Gli scrittori della porta accanto

Vinili: il lato fisico della musica

Vinili: il lato fisico della musica

Musica Di Elena Genero Santoro. Il fascino senza tempo dei vinili: più di musicassette e CD rappresentano il lato fisico della musica mai passato di moda. Articolo vintage per collezionisti e appassionati di musica dal suono graffiato.

Sono crescita a pane e Inti-Illimani.
Hay un lorito con su monito
Hay un lorito con su monito
Es un regalo de San Benito
Para la fiesta de los negritos. Inti-Illimani, Fiesta de San Benito
E anche:
Run Run se fue pa’l norte
no sé cuando vendrá
vendrá para el cumpleaños
de nuestra Soledad. Inti-Illimani, Run Run se fue pa’l norte

Avevamo un giradischi bianco e azzurro e anche un mangiadischi arancione per i 45 giri.

Non mi sono mai mancate le sigle dei cartoni animati, Candy Candy, Jeeg Robot d’acciaio, e pure LP per bambini, le poesie di Gianni Rodari messe in musica, le filastrocche tradizionali, Ci vuole un fiore di Sergio Endrigo.
Ma nella mia ignoranza musicale non facevo grossi distinguo. Mi andava bene anche la musica degli adulti, meglio se ritmata, come una raccolta di brani al clavicembalo eseguiti da Laura Battilana.
E quando all’asilo portai La ballata di Sacco e Vanzetti, e la suora me lo tirò dietro con disgusto prima che finisse la corposa introduzione strumentale di Morricone, io ci rimasi malissimo. Per me era un disco come un altro. Era uno dei miei.
Non capivo una parola, ma Here’s to you, sull’altro lato, mi piaceva moltissimo, con la strofa che si ripeteva sempre uguale, sempre più intensa. Al netto del significato, che forse mi era anche stato spiegato.
Here's to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph. Joan Baez, Here’s to you

Quella collezione di vinili neri era un meraviglioso giocattolo organico.

Me ne circondavo sulla moquette color terra bruciata della mia cameretta. Mi rotolavo insieme a loro, capitava che ci camminassi pure sopra, cosa che farebbe inorridire qualunque estimatore.
I vinili, grandi o piccoli, erano tutti neri, tranne il 45 giri di Mira mira l’Olandesina, che era stato stampato bianco, in quanto omaggiato insieme a un detersivo.
A ogni modo, avevo un rapporto molto fisico con la musica e una relazione contorta con la puntina del giradischi che spesso si rompeva, a detta di mia madre per la mia incuria, e andava sostituita.

Il tempo di finire le elementari e andare alle medie e poi alle superiori fino all’università, i vinili furono accantonati per le cassette.

Anche con le cassette il rapporto era molto fisico e per certi versi più frustrante. Per mettere su una precisa canzone dovevo andare avanti o indietro e sperare di beccarla. Poi a volte si rompeva il nastro magnetico.
Però c’era una novità: con le cassette si poteva anche registrare! Credo che da qualche parte esistano ancora le casette piene delle idiozie mie e di mia sorella. Roba da perderci la reputazione.
Si registrava dalla radio, ma le canzoni erano sempre incomplete di capo e coda. E poi le cassette si potevano pure duplicare.
Con il senno di poi: è vero, era deprecabile pirateria. Ma a quindici anni non lo sapevo. Ed era bellissimo comprare una cassetta e poi duplicarla per gli amici o farsi copiare tanti LP al prezzo di tremila lire.

E poi c’è l’aspetto più romantico: le compilation. Quelle che oggi si chiamano playlist.

All’epoca consistevano nello riempire una cassetta con canzoni provenienti da album diversi, creando qualcosa di unico e originale, che in commercio non esisteva. Conservo ancora gelosamente le compilation ricevute dalle mie amiche. E quelle di un ragazzo, con cui uscii per un paio d’anni. All’inizio della nostra conoscenza ci scambiammo due cassette assemblate. Quella che mi diede lui la ascoltai per tutta l’estate, in cerca di un indizio: gli piacevo o no?
Nino non aver paura
Di sbagliare un calcio di rigore
Non è mica da questi particolari
Che si giudica un giocatore. Francesco De Gregori, La leva calcistica della classe '68
Che mi aveva voluto dire? Che messaggio mi stava mandando? E lui avrà capito quello che volevo comunicargli io?
D’altronde le compilation casalinghe dicevano tanto di chi le creava, erano un modo per fare psicologia spicciola, erano una mappa del tesoro dell’anima.

Le cassette furono compagne di mille avventure in vacanza e sul pullman di linea che mi portò all’università per cinque anni.

Non avevo ancora il cellulare, ma il walkman era un must have. C’era sempre un posto per lui nel mio zaino.
Anche quello si sfasciava periodicamente e puntualmente veniva sostituito.
Quando arrivai alla tesi si erano imposti altri supporti per la musica. Nel mio PC il mio fidanzato di allora aveva caricato una lunga serie di MP3.

Contestualmente c’erano i CD, che a un certo punto, nei lettori portatili, cercarono di soppiantare i walkman classici, senza riuscirci davvero.

Per la musica da viaggio gli MP3 si imposero. A casa ascoltavo ancora volentieri i CD. Per tutta la prima gravidanza Mario Venuti fu la mia colonna sonora.
Tu sei...
La mia più grande invenzione
Sei di certo il frutto migliore
Che ha dato la mia immaginazione
Eppure davvero reale
Tu sei la mia più grande invenzione
E forse io sono la tua
Io sono la tua... Mario Venuti, L'invenzione
E alla fine del 2008 ancora mi deliziavo con Enya, And Winter came, e la facevo ascoltare alla mia neonata.
Green is in the mistletoe
And red is in the holly
Silver in the stars above
That shine on everybody
Gold is in the candlelight and
Crimson in the embers
White is in the winter night
That everyone remembers. Enya, And Winter came

Ma da quel momento la corsa alla dematerializzazione totale della musica era iniziata.

Il passo successivo fu acquistare una canzone alla volta sull’account del telefono.
E poi il proliferare di piattaforme, Spotify, Amazon Music, ma anche YouTube, modi economici per avere on demand un numero sempre più elevato di brani.
Bello, no? Perché la tecnologia va avanti. Perché le soluzioni nuove sono destinate a soppiantare quelle vecchie. È parte dell’evoluzione.
Finché a un certo punto non succede l’impensabile.

Un paio di anni fa regalai a mio padre per il compleanno un giradischi nuovo prodotto da qualche azienda cinese.

E gli regalai anche, di seconda mano su Amazon, un LP della Lionetta, un gruppo occitano che ha riempito la mia infanzia tanto quanto gli Inti-Illimani o De André.
Successe che mentre eravamo tutti insieme mettemmo su il 33 giri e constatammo che il giradischi cinese se la cavava dignitosamente. Ma nel balzo indietro di quarant’anni che compimmo tutti insieme, risucchiamo con noi anche i miei figli. Mia figlia, in particolare, osservava il giradischi ipnotizzata. Non gli staccava gli occhi di dosso. E io so che quando fa così, nella testa le frulla qualcosa.
Per un po’ non accadde molto, salvo che mia figlia, frequentando la casa dei nonni, ogni tanto sperimentava il giradischi.

Oggi mia figlia adolescente è letteralmente innamorata dei vinili.

Lei che con Spotify ha a disposizione tutta la musica dell’universo, compresi i sottotitoli, per Natale ha voluto due 33 giri: i Muse, noti ai più, e Caravan Palace col loro electroswing francese. LP moderni, di artisti attuali e attivi. Uno dei due dischi è appena uscito.
Che i vinili non fossero mai morti lo sapevo, ma credevo che fossero roba vintage per collezionisti agé, come me e mio padre.
Invece no. Se anche uno come Sfera Ebbasta produce versioni viniliche dei suoi album, vuol dire che gli estimatori esistono, magari a livello di nicchia, anche tra i giovani.
Mia figlia si è innamorata di quel piatto che ruota, di quella puntina che lo gratta, del suono meno cristallino che ne esce. Le piace la fisicità del disco, che dimostra di avere un fascino senza tempo che nessun dispositivo tecnologico potrebbe superare.
Perché la musica è arte, è emozione, è sensazione, è poesia, è matematica, ma è anche fisica, materia, è un disco nero che gira ipnotico e dà corpo alle melodie.


Elena Genero Santoro


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