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Recensione: Becoming. La mia storia, di Michelle Obama

Recensione: Becoming. La mia storia, di Michelle Obama

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. Becoming. La mia storia di Michelle Obama (Garzanti). Politicamente molto corretto, raffinato, una propaganda a posteriori cui ognuno sceglierà di credere o meno, la vita della prima first lady nera a fianco del presidente che nessuno si aspettava.

Ebbenesì, prima o poi doveva capitare e quest’anno è capitato: durante queste vacanze estive, anziché divorare la solita caterva di libri, ne ho letto solo uno. E che libro, però. Bello corposo. Trattasi infatti dell’autobiografia di Michelle Obama, che è composta da tre parti ognuna delle quali fa già un libro da sola. A questo si aggiunga che un’autobiografia non può avere il respiro e il ritmo di un romanzo, et voilà, l’estate è finita, nonostante il fatto che Michelle Obama scriva molto bene. Ha uno stile molto descrittivo e usa anche espressioni felici, benché talvolta rimarchi alcuni concetti in modo un po’ ripetitivo.
Ovviamente un libro del genere, istruttivo più che di intrattenimento, piacerà molto di più a chi negli anni ha simpatizzato per Barack Obama, perché il punto di vista è totalmente di parte. Michelle Obama declama tutte le doti del marito, dalla prima all'ultima e ne dà una visione splendida. È una propaganda a posteriori a cui ognuno sceglierà di credere o meno. Posso dirvi che nonostante la descrizione patinata di questo libro, io alla buona fede degli Obama ho sempre creduto.

Ma partiamo dall’inizio. Michelle Obama, nata Robinson, insieme al fratello maggiore Craig ha trascorso la sua infanzia nel South Side, il quartiere povero di Chicago.

Nella casa che i genitori Marian e Fraser dividevano con Robbie, la zia di sua madre. Il padre di Michelle era ammalato di sclerosi multipla, e quella che all’inizio era una quasi invisibile difficoltà di deambulazione è diventata poi un’invalidità sempre più elevata che ha infine condotto l’uomo alla morte quando la figlia aveva ventisette anni. Michelle però parla di suo padre come di un uomo con una dignità assoluta, che non si lamentava mai, un operaio che non si è mai assentato un solo giorno dal lavoro. I suoi genitori infatti avevano un unico scopo: fare sì che i figli guadagnassero una posizione migliore della loro, che si laureassero, avessero una vita agiata. Centellinavano ogni spesa, ma non lesinavano mai per la scuola. Scuola: stiamo parlando del mondo anglosassone, dove per fare accedere i figli al college le famiglie ancora oggi iniziano a risparmiare molti anni prima e dove c'è un enorme business di prestiti e restituzioni delle rette dopo la laurea.

Per contro, Michelle era una bambina non solo studiosa e diligente, ma con una caparbietà davvero fuori dal comune. Voleva essere la prima in tutto, dimostrare di potercela fare. 

La sua maggiore ambizione era convincere gli altri della propria bravura. «Sono abbastanza brava?» era il suo dubbio ricorrente. «Sì, lo sono». Così, dopo anni di sacrifici, le superiori dall’altro lato della città, raggiunte con un’ora di autobus tutti i giorni, poi l’ammissione al college di Princeton e infine la scuola di legge, Michelle ce la fa e diventa un’avvocata.
E qui il primo equivoco. Dall’esordio della narrazione il lettore è indotto a credere una cosa: Michelle Obama è diventata first lady per via della sua enorme determinazione. Da quando si descrive a quattro anni intenta a studiare pianoforte con l’obiettivo di diventare l’allieva migliore della prozia Robbie, o quando da adolescente dà il benservito a una serie di fidanzati per privilegiare lo studio, è facile pensare: voleva diventare first lady, ha fatto carriera, ha trovato l’uomo giusto e ci è riuscita. Michelle Robinson è la tipica donna nera e arrabbiata che ha lavorato sodo finché non è arrivata al potere? Non è andata proprio così. La determinazione è servita solo in parte. La strada che Michelle descrive è stata più tortuosa e porta il lettore a provare più empatia per la protagonista.
Torniamo al racconto.

Michelle viene assunta in un prestigioso studio legale e diventa associata junior. Ottiene tutto ciò per cui aveva sempre lottato. 

La famiglia, gli amici, il mondo intero non può che riconoscerle la sua bravura: Michelle è una professionista con un buono stipendio. Può acquistare dei bei vestiti e un’auto, il periodo delle ristrettezze è lontano. Eppure non è felice. Anzi, è una repressa, che si è sempre negata la felicità, il rapporto con gli uomini, l’ascolto di se stessa. È fragile. Lei, che si descrive come super organizzata e maniaca del controllo, per la prima volta si rende conto di aver vissuto solo per essere all’altezza delle aspettative degli altri. Ma tutte quelle sterili pratiche legali in cui deve immergersi per intere giornate, non fanno per lei. Lei vorrebbe occuparsi di qualcosa di no profit, le piacerebbe orientarsi verso il sociale. Lei, che non dimentica il luogo in cui è nata e cresciuta, vorrebbe far sì che altri studenti meritevoli ma con pochi mezzi possano avere le possibilità che ha avuto lei. Questo diventerà lo scopo della sua vita, ma non subito.

È proprio nello studio legale che Michelle conosce Barack Hussein Obama, un tirocinante con tre anni più di lei che le viene affiancato per un periodo e che le stravolgerà l’esistenza.

Michelle descrive il suo futuro marito come una persona di intelligenza ben superiore alla media e con un background diverso dal suo. Barack è un giovane di ventotto anni con una cultura sterminata, che ha trascorso la vita a leggere libri di filosofia politica. Studia legge ad Harvard. Per lavoro si occupa di organizzare e motivare le comunità, tipo quelle parrocchiali. È disordinato, lascia gli abiti in giro, il suo letto è un materasso sul pavimento. Arriva sempre in ritardo agli appuntamenti. È un inguaribile ottimista, non conosce l’ansia. Suo padre, Barack Obama sr, defunto, era un keniota, sua madre, Ann Dunham è una bianca americana. Il padre ha avuto altri figli in Kenya, dei quali Auma è quella a cui Barack è più legato. La madre si è risposata in Indonesia e ha avuto un’altra figlia, Maya. Lui ha trascorso la gioventù alle Hawaii dai nonni materni. Dunque la sua famiglia è completamente diversa da quella classica, ordinata, parsimoniosa di Michelle. Lui, mulatto, ha dei fratelli e delle sorelle africani molto più neri di lui e una sorella per metà americana e per metà asiatica. Eppure in quella famiglia dispersa in tre continenti lui è cresciuto bene, circondato d’amore. E adesso è un giovane uomo che la notte sta sveglio perché cerca una soluzione ai problemi economici del paese.

Michelle è abituata all’approccio della propria famiglia di origine, che ha sempre cercato di migliorare la propria condizione in un contesto sociale ritenuto immutabile. Barack invece vorrebbe cambiare il mondo, vorrebbe adattare la società alle esigenze della gente.

E mentre Michelle lascia il lavoro nello studio legale per occuparsi di cause no profit, Barack matura la decisione di darsi alla politica, iniziando dall’elezione in Senato, fino alla campagna per la presidenza.
Michelle Obama parla del marito come di un idealista: non è mai stato attaccato al denaro, non voleva diventare ricco, ma era pervaso dal desiderio di trovare soluzioni per il suo Paese e lasciare il segno con grandi progetti di miglioramento. Non il potere economico, ma un’altra gloria. Questa è stata dunque la vera, genuina motivazione per la quale Barack Obama è diventato presidente: quasi una missione umanitaria. E lei che all'inizio è persino spaventata all'idea di dover sacrificare la loro vita privata per il Paese, alla fine appoggia il marito nella sua decisione perché, afferma, se c'era un uomo in grado di fare bene il presidente era lui.
A sentirlo così pare incredibile. Noi italiani, che siamo abituati alla politica nostrana, dove i protagonisti del nostro parlamento sono avvinghiati come polpi alla loro poltrona, potremmo pensare che si tratti di un bluff. Eppure Barack Obama è stato il presidente che nessuno si aspettava. Non aveva alle spalle una famiglia potente, come quella dei Kennedy o dei Bush. Anche la moglie era di umili origini: i suoi antenati erano schiavi. E lui, Barack, era nero.

Questo è un punto su cui Michelle Obama insiste molto spesso. Il colore della pelle in America conta. Le differenze razziali hanno un peso. 

Nel ventunesimo secolo il simbolo del potere è incarnato da un maschio bianco e ricco. Barack non era ricco ed era nero. E Michelle non era ricca, era nera ed era donna. E a volte si è trovata nelle stanze del potere ad essere l’unica nera e l’unica donna: quindi non poteva mai permettersi di sbagliare.
L’America, che Michelle afferma di amare, è un paese ricchissimo di opportunità ma anche di contraddizioni e di stereotipi. Il nero non può essere un vincente, «Deve essere bravo il doppio per ottenere la metà».
Inizia con queste premesse la campagna elettorale di Barack, estenuante anche per Michelle che intanto era diventata madre di due bambine e che per sostenere il marito si mette a viaggiare su e giù per l’America a tenere comizi. Man mano che Barack si fa strada nella corsa alla Casa Bianca, a lei vengono assegnate più risorse, compreso un aereo privato per essere in tre stati diversi nello stesso giorno e riuscire a tornare a casa in tempo per mettere a letto le figlie.

Michelle Obama si dilunga nel raccontare le proprie difficoltà di conciliare la sua vita privata con quella pubblica che diventava sempre più pressante.

Michelle Obama si dilunga nel raccontare le proprie difficoltà di conciliare la sua vita privata con quella pubblica che diventava sempre più pressante. 

Dopo averci emozionato descrivendo com’era nata la sua storia d’amore con Barack, com’era stata la proposta di matrimonio quando non erano che dei nessuno, si immerge nel cambiamento lento eppure radicale di quello che diventa il suo secondo lavoro: promuovere la causa di suo marito e gestire i difficili equilibri familiari, cercando di preservare la vita delle figlie dall’esposizione mediatica e facendole vivere come bambine normali.
Come tutti sappiamo, contro ogni probabilità iniziale, Barack viene eletto. Ed è qui che la vita degli Obama viene nuovamente stravolta. Dall’attimo dell’elezione, la famiglia presidenziale diventa praticamente ostaggio della security. Nessuno di loro sarà più libero di muoversi senza guardie del corpo intorno. Le figlie non potranno più decidere di andare a prendere un gelato con gli amici. Il presidente degli Stati Uniti è l’uomo più protetto della terra. Dove c’è lui c’è sempre un elicottero e mezzo esercito nelle vicinanze. La limousine presidenziale viene detta “la Bestia”: «un carro armato di sette tonnellate mascherato da veicolo di lusso, equipaggiato con cannoni lacrimogeni nascosti, gomme a prova di foratura e un sistema di ventilazione a tenuta stagna che avrebbe dovuto mettere Barack al sicuro in caso di attacco biologico o chimico». Michelle impara presto che alla Casabianca, una specie di albergo a loro completa disposizione, le finestre, tutte coi vetri blindati, non si possono mai aprire.

In un contesto del genere, in una tale prigione dorata, vivere in modo normale diventa complicato. Ed è a quel punto che per Michelle si apre una nuova sfida: ritagliarsi il suo ruolo da first lady, la prima first lady nera. 

Si rende conto di essere sotto i riflettori, persino i suoi outfit vengono osservati e vagliati dalla stampa. Lei non ha la stoffa della politica; mentre Barack è sempre ottimista e impermeabile alle critiche, anche quelle palesemente tendenziose, lei ci soffre. Sceglie dunque di non competere con i politici, ma inizia progetti di sensibilizzazione che man mano diventeranno sempre più importanti e coinvolgenti. Si rivolge alle multinazionali dell’alimentazione per promuovere uno stile di vita sano (iniziando con l’orto che ha istituito alla Casa Bianca). Non cerca mai il conflitto. Incoraggia le studentesse, soprattutto quelle nere, o appartenenti a minoranze, a non mollare mai, e crea progetti per loro. Aiuta i reduci di guerra, si interessa delle famiglie dei militari. E come sempre continua a fare la madre, segue lo studio e le amicizie delle figlie.
Nel frattempo Barack si carica dei problemi del paese e capisce presto che sono davvero complicati. Si scontra con il parlamento, con la coalizione dei repubblicani – maschi, bianchi, ricchi, conservatori, attaccati al potere e non al bene della nazione – che tentano di farlo cadere. Michelle parla del marito come di un uomo pieno di senso di responsabilità, genuino nel suo intento di risolvere i guai dell’America, al di fuori di ogni possibile tornaconto personale. Barack Obama, un uomo puro.

Obama non riesce in tutti i progetti che aveva in mente. Viene boicottato dai repubblicani. 

Passa la sua legge di riforma sanitaria, le truppe dal Medio Oriente vengono ritirate in gran parte. L’occupazione torna a salire. Eppure Obama può fare poco contro il mercato facile delle armi. A lui tocca più volte l’ingrato compito istituzionale di portare cordoglio dopo intere stragi di bambini e ragazzi nelle scuole.
Alla fine anche il secondo mandato volge al termine, ma finisce male, con l’elezione di Donald Trump e Michelle si domanda se tutto quello che loro hanno fatto per l’America, per le minoranze, per quelli con meno possibilità, resterà.

Becoming. La mia storia è politicamente molto corretto. I giudizi che Michelle Obama esprime per le persone di cui fa il nome sono tutti positivi. A volte anche troppo e sembra persino una forzatura. 

Spende anche parole buone per Laura e George W. Bush, che nonostante la distanza politica erano stati molto carini e solerti nel passaggio di consegne. Anzi, avevano mostrato solidarietà e comprensione per i nuovi POTUS and FLOTUS (President of the United States and First Lady of the United States). In fondo erano gli unici che davvero potessero capire in che razza di guaio si stavano cacciando.
C’è un’unica persona per cui Michelle Obama non esprime mai alcuna simpatia: Donald Trump, il maschio bianco, misogino, razzista, foraggiato dal mercato delle armi e senza nessun vero interesse per il paese. L'opposto di Barack. A Michelle Obama ancora si torce lo stomaco quando vede cosa combina quell’uomo che incarna lo stereotipo del potere in America.

Il libro termina con Trump appena salito al potere e ancora oggi lo è. La situazione politica americana rimane in divenire.

Eppure, proprio nel giorno in cui sto scrivendo, mi è capitato sotto mano un articolo di giornale di aprile che parlava della nuova sindaca di Chicago, la città di Michelle Obama. Lei è Lori Lightfoot: donna, afroamericana, lesbica, madre adottiva di una bambina insieme alla moglie. Ha iniziato il mandato il 20 maggio 2019, è la prima donna sindaca di una grande città americana. Incarna tutto ciò che a Trump potrebbe scatenare un attacco di orticaria. E allora, forse, Michelle, c’è ancora speranza per l’America.


Becoming
La mia storia

di Michelle Obama
Garzanti
Saggio | Biografia
ISBN 978-8811149866
Cartaceo 21,25€
Ebook 11,99€

Sinossi

Quando era solo una bambina, per Michelle Robinson l’intero mondo era racchiuso nel South Side di Chicago, dove lei e il fratello Craig condividevano una cameretta nel piccolo appartamento di famiglia e giocavano a rincorrersi al parco. È stato qui che i suoi genitori, Fraser e Marian Robinson, le hanno insegnato a parlare con schiettezza e a non avere paura. Ma ben presto la vita l’ha portata molto lontano, dalle aule di Princeton, dove ha imparato per la prima volta cosa si prova a essere l’unica donna nera in una stanza, fino al grattacielo in cui ha lavorato come potente avvocato d’affari e dove, la mattina di un giorno d’estate, uno studente di giurisprudenza di nome Barack Obama è entrato nel suo ufficio sconvolgendole tutti i piani. In questo libro, per la prima volta, Michelle Obama descrive gli inizi del matrimonio, le difficoltà nel trovare un equilibrio tra la carriera, la famiglia e la rapida ascesa politica del marito. Ci confida le loro discussioni sull’opportunità di correre per la presidenza degli Stati Uniti, e racconta della popolarità vissuta – e delle critiche ricevute – durante la campagna elettorale. Con grazia, senso dell’umorismo e una sincerità non comune, Michelle Obama ci offre il vivido dietro le quinte di una famiglia balzata all’improvviso sotto i riflettori di tutto il mondo e degli otto anni decisivi trascorsi alla Casa Bianca, durante i quali lei ha conosciuto meglio il suo Paese, e il suo Paese ha conosciuto meglio lei. Becoming ci conduce in un viaggio dalle modeste cucine dell’Iowa alle sale da ballo di Buckingham Palace, tra momenti di indicibile dolore e prove di tenace resilienza, e ci svela l’animo di una donna unica e rivoluzionaria che lotta per vivere con autenticità, capace di mettere la sua forza e la sua voce al servizio di alti ideali. Nel raccontare con onestà e coraggio la sua storia, Michelle Obama lancia una sfida a tutti noi: chi siamo davvero e chi vogliamo diventare? MICHELLE ROBINSON OBAMA è stata la first lady degli Stati Uniti dal 2009 al 2017. Laureatasi alle università di Princeton e Harvard, inizia la sua carriera da avvocato a Chicago nello studio Sidley & Austin, dove incontra il futuro marito Barack Obama. Sempre a Chicago ha lavorato in seguito per gli uffici del sindaco, l’università e l’ospedale della stessa istituzione. Ha inoltre fondato la sezione locale di Public Allies, un’organizzazione per la formazione dei giovani alla carriera nei settori pubblico e non profit. Michelle e Barack vivono attualmente a Washington e hanno due figlie, Malia e Sasha.

Elena Genero Santoro

Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag.
L’occasione di una vita, Lettere Animate.
Un errore di gioventù, 0111 Edizioni.
Gli Angeli del Bar di Fronte, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Il tesoro dentro, PubMe Collana Gli Scrittori della Porta Accanto (terza edizione).
Immagina di aver sognato, PubGold.
Diventa realtà, PubGold.
Ovunque per te, PubMe.
Claire nella tempesta, Leucotea.

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