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Voti: dalla scuola alla vita, giudicano la prestazione, non il valore

Voti: dalla scuola alla vita,  giudicano la prestazione, non il valore

Di Elena Genero Santoro. Dai talent show ai concorsi, i voti vanno di moda. Del resto, negli ultimi anni si sta diffondendo l’idea di poter e dover dare un voto a tutto e che tutti possano essere giudicati da chiunque. Ma chi ci giudica è sempre onesto e competente?

Quando studiavo sentivo il peso degli esami per tanti motivi. Dover essere costantemente interrogata correlava il mio valore, il mio essere, alla mia performance. Credevo che iniziando a lavorare il problema si sarebbe risolto, perché uno non lavora per dimostrare chi è e quanto vale, ma per guadagnare qualcosa. Non per essere, ma per avere.
Ma il mondo è cambiato. Intanto a scuola sono tornati i voti numerici. Mi ricordo le elementari dei miei tempi  in cui le maestre ti scrivevano bravo o bravissimo se andavi bene, benino o visto se non ne azzeccavi una. Alle medie invece gli insegnanti si sbizzarrivano con un ventaglio di diciture tra il gravemente insufficiente e l’ottimo passando per il mediocre, il quasi sufficiente, il più che discreto, il molto buono e il distinto. Il tutto per non traumatizzare le povere creature e non causare loro delle ansie da prestazione che invece agli studenti odierni non sono più risparmiate.

Pareva infatti che, dal punto di vista pedagogico, un voto numerico fosse più violento e definitivo di un giudizio espresso con un aggettivo. 

Di fatto alle medie che ci fosse scritto "4" o "insufficiente" a fine anno il ragazzino veniva bocciato lo stesso e il risultato non cambiava. Però forse è vero che il numero è più brutale e al giorno d'oggi è diventato largamente di moda.
I miei figli, già alle elementari, sono tornati ai voti numerici dallo zero al dieci e qualcuno mi dovrà spiegare che significato ha un "5" deprimente assegnato in prima elementare quando oltretutto il problema non è tanto l’applicazione allo studio del bambino, ma la sua comprensione dei concetti, magari spiegati male dalla stessa insegnante.
Anche in ufficio, da qualche anno, ci assegnano voti numerici. Valutano la nostra performance e la nostra leadership con un numero che ci viene comunicato una volta l’anno e che diventa un indicatore per i  possibili passaggi di livello futuri. Dal numerino annuale dipende la nostra carriera.
Ma non ci siamo fermati all’ambito scolastico o quello del lavoro che tutto sommato rimangono privati.

In ogni format televisivo, dal corso di cucina al talent show, ormai sono in vigore i voti.

Le trasmissioni di cucina sono sempre più feroci. Si è passati da programmi incentrati sulla spiegazione delle ricette a gare sempre più mortificanti in cui uno non deve solo essere bravo e innovativo, ma essere il più bravo e il più innovativo, sbaragliare la concorrenza. Stesso discorso vale per i talent di qualunque genere.
Come se al mondo ci fosse posto per un solo chef, o un solo ballerino, o un solo cantante.
Per una chance, per un attimo di notorietà, bisogna subire un giudizio senza appello e guai a ribellarsi: non si è abbastanza umili.
E tra l’altro tutti questi talent non garantiscono alcuna carriera, mentre c’è gente molto affermata che dai talent non è mai passata.

Negli ultimi anni si sta diffondendo l’idea di potere e dovere dare un voto a tutto e che tutti possiamo essere giudicati.

Persino i partiti politici adesso scelgono nomi che suonano come garanzia di qualità: ovviamente mi riferisco ai 5 Stelle, senza voler entrare nel merito del programma politico.
Del resto, nella nostra realtà qualunque cosa può e deve essere valutata: pensate a tutte le stelline dei prodotti in vendita online.
Amazon, Tripadvisor e le piattaforme online in genere permettono di dare un voto a qualunque cosa, dalla lavatrice alla carta igienica, dal ristorante all'hotel e se da un canto leggere i pareri di chi ha già provato il bene in questione prima può essere utile, dall’altro il rischio è di trovare recensioni positive acquistate dagli stessi rivenditori e recensioni negative formulate per stroncare la concorrenza.
Per chi ha figli piccoli suggerisco la visione di una puntata di Il magico mondo di Gumball in cui i personaggi si mettono a dare stelline alle altre persone e in questo modo ottengono grandi favori. Le stelle compaiono direttamente sulla testa dei giudicati e una monostella è una nota di demerito, un calo vorticoso della reputazione e del business. Quindi le recensioni a stelle diventano una sublime arma di ricatto.

A questo punto però bisogna fare un distinguo. Chi può dare dei voti?

Ci sono tre categorie di giudicanti.

  1. I professionisti. Un insegnante di ballo giudica i suoi ballerini. Un maestro a scuola valuta le prove dei suoi studenti.
  2. La gente comune, non specializzata in quel settore.
E qui iniziamo ad addentrarci in un terreno minato. Ci sono i pro e i contro. Quante volte un film o un libro stroncato dalla critica è entrato invece nel cuore del pubblico? Questo significa che al lettore o allo spettatore, che pure non ha notato certe pecche tecniche, l’opera è arrivata perfettamente. Ma è vero anche il contrario: il non addetto ai lavori può giudicare un’opera superficialmente, può non apprezzare certe finezze che sono costate un mare di fatica. Eppure, come dice Maria De Filippi, «il pubblico è sovrano». In fondo è proprio a lui che l’opera è destinata.

Ma anche qui si stanno verificando delle derive. 

È iniziata una trasmissione alle 20,30 ogni sera su Raitre, dal titolo Alla lavagna in cui una improbabile classe di bambini saccenti interroga e alla fine dà un giudizio a qualche personaggio famoso. Qualcuno sicuramente apprezzerà l’idea: portare un volto conosciuto alla portata dei giovani, affinché spieghi loro dei concetti interessanti e parli di attualità. Sono passati di lì Beppe Severgnini, il ministro Tonelli, Claudia Gerini, Veronica Pivetti, Enrico Montesano e Antonio Di Pietro; è previsto pure Salvini. Eppure a ciascuno di loro i bambini hanno trovato una pecca. Gente con una carriera trentennale che viene punzecchiata da quattro ragazzini imberbi. Il che non è un danno per il vip di turno, che sicuramente ha le spalle larghe, ma fomenta l’idea che ogni saputello abbia il diritto di esprimere giudizi e critiche anche senza costrutto («Simpatico, ma i capelli non mi piacciono.» E quindi?). Per cui, se ogni bambino può stroncare un famoso attore o un noto scienziato sulla base della propria percezione personale, allora chiunque può esprimere un parere su qualcosa che non conosce, senza averne alcuna competenza, ma solo in base al feeling e al suo umore.

Ma veniamo all’aberrazione totale ovvero quando i giudici sono gli stessi concorrenti. 

C’è quel format che si chiama Quattro matrimoni in cui quattro spose giudicano il matrimonio delle altre tre e alla fine la coppia che ha organizzato l’evento migliore vince un viaggio in qualche angolo paradisiaco del mondo. È chiaro che un vincitore ci deve pur essere, ma è anche palese che, per il conflitto di interessi, il voto sarà sempre dato al ribasso. Infatti raramente, in una scala da uno a dieci, ho visto assegnare qualcosa di superiore al cinque.
Meccanismo analogo, ma ancora più perverso, è quello di un concorso letterario quale IoScrittore, dove un mio romanzo è entrato nella rosa dei primi trecento finalisti per ben due anni consecutivi, il secondo dei quali ho deciso che ne avevo abbastanza e mi sono ritirata.
Gli scrittori ricevono, in forma anonima, un numero tra i dieci e i quindici romanzi altrui (prima gli incipit, poi i romanzi interi) da valutare secondo alcuni parametri. È chiaro che i giudizi saranno sempre risicati fino all’osso e che per qualificarsi bisogna che si verifichino due condizioni: aver scritto qualcosa di meritevole, ma soprattutto sperare che quelli che giudicheranno il  libro siano intellettualmente onesti. Non sempre capita. Ho visto valutazioni allucinanti, peggio delle peggiori recensioni monostella su Amazon di chi vuole stroncare i colleghi senza nemmeno avere letto ciò che hanno scritto.

Perché alla fine siamo arrivati qua. Per qualche secondo di notorietà, per avere una chance, per avere successo, visibilità, siamo disposti ad accettare anche il giudizio.

Abbiamo tutti una grande smania di fare vedere quanto valiamo e chi scrive format per la tv lo sa benissimo. Ed è questo il grande equivoco.
Ammiro chi riesce a coltivare la propria autostima senza voler dimostrare niente a nessuno. Ammiro e invidio persino un po' chi si sveglia al mattino pensando: non so fare niente, non ho talenti. Non canto, non ballo, non scrivo, faccio solo il mio dovere per campare onestamente, non eccello in nulla eppure sto benissimo così. Il mio valore non dipende dalle mie prestazioni. Beato lui, perché vivrà sereno. Ma tanto il giudizio gli arriverà lo stesso.
Elena Genero Santoro

Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag.
L’occasione di una vita, Lettere Animate.
Un errore di gioventù, 0111 Edizioni.
Gli Angeli del Bar di Fronte, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Il tesoro dentro, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Immagina di aver sognato, PubGold.
Diventa realtà, PubGold.

About Elena Genero Santoro

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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