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Recensione: Canone inverso, di Paolo Maurensig

Recensione: Canone inverso, di Paolo Maurensig

Libri Recensione di Davide Dotto. Canone inverso di Paolo Maurensig (Mondadori). Tra scrittura e musica, una storia che si dissolve in una dimensione pirandelliana.

Salvo i più giovani, all’inizio della carriera, quando non hanno subito ancora deformazioni visibili, continuano per qualche tempo a fare musica, senza adagiarsi sul violino come su un guanciale, e per quanto lo sforzo sia a volte modesto e lo spartito non contenga grandi cose, suonano come se l’esito del concerto dipendesse unicamente dal loro strumento.
Paolo Maurensig, Canone inverso
Canone inverso di Paolo Maurensig si apre con l’acquisto, in un'asta, di uno Jacob Steiner, un violino del Seicento, creazione di un apprezzato liutaio tirolese.
L’ultimo proprietario è stato un istituto psichiatrico di Vienna. A caratterizzare lo strumento è la testina antropomorfa intagliata sul manico. Il compratore incappa in un misterioso contendente che lo vorrebbe indietro, disposto a offrire il doppio, se non il triplo. Inizia così un racconto nel racconto, a strati.

Nell’insieme Canone inverso è consacrato alla musica e ai suoi doni.

Spiccano e si contendono il punto di vista diverse personalità. Da una parte uno scrittore per il quale la musica rappresenta un elemento importante del proprio bagaglio culturale; dall’altra un musicista  votato all'arte con passione e ossessione che spende il proprio talento al soldo di un uditorio da taverna.
La sola istruzione, unita all'approfondito indottrinamento, non sempre permette di toccare le corde giuste. Se lo scrittore si accontenta di ciò per trarne il suo materiale che gli serve, non così succede a un caparbio violinsta stretto tra la mediocrità dei più e il genio di pochi.
Per un anno andai a lezione una volta la settimana e mai si parlò di musica, ma solo del modo in cui adattare il corpo alla musica.
Paolo Maurensig, Canone inverso

A chi appartengono le parole del romanzo? Allo scrittore che trasmette al lettore il racconto del musicista, o a colui che la rivive? 

Non è una domanda da poco, la rivelazione finale rimescola alla fine le carte e la struttura del romanzo. Anzi,  la domanda stessa nasconde un trabocchetto: perché la storia si dissolve in una dimensione pirandelliana che ci abbandona allo sconcerto. 
Ci accorgiamo di non sapere chi siano i personaggi che abbiamo incontrato. La narrazione si sfalda dall'interno, tanto che dovremmo procedere a ritroso - all'inverso - a caccia delle tracce che l’autore ha comunque lasciato.

Merita una riflessione la trasposizione cinematografica del 2000, a cura di Ricky Tognazzi. 

Essa si è presa le sue libertà, adoperando correttivi senza i quali sarebbe risultata impossibile. Si è aggiunto un personaggio filtro (la figlia di Jeno Varga); l’esibizione del violinista alla taverna non avviene nella Vienna del 1985, a trecento anni dalla nascita di Bach, ma nel corso della primavera di Praga, quella dei carri armati russi: indovinato pretesto per il lungo flashback che narra l’amicizia di Jeno Varga e di Kuno Blau.
Alla fine, assumere una posizione sul romanzo implica prenderne un’altra riguardo al film (musicato da Ennio Morricone). Si potrebbe ritenere per esempio che Maurensig, nello strutturare il tutto, abbia osato troppo, aggredendo l’intreccio fino a renderlo evanescente. In tal caso non troveremmo da ridire su una pellicola che, facendo di necessità virtù, ha in qualche modo eluso le difficoltà del romanzo.


Canone inverso

di Paolo Maurensig
Mondadori

ISBN: 978-8804710820
Cartaceo 11,40 €
Ebook 7,99€

Sinossi 

Uno scrittore, appassionato musicofilo, incontra a Vienna Jenö Varga, un violinista ambulante in grado di suonare con meravigliosa naturalezza la complicatissima Ciaccona di Bach. In seguito a quali disavventure un artista eccelso si è ridotto a trascinare per bettole e osterie un talento che avrebbe potuto aprirgli i palcoscenici dei teatri più celebri del mondo? Qual è la forza terribile che è entrata nella sua vita? Paolo Maurensig costruisce un'avventura in cui le sorprese, i trasalimenti, i colpi di scena non sono puri espedienti narrativi, ma simboli drammatici dello scontro tra le inquietudini, la delicatezza delle anime individuali e la ferocia della storia del Novecento.
Davide-Dotto

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