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La regina degli scacchi: una nuova serie TV Netflix

La regina degli scacchi: una nuova serie TV Netflix

Serie Tv | Netflix Recensione di Elena Genero Santoro. La regina degli scacchi, la nuova serie di Netflix: gli scacchi, da primo gioco di guerra della storia a strumento di pace e fratellanza, protagonisti di una serie opaca tra gli anni '50 e '60.

Confesso che quando la serie è finita, mi sono sentita un po’ sola. Ormai mi ero abituata al volto enigmatico della protagonista e alle mise stilose con cui scendeva in battaglia di fronte a una scacchiera.
La storia si svolge tra gli anni Cinquanta e Sessanta, nel Kentucky.
La piccola Elizabeth (Beth) Harmon, all’età di nove anni, viene ritrovata illesa nell’auto incidentata in cui la madre Alice ha perso la vita. Lo spettatore capisce subito che l'incidente ha contorni inquietanti. Non avendo altri parenti che si possano occupare di lei, Beth viene affidata alle cure di un orfanotrofio femminile. Qui, incoraggiata anche dal burbero, ma buono, custode Shaibel, si approccia al gioco degli scacchi dimostrando presto di avere un talento naturale e di essere una bambina prodigio.
Contestualmente si abitua all’uso dei tranquillanti, che negli Cinquanta erano forniti d’ufficio ai ragazzi negli istituti, per sedare sul nascere ogni forma di ribellione.

Addormentandosi con le droghe, Beth riesce a visualizzare gli schemi di gioco e si convince che le pastiglie, e in seguito l’alcol, siano il mezzo col quale il suo cervello può ragionare meglio.

Per contro Beth si mostra subito studiosa e ambiziosa; vincere le piace e si abitua presto. Si allena, ci tiene a migliorarsi. Legge tutti i libri in materia. Sogna di sfidare gli scacchisti russi, i Nemici con la N maiuscola – e tra l'altro siamo in piena guerra fredda, tra sovietici e americani c'è diffidenza nel migliore dei casi.
Quando ormai ha raggiunto l’età di quindici anni viene inaspettatamente adottata da Alma Wheatley e dal marito e accolta nella casa di una famiglia benestante. Benestante ma infelice, infatti il marito non ama più Alma e la lascia dopo poco, né si affezionerà mai a Beth.

La regina degli scacchi (The Queen’s gambit) è una serie Netflix in sette episodi da circa un’ora ciascuno, tratto dall’omonimo romanzo del 1983 di Walter Tevis.

Beth, interpretata dalla magnetica Anya Taylor-Joy, di origini anglo ispaniche, si trova quindi a dividere la casa con una donna sconosciuta, depressa e sola, che suona il pianoforte a tempo perso, fuma sigarette e beve alcolici. All’inizio le due sembrano non aver nulla da spartire: Beth è concentrata solo sulla scuola e sugli scacchi, ed è ben poco espansiva; Alma non sembra nemmeno soddisfatta di questa adozione, lascia intendere di aver sperato in una ragazzina dedita alla casa e alla famiglia, ma quando intuisce il potenziale di Beth come scacchista – e il fatto che gli scacchi possano diventare una fonte di reddito – si interessa a lei, la appoggia, la accompagna nei suoi tornei e instaura con lei un rapporto di affetto sincero, forse più amicale che materno.

C’è un’intrinseca incoerenza tra l’atmosfera cupa, la pellicola opaca e grigia con cui è stata registrata questa serie e ciò che realmente viene portato in scena.

C’è una dicotomia tra l’atmosfera da thriller e l’assenza di ambivalenza nei rapporti umani che invece appaiono sempre chiari e in fin dei conti positivi. L’aspetto tensivo è limitato agli scacchi, emblema stesso della battaglia, e ad alcuni colpi di scena nelle vicende.
Partiamo dall’orfanatrofio. In un posto del genere, lugubre e rigido, a metà dello scorso secolo, Beth avrebbe potuto rischiare un abuso sessuale. O qualche forma di violenza giustificata come sanzione disciplinare. Queste erano le premesse di una tale scenografia introduttiva. Questo era ciò che temevo di trovare dopo le prime battute. Invece Beth si imbatte solo in un po’ di bigottismo, nemmeno troppo invasivo. E si fa anche degli amici sinceri: Shaibel e la nera Jolene, orfana come lei.
Con Alma il rapporto sarebbe potuto essere più conflittuale, e sembrava partito in quel senso: la giovane ribelle, chiusa e abituata ad arrangiarsi e la madre borghese in un’epoca in cui la moglie è sottomessa al marito per definizione. Ma anche qui il racconto procede presto in un’altra direzione, non si arriva affatto allo scontro generazionale, e Alma non appare intrisa né di bigottismo né di ipocrisia. Non batte ciglio nemmeno per le prime esperienze sessuali di Beth.
Infine Beth, l’unica donna a giocare a scacchi tra mille uomini in un’epoca davvero molto buia per l’emancipazione femminile. Invece raramente Beth viene discriminata o boicottata in quanto donna. Anzi, dopo una breve diffidenza, tutti iniziano ad ammirarla perché Beth è davvero in gamba negli scacchi e anzi conquista il cuore dei suoi avversari che, dopo essere stati battuti, diventano suoi amici (talvolta anche di letto, e non la abbandono nemmeno dopo la fine della liason).

Alla fine i due cardini di questa vicenda rimangono l’amicizia incorruttibile e il gioco degli scacchi.

Entrambi sono il riscatto di Beth, sono il suo elemento, quello nel quale sta davvero bene.
E alla fine Beth trova la pace. Gli scacchi, il primo gioco di guerra della storia, perdono la connotazione bellica con cui Beth li ha vissuti fino a quel momento. Diventano strumento di pace e fratellanza. Diventano una forma di unione.
La guerra è finita e Beth può finalmente gioire degli scacchi e goderne la bellezza della condivisione.


Elena Genero Santoro

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