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The Sinner. La peccatrice, di Petra Hammesfahr: incipit

The Sinner. La peccatrice, di Petra Hammesfahr: incipit

Incipit #167 Era una calda giornata d’inizio luglio quando Cora Bender decise di morire.


The Sinner. La peccatrice

di Petra Hammesfahr
Thriller
Giunti
ebook 6,99€
cartaceo 16,15€




La notte prima aveva fatto sesso con Gereon. Accadeva regolarmente ogni venerdì e sabato sera. Non ce la faceva a respingerlo, sapeva fin troppo bene quanto lui ne avesse bisogno. E poi lo amava. Anzi, il suo era molto più che amore. Era gratitudine, devozione incondizionata, qualcosa di assoluto.
Gereon le aveva permesso di essere come tutte le altre, una ragazza normale. Per questo voleva che fosse felice e soddisfatto. Un tempo le piacevano le sue effusioni, ma da sei mesi a questa parte non più.
Proprio la vigilia di Natale Gereon aveva portato una radio in camera. Doveva essere una notte speciale. Era la vigilia e loro erano sposati da due anni e mezzo e con un figlio di diciotto mesi. Gereon aveva ventisette anni, Cora ventiquattro. Lui era alto, sul metro e ottanta, e aveva un fisico slanciato e atletico, pur non praticando sport, non ne aveva il tempo. I suoi capelli erano biondi, appena un po’ più scuri di come li aveva da bambino. Il viso non era né bello né brutto, nella media, ma in fondo Gereon Bender era un uomo medio.
Anche Cora aveva un aspetto piuttosto ordinario, tranne che per una brutta cicatrice sulla fronte e dei segni nell’incavo delle braccia. La prima era il risultato di un incidente, mentre gli altri erano riconducibili a una grave infiammazione cutanea provocata da alcune iniezioni fatte in ospedale. Questa, almeno, era la versione che aveva dato a Gereon. Gli aveva detto di non ricordare i dettagli, ed era vero. Secondo il medico che l’aveva curata le amnesie erano un fenomeno frequente nei casi di brutte ferite alla testa.
C’era una lacuna nella sua vita. Lì si celava un torbido capitolo oscuro, ne era consapevole, ma non riusciva a metterlo a fuoco. In passato, notte dopo notte, ci si era imbattuta innumerevoli volte. L’ultima risaliva a quattro anni prima. Poi aveva conosciuto Gereon e aveva creduto di averla finalmente colmata.
Non pensava di venirne risucchiata, una volta sposata con lui. E invece, proprio la vigilia di Natale, successe ancora.
All’inizio andò tutto bene, musica natalizia di sottofondo e le effusioni di Gereon che si facevano più insistenti e appassionate. Lui scivolò giù lentamente, ma a quel punto diventò sgradevole. E non appena le mise la testa fra le gambe e lei avvertì la sua lingua, il volume della musica aumentò. Cora sentiva i colpi impetuosi di una batteria, un basso e le note acute, stridule di un organo. Durò un istante, ma fu più che sufficiente.
Qualcosa in lei si spezzò, o si schiuse violentemente, come una cassaforte forzata. Era una sensazione irreale. Come se non fosse più nel suo letto. Sentiva la schiena su un fondo duro e qualcosa in bocca, come se un pollice le premesse in fondo alla lingua provocandole un tremendo conato di vomito.
La ribellione fu solo un riflesso incondizionato. Gli cinse la nuca con le ginocchia premendogli le cosce intorno alla gola. Ancora un po’ e gli avrebbe spezzato il collo, o lo avrebbe strangolato. Non se ne accorse nemmeno, tanto era lontana in quel momento. Tornò in sé solo quando lui, ansimando e rantolando, le strinse il fianco affondando le unghie nella carne.
Respirava a fatica. «Ma sei impazzita? Che diavolo ti prende?» Si massaggiava la nuca, tossiva, e mentre si tastava la gola fissava Cora scuotendo la testa.
Gereon non capiva perché avesse reagito in quel modo e neanche lei sapeva spiegarsi cosa d’un tratto le fosse sembrato tanto ripugnante e disgustoso. Così terribile da aver creduto di essere sfiorata dalla lingua della morte.
«Non mi piace» disse chiedendosi cosa avesse sentito. La musica era ancora accesa, volume basso, ritmo lento. Un coro di bambini cantava: «Astro del ciel, pargol divin, mite agnello redentor...». Che altro si poteva ascoltare la vigilia di Natale?

A Gereon nel frattempo era passata la voglia.

Spense la radio e la luce, e si tirò su la coperta fino al collo. Non le augurò nemmeno la buonanotte, borbottò soltanto: «Allora lasciamo perdere!».
Lui si assopì subito. Più tardi non sarebbe stata in grado di dire se anche lei si fosse addormentata. A un certo punto si ritrovò seduta sul letto che sferrava pugni in aria urlando: «Basta! Finitela! Lasciatemi stare! Smettetela, porci!». E intanto le martellavano in testa i colpi sfrenati della batteria, il basso e le note stridule dell’organo.
Gereon si svegliò, e afferrandole le mani la scosse gridando: «Cora! Calmati! Che cazzo succede?». Lei non riusciva a smettere né a svegliarsi. Se ne stava seduta al buio a lottare disperata contro qualcosa che incombeva inesorabile su di lei, qualcosa di cui sapeva soltanto che la mandava fuori di testa.
Solo dopo aver ricevuto degli schiaffetti sulle guance tornò finalmente in sé. Gereon voleva sapere cosa le stesse succedendo. Se fosse stato lui a farle qualcosa. Sul momento Cora non aveva ancora le idee abbastanza chiare per potergli rispondere e si limitò a fissarlo. Qualche istante dopo lui tornò a sdraiarsi.
Lei fece lo stesso, e girandosi su un fianco provò a convincersi che si fosse trattato di un incubo come tanti.
Ma la notte seguente, quando Gereon volle riprendere da dove si erano interrotti, le capitò di nuovo. Eppure quella volta non c’era la radio in camera e lui non aveva neanche provato a fare ciò che considerava come la massima espressione del suo amore per lei. Prima arrivò la musica, il volume un po’ più alto e una canzone un po’ più lunga, abbastanza da capire di non averla mai sentita. Poi ricadde nel buco nero da cui sobbalzò sferrando colpi nel vuoto. Non si svegliò. Ci riuscì solo dopo che Gereon la scosse con degli schiaffi sulle guance e chiamandola per nome.
Nella prima settimana di gennaio successe due volte, nella seconda una: un venerdì in cui Gereon era molto stanco. O almeno, questo fu ciò che disse. Il sabato invece commentò: «Sono stufo di questo casino». Forse la stanchezza del venerdì era dettata dallo stesso motivo.
A marzo decise di farla visitare da un medico. «Non è normale, ammettilo. Dobbiamo pur fare qualcosa, o preferisci continuare così per sempre? In tal caso, però, vado a dormire sul divano.»
Cora non consultò nessun dottore. Di sicuro le avrebbe chiesto se sapeva spiegarsi quello strano incubo ricorrente o perché, secondo lei, si ripetesse solo quando faceva sesso con suo marito. Un medico probabilmente avrebbe cominciato a scandagliare quella famosa lacuna, l’avrebbe persuasa a sviluppare la propria consapevolezza. Non avrebbe capito che c’erano cose troppo raccapriccianti per volerne prendere coscienza. Provò con una farmacia, dove le consigliarono un blando sonnifero.
Se non altro riuscì a non urlare e sferrare pugni nel vuoto, e Gereon pensò che fosse tornato tutto a posto. Ma non era così.

Ogni fine settimana andava di male in peggio.

Già a maggio la paura del venerdì sera era una belva che la divorava lentamente dall’interno. Il pomeriggio del primo venerdì di luglio fu un inferno.
Era seduta nel suo ufficio, che non era altro che un angolo ricavato dal magazzino. La lampada sulla scrivania era accesa e il suo fascio di luce illuminava il datario del fax.
4 luglio, 16:50! Mancavano solo dieci minuti all’uscita dal lavoro. Poco più di cinque ore prima che Gereon allungasse la mano su di lei. Avrebbe preferito rimanere seduta lì fino al lunedì mattina. Dietro quella scrivania era una donna abile e in gamba, anima e motore dell’azienda del suocero.
Un’impresa a conduzione familiare, solo lei, Gereon, suo padre e un impiegato, Manni Weber. Una ditta di installazioni, riscaldamento e acqua, e senza di lei tutto si fermava. Era fiera della sua posizione, quel posto nella gerarchia aziendale se l’era guadagnato lavorando duramente.
Il giorno dopo le nozze il suocero aveva preteso che lei prendesse le redini dell’amministrazione e non accettava scuse. «Cosa significa che non sei capace? Gli occhi ce li hai, no? Allora leggi e impara! Pensavi forse di startene qui a poltrire?»
Ma poltrire non era mai stato da lei e glielo disse. Il vecchio annuì. «Bene, ci siamo capiti quindi.»
Fino a quel momento si era occupata solo delle scartoffie.
Sua suocera sapeva maneggiare giusto il telefono e all’inizio neanche lei sapeva fare tanto di più. Mai un consiglio da parte del vecchio, mai una vaga indicazione su come aveva gestito gli affari in passato. Non le spiegò nemmeno come andavano compilati i registri. Certe volte quell’uomo dava l’impressione di compiacersi della sua incapacità.
Peccato che non restò un’incapace a lungo. Si rese conto velocemente di cosa fosse importante e si fece strada sgomitando. Non ci furono sconti per lei, dovette lottare persino per le tramezze che dividevano la sua postazione dal resto del magazzino.
Il primo anno rimase relegata in quell’angolino, da lì dominava tutta la stanza, mai riscaldata e sempre sporca; seduta a un vecchio tavolo da cucina dove si sentiva come a casa della madre. Non osò protestare, nonostante il vecchio non le pagasse lo stipendio. Persino suo marito riceveva un rimborso simbolico. Avevano cibo, vitto e alloggio, l’auto di Gereon venne dichiarata auto aziendale, ma se avevano bisogno di qualcos’altro Gereon doveva chiederlo.
Durante la gravidanza non ebbe alcun trattamento di riguardo, né le venne concesso un po’ di riposo in più. Rimaneva al suo posto fino all’ultimissimo minuto dell’orario di lavoro.
Quando arrivarono le doglie era in piedi davanti al tavolo perché con quelle fitte alla schiena non riusciva più a restare seduta a ultimare il preventivo a cui stava lavorando. Sua suocera era isterica per il fatto che fossero arrivate così in fretta.

Dei forti crampi, poi si ruppero le acque e lei sentì una tremenda pressione al basso ventre.

All’inizio pensò di resistere, poi però si mise a gridare: «Un’ambulanza! Chiamate un’ambulanza!».
Sua suocera era lì impalata che indicava il tavolo. «Prima finisci. Non sarà poi così terribile. Non si partorisce un figlio in dieci minuti. Io con Gereon sono rimasta a letto un giorno intero. Suo padre sarà furioso se non concludi il lavoro entro stasera. Sai com’è fatto.»
Lo sapeva fin troppo bene. Era dal matrimonio che vivevano sotto lo stesso tetto. Il vecchio era un tiranno, uno sfruttatore.
La suocera era una donna sottomessa abituata a baciargli i piedi. Gereon si limitava a eseguire gli ordini e lei era una schiava; comprata a buon mercato per inseguire il miraggio di una vita normale.
E mentre stava china sul tavolo, in mezzo alla sporcizia, a guardare la pozza d’acqua che si era formata ai suoi piedi, con una mano premuta fra le gambe per cercare di intuire quanto tempo le restasse, a un tratto decise di non poterne più. Le importava finire? No!
In clinica ebbe modo di riflettere con calma e di capire che la cosiddetta “vita normale” aveva le sue insidie e che ogni speranza di realizzare i suoi sogni in quell’ambiente era mal riposta. Si domandava soltanto quanto fosse pronta a rischiare. Ma con un figlio in braccio era più semplice; tre chili e mezzo che le davano forza.
Qualche giorno dopo, una volta tornata a casa, iniziò a mettere in pratica i suoi propositi. Allora si guadagnò la fama di tipetto sfrontato e senza scrupoli. Una donna col pelo sullo stomaco, come diceva spesso il vecchio. Cosa che lei non era, ma che all’occorrenza poteva diventare, perché chiedere il permesso non le sarebbe servito a niente.
Sistemò l’ufficio con una scrivania, l’armadio per le pratiche e il riscaldamento. Si concesse anche altre libertà, come pagare uno stipendio a sé e a Gereon. Al vecchio prese un attacco di bile, parlò di sfacciataggine e avidità. «Dove hai imparato ad allungare le mani sui soldi degli altri?»
Col cuore in gola lo affrontò comunque. «O ci paghi come chiunque altro, o ce ne andiamo a lavorare altrove. A te la scelta. Puoi anche informarti sugli stipendi che danno in altre ditte, così ti accorgerai che non ti è andata male. E non dire mai più che allungo le mani sui tuoi soldi! Io lavoro in cambio di uno stipendio!»
Le era costato fatica farsi valere con il vecchio. Ma alla fine l’aveva spuntata, e poco più di un anno dopo gli aveva estorto persino una casa di proprietà. Più di una volta aveva temuto che, malgrado il bambino, la cacciasse. «Tornatene da dove sei venuta.» Immaginava che in una situazione del genere Gereon si sarebbe limitato a fare una faccia imbarazzata. Non le aveva mai dato man forte, né aveva mai aperto bocca per difenderla.
Subito dopo la nascita del bambino era stata dura ammettere a se stessa che da lui non avrebbe ricevuto il minimo aiuto. Ma ormai le era del tutto indifferente. Era fatto così, svolgeva il suo lavoro e poi, finito quello, voleva starsene tranquillo e ricevere un po’ d’amore il venerdì e il sabato! E lei non poteva opporsi, perché l’amore era qualcosa di buono, di bello, di estremamente naturale e normale.
4 luglio, 16:52!



Quarta di copertina
"The Sinner. La peccatrice" di Petra Hammesfahr, traduzione di Sara Congregati, Giunti, 2018.

È un afoso pomeriggio di luglio quando Cora Bender, insieme al marito Gereon e al figlio di due anni, arriva sulla spiaggia affollata di un grande lago fuori città. Un sabato qualunque, una famiglia qualunque: una coperta, un cestino da picnic, qualche giocattolo; lui seduto su una sdraio a prendere il sole, lei che sbuccia una mela al bambino.
Finché Cora non sente quella musica vibrare nelle orecchie.
Si volta, e alle sue spalle vede un gruppo di ragazzi con lo stereo acceso. Il ritmo dei bassi martella nelle sue tempie, sempre più assordante, mentre un giovane dai capelli neri si sdraia sulla sua ragazza baciandola con passione.
È solo un attimo, Cora si alza all'improvviso, il coltello in mano, e si getta su di lui: una pugnalata alla nuca, e quando lui si gira tentando di fermarla, lei lo colpisce ancora. E ancora. Finché Gereon, ripresosi dallo shock che lo ha quasi paralizzato, riesce a strappare via il coltello alla moglie e a bloccarla a terra, tra le grida di orrore dei bagnanti.
Quando il commissario Rudolf Grovian la mette sotto interrogatorio, Cora ha una sola risposta: ''Non lo so''. Ma perché una giovane madre dovrebbe uccidere un perfetto sconosciuto con cinque pugnalate, davanti agli occhi atterriti di decine di persone? Si tratta davvero di un inspiegabile raptus di follia, o c'è dell’altro?
Turbato e affascinato da questa donna fragile e inquietante, Grovian decide di scavare nel passato di Cora. Quello che ne emerge è sconcertante: una madre ossessionata dalla religione e dal peccato; una sorella malata che sfrutta i suoi sensi di colpa per manipolarla...
Ma forse non è tutto. Perché Grovian è convinto che le profonde cicatrici che segnano la fronte e le braccia di Cora non siano le uniche che porta addosso.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

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