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Pets life: i porcellini d'India sono una fregatura

Pets life: i porcellini d'India sono una fregatura

Lifestyle Di Elena Genero Santoro. Vivere con dei porcellini d'India può insegnare molto sull'accudimento e sull'amore, anche quando è senza aspettative. Il passaggio sulla terra di questi animaletti è breve, ma la nostra dedizione può renderlo migliore.

Sono cresciuta in una civiltà giudaico cristiana e nella mia famiglia siamo sempre stati specisti. Primo tra tutti l'essere umano, poi gli animali.
Non amiamo vedere soffrire gli animali, aborriamo la caccia, le torture e le uccisioni a scopo ludico, ma di fatto ci siamo prima noi.
A casa mia è sempre stato così. Fino a quando mia figlia non ha voluto un cucciolo...

Abbiamo adottato una cavia, che poi sono diventate tre, padre madre e figlio, perché doveva essere l'animale più semplice da gestire.

A me andava bene: chiusi in una gabbia, col pellet, nutriti due volte al giorno, puliti due volte alla settimana, le cavie erano l'ideale. Ogni tanto li tiravamo fuori per coccolarli, farli sgranchire, vedere che stessero bene, e poi li rimettevamo dov'erano.
Non sono cani che pretendono il contatto con l'umano – le cavie lo accettano, ma campano anche senza – il loro cibo non è costoso come chili e chili di carne, non sono criceti che girano su una ruota tutta la notte, non sono gatti che graffiano i mobili. Insomma, le cavie erano le bestie perfette e le consigliavo anche agli amici per i loro figli. Poco impegno, poca spesa e poco sentimento.
E poi si è rotto qualcosa. Prima si è incrinato, poi si è spezzato.

I porcellini d'India non sono bestiole affettuose o interattive e reattive come potrebbe essere un cane.

Non aspettatevi che un porcellino venga a piangere sulla vostra tomba come farebbe un pastore tedesco. Non è questo il tipo di amore che può offrirvi. Ma quel musino indifeso, quegli occhioni dolci sono irresistibili. I porcellini sono goffi, buffi, lenti nel movimento tranne che quando hanno fame di insalata: a quel punto diventano scattanti. Sono palle di pelo, "carine e coccolose", progettate per intenerire i cuori più duri. Sono simpatici. Averli intorno è piacevole e dolce. Mettono di buon umore. Quando quest’anno ho avuto degli interventi chirurgici ho usufruito della pet therapy grazie alla loro presenza.

In natura sono prede: passano la loro vita a scappare e nascondersi, sono molto paurosi. Il buon Dio non li ha dotati di grandi armi di difesa, ma di una spiccata fertilità e capacità riproduttiva per la sopravvivenza della specie.

Dopo poche settimane dalla nascita possono ingravidare la loro stessa madre o altre femmine presenti – uno dei motivi di tante patologie congenite è che si riproducono spesso tra parenti e non voglio nemmeno menzionare cosa capita in certi allevamenti...
Questo è il motivo per cui il nostro Stellina, che inizialmente credevamo una signorina, ha messo incinta la sorellina adottiva Moony in un battito di ciglia. Da questa unione è nato il piccolo Grisbì e ora alleviamo una vera famiglia di porcellini.
Dicevo, nella loro specie sono programmati per portare avanti la stirpe, mentre la loro esistenza individuale conta poco. In cattività possono raggiungere anche gli otto anni, ma solo nella misura in cui vengono sempre curati e seguiti e nessun predatore li sbrana. E un po' di fattore C (c*lo). Comunque, hanno una aspettativa di vita breve.

Porcellini d'India

Solo che io ormai mi sono affezionata. Mi sono innamorata di loro.

È successo piano piano. All'inizio era solo senso del dovere. Assunto l'onere di tre cuccioli, bisogna garantire loro le migliori condizioni di vita. Nutrimento di qualità, tranquillità, pulizia.
Ma poi si è creato un legame. Non può non avvenire. Prendersi cura di una creatura indifesa crea intimità con la creatura stessa. Se ti occupi di qualcuno, quel qualcuno diventa tuo. Parte di te. Che sia un neonato, che sia un anziano, che sia una bestiola. Il caregiver impara a individuare tutti i tratti caratteristici dell'essere a cui presta assistenza. Nel mio caso, riconosco gli squittii, il modo in cui reagiscono: Stellina è scorbutico e nervoso quando non sta bene, Grisbì batte i denti se ha paura, Moony non si lamenta mai di nulla e non perde mai l'orientamento in casa. Sono queste caratteristiche che rendono i miei porcellini diversi da tutti gli altri.

Mai come ora capisco la frase del Piccolo Principe: «È il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante».

Sono solo tre umili roditori, ma sono i miei, unici e irripetibili. Io ne sono responsabile. E se vedo che soffrono, sto male anche io.
Alla fine del 2020 hanno preso un parassita. Stellina aveva il sederino tutto spellato e scarnificato. Era abbacchiato, zoppicava. Lo abbiamo curato con un ciclo di iniezioni. Si è ripreso. Ma vederlo così abbattuto mi ha stretto il cuore e mi ha fatto scaturire una serie di domande sul perché del dolore e della sofferenza. A volte noi umani cerchiamo di spiegare il dolore come un passaggio di evoluzione e di crescita – non è sempre così, ma ogni tanto questa soluzione ci appaga. Ma che senso ha il dolore in un essere così piccolo e indifeso? Quale lezione di vita può portare un odioso parassita a un porcellino d'India? Che karma deve bruciare? Per quel che riesco a vedere dai miei occhi umani, direi nessuno. Eppure il caviotto era lì che si lamentava, a fronte di nessuna crescita spirituale. Quando è guarito ho provato enorme sollievo.

Le cose si sono incredibilmente complicate quando, sempre Stellina, a fine agosto ha iniziato a starnutire e respirare male. Veterinari in ferie e irreperibili, ho preso mezza giornata di permesso dal lavoro per portarlo al pronto soccorso dell'ospedale veterinario dall'altra parte di Torino.

Da lì si è capito che il poveretto era diventato allergico al pellet di legno in cui era immerso quasi tutto il giorno, quello atto ad assorbire l'urina e ad accogliere le sue feci. Ciò ha comportato una rivoluzione copernicana nella gestione pratica delle tre bestiole. Siamo passati da una base in pellet da cambiare due volte alla settimana a traverse di pile di bambù da sostituire due volte al giorno e un bucato quotidiano aggiuntivo solo per la biancheria dei porcellini. E già che c'eravamo abbiamo creato un recinto nuovo, più ampio, dove i nostri tre potessero muoversi meglio.
Insomma, un bell'impegno che lì per lì mi ha sconfortata parecchio e che ha anche necessitato di un certo esborso economico per l'acquisto di tutte le traversine.
Eppure.

L’aspetto positivo è che le cavie stanno insegnando ai miei figli cosa significhi accudire.

Mio figlio se n’è accorto, quando facevamo il bidet a tutti e tre e tagliavamo le unghiette: «È come avere bambini piccoli», mi ha detto.
Anche i miei figli hanno sperimentato come infilare un antibiotico in bocca a un caviotto recalcitrante.
Mentre sono qua che scrivo Moony attende un intervento chirurgico. Le è venuto un ascesso alla gola, dovuto a un'infezione ai denti. La natura non ha dotato i porcellini d'India di quintali di salute. Non è previsto che vivano a lungo. La malocclusione è un problema frequente. L'ascesso anche. Si può curare, ma in seguito potrebbe tornare. E l'anestesia potrebbe esserle fatale.
Moony per adesso non soffre. Non si è nemmeno accorta di essere malata. Oggi era molto tranquilla. La quiete prima della tempesta. Se ne stava coricata con suo marito Stellina a godersi il pile di bambù, in un quadretto di normalità apparente che mi ha fatta stare male. Un vero struggimento.

Non sono diventata antispecista. Non mi vedrete ancora considerare gli animali migliori degli uomini per definizione. Ma questi tre esserini hanno mandato in frantumi alcune mie certezze e insegnato una lezione. Mi hanno ricordato che l'amore è gratis e sopravvive anche in assenza di aspettative.

Anni fa, quando non avevo ancora i figli, andai a trovare una coppia di amici con un neonato che non mangiava, non dormiva e stressava parecchio i neo-genitori. Il padre del bambino mi disse: «Non devi chiederti perché lo fai». In realtà quando cresci un figlio normodotato e sano, anche nei periodi più critici, sai che un giorno lui avrà una sua autonomia, speri che la sua vita sia piena e realizzata e in cuor tuo ti auguri che non ti lasci morire da solo in un ospizio. Ma ti consola sapere che, se le cose si evolvono senza intoppi, i figli ti sopravvivranno. È ciò per cui preghi da quando decidi di metterli al mondo. Un genitore, in maniera più o meno conscia, nutrirà sempre delle aspettative nei confronti di un figlio. E sarà poi il soddisfacimento di tali aspettative che determinerà una dinamica più o meno sana nel rapporto genitore-figlio.
Invece quando hai a che fare con un essere che non avrà mai un'evoluzione in meglio – che non avrà più salute di così, che non avrà più coscienza di così – come accade con un animaletto indifeso e che non sta bene, tutto quello che fai lo fai solo in nome dell'amore.*

Può essere frustrante. Nel caso dei porcellini d'India ho scoperto che lo è molto. Ti innamori di quei botoli, dei loro versetti, ti affezioni, li nutri, li coccoli e già sai che presto ti lasceranno.

Che la loro simpatia e la pet therapy di oggi non compenseranno il vuoto che scaveranno domani. Sai anche che non ti basterà "il colore del grano". Che "il colore del grano" (o in questo caso il colore del fieno, o dell'insalata) del Piccolo Principe non è un benefit che ti interessa. Sei conscia che per te sarà una grossa fregatura. Sarà un dolore.
Ma sai anche che grazie al tuo amore e al tuo accudimento, il passaggio sulla terra di questi animaletti potrà essere migliore. Non sai perché dei caviotti innocenti siano destinati ad ammalarsi e a soffrire, ma sai che farai di tutto per impedirlo.

* Postilla: si potrebbe parlare a lungo anche dell'accudimento degli anziani non autosufficienti o dei bambini disabili o malati terminali, ma a questo giro preferisco fermarmi agli amici pelosetti.

Elena Genero Santoro
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