Equilibrio precario, di Gianna Gambini: pagina 69

Equilibrio precario, di Gianna Gambini: pagina 69

Pagina 69 #137 Equilibrio precario, di Gianna Gambini, Zerounoundici, 2016. Un gruppo di trentenni alle prese con un mondo del lavoro fatiscente e instabile, nella Firenze a cavallo tra il 2012 e il 2013.

Di nuovo uno sguardo sulle notizie che internet forniva a proposito di Ketty La Rocca: quasi niente su Wikipedia, qualche retrospettiva, cenni biografici: una maestra elementare, il Gruppo Settanta con Miccini, Ori e compagnia bella... Aveva bisogno, Bianca, di sentirle le nozioni per apprenderle. Esperienza per arrivare alla conoscenza. Dette un’occhiata alle immagini che si susseguivano su Google, digitando il nome dell’artista fiorentina: i soliti collage provocatori, immagini con sovrapposizione di scritte, messaggi ripetitivi. Le mani, tante immagini di mani che sembravano parlare. Interessante, finalmente qualcosa di coinvolgente. Messaggi affidati non più alla parola, al legame convenzionale tra suono e simbolo, ma all’immediatezza dell’esclusivo messaggio visivo. L’aveva sospettato, doveva esserci un legame con il linguaggio dei segni: Ketty La Rocca aveva partecipato a una trasmissione radiotelevisiva per sordomuti. Si chiedeva che faccia avesse quest’artista. Cercò qualche foto su internet: una donna mora, linea- mento deciso, sguardo pronto a sfidare chiunque. Bella donna, ancora vergine dalla necessità di migliorare la propria immagine a ogni costo. Pochi, a dire la verità, i ritratti fotografici che la riguardavano, soprattutto opere, installazioni, espressioni alternative del proprio io. E le mani, che tornavano sempre, come un refrain ossessivo. L’attenzione di Bianca fu catturata dall’immagine di una mano aperta, in procinto di essere afferrata da altre due mani, minacciose, repressive. Per qualche istante il magnetismo inatteso dell’immagine imprigionò i pensieri di Bianca: in troppe occasioni non aveva deciso autonomamente la strada da imboccare, lei era come quella mano, pronta ad accogliere ogni possibilità, ma ostacolata dalla possessività e dalla iperprotezione di chi la circondava. Se in passato la vita le aveva tolto qualcosa, era stato fatto il modo che tutto le fosse reso indietro, per quanto possibile, con gli interessi. A discapito della sua libertà, a discapito della vita, quella vera e non costruita su artifici dorati. Finalmente l’analgesico aveva eseguito il suo compito e la sua testa aveva riacquistato la capacità di ragionare e interpretare. Percepiva una vicinanza tra sé e quella donna lontana nei valori e nel tempo. Nello scrutare le centinaia di immagini sullo schermo del computer qualcosa l’aveva colpita, ma la fretta eccessiva nello scorrere il mouse aveva frenato e annullato in parte un’intuizione. Ripercorse a ritroso le opere, una per una alla ricerca di quel legame che aveva sentito e doveva pur esistere celato da qualche parte. Poi d’improvviso ecco davanti a lei ciò che cercava. La violenza della real- tà rappresentata la colpì come un pugno nello stomaco. La fine di un’immagine o l’immagine di una fine. Ripeté a se stessa il verso di Ketty La Rocca e fu chiaro, terribilmente chiaro, tutto ciò che vi era racchiuso al suo interno.




Quarta di copertina
"Equilibrio precario" di Gianna Gambini

Firenze 2012-2013. Sullo sfondo di una città sempre più vicina alle metropoli centro-europee e sempre più lontana dalle bellezze rinascimentali citate dalle guide turistiche, si delineano le vicende di un gruppo di trentenni alle prese con un mondo del lavoro fatiscente e instabile. La precarietà delle loro condizioni economiche renderà sempre meno stabili anche le loro relazioni interpersonali, sgretolate dall’impossibilità e dall’incapacità di erigere progetti a lungo termine. Stefano è un professore precario di lettere che rifiuta l’idea di abbandonare la sua patria e ritiene che un cambiamento sia possibile solo tramite una rivoluzione pacifica, che capovolga definitivamente la piramide rovesciata del merito. Per un intreccio di casualità, il Prof. ha la possibilità di entrare in contatto con le alte sfere della Pubblica Istruzione italiana e dedurrà, suo malgrado, che il mondo delle persone semplici è lontano anni luce da chi prende decisioni irreversibili al posto loro.


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