Gli scrittori della porta accanto

Trentenni e maternità: i falsi miti per giustificare una scelta childfree

Trentenni e maternità: i falsi miti per giustificare una scelta childfree

Di Elena Genero Santoro. Rinunciare alla maternità è una scelta personale che non necessita scuse. Eppure ancora oggi le donne si aggrappano a falsi miti pur di giustificarsi. Davvero le trentenni sono meno emancipate della generazione precedente?

È ufficiale: ho difficoltà a capire le trentenni di oggi – genericamente il target ideale di donne candidate a diventare madri – e il loro rapporto con la maternità.
Mi sono imbattuta nel post di una blogger che era un vero e proprio manifesto del “non voglio figli perché” a cui seguiva un elenco di quanto un figlio limiterebbe la sua indipendenza, il suo equilibrio, il suo lavoro e, dulcis in fundo, la sua creatività.
Non è il primo post di questo tenore che incontro, di solito passo oltre, ma questo aveva un tono abbastanza fastidioso e diceva una cosa che, di per sé, non è necessariamente vera.

Un figlio non limita la creatività, anzi, in genere la concima, la moltiplica esponenzialmente.

Questo è stato il mio commento, al quale ho premesso che il mio non era un tentativo di convincere nessuno a figliare, vuoi perché credo nell’autodeterminazione, vuoi perché, in tutta franchezza, non me ne può importare di meno visto che siamo otto miliardi sulla Terra, siamo in piena crisi climatica, le risorse iniziano a scarseggiare e i loro figli non ci mancano. Tuttavia invitavo la blogger a non dare per scontato che un figlio sarebbe un impedimento alla sua creatività, perché non ha proprio idea quanto un figlio possa invece essere di ispirazione.
Dai commenti che ho ricevuto, ho rilevato un abisso nella mentalità generazionale, eppure sono passati solo 17 anni da quando ne avevo 30 io.

Parlo delle trentenni in generale, ma è ovvio che le ragazze di quell’età non sono tutte uguali: c’è chi è già madre, chi si appresta a diventarlo, chi non lo vuole essere. Un post non fa statistica.

Tuttavia, per qualche ragione, le ragazze che non erano d’accordo con me erano tutte giovani, mentre quelle che erano in linea col mio pensiero erano più grandi.
Avere figli comporta sacrifici e mentirei se negassi che ci siamo tirati un c*lo così tutti quanti, io, mio marito e la babysitter. Mettiamoci anche un poderoso aiuto dei nonni, che nel mio caso non è mancato.
Ma ho intuito alcune cose che molte trentenni pensano della maternità e il quadro che ne è uscito mi ha lasciata di stucco.
La maternità, nelle loro menti, è contornata da alcuni falsi miti.

Il primo mito è che per essere buone madri, si debba essere sempre presenti.

Una delle prime motivazioni addotte per dire «Non voglio figli» è stata: «Se faccio un figlio lo voglio crescere, non affidarlo a una baby sitter».
Ecco, l’idea che vivere in funzione di un pargolo, esserci sempre, 24 ore al giorno rinunciando pure alle docce, faccia di una persona un genitore migliore è distorta. E allora da questo punto di vista alle trentenni direi: sì, se questa è l'idea della maternità per voi, non fate mai figli, perché sarebbe una galera, per voi ma soprattutto per loro.

I miei figli, e quelli di milioni di altre madri lavoratrici, non hanno mai messo in dubbio il riferimento genitoriale solo perché hanno passato un po' di ore al giorno dal lunedì al venerdì con una signora che ancora ci dà una mano in casa e che ancora amano.

Io, come tante persone, lavoro principalmente per necessità, poi le soddisfazioni, se ci sono, sono un di più. E ci sono stati dei momenti in cui al mattino non avrei voluto staccarmi dai miei bimbi che tenevano le loro manine ben salde sul mio collo. Avrei mandato tutto a banane, mi sarei ficcata con loro nel lettone a poltrire e li avrei riempiti di coccole per una mattina. È umano, ma ho resistito. Col senno di poi è stato un arricchimento per i bambini, un passo dei miei figli verso l'indipendenza.
Mia nonna nel 1950 è rimasta vedova con mio padre che di anni ne aveva sei. Ha fatto l’operaia per una vita, mio padre dopo le elementari ha sempre studiato in collegio, lui e sua madre si vedevano un mese d’estate. E non c’era nemmeno Whatsapp. Non per questo mio padre le era meno affezionato. Anzi.
E la Cristoforetti cosa dovrebbe fare? Sta via sei mesi alla volta. Ah già, ha gli aiuti. C’è il marito.

L’altra cosa che mi ha sorpresa è che le trentenni con cui ho discusso parlano di maternità ma non di genitorialità.

Come se l’altro genitore non esistesse o avesse meno responsabilità. Come se non fosse uno su cui si possa contare. Come se fosse un affare tutto femminile. E che si debba scegliere: o un figlio o il lavoro. Qualcuna ha scritto che se si fa un figlio è puro egoismo pensare alla carriera, avere qualche ambizione personale.
Mi fa paura che le ragazze di trent'anni siano persino meno emancipate di quelle come me, della generazione precedente. Ragazze, se davvero vivete il figlio come un'alternativa alla carriera, c'è qualcosa di profondamente distorto nella mentalità di cui siete intrise. Vi hanno convinto che la donna, l'angelo del focolare, deve rinunciare a tutto se vuole figliare. Deve rinunciare a tutto perché se partorisce la licenziano e se la lasciano lavorare il figlio chissà che traumi subisce.
È un quadro terribile, dal mio punto di vista insopportabile, e voi lo avete introiettato talmente bene che vi sembra normale. In fin dei conti, è l'altra faccia della medaglia del pancinismo.

L’altro mito è che la maternità debba essere qualcosa di immutabile e assoluto.

Chi diventa madre sceglie di dedicarcisi anima e corpo rinunciando alla propria identità, di immolarsi sull’altare delle notti in bianco, delle pappine sputate dal seggiolone, dei biberon a tutte le ore. Cosa che per alcune donne è insostenibile. Ma anche questa è una visione distorta perché la prima infanzia è un transitorio. Poi i figli crescono, con un passaggio drammatico nell’adolescenza. E chi si è annullata per fare la madre si ritrova con un cerino in mano. Un figlio, a differenza di un animale domestico, diventa adulto.

E poi sono fioccate altre motivazioni: il rischio più elevato di depressione post partum in chi è già soggetto ad attacchi di panico, motivi di salute, precarietà economica.

E le guerre, e la pandemia, e il mondo che va a rotoli. Tutte ragioni che, nella loro mente, giustificherebbero in modo razionale il perché non sia opportuno, per loro, avere figli.
Finché, pian piano, qualcuna, dopo avere infiocchettato il commento con mille sensate motivazioni, ha tirato fuori il cuore della questione: «Non voglio avere figli perché non ho alcun istinto di maternità».
Non mi innamoro dei bambini, non ho nessuna voglia di diventare madre. Non voglio cambiare pannolini neanche per un quarto d’ora. Preferisco un animale domestico – per inciso, provate a prendere una cavia coi problemi ai denti, da imboccare quattro volte al giorno, poi ne riparliamo; un neonato dà meno problemi.
Non so perché, era proprio quello che sospettavo.

Le guerre, il mondo che va male, la precarietà economica, i disturbi mentali, non sono, da soli, un freno per chi desidera fare figli.

Mio padre è nato in un anno tranquillo: il 1944. Guerra, bombardamenti, ristrettezze. E i bambini nascevano.
Non sto dicendo che si debbano mettere al mondo delle creature se non si ha nulla da offrire loro. Non sono per la procreazione irresponsabile. È molto triste, anzi, che la crisi del lavoro costringa a rimandare la maternità, anche a chi invece la vorrebbe.
Oggi però non ci basta avere figli, vogliamo garantire loro il massimo, e questo porta alla distorsione di cui sopra: se a un figlio non si può dare tutto, allora è inutile farlo. C’è un ideale di perfezione che rasenta l’utopia.
Anche io come madre voglio il meglio per i miei ragazzi. Ma la perfezione non è di questo mondo. Nessun figlio sarà immune da traumi, per quanto ci si possa sforzare di evitarglieli. Anzi, è sotto la campana di vetro che cresce rigoglioso il bamboccione.
Chi vuole una cosa un modo lo trova, chi non vuole trova una scusa.

Ma le ragazze non osano dire che non hanno desiderio di figli, perché in questa società la mancanza di questo desiderio è giudicata male e loro non si sentono libere di esprimerlo senza condirlo con qualche altra motivazione che possa apparire più accettabile.

Mi dispiace, ragazze. Pensavo che la vostra generazione non avrebbe più incontrato questo tipo di problemi e di pregiudizi.
Però, basta con le scuse. Non volete un figlio: va benissimo. Non dovete giustificarvi. Testa alta, portate avanti ciò in cui credete. Ma per favore, per far questo non gettate fango su esperienze che non avete mai assaporato. Altrimenti anche voi avete solo pregiudizi.


Elena Genero Santoro
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