Gli scrittori della porta accanto

Recensione: La Malnata, di Beatrice Salvioni

Recensione: La Malnata, di Beatrice Salvioni

Libri Recensione di Stefania Bergo. La malnata l'esordio letterario di Beatrice Salvioni (Einaudi). Un incipit maestoso, un finale troppo affrettato, una storia di formazione piena di luci e ombre nell'Italia fascista, raccontata con notevole consapevolezza narrativa.

La Malnata è l'esordio letterario di Beatrice Salvioni, diplomata alla scuoa Holden, edito da Einaudi e uscito in contemporanea anche in altre lingue. Un caso letterario, si direbbe, questa volta non uscito da Wattpad ma da una prestigiosa scuola di scrittura. E presto sarà anche una serie TV.

Beatrice Salvioni ci racconta la storia di Maddalena, la Malnata, e Francesca, due ragazzine appena adolescenti appartenenti a famiglie lontane per estrazione sociale e ideologia.

Eppure, nell'Italia fascista del 1935, un giorno diventano amiche.
Francesca appartiene a una famiglia borghese, è benestante e allevata a pane e apparenza, intrisa forzatamente di buone maniere e compostezza, educata a mantenere la voce bassa, ad essere decorosa e remissiva per non umiliare la famiglia, perché è questo che ci si aspetta da una donna. Le hanno insegnato a credere, prima che nella fede, nella colpa che marchia ogni volta che si esce dalle righe.
La Malnata è una ribelle indomita che gioca al fiume con "i maschi", sempre scalza e sporca di fango, colleziona escoriazioni come trofei, forse per dimostrare, prima di tutto a se stessa, che è abbastanza dura da sopportare il dolore, coraggiosa a tal punto di non aver paura di niente, come tiene sempre a dire con aria di sfida. Una ragazzina in chiaroscuro che esercita un fascino ammaliante e temibile in chi le sta accanto. Non tanto per la sua bellezza, quanto per le parole che pronuncia e l'aura che l'avvolge. C'è chi la segue e la ammira, come Matteo e Federico, il figlio della influente famiglia fascista dei Colombo, che con lei giocano sul Lambro e pendono dalle sue labbra. Chi ne ha paura, la giudica una menagramo, una strega che lancia anatemi, una ragazzina sconveniente da cui stare alla larga perché porta sulla cattiva strada addomesticando con le parole.
La Malnata camminava per le vie del centro strusciando i sandali consumati contro i ciottoli, il mento sollevato e, al fianco, due maschi più grandi di lei. Mentre passava le donne digrignavano un «diocenescampi» e si facevano un frenetico segno della croce; gli uomini invece sputavano a terra. Allora lei rideva forte e tirava fuori la lingua, poi faceva un inchino, come se di quelle offese fosse grata. Beatrice Salvioni, La Malnata

Anche Francesca, voce narrante, è attratta dalla Malnata.

Anche se il suo mondo ordinato ed educato stride con la sua voglia di essere come quei tre ragazzini che scendono dalle scarpate, giocano tra i sassi, vanno a caccia di lucertole sottraendole ai gatti e rubano le ciliegie al fruttivendolo. Lei vuole soprattutto essere amica di Maddalena, ammira il suo portamento fiero, ne imita davanti allo specchio la posizione del mento, l'atteggiamento sicuro.
L'amicizia tra la Malnata e Francesca prende forma nel corso delle pagine, diviene il punto di contatto tra mondi apparentemente lontani. Il padre di Francesca è un cappellaio che mestamente, senza lasciare il segno nei lettori, cerca profitto negli interessi economici e nelle raccomandazioni del fascismo, pur non abbracciando l'ideologia. L'architetto della sua fortuna è la moglie, grazie alla sua relazione extraconiugale con il capofamiglia dei Colombo. Una donna anaffettiva, emotivamente avvizzita in un matrimonio di convenienza, che ripete alla figlia come deve comportarsi per assicurarsi un futuro stabile da donna mantenuta di cui nessuno possa dir male – «mi preferiva ben educata anziché istruita». La famiglia Merlini, invece, vive in un quartiere popolare di Monza. La Malnata ha altri due fratelli, Edoardo, che per lei è come un padre, e Donatella, fidanzata con il figlio maggiore dei Colombo. Una famiglia indigente colpita dalle sciagure di cui Maddalena si sente responsabile, come la morte del fratellino Dario, che è caduto dalla finestra di casa, e l'incidente accorso al padre, che ha perso una gamba in un ingranaggio della fabbrica. Le accuse del popolo diventano il suo senso di colpa ma anche la sua forza: «La gente la chiama con un nome brutale [...] Lei l'ha indossato come un'armatura e adesso ne va fiera».

Con Maddalena Francesca impara ad aprire gli occhi, ad anelare la libertà, a ribellarsi alle piccole e grandi ingiustizie con cui convive.

Si accorge subito di quanto siano vane le maldicenze sul suo conto.
Nessuna tegola era caduta dal tetto rompendomi il cranio, nessuna costrizione dei polmoni a soffocarmi, nessun improvviso arresto del cuore. Avevo parlato con la Malnata, l'avevo fissata negli occhi e il demonio non mi aveva tirato fuori a forza l'anima dalle orecchie. Beatrice Salvioni, La Malnata
La Malnata diventa la sua forza, il suo punto di riferimento, la spinta vitale all'evoluzione personale. Sarà lei a raccontarle quello che accade al corpo femminile quando si diventa donne – «Noi femmine non ci dobbiamo schifare del sangue». Quel corpo che cambia ogni giorno, si espande all' esterno e attira attenzione, mentre lei vorrebbe solo farsi piccola e trasparente. D'altro canto, Maddalena grazie a Francesca torna a scuola, caldeggiata anche dal fratello Edoardo che ci tiene alla sua istruzione.
In questa dinamica di scambio d'affetto, conoscenze e sostegno, tra manifestazioni di lealtà e confidenze, prende vita una storia di formazione piena di luci e di ombre nell'Italia fascista, dove le donne sono relegate al focolare domestico e alla cura dei figli, chiamate a sostenere la Patria donando le loro fedi nuziali e procreando: «[...] l'unica cosa che devono imparare a fare le femmine è a darsi senza pretendere, proprio come le donne del duce».

La Malnata è senza dubbio la spina dorsale del romanzo, emerge potente e indimenticabile dalle pagine.

Trascina le vicende come ci si tira dietro tutto quello che c'è sulla tavola quando ci si aggrappa alla tovaglia. Anche Francesca lo fa, ma in modo meno appariscente. Tra i personaggi che gravitano loro attorno, oltre a Matteo e Federico, ci sono anche Tiziano, il fidanzato di Donatella, e Noè, il leale e sommesso figlio del fruttivendolo.
Lo stile narrativo di Beatrice Salvioni è raffinato, misurato ma ricco di figure retoriche tipiche di maestri della scrittura – «Mi scivolò per la spina dorsale una calma gelida, come un dito che stesse facendo la conta delle mie vertebre». Sa trasmettere le emozioni e descrivere gli eventi in modo da renderli realistici, figure in movimento davanti agli occhi.
Maddalena sapeva indossare la sua disobbedienza anche di nascosto. Ne andava fiera. [...] Da fuori sembrava irreprensibile e umile. Ma dentro coltivava una rivolta segreta. Beatrice Salvioni, La Malnata

Quello che mi ha lasciato perplessa è il periodo storico scelto come ambientazione della storia.

La storia di Maddalena e Francesca è attuale, anzi, senza tempo. Soprattutto il disagio adolescenziale delle ragazze nei confronti del proprio corpo che, quando comincia a prendere spazio, pare essere ad appannaggio dei ragazzi, una cosa pubblica e non più privata, generando quei sensi di colpa e vergogna su cui fa leva il patriarcato – «L'attenzione dei maschi mi faceva sentire in colpa». Non solo quello fascista. La sensazione è che sia stato scelto il fascismo solo per esprimere un'opinione personale – assolutamente condivisibile – su Mussolini, o per parlare del modo di porsi di fronte a una guerra lontana – quella in Etiopia –, seducente per l'animo maschile che confonde l'onore col saper uccidere, che non tocca, però, quanto un conflitto in casa propria e come tale viene idealizzato.
L'ideologia fascista non entra davvero nei personaggi e nelle vicende, se ne citano solo gli aspetti funzionali al romanzo, come la considerazione delle donne, l'obbedienza e l'esaltazione della difesa della patria.
«La guerra e alzare il braccio e dire quello che vogliono che diciamo e pensare quello che vogliono che pensiamo. E seguire le regole e fare le brave ragazze, – prese un respiro. – Mi ero stancata di ripetere solo le parole che volevano loro. Ernesto lo dice sempre: le parole sono importanti, Maddalena. Non si possono dire senza pensarci. Sono pericolose, sennò.» Beatrice Salvioni, La Malnata

L'incipit di La Malnata è maestoso, si avvinghia all'animo del lettore e lo conduce alla scoperta dell'intera vicenda per dare corpo al prologo.

C'è già tutto lì, la grande amicizia, lo spirito indomito di Maddalena, la paura paralizzante di Francesca, la violenza degli uomini che prendono ciò che vogliono, la vendetta che a volte si confonde con la giustizia ma che è l'unica alternativa quando non si ha voce per gridare la verità – «La verità a cui vogliono credere è l'unica che vale».
L'intero romanzo – che ha anche il grande pregio di avere un titolo perfetto per questo genere di storie – mantiene le promesse, con una consapevolezza narrativa che pare impossibile appartenere a un'esordiente giovanissima. Ricorda le atmosfere di L'Amica geniale di Elena Ferrante o di L'arminuta di Donatella Di Pietrantonio. Ma, a mio avviso, La Malnata pecca nel finale. Lascia un senso di incompiuto, come se mancasse l'ultimo capitolo o quanto meno un'indimenticabile chiusa. È compresso, affrettato come la corsa di Francesca. Che solo all'ultimo traduce l'esempio della Malnata in fatti e trova il coraggio di prendere parola di fronte all'ingiustizia. Perché è proprio quello, il vero potere di Maddalena, che «nella testa della gente ci entra per non uscirne più».


La malnata

di Beatrice Salvioni
Einaudi
Narrativa
ISBN 978-8806253240
Cartaceo 17,50€
Ebook 9,99€
Audiolibro 2,95€

Quarta

Monza, marzo 1936: sulla riva del Lambro, due ragazzine cercano di nascondere il cadavere di un uomo che ha appuntata sulla camicia una spilla con il fascio e il tricolore. Sono sconvolte e semisvestite. È Francesca a raccontare in prima persona la storia che le ha condotte fino a lì. Dodicenne perbene di famiglia borghese, ogni giorno spia dal ponte una ragazza che gioca assieme ai maschi nel fiume, con i piedi nudi e la gonna sollevata, le gambe graffiate e sporche di fango. Sogna di diventare sua amica, nonostante tutti in città la considerino una che scaglia maledizioni, e la disprezzino chiamandola Malnata. Ma quella sua aria decisa, l’aria di una che non ha paura di niente, la affascina. Sarà il furto delle ciliegie, la sua prima bugia, a farle diventare amiche. Sullo sfondo della guerra di Abissinia, del dolore per la perdita e degli scompigli dell’adolescenza, Francesca impara con lei a denunciare la sopraffazione e l’abuso di potere, soprattutto quello maschile, nonostante la riprovazione della comunità.




Stefania Bergo


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