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La lettera d'amore, di Riley Lucinda: incipit

La lettera d'amore, di Riley Lucinda: incipit

Incipit #168 Londra, 20 novembre 1995. «James, che ci fai qui?» Lui si voltò, disorientato, e perse l’equilibrio.


La lettera d'amore

di Riley Lucinda
Narrativa
Giunti
ebook 9,99€
cartaceo 14,36€




Lo afferrò al volo appena prima che cadesse. «Sonnambulo, eh? Forza, torniamo a letto.»
La voce premurosa della nipote gli fece capire di essere ancora sulla Terra. Era sicuro di starsene lì impalato per un motivo, di avere qualcosa di urgente da fare, e che aveva rimandato fino all’ultimo istante…
Ma adesso era passato. Sconsolato, lasciò che la nipote lo riportasse a letto. Maledisse i suoi arti, malandati e fragili, che lo rendevano impotente e inutile come un neonato, e maledisse anche la sua mente confusa, che ancora una volta l’aveva tradito.
«Ecco, ci siamo» disse lei, rimboccandogli le coperte. «Senti dolore? Vuoi un altro po’ di morfina?»
«No. Ti prego, io…»
Era la morfina a confondergli le idee. L’indomani non ne avrebbe presa, così si sarebbe ricordato cosa doveva fare prima di morire.
«Okay. Rilassati, allora, e prova a dormire» gli disse, accarezzandogli la fronte. «Il dottore arriverà presto.»
Sapeva di non dover dormire. Chiuse gli occhi, frugandosi disperatamente nella memoria, rovistando dappertutto… frammenti di ricordi, volti…
Ed eccola, vivida come il giorno in cui l’aveva incontrata. Bellissima, delicata…
«Ti ricordi, amore mio? La lettera» gli sussurrò. «Hai promesso di restituirla…»
Ma certo!
Aprì gli occhi, provò a mettersi seduto e notò l’espressione preoccupata della nipote. Poi avvertì una puntura nell’incavo del gomito.
«Il dottore ti ha dato qualcosa per farti calmare, James» disse lei.
No! No!
Le parole tardavano a formarsi sulle labbra e, quando si accorse dell’agocannula che gli avevano infilato nel braccio, capì di aver aspettato troppo.
«Mi dispiace, mi dispiace tanto» ansimò.
Le palpebre si chiusero e la tensione abbandonò il suo corpo. La nipote posò la guancia sulla sua e la trovò umida di lacrime.

Besançon, Francia, 24 novembre 1995.
Si avvicinò lentamente al caminetto del soggiorno. Faceva freddo, e la tosse era peggiorata. Abbandonò le sue fragili membra su una poltrona e prese una copia del Times, per leggere i necrologi mentre sorseggiava il suo solito tè. Per poco non le cadde di mano la tazzina quando lesse il titolo che occupava un terzo della prima pagina.

MUORE LEGGENDA DEL CINEMA
Sir James Harrison, ritenuto da molti il più grande attore della
sua generazione, si è spento ieri nella sua casa di Londra,
circondato dall’affetto dei cari. Aveva novantacinque anni.
La settimana prossima avrà luogo il funerale privato, seguito da
una commemorazione che si terrà a Londra a gennaio.

Le si strinse il cuore, e le tremavano talmente tanto le mani che non riuscì a leggere il resto dell’articolo. In fondo c’era una fotografia
che lo ritraeva con la regina il giorno in cui era diventato baronetto. Con gli occhi annebbiati dalle lacrime, sfiorò il profilo deciso della sua mascella, la folta chioma di capelli grigi…
Poteva… poteva forse azzardarsi a tornare? Un’ultima volta, solo per dirgli addio…?
Con il tè che si freddava nella tazzina, aprì il giornale per continuare a leggere, assaporando i dettagli della sua vita, della sua carriera. Poi un altro titoletto attirò il suo sguardo.

SCOMPAIONO I CORVI DELLA TORRE
Ieri sera è stato confermato: i famosi corvi della Torre di Londra
sono spariti. Secondo la leggenda, gli uccelli vivono nella
torre da oltre novecento anni, a guardia del monumento, e
sono legati per decreto di Carlo II alla Famiglia Reale.
Ieri pomeriggio l’addetto alla cura dei corvi è stato allertato, e si è
avviata un’indagine su scala nazionale.

«Che il cielo ci aiuti» sussurrò, mentre l’assaliva la paura. Forse era soltanto una coincidenza, ma conosceva fin troppo bene il significato di quella leggenda…

Londra, 5 gennaio 1996

Joanna Haslam correva a rotta di collo attraverso Covent Garden; aveva il respiro affannato e il petto che bruciava per lo sforzo. Con lo zaino che le sobbalzava sulla schiena, evitava turisti e scolaresche quasi senza rallentare, e per poco non rovinò addosso a un musicista di strada. Arrivò in Bedford Street proprio mentre una limousine accostava davanti al cancello di ferro battuto che delimitava i terreni della chiesa di St Paul. I fotografi la circondarono immediatamente e uno chauffeur scese per aprire la portiera.
Maledizione! Maledizione!
Con le ultime forze che le erano rimaste, Joanna accelerò infilandosi nel cortile lastricato dietro la chiesa. L’orologio sulla facciata di mattoni rossi le confermava quello che già sapeva, ossia che era in ritardo. Avvicinandosi all’ingresso lanciò un’occhiata al gruppo di paparazzi e vide Steve, il suo fotografo, in prima fila, appollaiato sui gradini. Agitò la mano per attirare la sua attenzione e lui le rispose alzando il pollice. A quel punto Joanna dovette farsi largo a gomitate nella calca di fotografi che si era formata intorno alla celebrità appena uscita dalla limousine. Una volta entrata in chiesa vide che anche le panche erano gremite, illuminate dalla tenue luce dei candelabri appesi all’alto soffitto. In fondo alla navata, l’organo suonava una musica mesta.
Joanna mostrò il tesserino da giornalista all’usciere, poi si sedette su una delle panche in fondo e riprese fiato. Ansimava mentre frugava nella borsa alla ricerca di taccuino e penna.
In chiesa faceva un freddo mortale, ma Joanna sudava; il maglione di lana a collo alto che si era messa prima di uscire, in preda al panico, le si era appiccicato fastidiosamente alla pelle. Prese un fazzoletto e si soffiò il naso; poi, passandosi le dita nella massa intricata di capelli scuri, appoggiò la schiena alla panca e chiuse gli occhi.
Fino a quel momento, nei pochi giorni di un nuovo anno tanto promettente, Joanna non si era mai sentita così abbandonata, gettata via; era come se l’avessero scaraventata giù dall’Empire State Building. E senza preavviso.
La causa di tutto questo era Matthew, l’amore della sua vita, o meglio l’ex amore della sua vita, a partire dal giorno prima.
Joanna si morse il labbro inferiore per costringersi a non piangere, poi allungò il collo spiando le file più vicine all’altare e notando con sollievo che i membri della famiglia che tutti attendevano non erano ancora arrivati. Si girò verso l’ingresso e vide i paparazzi che si accendevano sigarette e giocherellavano con la lente delle macchine fotografiche. Davanti a lei, gli intervenuti iniziavano ad agitarsi sulle scomode panche di legno, bisbigliando con i vicini. Diede una rapida occhiata in giro e si appuntò mentalmente le celebrità più conosciute per citarle nell’articolo, anche se non era facile riconoscerle da dietro. Scribacchiò qualche nome nel taccuino, ma le immagini del giorno precedente invasero di nuovo i pensieri…
Matthew si era presentato senza preavviso nel suo appartamento di Crouch End, nel pomeriggio. Dopo i bagordi di Natale e Capodanno avevano concordato di ritirarsi ciascuno a casa propria e di prendersi alcuni giorni di riposo prima di tornare a lavorare. Sfortunatamente Joanna li aveva trascorsi a letto, colpita dall’influenza più aggressiva che le fosse mai venuta da anni. Aveva aperto la porta stringendo al petto la borsa dell’acqua calda di Winnie the Pooh, indossando un vecchio pigiama termico e un paio di calzini pesanti a righe.

Aveva capito subito che qualcosa non andava, perché Matthew indugiava sulla porta, non voleva togliersi il cappotto e aveva lo sguardo sfuggente, che si posava ovunque tranne che su di lei…

L’aveva informata di aver “riflettuto”. Di essere giunto alla conclusione che la loro relazione non sarebbe mai andata da nessuna parte e che forse era giunto il momento di farla finita.
«Ormai stiamo insieme da sei anni, da quando abbiamo finito l’università» aveva detto, giocherellando con i guanti che lei gli aveva regalato per Natale. «Non so, ho sempre pensato che col passare del tempo avrei sentito il desiderio di sposarti… sai, di rendere il nostro legame ufficiale. Ma ancora non è successo…» Aveva scrollato le spalle. «E se non ne ho voglia adesso, credo che non l’avrò mai.»
Joanna stringeva forte la borsa dell’acqua calda, osservando la sua espressione colpevole. Nella tasca del pigiama aveva trovato un fazzolettino usato e si era soffiata il naso. Poi l’aveva guardato dritto negli occhi.
«Come si chiama?»
Matthew era arrossito all’istante. «Non volevo che succedesse» aveva borbottato. «Ma è successo, e non posso più continuare a fingere.»
Joanna ripensò al Capodanno che avevano trascorso insieme quattro giorni prima e decise che sì, Matthew era stato proprio bravo, accidenti a lui.
Si chiamava Samantha, a quanto pareva. Lavorava nella sua stessa agenzia pubblicitaria. Era direttrice delle vendite, nientemeno.
Tutto era iniziato la sera in cui lei aveva dovuto piantonare la casa di un parlamentare per l’articolo sull’immoralità e non ce l’aveva fatta ad arrivare in tempo per la festa di Natale dell’agenzia di Matthew. La parola cliché le vorticava ancora in testa, ma si controllò. Si chiamavano cliché proprio perché erano il comune denominatore dei comportamenti umani, no?
«Te lo giuro, mi sono sforzato di non pensare più a lei» aveva proseguito Matthew. «Davvero, ci ho provato per tutto il periodo delle feste. È stato bellissimo stare con te e la tua famiglia, su nello Yorkshire. Ma poi la settimana scorsa l’ho rivista, siamo usciti a bere una cosa e…»
Fuori Joanna, dentro Samantha. Semplice come bere un bicchier d’acqua.
Era riuscita soltanto a fissarlo, con gli occhi accesi dalla sorpresa, la rabbia e la paura. Lui aveva continuato a parlare: «All’inizio pensavo che fosse solo un’infatuazione, ma è ovvio che se una donna qualsiasi mi fa questo effetto, non posso certo impegnarmi con te. Perciò faccio solo quello che è giusto».
L’aveva guardata, quasi implorandola di ringraziarlo per la sua nobiltà d’animo.
«Quello che è giusto» aveva ripetuto lei, con voce lontana.
Poi era scoppiata a piangere, la disperazione acuita dall’influenza. Sentiva la sua voce borbottare altre scuse. Aprendo a fatica le palpebre gonfie di lacrime, l’aveva guardato lasciarsi cadere sulla sua poltrona di pelle consunta, mortificato e pieno di vergogna.
«Vattene» aveva gracchiato alla fine. «Brutto bastardo, bugiardo traditore! Vattene! Vattene subito!»

Quarta di copertina
"La lettera d'amore" di Riley Lucinda, Giunti, 2018.

Ci sono segreti facili da smascherare e altri che restano sepolti per una vita intera. Come quello di Rose, l'anziana signora che Joanna, giovane reporter del Morning Mail, conosce durante la cerimonia di commemorazione del famoso attore Sir James Harrison. Pochi giorni dopo, Joanna riceve un plico contenente una vecchia lettera d'amore e un biglietto dalla grafia tremolante, ma è ormai troppo tardi per chiedere qualsiasi spiegazione: Rose è morta e la sua casa completamente svuotata, come se la donna non fosse mai esistita.
Quando anche l'appartamento di Joanna viene messo sottosopra, la giornalista capisce che ha tra le mani una storia scottante, e la sua unica via d'uscita è scoprire la verità sui misteriosi amanti della lettera. Chi erano realmente? E perché è così importante che nessuno sappia di loro?
Sulle tracce di un enigmatico carteggio, Lucinda Riley ci trasporta in un mondo di pericolosi segreti, intrighi di Stato e sconvolgenti colpi di scena, in cui lasciarsi andare all'amore, a volte, è un rischio troppo grande.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

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