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Apparenze, un racconto di Elena Genero Santoro

Apparenze, un racconto di Elena Genero Santoro

Inediti d'autore Racconto di Elena Genero Santoro. Apparenze. Sono quelle cui spesso non riusciamo ad andare oltre. E così capita di fermarsi a giudizi superficiali, salvo poi accorgersi di aver miseramente sbagliato.

La mano gigante che lo aveva stritolato per ore iniziava pian piano ad allentare la presa. Gli spasmi si attenuavano, le contrazioni violente delle coliche si smussavano e assumevano i contorni di un indolenzimento diffuso tra addome e schiena. Il Contramal gli era entrato nelle vene una goccia dopo l’altra e finalmente gli aveva recato sollievo.
Era stata una notte di sudore, di lenzuola stropicciate e di coperte strette tra i denti. Era iniziato tutto con un dolore sordo al fianco sinistro, che Michele, nel proprio letto, sperava di ricacciare cambiando posizione. Invece, il dolore sordo era presto diventato un morso che sventrava Michele in qualunque modo lui si contorcesse.
Quando fu chiaro che le scosse che gli scuotevano le viscere non si sarebbero placate da sole, Michele chiamò sua madre che dormiva nell’altra stanza e lei non potè far altro che richiedere un’ambulanza.
E adesso lui era lì, parcheggiato su una barella nell’antro di un corridoio del pronto soccorso, con una flebo piantata nel braccio e un lenzuolo a coprirgli le gambe. Più nessuno badava a lui, che ormai non costituiva più un’emergenza.

Michele tentava di sonnecchiare. 

Doveva ormai essere l’alba, ma l’unica luce che gli pungeva gli occhi era quella del neon biancastro sulla sua testa. Cercò di coprirsi il viso con l’incavo del gomito del braccio libero. Non era semplice, nel corridoio regnava il caos. Gli operatori sanitari andavano e venivano, gli altri pazienti si lamentavano come aveva fatto lui fino a poco prima. Stava quasi per assopirsi quando, di fianco a lui, venne parcheggiata una barella con sopra seduta una signora anziana.
Michele, svegliato dallo sferragliamento, lanciò un’occhiata alla vicina da sotto l’omero. Non avrebbe saputo darle un’età precisa: poteva avere una settantina d’anni. I capelli corti, tinti di un biondo scuro, sulla sommità del capo conservavano il ricordo di una precedente messa in piega, ma erano schiacciati e dritti sulla nuca. Cercò di assopirsi ancora una volta. Col braccio libero afferrò un lembo del lenzuolo e si coprì la testa.
“E tu perché sei qui, giovanotto?”
Una voce acuta e imperiosa gli perforò i timpani. Michele scoprì un pezzo di testa e si guardò intorno. Era la sua vicina di barella e ce l’aveva proprio con lui. Lo fissava con occhi che sembravano due spilli neri. Ormai dormire sarebbe stato impossibile.
Riemerse dalla sua alcova improvvisata, liberò il volto dal lenzuolo e tentò di essere cortese. Sfoderò un sorriso. Con gli anziani bisognava essere gentili.
“Calcoli renali”.
La diagnosi in ospedale era arrivata in fretta. Un’ecografia veloce aveva poi accertato che si trattava di renella di cui si sarebbe potuto liberare, nei giorni a venire, bevendo molto.
L’anziana tirò su il mento.
“Io ho preso una storta alla caviglia. Sono caduta dalla scala di casa mia.”
“Mi dispiace, signora”, rispose prontamente Michele.
“Eh, adesso dovrò portare le stampelle per due settimane. È un bel problema, sai? Io ho la mia indipendenza: uso la bici, vado in giro, mi faccio la spesa da sola. Non perdo una messa dal 1979.”
Michele non aveva idea di come consolarla, ma quella non sembrava aver bisogno delle sue parole.
“I miei figli mica mi accompagnano. Uno lavora a Milano. È un manager affermato, ha tanto da fare. Non lo vedo mai. L’altro viene a mangiare da me il venerdì sera, ma nel fine settimana va sempre a sciare. Nessuno dei due che si sposa. Ah, se avessi una nuora. Alla mia età sarebbe ora di diventare nonna. Tu ce l’hai la fidanzata?”
Michele percepì una vampata di calore che gli saliva su per le guance chiare.
“No”, rispose.
L’anziana lo guardò con curiosità.
“No? Un bel ragazzo come te?”
Michele incassò la testa nelle spalle.
“Ah, ho capito. Tu sei uno di quelli che si diverte. E fai bene. Sei giovane. Quanti anni hai?”
“Ventidue”, balbettò lui.
“E studi?”
Lui annuì.
Studiava, ma non come avrebbe dovuto e non ciò che avrebbe voluto. Quello però non glielo disse.
La donna strinse gli occhi come per prendergli le misure.

In quel momento una terza barella venne abbandonata vicino alle loro. 

Sopra vi era disteso un ragazzo di colore che si lamentava.
La signora si voltò verso di lui e mugugnò:
“Vuoi stare un po’ zitto? Qui c’è gente che sta male e vorrebbe riposare.”
Il ragazzo nero non parve nemmeno sentirla. Teneva entrambe le mani sulla testa.
“Chissà che cos’ha”, disse nuovamente rivolta a Michele. “Magari ha qualche malattia contagiosa che si è portato dietro dal suo paese. Questi qui ci stanno invadendo. Intasano i nostri ospedali, i nostri pronti soccorso e siamo noi a pagare. Se ne fosse rimasto in Burundi, questo qui.”
In quel momento passò una giovane infermiera. Michele la chiamò a voce alta: “Scusi…”
Quella, una brunetta graziosa, si voltò nella sua direzione.
“Avrei bisogno di urinare”, spiegò poi a voce bassa.
L’infermiera si avvicinò.
“Vuoi scendere? Ti accompagno in bagno?”
Michele le fece un cenno con la mano per invitarla a fare ancora un passo verso di lui. Si sollevò un lembo di coperta affinché lei potesse vedere. L’infermiera arrossì, anche se tentò di dissimulare distogliendo lo sguardo. Abbassò le ciglia folte, si arricciò una ciocca di capelli lisci intorno a un dito e annuì.
“Ti porto subito il pappagallo”.
L’anziana non tolse occhi di dosso a Michele nemmeno quando lui cercò di svuotarsi la vescica al riparo del lenzuolo. Espletare i propri bisogni in un pronto soccorso era per lo meno imbarazzante, ma così era anche peggio.
“Infermiera, mi porta la padella?”, reclamò l’anziana. “Anche io ho bisogno.”
L’infermiera arrivò con due stampelle.
“Venga, signora, che l’accompagno in bagno.”
L’anziana strabuzzò gli occhietti scuri.
“Perché io mi devo alzare e questo ragazzo no? Io sono vecchia, lui è giovane! E ho pure una caviglia slogata!”
L’infermiera non cedette.
“Si regga a me che la aiuto a sollevarsi.”

Mentre l’anziana era in bagno, Michele osservò meglio il ragazzo di colore. 

Poteva avere la sua stessa età. Si teneva sempre la testa tra le mani, come se provasse molto dolore. Gli occhi serrati erano orlati da ciglia nere e arricciate. Indossava una maglia scollata a v, di buona fattura, e un paio di jeans.
L’anziana tornò, zoppicante, con un braccio sulla spalla dell’infermiera e l’altro sulla stampella. Si risedette sulla sua barella e intanto si guardava intorno con fare circospetto. Poi cercò di nuovo la complicità di Michele.
“È ancora qui che si lamenta questo qua?” Si riferiva al ragazzo nero. “Non possono dargli qualcosa per farlo smettere? O magari ha qualche malattia sconosciuta del suo paese e non sanno nemmeno come curarlo?” Poi, dopo un attimo di silenzio, si mise a frugare nella propria borsetta. “Se fossi a casa mia a quest’ora accenderei Radio Maria che c’è il rosario.” Estrasse da una tasca interna una corona e iniziò a sgranare le sue Ave Maria a mezza voce.
Persino il ragazzo nero si voltò verso di lei, aprì gli occhi e per un attimo smise di lamentarsi.
L’anziana, sentendosi osservata, interruppe la preghiera e punse il ragazzo nero con i suoi occhi a spillo.
“Be’, che cosa c’è? Ti dà fastidio se prego il Dio dei cristiani? Io sono a casa mia, sai? Se vuoi pregare Allah torna pure in Africa.”
A Michele parve che per un attimo il ragazzo stesse guardando nella sua direzione e gli lanciasse un mezzo sorriso divertito prima di lasciare ricadere la testa dolente sul cuscino.
Ipnotizzato dalle Ave Maria come da un mantra, Michele richiuse gli occhi. Forse poteva ancora assopirsi.
Ma un secondo più tardi arrivò un dottore brizzolato, col viso a luna piena. Si avvicinò alle loro tre barelle.
“Signora Piatti, dall’esito delle radiografie emerge che il danno della sua caviglia è minimo. È solo una leggera contusione. Il tempo di prepararle le dimissioni e lei può andare. Le prescrivo una pomata.”
A Michele sembrò che sul viso della signora fosse comparsa una ruga che rendeva l’espressione triste e dispiaciuta. D’altronde aveva detto di essere sola, perché i figli non badavano a lei.
Poi il medico sbirciò dentro una cartella.
“Chi dei due è Marco Colacino, nato a Moncalieri il 7 aprile 1993?”
Il ragazzo nero alzò la mano.
“Tenga sempre con sé i suoi farmaci. La prossima volta che sente l’emicrania avvicinarsi, li assuma tempestivamente, altrimenti dobbiamo poi intervenire con analgesici più pesanti” raccomandò il medico.
La signora Piatti strabuzzò gli occhi.
“Li ho presi, ma non hanno sortito effetto” protestò il giovane.
“Allora venga con me che cerchiamo di capire come ritarare la terapia. Se la sente di alzarsi e camminare?”
Marco Colacino annuì, fece leva sui gomiti e si mise in piedi.
“Basta che facciamo in fretta, che poi devo andare all’università. Ho un appuntamento col professore della tesi.”
“Ah, cosa studia?” domandò il dottore, con un occhio sulla cartella clinica.
“Scienza dei materiali...”
La signora Piatti li seguì entrambi con il suo sguardo stralunato mentre entravano nella sala delle visite.

In quell’istante una donna dai capelli neri e dai tratti mediterranei varcò la soglia del pronto soccorso. 

Era vestita elegante, con un tailleur blu e un foulard rosa intorno al collo.
“Mamma! Ti hanno lasciato entrare?” esclamò Michele, sorpreso di vederla.
“Amore, come stai?” Sua madre si diresse verso la sua barella con le braccia tese e gli posò un bacio sulla fronte, dopo avergli scostato una ciocca di capelli. “Sì, ti dimettono. Sono qui per portarti a casa. Papà ci sta aspettando in macchina. Ma senza questa non puoi fare molta strada. Stanotte, quando ti hanno caricato sull’ambulanza, non ce l’avevi.”
E così dicendo sua madre estrasse una protesi ortopedica da una borsa: il suo piede e parte della sua gamba sinistra.
Arrivò anche la giovane infermiera per liberarlo dalla flebo.
“Ormai è finita…”
Michele si tirò su a sedere, buttò fuori dalla barella il moncherino e lo infilò nell’invaso della protesi.
Si accorse che la signora Piatti lo stava osservando con la bocca spalancata e gli occhi fuori dalle orbite, ma poi si ricompose e si rivolse a sua madre:
“Complimenti, signora. Suo figlio è proprio un ragazzo ben educato. Una speranza per il nostro paese.”
Sua madre le concesse un sorriso veloce e un po’ storto.
“Grazie” disse, e piegò la testa di lato, mentre si affaccendava a radunare le poche cose di Michele.
Se solo la signora Piatti li avesse osservati con più attenzione, forse avrebbe notato che lui, la “speranza per il paese” e sua madre non si assomigliavano per nulla, che di certo Michele non aveva preso da lei i capelli biondi, gli occhi azzurri dal taglio allungato e la pelle chiara.
Chissà come avrebbe reagito la signora Piatti se avesse saputo che il ragazzo che rispondeva al nome di Marco Colacino, qualunque fosse la sua storia, era molto più italiano di lui, dato che era nato in provincia di Torino, mentre Michele era venuto al mondo in un giorno sconosciuto e in luogo ignoto dell’est Europa ed stato adottato all’età di quattro anni.
Elena Genero Santoro

Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag.
L’occasione di una vita, Lettere Animate.
Un errore di gioventù, 0111 Edizioni.
Gli Angeli del Bar di Fronte, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Il tesoro dentro, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Immagina di aver sognato, PubGold.
Diventa realtà, PubGold.

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