Gli scrittori della porta accanto

Connessioni umane e digitali: si stava meglio negli anni Novanta?

Si stava meglio negli anni Novanta?

Di Elena Genero Santoro. Pare che ci sia un interesse curioso delle ultime generazioni per il “come si viveva prima”, soprattutto in ambito tecnologico. Erano diverse anche le connessioni umane, non solo quelle digitali. Si stava davvero meglio negli anni Novanta?

Ho avuto la fortuna di nascere del 1975, venticinque anni prima del 2000, quando è avvenuta la rivoluzione informatica, internet si è diffuso, i cellulari anche ed è iniziata l’era della connessione.
Alla soglia dei 50 anni posso dire di avere vissuto mezza vita nel vecchio mondo e mezza vita nel nuovo.

Pare che ci sia un interesse curioso delle ultime generazioni per il “come si viveva prima”.

Lo vedo anche con i miei figli: la prima volta che mostrai loro una cabina telefonica rimasero più increduli che affascinati. Ma davvero in passato si telefonava solo così? Sì. Ci scrissi anche un articolo. Ancora più recente è il mio editoriale sui vinili: con tutte le possibilità odierne che ci sono per ascoltare musica senza una sola increspatura, mia figlia e altri giovani come lei si incantano davanti al fruscio di un padellone nero.

Negli anni ho spiegato ai miei figli cos’erano le cassette di musica, l’arte di vivere con un walkie-talkie nello zaino e qualche compilation selezionata per la giornata a seconda dell’umore, e una scheda telefonica nel portafoglio per chiamare casa da un telefono pubblico se ci fosse stata la necessità.

E mentre mia figlia gira con una carta di credito prepagata per ogni evenienza, io, alla sua età, se non mi ricordavo di chiedere a mia madre cinquemila lire restavo senza merenda o me le facevo prestare da un’amica.
Insomma, in trent’anni le trasformazioni sono state molte, gli oggetti quotidiani hanno assunto altre forme, ma la vera rivoluzione è stata, appunto, quella delle connessioni.
I miei figli, che sono andati alla scuola primaria in epoca di pandemia e hanno frequentato lezioni in DAD, strabuzzano gli occhi quando racconto loro che il mio primo pc l’ho avuto a ventiquattro anni, per scriverci sopra la tesi.

I miei figli strabuzzano gli occhi quando sentono che al quarto anno di ingegneria mi capitava ancora di scrivere relazioni a mano, che disegnavo sul tecnigrafo con rotoli di carta riso e che possedevo solo libri cartacei.

E se dovevo fare ricerche, spulciavo libri in biblioteca e andavo secca di fotocopiatrice. Inconcepibile.
O meglio, negli anni Novanta, al Politecnico di Torino, l’avanguardia della tecnologia, i computer c’erano già e anche i compagni di corso in grado di usarli in scioltezza. Anche mio padre aveva un pc: un IBM 486, una macchina già avanzata su cui teneva programmi di matematica e studio delle funzioni, un’enciclopedia, un programma di scrittura, il Q basic per gli studenti e qualche gioco.

Ma mancava una cosa: internet, che era agli albori.

Il pc di mio padre, fisso, inamovibile nel suo studio, era isolato. E anche i computer al Politecnico. Entrare in un laboratorio, per uno slot di due ore, significava che alla fine dell’elaborazione uno si doveva salvare quanto fatto su dei dischetti floppy e portarselo a casa.
A pensarci adesso, preistoria.

Quando nel 1999 arrivò il mio pc per la tesi, aveva internet. Si collegava alla linea telefonica, era un vero strazio, ma funzionava.

E, per chi non lo sa, i siti dove chattare e conoscere sconosciuti, esistevano già allora. Ben prima di Facebook. Ricordo Spray, si creava un account, vero o fasullo che fosse, e si veniva contattati. Ho trovato anche degli amici. All’inizio Google non c’era, o non era così potente. Scoprii Google nel 2002 e fu un ulteriore passo in avanti. Prima si aprivano i “portali”, tipo Virgilio e Tiscali. E quello che c’era era tutto lì.
E poi c’erano le caselle di posta elettronica, avevo degli amici con cui intrattenni delle lunghe corrispondenze via mail. Oggi si chatta.

Nel frattempo, ecco arrivare i cellulari, che all’inizio non avevano nemmeno internet.

Le due cose si fusero dopo qualche anno. Alla fine degli anni Novanta ancora noi studenti discutevamo se fosse etico, morale e giusto avere un telefonino e quelli che ce l’avevano, e si davano un sacco di arie esibendolo come uno status symbol, erano invisi a tutti. C’era la fazione di quelli che rivendicava il diritto alla propria irreperibilità.
Nel giro di un lustro il telefonino divenne imprescindibile e oggi averlo o meno non è più una scelta. Internet si è imposto, il telefono è diventato un supporto principe per la connessione, la metà delle cose che dobbiamo fare si fa online, dal comprare un biglietto del pullman all’acquistare indumenti.

Oggi si vive così, è immediato, è semplice, non è più una scelta.

Persino la pubblica amministrazione richiede solo pagamenti online, eppure c’è chi mitizza il periodo precedente, quello in cui era tutto più lento e più tranquillo, in cui “i rapporti erano reali, autentici, di persona” e non avevamo sempre il telefono in mano.
Ora, sarà che non sono mai stata una fan dei “si stava meglio quando si stava peggio”…
Lo ammetto: quando vedo un gettone telefonico o un giocattolo che mi ricorda la mia infanzia mi si stringe il cuore per l’amarcord.
Ma fatevelo dire da una vecchia ragazza: rimpiangere il tempo che fu per la genuinità dei rapporti è un miraggio.

Ricordo infanzia e adolescenza trascorsa in gruppi di persone che non avevo scelto.

I compagni del corso di nuoto, che mi bullizzavano sul pullman, peraltro; i compagni di classe, che mi davano della secchiona; i compagni di catechismo, divenuti compagni di gruppi parrocchiali. Tutte persone che condividevano con me un percorso, mio malgrado. Gente con cui mi sono trovata nel mucchio, a fare cose, ma senza riuscire a instaurare nessun rapporto significativo. O pochi, via. Ricordo alcuni pomeriggi estivi, in oratorio, con quelli dei gruppi e dei campi estivi parrocchiali. Individui con cui avevo mangiato, dormito e condiviso esperienze. Che, per questo, mi sentivo in dovere di considerare “amici”: perché eravamo tutti lì. Dicevo, ricordo dei pomeriggi in cui stavamo in cerchio, semplicemente a guardarci. Il cellulare non esisteva, ma si fumava. Sigarette a gogo per scacciare la distimia che avevamo incollata addosso insieme alle mosche. Tedio assoluto. Vuoto cosmico.

Quando sono cambiate le cose? Quando ho potuto iniziare a scegliere.

Quando con alcuni compagni del liceo abbiamo deciso di trascorrere insieme un capodanno in montagna. E non perché la scuola ce lo imponeva, ma perché stavamo bene insieme. Quando all’università, su novanta persone del mio corso, mi indirizzavo verso quelle con cui mi trovavo più a mio agio e le altre le potevo ignorare. E ora, che sono adulta e vaccinata, che seleziono le mie relazioni, che conosco la differenza tra essere (stimati) colleghi e collaboratori ed essere amici, ho amici che vivono distanti e li sento prevalentemente via telefono, via internet. E va benissimo così. Mi piacerebbe incontrarli di persona più spesso? Certo. Ma non significa che i rapporti siano meno autentici. Il mezzo informatico è, appunto, un mezzo. Un supporto. Una possibilità. Ma la bontà dei rapporti non si giudica dalla presenza fisica.


Elena Genero Santoro


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