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Speciale The Week: Indonesia e Filippine

Speciale The Week: Indonesia e Filippine

The week Di Argyros Singh. Il reportage sugli eventi che hanno segnato la geopolitica e l'attualità del Sudest asiatico nell'ultimo anno: Indonesia e Filippine.

Questo speciale di The Week si concentrerà sull’importanza del Sudest asiatico nella contesa USA-Cina, ma verranno citate situazioni importanti nella più vasta area dell’Indo-pacifico, utili a evidenziare alcuni punti chiave. Le fonti specifiche sono citate alla fine di ogni capitolo, ma per l’impostazione generale mi sono affidato al saggio di Sebastian Strangio, All’ombra del dragone. Il Sudest asiatico nel secolo cinese, Add, Torino, 2022.

  1. Indonesia
  2. Filippine


Indonesia

Il nazionalismo indonesiano presenta storicamente tratti populisti legati a una forte identità islamica, che ha conosciuto nel tempo un sentimento anti-cinese. Non a caso la prima organizzazione politica di massa del Paese, il Sarekat Islam, fu fondato nel 1911 da mercanti di batik javanesi che si sentivano minacciati dalla concorrenza dei contrabbandieri cinesi. L’impronta dell’organizzazione si fece sentire anche dopo il 1949, quando la creazione della Rpc, improntata all’ateismo militante, venne percepita come un pericolo per la religione islamica.
Benché negli ultimi decenni l’Indonesia si sia aperta agli investimenti cinesi, la resistenza all’influsso del Dragone resta elevata. D’altra parte, con quasi 274 milioni di abitanti, un’economia da un trilione di dollari e un vasto territorio austronesiano, l’Indonesia è in grado di controbilanciare i cinesi. È il principale produttore mondiale di nichel e sta lavorando per diventare il secondo produttore di cobalto, minerali fondamentali per le batterie dei veicoli elettrici.
Al contempo, però, è anche un Paese che appare incapace di proiettarsi sullo scenario internazionale e di difendere il controllo dello Stretto di Malacca, che collega gli oceani Indiano e Pacifico.

L’Indonesia è concentrata sul difficile compito di unificare le numerose componenti interne, attraversate da tendenze scissioniste: sul suo migliaio di isole abitate, vi sono ben milletrecento gruppi etnici e settecento lingue parlate.

Il 90% degli abitanti è accomunato dalla religione islamica, ma in quel 10% si trovano ben 245 religioni native e uno Stato laico.
Appare già un miracolo che il Paese sia rimasto unito dalla dichiarazione di indipendenza dall’Olanda dopo la seconda guerra mondiale. Forse proprio per la sua diversità interna, ha avuto successo la via democratica: nel 1998, il presidente Haji Mohammad Suharto, al potere dalla fine degli anni Sessanta, si dovette dimettere nel corso della crisi economica asiatica.
Nonostante i crescenti rischi per la tenuta democratica, a causa anche di una forte corruzione, l’economia indonesiana è cresciuta a tal punto che la Banca Mondiale considera il reddito pro capite della popolazione medio-alto. Lo sviluppo economico è stato però troppo veloce e questo ha diviso l’Indonesia tra ricche metropoli e campagne povere, dove sono assenti gli impianti idraulici o le strade asfaltate.

In merito alla politica estera, si ripetono le analogie con altri Stati della regione.

La Cina è il principale partner commerciale indonesiano e ha investito miliardi di dollari in progetti come la linea ferroviaria ad alta velocità che collegherà Jakarta e Bandung. L’Indonesia però contesta le rivendicazioni cinesi marittime e ad agosto 2022 si è unita all’esercitazione militare Super Garuda Shield, a guida statunitense, con ben cinquemila soldati da quattordici nazioni.
La popolazione indonesiana non nutre grande fiducia né negli Stati Uniti (che sostennero Suharto in chiave anticomunista), né nella Cina.
L’amministrazione Biden si è però impegnata a riscrivere i rapporti diplomatici con l’Indonesia e sia il presidente che il segretario alla Difesa Lloyd Austin hanno visitato il Paese a novembre 2022, spingendo per la cooperazione in settori come l’antiterrorismo, la sicurezza marittima e informatica, la transizione energetica.

L’Indonesia rimane cauta, in equilibrio tra le due potenze, ma collabora per esempio con Washington nel tentativo di ripristinare la democrazia in Birmania.

Il Paese si è anche aperto ad altri partner dell’area, così l’Ins Sindhukesari, sottomarino convenzionale indiano di classe Kilo, ha attraccato a Jakarta tra il 22 e il 24 febbraio 2023.
Il punto più meridionale delle isole Andamane e Nicobare dell’India include le Sea Lines of Communication (Sloc), zone di strozzatura che vedono il transito del 60% del commercio marittimo mondiale. Sono territori a poche miglia nautiche dall’isola indonesiana di Aceh, e per questo l’India si è mossa in chiave bilaterale. Nel 2018, i due Paesi hanno elevato i loro legami a un partenariato strategico globale e hanno introdotto una nuova esercitazione navale denominata Samudera Shakti.
La partnership tra la prima e la terza più grande democrazia del pianeta costituisce quindi un fattore di stabilità e di deterrenza verso la Cina nell’Indo-pacifico. L’Indonesia è interessata a questa cooperazione anche per poter promuovere le cause del Sud del mondo, dato che l’India è membro centrale dei Brics, dell’Sco (Organizzazione per la cooperazione di Shanghai) e del Cica (Conferenza sulle misure di interazione e rafforzamento della fiducia in Asia).

Filippine

Le Filippine hanno uno storico rapporto con gli Stati Uniti: dopo la conquista americana, divennero – nel corso della guerra fredda – un perno della strategia statunitense nella regione. Negli ultimi anni, però, sono nati parecchi screzi e incomprensioni.
In particolare, nel gennaio 2019 la polizia filippina dichiarò l’uccisione di oltre cinquemila «soggetti legati alla droga». Gli oppositori del presidente Rodrigo Duterte parlarono invece di cifre quadruplicate, che includevano civili innocenti. La guerra alla droga era stata talmente violenta da aver provocato la morte del triplo delle persone uccise in quasi dieci anni di legge marziale, sotto la dittatura di Ferdinand Marcos, tra gli anni Settanta e Ottanta.
Duterte si era inoltre distinto per una violenta critica pubblica agli americani e aveva messo in discussione la presenza delle storiche basi statunitensi sul territorio filippino. Questa politica si accompagnava a un’apertura verso la Cina, ma il populismo del presidente finì per rivolgersi anche contro le ingerenze cinesi, reali e immaginate, creando scetticismo anche su quel fronte.

Le ultime tensioni si sono registrate a febbraio 2023, quando Manila ha accusato una nave di pattugliamento della Guardia costiera cinese di aver minacciato con un laser una motovedetta dell’omologo filippino.

In precedenza, una nave cinese aveva anche ostruito ai filippini l’accesso a Second Thomas Shoal, un’isola occupata da Manila. Non si tratta di casi isolati o fortuiti. Solo nel 2022, le Filippine hanno presentato quasi duecento proteste diplomatiche contro le azioni di Pechino. D’altra parte, in questi anni la Cina non ha mantenuto le promesse nemmeno sul piano della partnership commerciale, spendendo solo il 3% dei ventiquattro miliardi di dollari annunciati per le Filippine.
Secondo i sondaggi del Pew Research Center, nonostante le tensioni dell’epoca di Duterte, non esiste una nazione al mondo che guardi tanto in positivo agli Stati Uniti come le Filippine, con l’83% di favore, una percentuale che non viene raggiunta nemmeno negli stessi Usa. In effetti, ci fu un momento in cui gli statunitensi discussero la possibilità di rendere le Filippine uno Stato americano, e furono solo le circostanze storiche a far prendere una strada diversa ai due Paesi.

Anche per questa affinità, l’attuale presidente Ferdinand Marcos Jr. ha ripristinato i buoni rapporti con gli Usa, e di recente ha concesso ai militari statunitensi l’accesso a quattro nuovi siti di difesa filippini.

Sono stati ripristinati i pattugliamenti congiunti nel Mar Cinese Meridionale, che Manila aveva sospeso per sei anni. Marcos ha poi dichiarato che se scoppiasse un conflitto per Taiwan, le Filippine si sentirebbero parte in causa, dato che l’isola più settentrionale del Paese, Itbayat, dista solo novantatré miglia da Taiwan.
Le Filippine stanno infine discutendo di ripristinare la concessione di Subic Bay, un tempo la più grande base militare statunitense fuori dai confini nazionali. La Baia di Subic è strategica, perché consente l’accesso diretto al Mar Cinese Meridionale e al Canale di Bashi. Al momento, la società americana di private equity Cerberus Capital Management ha rilevato un cantiere navale sull’isola, nonostante l’interesse cinese, a rimarcare la volontà filippina di recuperare i rapporti difensivi con gli americani. Al supporto alla modernizzazione dell’esercito filippino hanno preso parte attiva anche Giappone e Corea del Sud.
I sondaggi pubblici nel Paese parlano chiaro: secondo l’ultima rilevazione di dicembre 2022, realizzata dal think tank dell’analista Victor Andres Manhit, l’84% dei filippini preferisce gli Usa alla Cina come partner per la sicurezza. In altri sondaggi pubblici, risulta che nove filippini su dieci si aspettano che il governo faccia valere i propri diritti sul Mar Cinese Meridionale, in quell’area che loro definiscono Mar Filippino Occidentale.

Sull’Indonesia – washingtonpost.com e thejakartapost.com | Sulle Filippine – v.vnexpress.net, thejakartapost.com e startmag.it

Reportage: Il Sudest asiatico



Argyros Singh


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