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Recensione: Friends, amanti e la Cosa Terribile, l'autobiografia di Matthew Perry

Recensione: Friends, amanti e la Cosa Terribile, l'autobiografia di Matthew Perry

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. Friends, amanti e la Cosa Terribile di Matthew Perry (La nave di Teseo). L'autobiografia dell'attore di Friends, scomparso il 28 ottobre, risucchiata nel vortice delle dipendenze, a entrare e uscire dai rehab, a tal punto che il lettore arriva a domandarsi se sia ripetitivo il libro o la sua vita.

Confesso di aver acquistato questo libro subito dopo la morte dell’autore, spinta dalla curiosità di rispondere a una domanda: cosa pensava Matthew Perry un anno prima di morire? Sentiva vicina la fine oppure credeva di essere fuori pericolo?

Matthew Perry, noto ai più per la sua interpretazione di Chandler Bing in Friends, ci racconta tutta la sua vita e lo fa presumibilmente di suo pugno, visto che era egli stesso un autore di sceneggiature e testi teatrali.

Lui, che non ha mai nascosto quanto Chandler gli assomigliasse, infila battute dall’inizio alla fine e lo fa anche nei momenti più drammatici.
Ma partiamo dall’inizio.
La narrazione si svolge su due livelli: il passato e, diciamo, il presente o quasi.
Nel presente, Perry è appena scampato (nel 2019) alla morte per perforazione intestinale. Il colon gli è esploso proprio a causa di tutti gli oppiacei (menziona spesso l’idrocodone, che in Europa è prescritto molto raramente) di cui si è imbottito negli anni. Si sente un sopravvissuto.

Nel passato Perry è il figlio di una reginetta di qualche concorso di bellezza e di un ragazzo col sogno di fare l’attore.

I suoi genitori sono poco più che adolescenti, si lasceranno in pochi mesi, la madre resterà in Canada, il padre andrà a Los Angeles in cerca di fortuna, entrambi sposeranno un nuovo compagno in età adulta e gli regaleranno fratellastri e sorellastre.
E lui viaggerà da un genitore all’altro in aereo, come minore non accompagnato, cosa che lo terrorizzerà per il resto dei suoi giorni. E con l’intima consapevolezza di non essere mai abbastanza per essere amato. Una specie di sindrome dell’impostore che maschererà snocciolando una battuta dietro l’altra per tutta la vita, anche in punto di morte. E lasciando tutte le sue fidanzate prima che lo facciano loro.

Come si sviluppa una dipendenza? Friends, amanti e la Cosa Terribile di Matthew Perry non indaga in dettaglio le cause scientifiche, ma ci fornisce degli spunti.

E non soltanto ho questa malattia, ce l'ho pure in forma grave. Ce l'ho nella forma più grave possibile, in effetti. Riesce a mettermi sempre con le spalle al muro. Matthew Perry, Friends, amanti e la Cosa Terribile
Quando aveva un mese e soffriva di coliche, correva l’anno 1969, l’illustre pediatra che lo seguiva non trovò di meglio che prescrivere al piccolo Matty il fenobarbital. Per le coliche era efficacissimo, il neonato crollava stecchito e addormentato in pochi minuti. Che questo barbiturico abbia contribuito a renderlo fisicamente reattivo alle sostanze? Non è dato di sapere.

Quello che si sa con certezza invece è che quando a quattordici anni Matthew Perry prese la sua prima sbronza.

Un pomeriggio in giardino con i suoi amici, i fratelli Murray. Si sentì bene. Gli altri vomitavano e lui invece aveva trovato la sua dimensione. Per la prima volta non soffriva. Qualcosa di esterno stava compensando il suo malessere psico-fisico.
Tempo quindici minuti, e tutto l'alcol era finito.
I Murray presero a vomitarmi intorno, io stavo disteso nell'erba e mi successe qualcosa. Avvenne ciò che mi rende fisicamente e mentalmente diverso dai miei amici. Ero sdraiato nell'erba e nel fango, a guardare la luna, circondato dal vomito fresco dei Murray, e mi resi conto che, per la prima volta nella mia vita, nulla mi infastidiva. Il mondo aveva senso; non era storto e folle. Era completo, in pace.
Non sono mai stato più felice che in quel momento.
Questa è la risposta, pensai; questo è quello che mi mancava. Deve essere così che la gente normale si sente sempre. Non ho problemi. Tutto è sparito. Non ho bisogno di attenzione. Sono accudito, sto bene.
Ero in stato di grazia. Per quelle tre ore non ebbi alcun problema. Non ero abbandonato; non stavo litigando con mia madre; non stavo facendo casino a scuola; non mi stavo chiedendo quale fosse il senso della vita, né il mio posto nel mondo. L'alcol si portò via tutto. […] Il problema principale, avrei capito in seguito, era questo: non avevo delle linee guida spirituali, ed ero incapace di godermi qualsiasi cosa. Eppure allo stesso tempo, ero dipendente da una forma di esal-tazione. Questa è una combinazione talmente tossica che non so nemmeno da dove cominciare. Matthew Perry, Friends, amanti e la Cosa Terribile

Una cosa analoga accadde quando, a seguito di un incidente, si fece male alla schiena e gli diedero una pastiglia di oppiacei.

Stette talmente bene che nel giro di poco iniziò a ingurgitarne cinquantacinque al giorno.
Negli anni oltre seimila incontri presso gli alcolisti anonimi gli avrebbero spiegato che soffriva di «anedonia: l'incapacità, totale o parziale, di provare soddisfazione, appagamento e piacere per le consuete attività piacevoli, quali il cibo, il sesso e le relazioni interpersonali», in pratica una forma di depressione congenita che lui compensava con alcol e oppiacei.

In pratica, per un qualche motivo congenito (fisico?, psichiatrico? Ma c’è davvero differenza?), l’unico modo che trovava per non soffrire era riempirsi di sostanze che non gli facessero percepire il dolore.

Dieci anni dopo, lessi le seguenti parole nel Grande libro degli Alcolisti Anonimi: "I bevitori pensano che stanno cercando una via di fuga, ma in realtà stanno cercando di dominare un disordine mentale che non sapevano di avere".

[...] La gente che ha delle dipendenze non è cattiva.
Siamo solo persone che provano a sentirsi meglio, ma abbiamo questa malattia. Quando mi sento male, penso: "Datemi qualcosa che mi faccia sentire meglio". Semplicissimo. Mi piacerebbe ancora bere e drogarmi, ma, per via delle conseguenze, non lo faccio più, perché sono arrivato così al limite che mi ucciderebbe. Matthew Perry, Friends, amanti e la Cosa Terribile

Non possiamo nemmeno spiegare tutto con i traumi infantili perché di certo i genitori erano separati e il padre inizialmente latente ma Matthew non era un bambino abbandonato o maltrattato.

Probabilmente ipersensibile e con una percezione amplificata dei problemi. E senza la forza spirituale per affrontare la faccenda.
L'idea di essere famoso, l'idea di essere ricco, l'idea di essere me – non posso godermi nulla di tutto questo se non sono fatto. E non posso pensare all'amore senza volere essere fatto. Mi manca una connessione spirituale che mi protegga da questi sentimenti. È per questa ragione che sono un cercatore. Matthew Perry, Friends, amanti e la Cosa Terribile
Lui per primo si rendeva conto che il suo bisogno di colmare le voragini interiori non era lo stesso bisogno che avevano tutti gli altri bevitori.
Suo padre, per esempio. Si faceva cinque o sei bicchieri di liquore tutte le sere, era stato quello che lo aveva iniziato (inconsapevolmente) all’alcolismo, poi, una sera, folgorato sulla sua personale via di Damasco, decise di smettere e non bevve mai più.

Simile a lui, Bruce Willis, col quale Matthew Perry lavorò in due film.

Willis era un festaiolo, aveva conciato la suite come una discoteca. Beveva per divertirsi ma, al momento di concentrarsi sul lavoro, smetteva di bere senza alcuna difficoltà.
Invece Perry no. Se iniziava a bere, non riusciva più a contenersi.

Il libro, che viaggia appunto tra un presente e un passato, verso la fine si fa sempre più confuso.

Perry, risucchiato nel vortice delle dipendenze, trascorre la vita a entrare e uscire dai rehab e a un certo punto il lettore arriva a domandarsi se sia ripetitivo il libro o la vita dell’attore, soprattutto negli ultimi anni.
Matthew Perry ha trascorso lunghi periodi da sobrio, da attivista, speso ad aiutare gli altri, per poi ricadere inesorabilmente nel solito circolo vizioso.

Il decennio di Friends viene raccontato come uno dei momenti migliori, ma vissuto in modo convulso, tra un rehab e una disintossicazione.

Perry scrive che quando era magro era dipendente da oppiacei e non mangiava. Quando era gonfio, beveva. Vi assicuro che non guarderete più Friends allo stesso modo, alla luce delle sue rivelazioni. Nella nona stagione era sobrio e vinse anche dei premi. Ma non bastò.
Perché, come spiega lui stesso, anche dopo lunghi lassi di sobrietà succede qualcosa per cui si ritorna a bere. O a riempirsi di pasticche.
Gli alcolisti e i tossicodipendenti come me vogliono bere con il solo scopo di sentirsi meglio. Be', almeno questo è quello che vale per me: tutto ciò che ho sempre voluto era sentirmi meglio. Non mi sentivo bene - bevevo un paio di bicchieri e stavo meglio. Ma nell'evolversi della malattia, ci vuole sempre molto, molto, molto, molto, molto, molto, molto per sentirsi meglio. Se apri una falla nella membrana della sobrietà, l'alcolismo ci si infila e progredisce. Matthew Perry, Friends, amanti e la Cosa Terribile

Una nota sugli oppiacei in America.

Nella vecchia Europa, prima che ti prescrivano un antidolorifico anche solo con un po’ di codeina dentro, bisogna essere ridotti veramente male. Quando quest’anno ho avuto un dolore alla schiena atroce, che imputavo a un intervento recente sotto la clavicola e invece era pleurite, ho dovuto piangere al telefono col medico per un antidolorifico potente (e poi sono finita in ospedale, ma questa è un’altra storia, in quel momento dovevo solo liberarmi del dolore).
Consiglio a tutti la visione della serie PainKiller su Netflix, romanzata ma ispirata al caso di Purdue Pharma, azienda farmaceutica che qualche decennio fa mise sul mercato l’OxyContin, un potentissimo oppiaceo, convincendo, con una mirata strategia di marketing, i medici di famiglia a prescriverlo anche per un banale mal di testa. L’OxyContin (ossicodone, cugino dell’idrocodone di Perry) in teoria non doveva causare dipendenza, ma gli studi erano stati condotti su malati di cancro al quarto stadio. Accadde che la diffusione dell’ossicodone nella popolazione americana, su pazienti non terminali, causò un numero elevatissimo di dipendenze e i proprietari della Purdue Pharma, che ora non esiste più, hanno sulla coscienza qualcosa come 500 mila morti tra il 1999 e il 2017. Non hanno mai pagato.
A fronte di questo scandalo sono inorridita quando ho letto che al povero Matthew Perry, reduce da un colon esploso a causa degli oppiacei, abbiano prescritto con nonchalance di nuovo un oppiaceo per tenere a bada i dolori. Eppure è accaduto.

Il libro di Matthew Perry termina in modo positivo, con lui che sembra aver realizzato qualcosa, sembra finalmente accorgersi della bellezza del mare, del cielo, della vita.

Sono un me più calmo, ora. Un me più vero. Più capace. Di certo, è possibile che se volessi interpretare un bel personaggio in un film, adesso me lo dovrei scrivere da solo. Ma so fare anche questo. Sono abbastanza. Sono più che abbastanza. E non ho più bisogno di mettere su uno show. Ho lasciato il mio segno. Ora è tempo di mettermi seduto e godermi la vita. E di trovare l'amore vero. E una vita reale. Non una condotta dalla paura.
Sono me stesso. E questo dovrebbe essere abbastanza, è sempre stato abbastanza. Ero io quello che non lo capiva. E ora lo capisco. Sono un attore, sono un autore. Sono una persona. E una brava persona.
Voglio cose buone per me stesso, e per gli altri, e posso continuare a lavorare per queste cose. Matthew Perry, Friends, amanti e la Cosa Terribile
Ha persino trovato Dio. Quel Dio che aveva esaudito il suo desiderio di fama, senza però che lui sia mai riuscita a godersela.
A un certo punto, quando prendevo cinquantacinque pillole al giorno, mi svegliavo e in qualche modo dovevo procurarmi quelle cinquantacinque pillole. Era come un lavoro a tempo pieno. La mia vita era un'unica operazione matematica. Matthew Perry, Friends, amanti e la Cosa Terribile

Rimane l’amaro in bocca perché nonostante i buoni propositi il messaggio che arriva è che un tossicodipendente della sua gravità non si può salvare.

Matthew Perry è deceduto a causa degli «effetti acuti della ketamina», com'è stato reso noto, farmaco usato come antidepressivo. Infatti, come indicato nel libro stesso, oltre all’elaborazione, ai sei o sette milioni di dollari spesi in cure e le seimila sedute dagli alcolisti anonimi, ogni volta che si disintossicava dovevano somministrargli altre sostanze sostitutive e compensative che a loro volta avevano effetti collaterali e causavano dipendenza.
E c’è una pagina che sembra un vaticinio.
Stavo facendo anche quotidiane iniezioni di ketamina. La ketamina era una droga di strada molto popolare negli anni ottanta. Ora ne esiste una forma sintetica, e viene utilizzata per due scopi: per alleviare il dolore e curare la depressione. C'è scritto sopra il mio nome - avrebbero benissimo potuto chiamarla "Matty". La ketamina era simile a emettere un lunghissimo respiro. Mi portavano in una stanza, mi facevano sedere, mi mettevano le cuffie così che potessi ascoltare la musica, mi bendavano e mi infilavano un'agocannula. Questa era la parte tosta - sono sempre un po' disidratato perché non bevo abbastanza acqua (che sorpresa), perciò trovare una vena non era uno scherzo. Alla fine ero ridotto a un maledetto puntaspilli. Nell'agocannula mettevano una goccia di Ativan - che riuscivo a percepire benissimo, e poi mi veniva iniettata la ketamina per un'ora. Mentre me ne stavo lì nel buio pesto, ad ascoltare Bon Iver, mi dissociavo, avevo delle visioni - ero in terapia da così tanto tempo che la cosa neanche mi inquietava più. Oh, c'è un cavallo lì? Be', può benissimo darsi... mentre la musica suonava e la K mi scorreva nel corpo, tutto cominciava a riguardare l'ego, e la morte dell'ego.
E spesso durante quell'ora pensavo di morire. Ah, pensavo, è questo quello che succede quando muori.
Eppure mi sarei risottoposto a quella merda all'infinito perché era una cosa diversa, e ogni cosa diversa è un bene. (Guarda caso è una delle battute finali di Ricomincio da capo.) Prendere la K è come essere colpito in testa da un gigantesco, felice badile. Ma i postumi erano atroci e più pesanti del badile. La ketamina non faceva per me. Matthew Perry, Friends, amanti e la Cosa Terribile

Dispiace perché lui ancora sognava una famiglia, dei figli, una carriera.

La dipendenza gli aveva preso molto, ma la voglia di vivere c’era ancora.
Tra tutti i posti possibili, ho visto Dio nella mia cucina, perciò io so che esiste qualcosa più grande di me. (So, tanto per cominciare, di non essere in grado di dare vita a una pianta.) So che Dio è amore e onnipresente accettazione, il che significa che andrà tutto bene. So che succede qualcosa quando muori. So che vai oltre, verso qualcosa di straordinario. Matthew Perry, Friends, amanti e la Cosa Terribile


Friends, amanti e la Cosa Terribile

di Matthew Perry
La nave di Teseo
Autobiografia
ISBN 978-8893951432
Ebook 10,99€
Cartaceo 20,90€

Quarta

“Salve, il mio nome è Matthew, anche se potreste conoscermi con un altro nome. I miei amici mi chiamano Matty. E dovrei essere morto.” Inizia così l’avvincente storia dell’acclamato attore Matthew Perry, che ci accompagna in un viaggio che va dalla sua infanzia, segnata dal desiderio di emergere, al raggiungimento della fama e poi alla dipendenza e al recupero, dopo essere stato in fin di vita. Prima delle frequenti visite in ospedale e dei periodi di disintossicazione, c’è stato un Matthew di cinque anni, che viaggiava da Montreal a Los Angeles dividendosi tra i genitori separati; un Matthew di quattordici anni, stella del tennis canadese; un altro Matthew ancora, che a ventiquattro anni ha ottenuto l’ambitissimo ruolo da co-protagonista nel cast della serie più attesa del momento, allora chiamata Friends like us (divenuta poi famosa in tutto il mondo col titolo di Friends)... e molti altri ancora. Nelle pieghe di una storia straordinaria che solo lui poteva scrivere – e con la voce appassionata, esilarante e calorosamente familiare che lo caratterizza –, Matthew Perry racconta senza reticenze la famiglia che lo ha cresciuto (e che lo ha anche lasciato a se stesso), il desiderio di riconoscimento che lo ha spinto verso la fama e il vuoto interiore, che non poteva essere colmato nemmeno dalla realizzazione dei suoi sogni più grandi. Ma racconta anche la pace che ha trovato nella sobrietà, e come ha vissuto l’immenso successo di Friends, condividendo aneddoti sui suoi compagni di cast e sulle altre star che ha incontrato lungo il cammino. Schietto, consapevole e venato dall’umorismo che abbiamo imparato a conoscere, Perry descrive in modo vivido la sua battaglia contro la dipendenza da alcol e droghe e il motivo per cui, nonostante avesse apparentemente tutto,, nulla riusciva a renderlo felice. “Friends, amanti e la Cosa Terribile” è un memoir intimo e illuminante, che offre una mano tesa a chiunque stia lottando per la sobrietà. Brutalmente sincero, divertente e a tratti tragico… Prefazione di Lisa Kudrow.


Elena Genero Santoro


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