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Tutta la verità su Ruth Malone, di Emma Flint: incipit

Tutta la verità su Ruth Malone, di Emma Flint: incipit

Incipit #180 Le rare notti in cui dorme riveste i panni della donna che era prima.



Tutta la verità
su Ruth Malone

di Emma Flint
Piemme
Thriller psicologico

ebook 9,99€
cartaceo 15,72€


Prima: di rado si addormentava in camicia da notte, su cuscini ben sprimacciati, la faccia lustra di crema idratante. Certe volte si svegliava in un letto sfatto accanto a una sagoma che russava; più spesso si svegliava da sola sul divano accanto a bottiglie quasi vuote e posacenere quasi pieni, la pelle impiastricciata di fumo stantio e del trucco del giorno prima, il corpo fiacco, la mente svuotata. Si alzava a sedere e sussultava, d’un tratto consapevole del torcicollo e del saporaccio triste e rancido in bocca.
Ora si sveglia, e non con l’impaccio di un mal di testa o con la spossatezza di una nottata fumosa alle spalle, ma con artefatta lucidità. Le sue giornate iniziano al suono di una campanella accompagnato da voci aspre, clangore metallico e grida. Dalle esalazioni corrosive di candeggiante e urina. E nelle sue mattine non c’è spazio per i ricordi.

Prima, tutte le mattine attraversava il corridoio per andare in cucina a mettere il caffè sul fornello. Si accendeva la prima sigaretta della giornata e ascoltava il mattino animarsi tutt’intorno: lo squillo della radio di Gina dall’alto, i passi pesanti di Tony Bonelli sulle scale. Porte sbattute, auto messe in moto. Nina Lombardo che sbraitava ai bambini della porta accanto.
Andava nel bagno in fondo al corridoio e chiudeva la porta a chiave. Frank se n’era andato da un anno e ancora lei non aveva capito di essere sola in casa. Si toglieva i vestiti del giorno prima e si lavava al piccolo lavandino: le mani, il viso, sotto le ascelle, sotto i seni, in mezzo alle gambe. A volte sentiva il proprio odore: quell’odore giallo e maturo che ancora considera suo soltanto e che la metteva in imbarazzo quando si svegliava in compagnia di qualcuno.
Come una cagna in calore, eh, tesoro?
Si strofinava in mezzo alle gambe con il ruvido asciugamano azzurro, con forza, fino a farsi male, senza alcuna pietà. Si strofinava a secco, tirava la pelle della coscia con la base del palmo per farla apparire soda un momento prima di lasciarla ricadere, bucherellata come al solito dalla cellulite. Appendeva l’asciugamano, si avvolgeva nella vestaglia e riattraversava il corridoio fino alla cucina dove si versava il caffè, e pensava allo zucchero nel barattolo senza mai metterne nemmeno un granello nella tazza.
Quindi la camera da letto, dove indossava un paio di pantaloni eleganti e una camicetta. Se più tardi aveva il turno di lavoro al Callaghan’s, prendeva la divisa, l’appendeva fuori dall’armadio per cercare macchie e fili tirati. Una camicetta inamidata stirata la domenica sera. Una gonna, un pelino troppo stretta. Le scarpe allineate, le punte unite, i tacchi eccessivamente alti per una cameriera che doveva stare in piedi quasi per tutta la notte. Ma i suoi occhi emanavano un bagliore particolare che faceva impennare le mance, che faceva volare le ore.
Poi si accendeva un’altra sigaretta, calzava le pantofole e portava il caffè in bagno. Solo allora, sveglia e all’erta, e con i vestiti a proteggerla, trovava il coraggio di guardarsi allo specchio.
Prima la pelle: la pelle sempre prima. Nelle giornate buone era diafana e liscia come una fotografia in bianco e nero. Nelle giornate meno buone, le macchie e le vecchie cicatrici che ne deturpavano la superficie dovevano essere nascoste. Posava la tazza sul bordo del lavandino, tirava dalla sigaretta e la lasciava in equilibrio nel posacenere sulla mensola.

Tutte le mattine si spalmava il fondotinta con le dita che tremolavano a seconda di quanto l’avesse turbata il riflesso allo specchio o del tipo di notte che aveva passato.

C’erano giorni in cui le mani le tremavano e le sudavano a tal punto che il trucco veniva tutto a chiazze, o la sua pelle era tanto segnata che due strati di fondotinta non sembravano fare alcuna differenza. In quei giorni lo spalmava prendendosi a schiaffi. Punendosi. E mentre lo faceva si guardava dritta negli occhi. Abbastanza forte da farsi male, non abbastanza da lasciare segni.
Poi la cipria, applicata fino a dipingere la maschera ormai familiare. Arricciava le labbra, spennellava il fard nell’incavo sotto gli zigomi, socchiudeva gli occhi finché il viso allo specchio non diventava un ovale indistinto, e controllava che le strisciate di colore fossero uniformi. Fatto. Batteva le palpebre, impugnava la matita, concentrandosi. Prima le sopracciglia: due arcate alte e meravigliate che le incorniciavano gli
occhi dalla forma allungata. Ombretto, eye-liner, tre passate di rimmel. Lavorava come un’artista: sfumava, ritoccava, marcava i colori. Di tanto in tanto tirava dalla sigaretta, beveva un sorso di caffè. Un’ultima impolverata di cipria; un velo di rossetto, ben tamponato; una pettinata veloce per cotonare i capelli; una spirale argentea di lacca. Finito. Solo allora riusciva a guardarsi in faccia.
Prima, era Ruth.
Ora è una delle venti donne infreddolite in una stanza rivestita di piastrelle, rannicchiate sotto uno stillicidio d’acqua tiepida. Venti pezzetti del peggior sapone in circolazione. Venti asciugamani logori su venti ganci arrugginiti.
Una volta entrata chiude gli occhi, si fa sorda alle grida rimbombanti, ai canti, alle imprecazioni. Finge di essere sola e si concentra completamente sulla pulizia. Non si sente mai abbastanza pulita. La prima settimana ha chiesto uno spazzolino per unghie e ora affonda le setole nel sapone, si concentra per raccogliere le verdi scaglie mollicce e formare un sottile strato di schiuma tra palmo e spazzola. E poi strofina, come quando dalle suore le lavavano la faccia fino a scorticarla. Chiude gli occhi e si rivede com’era allora: una minuscola tredicenne dal
petto piallato, i capelli flosci, la pelle del viso grassa e punteggiata da foruncoli rossi e bianchi. Sente l’acqua pungerle la pelle come allora, lo stesso odore di candeggina e vapore acqueo, perde la nozione dello spazio e sa che non ha molta importanza.

E quando le guardie le gridano di darsi una mossa riapre gli occhi, afferra l’asciugamano ruvido e si strofina fino a farsi male.

Più tardi prenderà il minuscolo specchio che le hanno concesso e guarderà un frammento del suo viso; lo vedrà lucido, grasso, foruncoloso e saprà che la punizione non è ancora finita.
Solo di rado solleverà lo specchio all’altezza degli occhi – rapidamente, come per non vedere il peggio – e si pettinerà le sopracciglia, si inumidirà le dita per incurvare le ciglia, per opacizzare la pelle e proverà a riconoscersi in quel riflesso. Le piccole vanità sono l’unica cosa che resta di lei.
Indossa in fretta la biancheria ingrigita e il vestito di cotone che le hanno dato, poi mette anche un maglione perché non ha mai abbastanza caldo. Attende l’ispezione – della branda, della cella, della sua persona –, quindi è ora di colazione.
Un tempo colazione evocava immagini da rotocalco di bricchi di caffè, pane tostato ancora tiepido e tocchi di burro scintillanti come raggi di sole. Di una mamma e un papà, e di bambini con i baffi di latte e le teste arruffate. Di sorrisi e baci e dell’inizio di una nuova giornata. Pensava che visioni come quelle l’avrebbero tirata fuori di lì, finché non si è resa conto che quelle immagini solari riemergevano durante la notte, e che lo splendore di quei sorrisi a colazione la faceva singhiozzare nell’oscurità. Ora si concentra su un momento alla volta. Sui rumori che rimbombano per le scale. Sul freddo corrimano di metallo. Poi sulla sensazione del vassoio e delle posate di plastica. L’odore di uova, di farina di granturco e di grasso. Il sapore del caffè amaro e i rumori che producono trecentoventiquattro donne quando masticano tutte assieme.

Quarta di copertina
Tutta la verità su Ruth Malone di Emma Flint (Piemme), 2019.

New York, una torrida estate del '65. Capelli cotonati rosso fuoco, pantaloni Capri, sigaretta tra le labbra: Ruth Malone, divorziata e giovane madre di due bambini, è la Marilyn del quartiere. Le piace bere, uscire, avere uomini diversi, specie ora che ha dato il benservito al marito Frank, con cui è in guerra per la custodia dei bambini. Cindy e Frank Jr. sono i suoi piccoli tesori, i capelli che pettina ogni mattina e le bocche che sfama ogni giorno, stando attenta che mangino abbastanza verdura.
Ma poi, un mattino, Ruth non li trova più nei loro lettini. La polizia arriva e subito qualcosa non quadra: trovano le bottiglie di bourbon vuote, i bigliettini d'amore di troppi uomini in una valigetta sotto il letto, e Ruth troppo truccata, troppo bella. Le vicine scuotono il capo: il Queens intero sembra traboccare di pettegolezzi e mezzi sussurri, "madre distratta", "l'ha fatto apposta".
Pian piano Ruth si accorge che la "verità" degli altri - senza prove a suffragarla, solo illazioni - le si sta chiudendo sopra come il coperchio di una bara. Solo Pete Wonicke, giornalista in cerca di storie, cercherà di guardare oltre le apparenze, innamorandosi di questa donna sbagliata, che pagherà la propria imperfezione nel modo più terribile.
Ispirato al caso di cronaca nera che sconvolse l'America degli anni '60, Tutta la verità su Ruth Malone è un thriller serratissimo, e al tempo stesso un romanzo magnifico e sorprendente. Ruth Malone: vi sembrerà di averla conosciuta davvero, e vi si spezzerà il cuore per lei.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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