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La madre perfetta, di Aimee Molloy: incipit

La madre perfetta, di Aimee Molloy: incipit

Incipit #174 Joshua. Mi sveglio, febbricitante. La pioggia tamburella sul lucernario. Appena allungo le dita sul lenzuolo, mi torna in mente che sono sola.


La madre perfetta

di Aimee Molloy
Thriller
Giunti
cartaceo 16,15€
ebook 9,99€


Chiudo gli occhi e mi riaddormento, finché mi riscuoto di nuovo, assalita da un dolore profondo, improvviso.
Ogni mattina, da quando se n’è andato, mi alzo con un senso di nausea, ma capisco subito che questa volta è diverso.
Qualcosa non va.
Non mi reggo in piedi, così striscio giù dal letto, sul pavimento ruvido di sabbia e polvere. Trovo il telefono che ho lasciato in salotto, ma non so chi chiamare. Lui è l’unico con cui ho voglia di parlare. Ho bisogno di raccontargli cosa sta succedendo e di sentirmi dire che andrà tutto bene. Ho bisogno di ricordargli, ancora una volta, quanto lo amo.
Ma non risponderà. O peggio, risponderà e si infurierà, dicendo che non intende sopportare più questa situazione, avvertendomi che se dovessi telefonargli ancora…
Il dolore alla schiena mi toglie il respiro. Aspetto che passi, aspetto il momento di tregua che mi hanno promesso, ma non arriva. Non è come era scritto nei libri, né tantomeno come me l’ha prospettato il medico. Sarà graduale, dicevano. Saprò cosa fare. Programmerò le giornate. Mi siederò sulla fitball che ho comprato a un mercatino dell’usato. Resterò a casa il più a lungo possibile, per evitare le macchine, i farmaci, tutte le cose che usano in ospedale per far nascere un bambino prima che il corpo sia pronto.
Non sono pronta. Mancano due settimane al termine, e non sono pronta.
Mi concentro sul telefono. Non compongo il suo numero, bensì quello dell’ostetrica, una certa Albany, una donna piena di piercing che ho incontrato solo due volte.
Sto assistendo a un parto e non posso rispondere. Se sei…
Striscio in bagno con il portatile e mi siedo sulle piastrelle gelide, un asciugamano umido sul collo, il computer sottile posato sul pancione. Apro la mail e scrivo un nuovo messaggio a loro, le May Mothers.
Mi tremano le mani mentre digito: Mi domando se sia normale.
Ho la nausea. Il dolore è straziante. Sta succedendo troppo rapidamente.
Non risponderanno. Sono sicuramente fuori a cena, a mangiare qualcosa di piccante per accelerare il travaglio, a rubare sorsi di birra dai bicchieri dei mariti, a godersi una tranquilla serata insieme, cosa a cui le madri esperte ci hanno avvisate di dire pure addio. Non vedranno la mia mail fino a domattina.
Il portatile emette subito un bip. La dolcissima Francis. Sta iniziando! scrive. Misura gli intervalli tra le contrazioni e di’ a tuo marito di applicare una pressione costante sulla zona lombare.
Come va? scrive Nell. Sono passati venti minuti. Lo senti ancora?
Sono stesa su un fianco. Faccio fatica a digitare sui tasti. .
La stanza precipita nel buio e, quando torna la luce – dieci minuti dopo, un’ora dopo, non ne ho idea –, sento un dolore sordo irradiarsi da un bernoccolo sulla fronte. Sempre strisciando, vado in salotto, quando avverto un rumore, simile all’ululato di un animale, prima di rendermi conto che il suono viene da dentro di me. Joshua.

Raggiungo il divano e appoggio la schiena ai cuscini. Mi tocco tra le gambe. Sangue.

Mi infilo una giacca impermeabile leggera sopra la camicia da notte. In qualche modo, scendo le scale.
Perché non ho preparato il borsone? Le May Mothers ci hanno spiegato per filo e per segno cosa metterci dentro, eppure il mio è ancora nell’armadio in camera da letto, vuoto.
Niente iPod con musica rilassante, niente acqua di cocco, niente olio di menta piperita contro la nausea. Nemmeno una copia stampata del mio piano del parto. Aspetto sotto un lampione appannato con le mani sullo stomaco, finché arriva il taxi e salgo sul sedile appiccicaticcio, cercando di ignorare l’espressione preoccupata del tassista.
Ho dimenticato la tutina che avevo comprato per il bambino.
In ospedale mi indirizzano al sesto piano, dove mi invitano ad attendere nella sala del triage. «Per favore» dico dopo un po’ all’infermiera dietro il bancone. «Ho tanto freddo e mi gira la testa. Può chiamare il mio medico?»
Non è di turno. C’è un’altra dottoressa dell’ambulatorio, una che non avevo mai visto. Vengo sopraffatta dalla paura quando mi siedo e comincio a perdere, sulla sedia di plastica verde, un liquido che odora di terra, del fango che, in giardino, io e mia madre setacciavamo in cerca di vermi quando avevo sei anni.
Vado in corridoio, decisa a muovermi, a restare in piedi, e mi torna in mente la sua faccia quando gli ho dato la notizia.
È andato su tutte le furie, ripetendo che l’avevo ingannato. Pretendendo che mi sbarazzassi del bambino. Rovinerà ogni cosa, ha detto. Il mio matrimonio. La mia reputazione. Non puoi farmi questo.
Non te lo permetterò.

Non gli ho detto che avevo già visto la spia lampeggiante del battito cardiaco, che ne avevo sentito il ritmo, come una corda per saltare che ruotava velocemente. Non gli ho detto che non ho mai desiderato nulla come desidero questo bambino.
Due polsi robusti mi sollevano dal pavimento. Grace. Così dice il cartellino con il nome. Grace mi conduce in una stanza sorreggendomi per la vita, e mi chiede di sdraiarmi sul lettino.
Protesto. Non voglio sdraiarmi. Voglio essere certa che il bambino stia bene. Voglio che il dolore si attenui.
«Mi faccia l’epidurale» dico.
«Mi dispiace» replica Grace. «È troppo tardi.»
Le afferro le mani, irruvidite da troppo sapone e dal calcare dell’acqua. «No, per favore. Troppo tardi?»
«Per l’epidurale.»
Mi sembra di sentire dei passi in corridoio affrettarsi verso la stanza.
Mi sembra di sentirlo urlare il mio nome.
Mi arrendo e mi sdraio. È lui. È Joshua, che mi chiama nel buio. È arrivata la dottoressa. Parla con me, mentre mi avvolgono qualcosa intorno al bicipite, infilandomi sotto la pelle, nell’incavo del gomito, un ago, fluido come le lame dei pattini sul ghiaccio. Mi chiedono chi mi abbia accompagnata, dove sia mio marito. La stanza mi gira intorno e fiuto l’odore del liquido che esce dal mio corpo. Di nuovo quel sentore di terra e di fango. Mi si spezzano le ossa. Vado a fuoco. Non può essere normale.
Sento la pressione. Sento il bruciore. Sento il mio corpo, il mio bambino, che si spezzano in due.
Chiudo gli occhi.
Spingo.

Quarta di copertina
La madre perfetta, di Aimee Molloy, Giunti, 2018.

Si chiamano "May Mothers", perché tutte hanno avuto un figlio nel mese di maggio. Ogni settimana si incontrano in un parco a Brooklyn con carrozzine e biberon al seguito, per scambiarsi consigli e confidenze: Francie, ansiosa e zelante; Colette, dalla vita insopportabilmente perfetta; Nell, manager in carriera incline a qualche drink di troppo; e infine Winnie, sensuale e misteriosa, l'unica madre single del gruppo. Nel tentativo di staccare dalla sfiancante routine, Nell convince Winnie ad affidare per una sera il piccolo Midas a una babysitter di fiducia e a raggiungere le amiche in un locale alla moda. E' il 4 luglio, fa un caldo infernale, il pub è affollato e scorrono fiumi di alcol. Ma qualcosa va terribilmente storto. Quando la babysitter chiama piangendo, per le giovani madri è l'inizio di un incubo: il bambino di Winnie è scomparso dalla culla, qualcuno si è introdotto in casa e l'ha rapito. E nel frattempo di Winnie si è persa ogni traccia: si è forse allontanata con quel bel ragazzo che le stava offrendo da bere? O c'è dell'altro dietro il suo strano comportamento?
Inizia una corsa contro il tempo per ritrovare il piccolo Midas: 13 giorni in cui tutto viene messo in dubbio e nessuno è immune al sospetto. Perché ogni madre ha i suoi segreti. E ogni donna il suo lato oscuro.
Un thriller che seziona in modo spietato tutte le paure e le contraddizioni della maternità.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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