillamente, incoraggiato allo studio e all'amore per la letteratura dal padre e ad approfondire la sua fede ebraica e la conoscenza della torah dalla madre. 

Nel 1944 assieme a tutta la sua famiglia venne rinchiuso in un ghetto ebraico e poi deportato ad Auschwitz, dove perse subito la madre e l'ultima delle tre sorelle, presumibilmente asfissiate in una camera a gas e solo poche settimane prima della liberazione del campo dall'esercito americano, morì anche il padre, a causa di stenti e malattia. 
Al termine della guerra, Wiesel divenne maestro d'orchestra e successivamente giornalista per giornali francesi e israeliani. 
Nel 1955 si trasferì a New York ed ottenne la cittadinanza americana. Fu questo il periodo in cui si dedicò con costanza alla scrittura componendo più di 40 libri dei suoi 57 scritti, alcuni dei quali si aggiudicarono anche dei premi letterari. 
Amava scrivere, ma ci vollero dieci anni prima di decidersi di raccontare la sua terribile esperienza nel lager nazista. Solo dopo avere conosciuto ed essere diventato amico del premio nobel per la letteratura, François Mauriac, riuscì a vincere il silenzio dettato dal trauma della sua esperienza disumana e forse dal senso di colpa per essere sopravvissuto. Così, compose la sua prima versione di quello che sarebbe diventato il suo libro più famoso: "La notte"

LA NOTTE
di Elie Wiesel
Giuntina 
ISBN 978-8885943117
cartaceo 8,50€  | Acquista 


La prima stesura riportava il titolo “E il mondo rimane in silenzio” era scritta in yiddish e si componeva di 900 pagine. In seguito scrisse una versione ridotta di 127 pagine, in lingua francese, prendendo il titolo con cui, solo diversi anni dopo, ottenne un grandissimo successo.
In effetti, il suo esordio fu tutt'altro che facile: diversi editori lo rifiutarono e anche dopo essere stato pubblicato, vendette poche copie. Pure un editore americano si interessò al suo “La notte” e volle pubblicarlo tradotto in inglese, ma anche in questo caso il riscontro non fu ingente. Ci volle la grande risonanza mediatica della cattura e il processo di Adolf Eichmann, uno dei maggiori responsabili operativi dello sterminio degli ebrei, nonché quella delle successive guerre dei Sei giorni e di Kippur per far prendere coscienza al mondo intero dell'olocausto e destare l'interesse della critica, dei media e del pubblico, finalmente, al suo libro memoria, sino a farne vendere oltre sei milioni di copie solo negli States e ottenere la sua traduzione in oltre trenta lingue.
Ciò che affermo è che questa testimonianza, che viene dopo tante altre e che descrive un abominio del quale potremmo credere che nulla ci è ormai sconosciuto, è tuttavia differente, singolare, unica. (...) Il ragazzo che ci racconta qui la sua storia era un eletto di Dio. Non viveva dal risveglio della sua coscienza che per Dio, nutrito di Talmud, desideroso di essere iniziato alla Cabala, consacrato all'Eterno. Abbiamo mai pensato a questa conseguenza di un orrore meno visibile, meno impressionante di altri abomini, ma tuttavia la peggiore di tutte per noi che possediamo la fede: la morte di Dio in quell'anima di bambino che scopre tutto a un tratto il male assoluto?dalla prefazione di F. Mauriac

Una vita spesa a scrivere di sé e del suo popolo ebraico ma, anche, di impegno e battaglie per grandi cause.

Tra cui quella di Israele, degli ebrei russi ed etiopi, delle vittime dell'apartheid, dei bosniaci trucidati nella ex Jugoslavia, dei desaparecisdos in Argentina, del genocidio in Ruanda, degli indiani Miskito in Nicaragua e quella a sostegno di Aung San Suu Kyi per ottenere la democrazia in Birmania
Ovunque ci fosse democrazia e senso della giustizia messi a repentaglio, era pronto a far sentire la sua voce che, nel tempo, diventava sempre più autorevole tanto da ottenere la candidatura a capo dello Stato di Israele, che, tuttavia rifiutò. 
Dietro di me udii il solito uomo domandare: - Dov'è dunque Dio?E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: - Dov'è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca... Quella sera la zuppa aveva un sapore di cadavere.
Con il suo Dio aveva un conto aperto, ma con il suo popolo ebraico è rimasto fedele per tutta la vita. Un uomo carico di rabbia, contro se stesso, Dio, la storia e il mondo, ma che scelse di incanalarla in un processo di redenzione, anziché di distruzione
Decenni trascorsi tra conferenze, forum e incontri con i giovani, che amava, per cercare di infondere il valore della memoria e della pace, a sostegno della difesa dei diritti e della vita per l'intera umanità. 
Il nostro primo gesto di uomini liberi fu quello di gettarci sulle vettovaglie. Non pensavamo che a quello, né alla vendetta, né ai parenti: solo al pane. E anche quando non avemmo più fame non ci fu nessuno che pensò alla vendetta. Il giorno dopo, qualche giovanotto corse a Weimar a raccogliere patate e vestiti, e qualche ragazza, ma di vendetta nessuna traccia. Tre giorni dopo la liberazione di Buchenwald io caddi gravemente ammalato: un’intossicazione. Fui trasferito all’ospedale e passai due settimane fra la vita e la morte. Un giorno riuscii ad alzarmi, dopo aver raccolto tutte le mie forze. Volevo vedermi nello specchio che era appeso al muro di fronte: non mi ero più visto dal ghetto. Dal fondo dello specchio un cadavere mi contemplava. Il suo sguardo nei miei occhi non mi lascia più.


Ornella Nalon
I miei hobby sono: il giardinaggio, la buona cucina, il cinema e, naturalmente, la scrittura, che pratico con frequenza quotidiana. Scrivo con passione e trasporto e riesco a emozionarmi mentre lo faccio. La mia speranza è di trasmettere almeno un po’ di quella emozione a coloro che leggeranno le mie storie.
Quattro sentieri variopinti”, Arduino Sacco Editore
Oltre i Confini del Mondo”, 0111 Edizioni
Ad ali spiegate”, Edizioni Montag
Non tutto è come sembra”, da 0111 Edizioni.

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