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Ti conosco mascherina?

Ti conosco mascherina?

Di Angelo Gavagnin. I possibili risvolti psicologici dell'uso della mascherina: e se fosse vista come il simbolo della malattia e ci infondesse la paura dell'altro?

Dopo mesi di “io resto a casa” finalmente ricomincia la vita vera, si può uscire e si possono incontrare parenti e amici. Peccato che non ci riconosciamo più: non perché durante il lockdown siamo esageratamente ingrassati (anche se, certo, qualche chiletto lo abbiamo messo su) ma per effetto delle mascherine che indossiamo quando usciamo di casa.
Con maschera e occhiali da sole, magari cappellino perché ormai è estate, sembriamo pronti per una rapina in banca stile La Casa di Carta.
Stiamo diventando “asociali”?
Fino a qualche mese fa era una brutta parola, oggi invece è diventato un pregio, una qualità consigliata dai nostri governanti e anche dal nostro medico. Che dire? Cambiamo strada quando intravvediamo da lontano qualcuno che potrebbe fermarci e chiederci qualcosa o quando vediamo avvicinarsi qualche pericoloso conoscente. Che brutto momento!


La mascherina è diventata un simbolo. 

Potrebbe suggerire che siamo potenzialmente ammalati e portatori di infezione. È un simbolo forte, può essere vista come un archetipo della malattia che penetra profondamente nel nostro inconscio e, passato il virus, sarà proprio lì che si andrà a depositare, a radicare. E rischiamo che diventi “paura dell’altro”, mettendo radici così profonde che ci vorrà molto, molto tempo per recuperare la fiducia nel nostro prossimo e per non pensare alle altre persone come a un pericolo. Se ci lamentavamo e non capivamo chi aveva paura del “diverso” prima, oggi abbiamo paura anche noi: di amici e parenti.
Il discorso è diverso per medici e infermieri: per loro la mascherina è la vera identità, non la indossano solo ora, lo fanno da sempre, consapevolmente.

Un’amica mi raccontava che passeggiando per il centro e fermandosi fuori da un negozio si è vista riflessa sulla vetrina. Non pensava neanche di essere lei, ha faticato a riconoscersi.

Per strada nessuno vede più i nostri sorrisi, nascondiamo le emozioni dietro il volto coperto, anche la nostra identità si nasconde: tutto ciò potrebbe renderci più deboli e insicuri?
Chissà se chi prende decisioni così importanti come in questo periodo ha pensato ai risvolti psicologici profondi, alle possibili patologie psicosomatiche future alle quali prepararsi con adeguati strumenti, ai pericoli non derivanti soltanto dal virus.


Se proprio dobbiamo usare la mascherina, facciamolo con consapevolezza, ricordando sempre chi siamo.

Ricordandoci di ridere e continuare a esternare le nostre emozioni.
Ripetiamoci: non metto la mascherina solo perché sono obbligato o per non prendere la multa, la metto quando è giusto metterla e magari ci disegno sopra un bel sorriso, una bella linguaccia alla Rolling Stones, ci metterò i colori della mia giornata per essere riconosciuto triste o allegro.
Quest’estate, al mare, tutti nudi con la mascherina, la vista più eccitante sarà vedere le labbra e il bellissimo nasino di quella splendida ragazza mentre sorseggia il suo buon caffè (finalmente senza mascherina)!


Alcuni concetti che ho espresso, sono anche il risultato della mia frequentazione dell’Associazione Universo Filosofico, che ha sede a Mestre ed è per me fonte di grande ispirazione. È presente anche su Facebook.

Angelo-gavagnin

Angelo Gavagnin
Ho lavorato al Porto di Venezia, un lavoro che mi lasciava periodi di libertà che ho usato per viaggiare in Thailandia, Malesia, Sri Lanca, ma anche Cuba e Santo Domingo. Sono stato varie volte in India. Ho conosciuto il Maestro Indiano Osho e ho assistito alla sua cremazione tra canti e balli. Sono diventato papà all'età nella quale di solito si diventa nonni e così sono finiti i viaggi e mi è venuta voglia di scrivere.
Non sono nato e mi sento molto bene, IlMioLibro.
Il risveglio, IlMioLibro.
Lungo la via Francigena, IlMioLibro.
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Il webmagazine degli scrittori indipendenti.
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