Gli scrittori della porta accanto

In fuga dalla guerra, racconto di Stefania Bergo

In fuga dalla guerra, racconto di Stefania Bergo

Inediti d'autore Di Stefania Bergo. In fuga dalla guerra: un anno nella vita di una ragazzina sconvolta dalla guerra, il suo mondo che si sgretola, i suoi sogni che vanno in frantumi.

21 gennaio

Stamattina a scuola è successa una cosa bellissima! La maestra ci ha consegnato i temi di letteratura e ha letto il mio davanti a tutta la classe. Le è piaciuto tanto, ha detto che ho un vero talento. Io non credo di essere poi così brava, ma scrivere mi piace molto, mi rende felice. Adoro raccontare storie alle mie sorelle più grandi e quando sono sola le trascrivo sul mio diario. Chissà, forse un giorno pubblicherò un libro.
Domani è il mio compleanno e quando spegnerò la candelina sulla torta, quella che abbiamo visto in pasticceria, quella a due piani, esprimerò un desiderio: sì, voglio fare la scrittrice!

27 febbraio

Quando sono tornata a casa da scuola, mamma e papà non mi hanno accolta come al solito. Mamma aveva lasciato il rubinetto della cucina aperto, era seduta davanti al televisore con le verdure e il coltello in mano. Papà ascoltava le notizie con una strana espressione sul viso. Sembrava… spaventato. Il mio papà non ha paura di nulla, ma oggi sembrava avesse visto un fantasma. Forse un mostro oscuro. Quando la mamma si è accorta di me, si è asciugata gli occhi e mi ha fatto un gran sorriso. Mi ha abbracciata così forte che mi ha tolto il respiro. E ha spento la tv.

15 aprile

Le mie sorelle grandi se ne sono andate. Hanno messo poche cose in valigie piccole piccole e ci hanno salutato piangendo. Mamma dice che stanno andando in un’altra città a lavorare. Ma allora perché era così affranta stamattina? Possiamo andarle a trovare quando vogliamo. Amo viaggiare, mi piace quando papà ci porta in qualche posto lontano, è bello guardare il cielo dal finestrino. Il riverbero del sole è spesso accecante. Ma guardando i loro visi, oggi, ho avuto la sensazione che il sole non ci sarebbe stato più, per noi.

18 giugno

Sono sotto le coperte, scrivo alla luce di una piccola torcia che forse si sta scaricando. Mamma dice di usarla con parsimonia perché forse non potremmo comprare altre batterie, per un po’. Chissà perché staccano la corrente ogni sera. Chissà perché non possiamo uscire di casa. Solo papà esce. Esce al mattino e rientra la sera. E ogni volta che saluta la mamma lo fa come fosse l’ultima.
La mamma sorride sempre, ma io lo so che quando è sola piange, l’ho sentita tirare su col naso, una notte. Molte notti. Quando i boati lontani mi svegliano di soprassalto. Lei mi abbraccia e canta per me, cullandomi come quand’ero piccola. Ma la sua voce non riesce più a tranquillizzarmi, non copre il tuono.
Hanno chiuso la scuola da qualche giorno. La maestra mi ha regalato un libro quando mi ha salutato. Ha detto che non devo smettere di scrivere solo perché la scuola è chiusa, che non devo mai abbandonare il mio sogno di diventare un giorno scrittrice. Me lo ha detto come se lo pretendesse da qualcuno, come se fosse una giustizia che mi spetta. Lo ha detto con rabbia. Quasi si aggrappasse al mio sogno, non avendone più di suoi.

23 novembre

Siamo fuggiti da casa nostra. Mamma e papà mi hanno infilato tutti i vestiti che potevo indossare e spinto in macchina. Non la nostra. Quella dei vicini. C’erano anche loro, solo la signora Dasha e sua figlia piccola legata al petto. Piangeva forte, forse aveva fame. Forse aveva paura. Anch’io ho avuto paura. Nessuno mi ha spiegato, mi hanno solo detto di fare presto. E poi papà ha premuto forte l’acceleratore. Stavamo scappando, era chiaro. Da quei boati che non ci fanno dormire la notte, da un coprifuoco che ci toglie la libertà, dalla paura. Eppure la paura è salita in macchina con noi e credo non ci abbandonerà mai. Se anche il mio papà ha paura, significa proprio che è il caso di averne. Pure la mamma fatica a sorridere, ormai. Ma lo fa sempre. È un sorriso a intermittenza. Quando mi guarda sorride, appena si volta, il suo viso perde la luce.

21 gennaio

La bimba della signora Dasha è morta ieri. E lei la tiene ancora legata al petto, come quella notte, non la vuole lasciare. Lasciare dove, del resto? Qui non c’è nulla. Solo disperazione. Ci siamo noi, queste tende logore, che hanno continuo bisogno di nuovi strati per non far entrare il freddo, e altre migliaia di persone. Non ci sono nemmeno le farfalle. Nemmeno i fiori. Le donne della tenda di fronte hanno cucinato gli ultimi ieri sera. Hanno inebriato l’aria con le spezie, ci hanno illuso di trovare in tavola la zuppa di fagioli e farro e il pane caldo. Invece c’era solo qualche stelo d’erba galleggiante nel piatto. Ma tutti hanno ringraziato e mangiato, pure i bambini. Non mi è mai piaciuto mangiare le cose verdi, a nessun bambino è mai piaciuto. Ma ora è tutto diverso.
Quando arrivano quei camion con la grossa croce rossa disegnata corriamo tutti a vedere che ci hanno portato. All’inizio speravo in qualche gioco, dei biscotti, dei vestiti nuovi. Adesso mi accontenterei di pane vecchio. E un paio di scarpe usate della giusta misura. E un quaderno per scrivere. Ma da settimane, ormai, nessun rifornimento di medicine, niente acqua né cibo, non è arrivato alcun camion con la croce rossa. I colpi sparati dalle armi da fuoco o il boato delle esplosioni delle mine anti-uomo sono gli unici rumori che riecheggiano nella desolazione.

Ci chiamano rifugiati.

Mamma tende la mano e accetta quello che a volte ci danno. Lei, che non avrebbe mai accettato la carità da nessuno. Lei, che ha cresciuto tre figlie. Lei, che lavorava insieme agli uomini e tutti la stavano a sentire, perché lei era il loro capo. Ma ora non ha scelta. Nessuno di noi ce l’ha. Nemmeno il mio papà ha avuto scelta. Ha dovuto separarsi da noi perché su quel convoglio non poteva salire, solo le donne e i bambini. In quel momento avrei voluto che fosse un bambino. Io lo so che avrebbe voluto piangere, invece non l’ha fatto. Avrebbe potuto piangere e forse lo avrebbero fatto salire. Invece ci ha abbracciate forte, con dignità disarmante. Ha detto qualcosa alla mia mamma, all’orecchio, e poi a me, a voce alta: “Sta tranquilla, Myriam, ci vedremo presto… io vi troverò sempre”.
Voglio scrivere, voglio tornare a scuola. Voglio dormire nel mio letto, lavarmi i capelli, voglio il sorriso della mia mamma. Quello vero che aveva prima, non questa brutta copia. Rivoglio il mio papà, la mia vita, i miei sogni. Io dovevo fare la scrittrice. A volte guardo là in fondo, oltre il filo spinato, e sogno di tornare a casa mia, sogno di svegliarmi e rendermi conto che questo è stato solo un incubo. Ma la coltre del fumo nero dalla collina e il fragore delle armi mi riportano alla realtà. Casa mia non esiste più, ormai. Non è più permesso sognare.
Domani sarà il mio compleanno. E non avrò nemmeno una candelina da spegnere. Non potrò esprimere alcun desiderio, è proibito anche questo, ormai. Avere desideri da esaudire è un lusso che fa male al cuore.


Stefania Bergo


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