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Revolutionary Road, di Richard Yates: pagina 69

Revolutionary Road, di Richard Yates: pagina 69

Pagina 69 #153 Revolutionary Road, di Richard Yates (minimum fax). Quattrocento pagine fra le più intense e penetranti della narrativa americana del secondo Novecento.

V’era solo un angolo della stanza che mostrava segni di piacevole calore umano – tappeto liso, cuscini ammaccati, posacenere traboccanti di mozziconi, e questo era il recesso che, con riluttanza, avevano creato meno di sei mesi prima: la provincia del televisore. (“Perché no? Dobbiamo farlo per bambini, ti pare? E poi è stupido continuare a snobbare la televisione”.)
La signora Lundquist, la baby-sitter, si era addormentata sul divano e giaceva nascosta dietro allo schienale. Ma ora comparve all’improvviso, levandosi a sedere, strizzando gli occhi e abbozzando un sorriso, con un lieve cigolio della dentiera e le mani che annaspavano in cerca delle forcine tra i bianchi capelli sfatti.
“Mamma?” Dalla stanza dei bambini in fondo al corridoio venne la voce di Jennifer, la piccola di sei anni, completamente sveglia. “Mamma, è stata bella la recita?”
Frank, portando a casa la signora Lundquist, sbagliò due volte la strada (e la signora Lundquist, scagliata contro portiera e cruscotto, tentò di nascondere la propria paura sorridendo fissamente al buio: pensò che fosse ubriaco), e per tutto il tragitto di ritorno, da solo, guidò con una mano premuta contro la bocca. Stava facendo del suo meglio per ricostruire mentalmente la lite, ma non c’era niente da fare. E non riusciva nemmeno a dire se era irritato o contrito, se era il perdono che voleva o il potere di perdonare. Aveva la gola ancora secca dal gran gridare, la mano che ancora gli pulsava dal dolore per i colpi sferrati sul tetto della macchina – questo se lo rammentava abbastanza bene – ma la sola altra cosa che ricordava era il portamento rigido di April quando il sipario si era alzato per gli applausi finali, con quel sorriso forzato, vulnerabile, e questo lo faceva sentire debole, pieno di rimorsi. Proprio quella sera dovevano litigare! Dovette tenere il volante ben stretto: le luci lungo la strada erano accecanti, gli ballavano negli occhi.
La casa era buia e, avvicinandosi, gli bastò vederla – una lunga forma lattiginosa nell’oscurità più cupa di alberi e cielo – perché il pensiero gli corresse alla morte. Scivolò rapido per la cucina e il soggiorno, in punta di piedi, con precauzione, percorse il corridoio, passò davanti all’uscio della stanza dei bambini, entrò nella camera da letto, chiudendosi piano la porta alle spalle.
“April, ascolta”, sussurrò.


Quarta di copertina
Revolutionary Road, di Richard Yates

«Se nella letteratura americana moderna ci vuole qualcos’altro per fare un capolavoro, non saprei dire cosa»: questo il giudizio di Tennessee Williams su Revolutionary Road, uno dei classici dimenticati della narrativa americana del secondo Novecento, che minimum fax è orgogliosa di riportare nelle librerie italiane dopo più di trent’anni.
È il 1955; Frank e April Wheeler sono una coppia middle class dei sobborghi benestanti di New York che coltiva il proprio anticonformismo con velleità ingenua, quasi ignara della sua stessa ipocrisia. La loro esistenza scorre fra il treno dei pendolari, le cenette alcoliche con i vicini, le recite della filodrammatica locale, ma Frank e April si sentono destinati a una vita creativa e di successo, possibilmente in Europa. Nella storia della giovane famiglia in apparenza felice la tensione è nascosta ma crescente, il lieto fine impossibile, e l’inevitabile esplosione arriva con una potenza da dramma shakespeariano, dopo quattrocento pagine fra le più intense e penetranti della narrativa americana.


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