Gli scrittori della porta accanto
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La Calabria fragrante e generosa di Carmine Abate

La Calabria fragrante e generosa di Carmine Abate

La Calabria fragrante e generosa di Carmine Abate

I luoghi dei libri Di Ilaria Biondi. Il bacio del pane di Carmine Abate (Mondadori). Il sorriso segreto della natura, un'oasi di pace presso la cascata refrigerante del Giglietto, sopra il paese di Spillace, in Calabria.

Il soffio del vento si impiglia nel bosco dei lecci, carezzando foglie e tronchi, mentre la cascata del Giglietto danza nelle gocce fresche e spumose che scivolano nell’aria di sole.
Un vecchio mulino, nascosto fra i cespugli di rovo, oleandro, lentisco e corbezzolo.
Un sentiero custodito dalla fragranza dolciastra e selvatica del sambuco, delle ginestre e del cisto, dalle foglie carnose del fico, dalla cascata verde dell’edera.
Un’estate nuova comincia fra tenerezze di luce, estasi fanciulle di baci attesi e rubati, rumori segreti di storie d’ombra, conficcate fra le pietre antiche della fiumara e perdute in un dedalo di mulattiere e stradine, nell’afa densa profumata di quercia e vigne.
Mentre lo scirocco avvolge con il suo manto soffocante il piccolo borgo di Spillace, un gruppo di ragazzi, affamati di bellezza e di gioia di vivere, scopre il ventre fresco del Giglietto, le sue acque gelide, la sua voce diamantina, accompagnata in sottofondo dal fruscio di foglie ritmato dal canto degli uccelli e delle cicale, da sibili e bisbigli misteriosi.
Un’oasi turgida, che si ritrae pudicamente, alla quale si accede calpestando ciuffi di erba rovente, che cresce su una terra riarsa e polverosa.

Il bacio del pane

Il bacio del pane

di Carmine Abate
Mondadori
ISBN 978-8849841404
Cartaceo 7,65€
Ebook 7,99€

Un minuscolo Paradis sur terre, coi suoi doni polposi: more di gelso e di rovo, melograni, peri, albicocchi, fichi e aranci.

Un paradiso che però porta in seno uno squarcio secco come un’antica ferita, veli dolenti di soprusi e ingiustizie, di violenza mai sopita, mai dimenticata.
Stordito dalla bellezza di Marta, dal bacio caldo del pane fatto in casa, dall’abbraccio trasparente dell’acqua e dal canto dolcemente disperato delle cicale, in un’estate impaziente e luccicante Francesco scopre la promessa dell’amore, il rispetto per la memoria, la forza del sacrificio e del coraggio, il respiro silenzioso della generosità e della solidarietà.
Durante il percorso, le feci notare gli otto ruderi dei mulini lungo la fiumara, a partire da quello di Manzella rimasto in funzione fino alla Seconda guerra mondiale […]. Nel passato, quei luoghi erano brulicanti di vita, le famiglie dei molinari lavoravano anche dei grandi orti attorno ai mulini e le donne di Spiallace facevano macerare il lino nella fiumara.
ilaria-biondi
Ilaria Biondi
Laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Bologna. Durante il Dottorato di Ricerca in Letterature Comparate vive per lunghi periodi in Francia. Si occupa di traduzione letteraria e critica della traduzione, di letteratura francese e belga (in lingua francese) e letteratura tedesca dell’Ottocento. È appassionata di letteratura fantastica , science-fiction, letteratura al femminile, di viaggio, per l’infanzia e poesia.
Raymond Radiguet. Giovinezza perduta, eterna giovinezza, Delta Editrice.
In canti di versi, Il papavero.
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La Sicilia profumata di Giuseppina Torregrossa

La Sicilia profumata di Giuseppina Torregrossa

La Sicilia profumata di Giuseppina Torregrossa - Luoghi, libri

I luoghi dei libri Di Ilaria Biondi. L'assaggiatrice di Giuseppina Torregrossa, Rubettino. Una donna abbandonata dal marito. Senza una parola. In una Sicilia vibrante di sole e di profumi, tana dell'anima.

Giorni d’attesa chiusi nella valigia pesante dei giorni.
Più della disperazione, può il timore. Di una vita che si scombina d’un tratto, che inattesa deraglia al di fuori del recinto di una monotona ma rassicurante quotidianità.
Improvvisamente mi rendo conto che ho paura, sono senza soldi, senza lavoro, completamente sola. Avverto un senso di grande vuoto che non credo sia imputabile alla scomparsa di Gaetano. Da un po’ ci siamo allontanati, mi sembrava di non avere alcun interesse per lui.

Più del dolore, può la vergogna. 

Di una donna lasciata sola, con due figlie piccole, ad affrontare lo sguardo inquisitore, le supposizioni malevole e la compassione ipocrita del circondario.
Domani i paesani, nei bar e nei circoli, a mezza voce, si racconteranno che Anciluzza, la moglie di quel cornuto dell’ingegnere capo, è sola da mesi e ha bisogno di consolazione.
Le ore si consumano sul girotondo incerto dello sconforto e dell’avvilimento, ma tra le lacrime amare sgorga prepotente il bagliore della risolutezza.
Fra i capelli di Anciluzza soffia il respiro affilato del cambiamento.

La solitudine si scrolla di dosso le scaglie del pianto e veste un abito fiorito di libertà nuova.

La carezza vibrante della natura che la abbraccia schiocca una scintilla rovente sulla sua pelle e nei suoi pensieri.
Il mare in lontananza non si distingue dal cielo; dalla terrazza di casa mia si vede il castello e la vecchia marina; il vento soffia forte e smuove le palme che dividono il mio giardino da quello a fianco. I gatti sonnecchiano al sole, i più intraprendenti leccano la griglia con i resti del pesce. Tutto attorno a me si muove, muta di continuo, solo io non riesco a cambiare il mio destino. Capisco che devo farmi forza, catamiàrmi e iniziare un nuovo ciclo della mia vita.

E dal profumo della terra e del mare, dall’ingorda sensualità del cibo preparato con mani esperte di antica saggezza, Anciluzza riprende in mano il filo dei giorni e riscopre la forza di donna che avvampa dentro di lei.

La putìa ricavata nel vecchio magazzino da pescatore del padre, alle porte del paese di Strafalcello, diventa la tana dell’anima, che culla i suoi pensieri, le follie dei suoi sogni e l’urgenza spasmodica del suo corpo giovane.
La distanza azzurra del cielo che si unisce alle onde, l’odore turgido di fichi, eucalipti e oleandri, la brezza d’argento degli ulivi, l’abbraccio selvaggio dello scirocco tra le viuzze attorcigliate accendono la memoria del suo sangue, cancellando dal suo volto la vecchiezza grigia di un’esistenza che non le appartiene più.
Lo scirocco ci soffia tutto l’anno, veloce e violento si alza improvviso per chi non ne conosce i segni premonitori; ma chi è nato in questa zona percepisce senza fatica un repentino cambiamento d’atmosfera, che precede di poche ore l’arrivo del vento. L’aria diventa magnetica, un’energia misteriosa si sviluppa nelle persone, si sente un rumore cupo, come un ansimare della natura, gli alberi si piegano, il mare cambia colore e infine si levano i mulinelli di sabbia.

L'assaggiatrice

L'assaggiatrice

di Giuseppina Torregrossa
Rubettino
ISBN 978-8849841404
Cartaceo 13,60€
Ebook 7,99€

Il cuore irrequieto di Anciluzza si spoglia del guscio vuoto dello sfinimento e s’intreccia, avido e goloso, alla danza segreta delle acque e dell’aria, al vorticare voluttuoso del sole, alla tenerezza aspra e immobile della sua terra.

Un orologio antico decora la facciata della casa più alta. È fermo da anni, tanto qui il tempo non ha nessun valore. Gelsomini odorosi, nelle aiuole strette davanti alle porte, si arrampicano lungo le facciate bianche di calce e si allargano attorno ai balconcini di ferro battuto; nidi di rondine intasano le grondaie. Il forno a legna, un piccolo negozio di alimentari e uno di ceramiche, che in Sicilia non mancano mai, si affacciano sul cortile del baglio. Sono nel posto più bello del mondo.
Fra i vicoli angusti, i muretti a secco e le pale dei fichi d’india si compie il nuovo destino della donna, nelle cui vene palpita l’incanto segreto dell’Isola. Della sua Isola. Dei suoi ciottoli, dei suoi scogli piatti, del suo mare sfacciatamente turchese, delle ferule gialle che inondano le nuvole dei loro riflessi dorati. Delle sue montagne brulle e rosate che custodiscono gelosamente la magia nascosta di una natura selvatica e forte, che non si lascia addomesticare.
Per la prima volta da quando Gaetano è sparito mi sento in pace con me stessa.

E nella putìa che si affaccia su quel mare d’indicibile bellezza, fra profumi d’alloro, agrumi, aglio, miele e peperoncino, fra sapori di pane conciato, cassatelle di ricotta, caponata e pignoccata, le gote di sole e vento di Anciluzza si lasciano sfiorare dal calore limpido dell’amicizia, dal fremito spavaldo della passione. 

Dall’odore segreto di corpi schiusi, dal sorriso stupito di mani sconosciute, dall’ebbrezza attonita della scoperta.
Insieme all’autunno, che riporta sulla spiaggia e fra i vicoli il silenzio sacro dell’aria rarefatta dopo il baccano stordente della lunga parentesi estiva, si compie anche la nuova stagione di Anciluzza, la Rinascita del suo cuore stolto, nel quale non c’è più posto per il marito, tornato all’improvviso, senza una spiegazione, così come se n’era andato, per rivendicare i suoi diritti di maschio.
Il cuore e la pelle di Anciluzza appartengono ormai agli occhi di Hamed, al sortilegio della speranza, al turgore dello scirocco e, soprattutto, ai passi indocili della nuova se stessa.
Esco anch’io per strada, per essere sicura che mio marito non torni indietro, lo seguo con lo sguardo. Il vento è cambiato, la temperatura è più dolce, le nuvole bianche sono scomparse, arriva della sabbia rossa, è di nuovo scirocco. L’aria si fa magnetica, l’anima riprende a sperare. Sorrido con il cuore pieno di aspettative, tornerà Hamed e con lui la vita viva.

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Ilaria Biondi
Laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Bologna. Durante il Dottorato di Ricerca in Letterature Comparate vive per lunghi periodi in Francia. Si occupa di traduzione letteraria e critica della traduzione, di letteratura francese e belga (in lingua francese) e letteratura tedesca dell’Ottocento. È appassionata di letteratura fantastica , science-fiction, letteratura al femminile, di viaggio, per l’infanzia e poesia.
Raymond Radiguet. Giovinezza perduta, eterna giovinezza, Delta Editrice.
In canti di versi, Il papavero.
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L'Abruzzo luminoso e aspro di Donatella Di Pietrantonio

L'Abruzzo luminoso e aspro di Donatella Di Pietrantonio

L'Abruzzo luminoso e aspro di Donatella Di Pietrantonio

I luoghi dei libri | Di Ilaria Biondi. L'Appennino abruzzese e la campagna alle sue pendici, fra ulivi e vigne, in Mia madre è un fiume, di Donatella Di Pietrantonio.

Nel cuore del tempo immobile e antico dell’Appennino abruzzese si muovono le note lievi e aspre della storia di Esperia Viola, detta Esperina, il cui nome evoca la figura silvestre di una carbonaia dalla chioma zingara che rubava cuore e ardore dei maschi di famiglia.
Il breve appeso con cautela al suo piccolo collo di neonata l’ha preservata dal morso ingordo delle streghe, ma non ha salvato la misura della sua memoria anziana, che si discioglie ogni giorno sotto i guasti di una malattia avida e ingrata.
Esperina negli anni lascia le erbe, i fiori, le cortecce ruvide e il vento bruno della sua montagna, per andare a vivere a valle insieme alla sua nuova famiglia. Ma l’odore caldo dei campi e delle stalle, il soffio luminoso della pietra, la traccia silenziosa della zolla magra sono aggrappate alle sue vene. Il suo pensiero consapevole si smarrisce in rivoli di pulviscolo confuso, ma il suo sangue stringe fra le braccia il fieno, il grano, i fossi, le ragnatele e la farfalla carabiniera che hanno accompagnato le sue ore di bambina prima e di fanciulla poi, coraggiosa, povera e sempre affaccendata ad accudire le sorelle più piccole.
Nella sua pelle è impresso il guizzo soleggiato delle fragoline di bosco e delle more dal sapore turgido e lucido, giù per la gola.
Stavi dove nasce il vento, un posto luminoso e aspro, con le montagne a fare da quinta. Era aspra anche la gente.

Giorni scanditi dalla fatica del prendersi cura di campi magri e avari. 

Giorni scanditi dal tempo lento, sempre uguale e sempre nuovo della natura e delle sue creature. Lavare i panni al fiume. Lavare le pecore. Mondare il grano. Ammazzare il maiale: giorno lieto d’abbondanza, annerito dalle lacrime mute e dal lamento angosciato dell’animale.
Quei sentieri di campagna, dove l’acqua pudica del torrente serpeggia accanto al boschetto di faggi, accolgono gli incontri furtivi tra Esperina e il suo giovane futuro sposo Cesare, nell’equilibrio sospeso delle stagioni.
Un vestito semplice, un cappottino bianco, il corredo infiocchettato, alcuni agnelli e polli vivi, la chiesa di Santa Sinforosa profumata d’incenso. Una raggiante Esperina, pronta a incamminarsi sul sentiero della sua nuova vita, insieme al suo Cesare. Pronta a solcare nuovi terreni, non meno ruvidi di quelli ai quali ha regalato le proprie ore giovani.
Terra povera, ancora, fatta di campi scoscesi, alcuni molto lontani fra loro.
Una terra misera, che esige sudore, tenacia e coraggio. Ma una terra che non tradisce, scoglio fermo nel quale affondano le radici dell’anima.
La precisione dei solchi tracciati da altri, l’immobilità rassicurante della terra.

Mia madre è un fiume

Mia madre è un fiume

di Donatella Di Pietrantonio
Elliot
ISBN 978-8861925663
Cartaceo 10,62€ | Ebook 2,49€

Terra che accompagna anche i passi della figlia di Esperina e Cesare, la sua scoperta del mondo. 

Le camminate mattutine attraverso il bosco di querce e faggi, sbirciando la presenza di funghi, la comparsa furtiva delle volpi, il tappeto morbido del muschio e i colori tenuamente sgargianti di primule e ciclamini. 
I pomeriggi al pascolo con le pecore, a sorvegliare le bestie ghiotte di trifoglio novello e di dispetti e a nascondere le lacrime tra i cespugli di rosa canina, quando Esperina la rimbrotta (un legame dolente e “storto” il loro, che percorre le strade impervie dell’incomprensione, dell’affetto inseguito, dell’amore affamato e concesso con dolente parsimonia).
Le serate trascorse dai vicini e il ritorno chiassoso a casa, sfiorando la voce silente degli alberi.
Si tornava a piedi, disturbando il sonno del bosco con commenti e canzoni subito ricanticchiate.
Un’esistenza, quella della figlia di Esperina (la voce narrante del romanzo, che presta alla madre malata i pezzi vividi e accesi della propria memoria), che scorre con semplicità spartana, ricalcando quella delle proprie antenate. Donne forti e indomite, che hanno assorbito nell’anima e nella pelle l’austera ritrosia e la tenace capacità di resistere delle montagne in cui sono nate e cresciute. 
Un’esistenza che, nei primi anni di vita, si divide tra la casa dove manca l’acqua corrente e la piccola scuola, che fronteggia i rigori dell’inverno con una grande stufa di terracotta.

Poi, il trasferimento in una casa colonica nel comune di Atri. L’abbandono della montagna. 

Il sogno del marito di Esperina di vivere in una campagna dalle curve morbide e dolci, fra ulivi e vigne, a coltivare la terra grassa e generosa delle colline. Un nuovo percorso, meno faticoso, non più in groppa a quelle pietre ruvide, ma accoccolati ai loro piedi. Quelle pietre che però, seppur più lontane, continuano con il loro abbraccio discreto a vegliare sui loro pensieri e i loro sogni.
Le stesse montagne per orizzonte, con il profilo del Gigante che Dorme o Bella Addormentata, dipende dai gusti, le cui lunghe chiome rocciose digradano verso l’ascolano. Erano un po’ più distanti adesso, da poter guardare meglio il tramonto invece che farselo accadere sopra la testa.
E da quelle montagne di tanto in tanto sfugge un vento ardito che scompiglia, capriccioso e impertinente, le chiome degli alberi laggiù in campagna, dove matura un’uva appiccicosa che carezza la bocca col suo sapore dolcemente carnoso.
Soffia il vento. […] Durerà poco, è un vento giallo e senza speranze, scappato per caso da una porta della montagna. Già il bosco madre lo risucchia dentro, come un bambino disubbidiente. Mi piace quando smette, la campagna tira un sospiro di sollievo e si riprende piano dalla spossatezza. Le piante spettinate si raddrizzano nella postura abituale, le foglie sottosopra ruotano attorno al picciolo, verso il sole.

Quel soffio impetuoso che scende dal ventre delle rocce sembra voler ricordare a Esperina e alla sua famiglia che la montagna è sempre là, muta presenza indocile e fiera che custodisce segreti arcani e una forza selvaggia e ribelle.

Montagna alla quale appartengono anche gli animali, con la loro insopprimibile voglia di libertà: le placide mucche, finite in “ergastolo nella stalla” e private dei campi in fiore, regalano ora un latte insapore, e le capre cocciute, tristi e incapaci di rassegnarsi a vivere lontano dal selvatico e dalle spine di latte ne fanno poco, pochissimo.
La capra non bela, canta. E loro non cantavano più.
Montagna alla quale il cuore della figlia di Esperina resta appeso, anche dopo tanti anni di lontananza. Montagna alla quale la giovane donna ritorna, insieme al suo bambino, per constatare con pungente malinconia lo stato di rovina della vecchia abitazione.
Quella casa dalla quale, insieme al nonno paterno, spiava attenta e curiosa gli orli delle nuvole e la mappa misteriosa della volta celeste.
Mi ha insegnato il nonno Rocco. A leggere le nuvole, il vento. Gli andavo vicino sul terrazzo e lui interpretava ad alta voce il cielo del tramonto per me, prevedeva il tempo del giorno dopo. All’oscuro dei punti cardinali, usava come riferimenti le montagne e le colline.

La Natura, che riprende vigorosa i suoi spazi, protegge con il proprio manto aggrovigliato il respiro segreto della casa e di chi ha vissuto fra quelle pareti.

C’è un silenzio lì adesso, senza di noi. Solo folate di aria, uccelli, ronzio d’insetti.
È lì, tra le pietre scoscese bagnate di affanno e genuina allegria e nel cuore graffiato della figlia di Esperina, che la memoria smarrita della donna si annida e si nasconde, composta e impaurita.
È nelle parole salde e nel profumo tenace delle viole che la sua memoria tremolante torna a vivere, ogni giorno. Trasportata dalla carezza del vento e dal bagliore caparbio delle lucciole…
Vuoi che ti racconti tutto dal principio, adesso. Comincio subito, mi trovo qui per questo. Tu sei Esperina Viola, mia madre. Come una viola sei nata il venticinque marzo millenovecentoquarantadue, in una casa al confine tra i due piccoli comuni di Colledara e Tossicia.

ilaria-biondi

Ilaria Biondi
Laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Bologna. Durante il Dottorato di Ricerca in Letterature Comparate vive per lunghi periodi in Francia. Si occupa di traduzione letteraria e critica della traduzione, di letteratura francese e belga (in lingua francese) e letteratura tedesca dell’Ottocento. È appassionata di letteratura fantastica , science-fiction, letteratura al femminile, di viaggio, per l’infanzia e poesia.
Raymond Radiguet. Giovinezza perduta, eterna giovinezza, Delta Editrice.
In canti di versi, Il papavero.
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Bologna e la Puglia aspra e primitiva di Gaetano Benedetto

Bologna e la Puglia aspra e primitiva di Gaetano Benedetto

Bologna e la Puglia aspra e primitiva di Gaetano Benedetto

I luoghi dei libri | Di Ilaria Biondi. Bologna, Bari e la quiete assolata dello scirocco, della polvere calda e degli orli spigolosi della Murgia in La pazienza dell'esposimetro, di Gaetano Benedetto.

Attraversare speranze e illusioni. Paure e fragilità. Perdono e desiderio. Le piaghe della sofferenza e le spine della colpa.
Nel guizzo dorato di albe perfette. Nelle schegge dolenti di lune solitarie. Nell’abbraccio segreto della traboccante Natura pugliese.
Una giovinezza che finisce. Una presa di coscienza che si fa tenace e necessaria. Amicizie che si riscoprono. Una voglia d’amare che arretra ed esita, spaurita, ma non si arrende.
Una moto. Fogli incisi di versi. Un perdersi e ritrovarsi, in un moto di inquieto smarrimento. Di andare e venire. Nelle rughe dello spazio. Nelle pieghe del tempo.
Un movimento fuori di sé che è anche (e soprattutto) metafora della ricerca dentro di sé.
Una prosa che sconfina nella poesia e a essa costantemente sogguarda.
Un filo narrativo assai ben congegnato, che rinuncia alla sequenzialità cronologica per sovrapporre sottilmente passato e presente, inizio e fine, anticipazione e retrospezione.
Una gran bella e convincente prova di scrittura, questa di Gaetano Benedetto, che si è aggiudicata il secondo premio al Concorso Letterario “Building Apulia per gli scrittori emergenti” 2013.

Un paese di provincia.

Un capannone illuminato da potenti fari, con il tetto crollato e pezzi di eternit che disegnano sagome surreali nel cielo.
Tutto comincia lì, nella luce che filtra da quel soffitto spalancato di stelle.
Nella notte che odora di benzene, polvere e schegge di felicità inattesa.
E dalle labbra umide di Ines, che si chinano gonfie di promesse su quelle di Mattia.
Due corpi giovani, che non si conoscono, e si abbracciano.
Cullati dai sobbalzi della moto, che li fa scivolare dal nero morbido del buio alla trasparenza di nuvola e salsedine di un’aurora smaltata in riva al mare.
Una nudità d’anima, che germoglia vita nel respiro della brezza e che accoglie e ritrova se stessa, nello stupore di un mattino nitido di splendore e di una voce capace di allontanare l’inerzia del cuore e la mediocrità dei giorni.
Ci si attacca alle tue braccia, alle tue dita per cadere in quest’alba.
Dopo una notte. La prima notte: ho conosciuto i tuoi occhi nei loro capitomboli di acqua marina, la tua pelle olivastra.
Istanti reali, che sfumano lentamente e inesorabilmente nel silenzio sospeso dei ricordi…
Schiacciati dalle ferite.
Raggelati dal gioco perfido della consapevolezza.
Smarriti – ma non perduti – nelle fibre della colpa, e del dolore.
Il passato è un luogo pericoloso.
L’orizzonte si fa vuoto, per Mattia, senza Ines.
Albe spezzate di solitudine. Venate di nuove braccia e parole.
Ma sulla sella della sua Ducati sembra esserci posto solo per lei.
Devo sforzarmi di non guardare se c’è Ines dietro di me.
Affida i suoi pensieri scomposti, le sue illusioni schiantate alla placida e impassibile coperta del cielo, dove rifulge un tramonto ardente e teso.
Sfila veloce sulla strada, accompagnato dal passo costante e tenace del mare, al quale racconta in silenzio le cicatrici che si porta dentro. Si astrae dal vociare disordinato dell’estate turistica, per accogliere nella fessura dello sguardo solo l’abbraccio lucente e sommesso delle acque.
È il mare che mi segue e, spero, mi protegga.
Quel mare e quella luce dai quali si separa per un pugno di ore che sembrano avere la durata indistinta e amara dell’eternità.
La vita precedente reclama i suoi diritti.
Errori da riparare.
Mani con cui ricongiungersi, prima che rotolino sul mondo le ultime tenebre.

La pazienza dell'esposimetro

La pazienza dell'esposimetro

di Gaetano Benedetto
FaLvision Editore
ISBN 978-8896931561
Cartaceo: 8,50

Questa è la storia di Ines e Mattia. È il loro vagare tra Bari e la Murgia. Ma è anche la storia di Giovanni, Marta, Francesca, Tania, Mauro e Martina, delle loro vite precarie. E amicizie e amori traditi. Un viaggio a Bologna farà crollare la sicurezza di una giovinezza infinita. Rimarranno i giri in moto e ad ogni sosta appunti da prendere per non lasciare andare via niente. Neanche la voglia di perdono. Per ricominciare. Per accettarsi e smettere di fuggire..

Bologna.

Un ospedale.
Pareti asettiche. Scalfite da lacrime pudiche e trattenute.
Un giardino, il volo cadenzato del vento.
Rimase il vuoto tra gli alberi in tutta Bologna. Il canto bello e monotono degli uccelli. Rimase l’erba ferma e il sospetto di un fiore fuori tempo che decideva a schiudersi.
Poi, il tempo riannoda i propri fili ingarbugliati, e il viaggio ricomincia.
Mattia varca di nuovo la soglia delle pupille di Ines.
Sono trascorsi cinque anni.
Il segreto stupore del ritrovarla, del ritrovarsi.
Tutto era ripreso da dove avevamo lasciato con una naturalezza che mi inquietava e mi faceva stare bene.
In realtà, non eravamo così diversi ma solo più consapevoli.
Il pensiero non è privo di memoria. S’incupiscono – tra le parole – gli sterpi velenosi di odio, tradimento, egoismo, orrore della solitudine.
Ma le emozioni crepitano, fulgide e insistenti. Sospendono il giudizio, sul pericoloso ciglio che separa e unisce lo ieri e l’oggi.

Sfavillano nella quiete assolata dello scirocco, del polline, della polvere calda che si sperde sugli orli spigolosi della Murgia. 

 Affiorano, e sfiorano la loro pelle, in quella masseria custodita dalle fronde della quercia, dalle pale dei fichi d’India e dai muretti a secco, carezzata dagli ulivi immobili e dalle sofisticate ombre dei mandorli.
Luogo difeso da una natura aspra, primitiva, ribelle, ruvida.
Spazio sospeso in cui la loro anima si concede, indifesa.
Universo chiuso su se stesso, che nell’erba, nelle pietre, nelle foglie, nel vento di maestrale conserva le tracce, le voci, il soffio di storie antiche e lontane.
Bellezza straziante, struggente, di limpido nitore, che sospinge Mattia e Ines a spogliarsi di ogni orpello, a farsi trasparenti, a guardare negli occhi il proprio sentire, senza infingimenti.
In un moto primordiale di unione e fusione con i battiti, i rumori, gli umori di quel paesaggio di così essenziale, sensuale, tellurica potenza.
La Murgia mi stava fissando, sentivo i suoi mille occhi puntati su di me. Ero stordito, immobile. Vulnerabile.
[Ines] accarezzava il tronco dell’ulivo per sentirne la consistenza ruvida e per nulla discreta. Ines respirava gli odori delle foglie ingiallite del mandorlo.
Mi sentivo come gli alberi, fuori. Immobile. Sicuro. E poi indifeso. Ruvido.
E come trascinata dallo scrosciare tuonante della pioggia battente, gronda l’esaltazione. L’eccitazione. La nostalgia. Il suono delle gocce forsennate diventa rifugio e solco di una felicità smarrita, accolta e inseguita da Mattia e Ines nella notte redenta di un’estate disperata di luce. Nell’incanto perfetto del vento sussurrante, della terra umida che si genuflette sotto le foglie disperse, inghiottite dai cespugli.
Dovevo cedere. E trovare il coraggio di ammettere che avevo bisogno di lei.

Poi il ritorno a Bari. All’operosità urbana.

Cosa li attenderà, dopo le ombre soffici del buio tenero e caldo che hanno coperto la loro anima?
Due corpi che si riconoscono. Che non vogliono più recidere lo spago che li lega e li intreccia. Che non sanno più ritrarsi. Che non possono più disperdere il tempo della propria pelle e dei propri desideri. Che ricompongono le proprie fragilità, insieme.
Mi abbandono al suo corpo. Lo riconosco. Ho ricercato questa complicità a lungo. La ritrovo mentre il vento mi suggerisce che le cose possono accadere.
Ora Mattia riesce a mettere a fuoco. Il suo esposimetro interiore, che ha atteso paziente, non si lascerà più sfuggire la luce giusta.
C’è un solo punto, un momento, che ci unisce.
È fermo e non ci lascia andare.
È un pomeriggio in treno e non si può cancellare.
Ora ci separa solo la notte.

ilaria-biondi

Ilaria Biondi
Laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Bologna. Durante il Dottorato di Ricerca in Letterature Comparate vive per lunghi periodi in Francia. Si occupa di traduzione letteraria e critica della traduzione, di letteratura francese e belga (in lingua francese) e letteratura tedesca dell’Ottocento. È appassionata di letteratura fantastica , science-fiction, letteratura al femminile, di viaggio, per l’infanzia e poesia.
Raymond Radiguet. Giovinezza perduta, eterna giovinezza, Delta Editrice.
In canti di versi, Il papavero.
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Il cielo pallido della Dublino di Maeve Brennan

Il cielo pallido della Dublino di Maeve Brennan

Il cielo pallido della Dublino di Maeve Brennan

I luoghi dei libri | Di Ilaria Biondi.  Il cielo pallido di silenzio nella Dublino di La visitatrice, di Maeve Brennan.

Anastasia King ripulì un piccolo riquadro del finestrino e guardò fuori, ma nell’oscurità che sfrecciava via si distinguevano soltanto alcune luci isolate, sfocate dalla pioggia.
È trascorso un mese – feroce e impossibile – dalla morte della madre. Anastasia, indifesa di malinconia e assenze, eppure armata di affilata determinazione, lascia Parigi per tornare nella Dublino della sua infanzia.
Sei anni, dal giorno lontano della sua partenza fatale. 
Dal suo distacco. 
Dalla sua scelta. 
Lasciare il padre, la nonna, la città natale, per seguire la mamma nella capitale francese. 
Lasciare il vuoto dolente e il silenzio buio di una casa consegnata alla regola metallica del disamore.
Fuggire dal respiro soffocante di un’algida non felicità.
Un tempo lungo, e perduto, è trascorso. 
Accenti di memoria tagliati in due dalla scomparsa del padre e della madre. 
Il fiotto amaro della disperazione per la perdita – colto e reso con stile piano, limpido e sommesso dalla superba penna della Brennan – si congiunge con il vuoto affilato del rancore della nonna paterna, del suo impossibile perdono, del suo rifiuto impietoso.
Come uccellino spaurito proteso sul davanzale dei ricordi, Anastasia reclama con docile fermezza il proprio posto. Fra le braccia della nonna, nella sua casa, nella città che l’ha vista crescere.
Tanto è cambiato, nel riflesso frantumato delle ore, dei giorni, degli anni. 
Eppure, tanto è rimasto immutabile.

La visitatrice

La visitatrice

di Maeve Brennan | BUR | ebook 4,99€ | cartaceo 6,72€

La ventenne Anastasia, orfana di entrambi i genitori, torna nella Dublino della sua infanzia. La aspetta la nonna, consacrata all'ossessiva memoria del passato, chiusa in un dolore freddo, ancora incapace di perdonare Anastasia che aveva scelto, alla separazione dei genitori, di seguire la mamma a Parigi. In equilibrio tra amore distorto e amore respinto, crudeltà delle situazioni e tersa limpidezza dei dialoghi, si dispiega tra le due donne un duello di sentimenti tanto intensi quanto controllati, che si snoda fino a un epilogo malinconicamente inatteso, una svolta orchestrata con spietata eleganza.

La casa d’ombra della sua famiglia, dove crepitano l’angoscia controllata e l’amarezza cupa della nonna, sovrana gelida di un regno di latta e fantasmi opachi.
Il giardino buio, affondato in un perenne inverno, con le sue aiuole rigide, severe, vuote, fradice di perenne pioggia, intirizzite da un freddo quieto, tenace, silente.
La panchina vuota, bagnata, inospitale. A ricordare ad Anastasia la spinosa mancanza della madre, che in quello spazio di bruma e solitudine amava rifugiarsi, per sottrarsi allo sguardo perentorio di marito e suocera, alla loro inclemenza tagliente.
Immutata, immutabile, paralizzata è la città tutta, che la distanza di tempo e di geografia non ha potuto scalfire.
Recinto cupo e grifagno.
Cielo quadrato che si svuota senza sosta di dense, infinite, implacabili gocce.
Tetti chiusi d’ardesia, che piovono malinconia.
Piazze mute, avvolte da una luce fioca e sparpagliata, che si arrende al passo sempre uguale di un presente soggiogato da un eterno passato.
Edifici alti, grevi di orme e memorie, coi loro pesanti gradini di pietra.
Alberi incombenti, che succhiano il buio della sera, disabitandosi di luce e chiarezza, vestendosi di stanca e pigra oscurità.
Persone anziane, invecchiate nelle loro abitudini, che trascinano “giornate grinzose e vacillanti”.

Dublino, porta chiusa.

Dublino, soglia inerte.
Dublino, polvere sul cuore e sui gesti, lavata da lacrime di nuvole impenitenti e ostinate.
Dublino, tace.
Dublino, annotta anche una speranza piccola.
Dublino, sorrisi caduti, forse sconosciuti.
Dublino, umida di rancori.
Dublino, avara di consolazione.
Dublino, mancato abbraccio.
Dublino, ventre ingrato e intransigente.
Anastasia, cortesemente rifiutata.
Anastasia, gentilmente invitata ad andarsene.
Dalla casa dove ha vissuto.
Dalla città dove è nata.
In una sorta di fosco continuum, la casa e la città divengono prolungamenti della figura gretta, ostile e impassibile della nonna. Anastasia si muove come un’ospite, una visitatrice mal tollerata in luoghi e affetti agghiacciati, bui, silenti e stantii.
Non c’è posto per la sua freschezza, né per la sua fame d’amore, nel lungo e infinito inverno della città.
Solo il giardino sembra salutarla, regalando al suo sorriso e al suo canto d’addio il giallo tremolante della prima forsizia…

ilaria-biondi

Ilaria Biondi
Laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Bologna. Durante il Dottorato di Ricerca in Letterature Comparate vive per lunghi periodi in Francia. Si occupa di traduzione letteraria e critica della traduzione, di letteratura francese e belga (in lingua francese) e letteratura tedesca dell’Ottocento. È appassionata di letteratura fantastica , science-fiction, letteratura al femminile, di viaggio, per l’infanzia e poesia.
Raymond Radiguet. Giovinezza perduta, eterna giovinezza, Delta Editrice.
In canti di versi, Il papavero.
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La Vienna borghese di Paura di Stefan Zweig

La Vienna borghese di Paura di Stefan Zweig

Vienna

I luoghi dei libri | Di Ilaria Biondi. La Vienna di Stefan Zweig, dal suo romanzo Paura: le strade e i luoghi mondani della borghesia.

Appena accennata, la città di Vienna, emerge discreta, quasi snebbiata.
La Stazione Sud.
Michaelskirche.
I pochi e rapidi riferimenti alla geografia urbana vengono inghiottiti e risucchiati dall’interiorità della protagonista, dalla sua disperazione sgomenta.
I contorni delle vie si sfaldano.
Gli orli dei quartieri perdono consistenza.
La realtà viva dello spazio diventa specchio e filtro di un Sé tormentato e screpolato dalla paura. I luoghi divengono dei non luoghi, dei paesaggi dell’Io.
Un incontro fatale, e tutto cambia.
Le strade e i luoghi mondani della borghesia viennese, che conducevano la sensuale Irene sulle ali vivaci della voluttà e della leggerezza, si tingono ora di tinte d’abisso.
Dov’è il teatro?
Dove sono le sale da tè?
La polifonia allegra e spensierata dei balli e degli incontri furtivi si spezza – improvvisa e inaspettata – sulle note nervose di una voce, di un volto, che urlano feroci la colpa, il peccato, il piacere rubato, l’ingiusto privilegio e l’ingiusta ricchezza.

Paura

Paura

di Stefan Zweig | Adelphi | cartaceo 8,50€

Irene Wagner, bella viennese della migliore borghesia e moglie di un noto penalista, sta scendendo rapida le scale di una casa non sua dopo aver fatto visita all'amante, un giovane pianista. Ma lì, su un pianerottolo, il fato la attende sotto le spoglie di una sordida ricattatrice. E Irene cede, e paga. Ma da quel momento comincia l'incubo. E quello che le ha fatto notare un giorno, en passant, raccontandole delle sue esperienze professionali è terribilmente vero: spesso il colpevole soffre più per la paura di essere scoperto, per l'ansia di dover nascondere il delitto, che non per il terrore del castigo; la pena, anzi, è catartica.
Maestro della suspense, Zweig pedina l'adultera, tormentata dalla ricattatrice non meno che da se stessa e divisa fra angoscia e rimorso; ne mette a nudo la psicologia, ne dipinge gli incubi, ne svela le riflessioni, tra passi falsi, decisioni sempre rinviate e scene isteriche all'amante, a torto ritenuto complice della ricattatrice: sino al coup de théâtre finale.

La giovane donna si muove in preda alla vertigine dei suoi terrori in una città divenuta sospesa e sconosciuta.
Il gorgo scuro dell’ossessione trasforma il cinguettante brulichio d’antan in un rumore straniante e posticcio.
Con la paura appiccicata alla pelle e al sangue, Irene vaga sonnambula e ritrosa in quel labirinto funesto, in cui sembra avere perduto ogni riferimento.
Schiacciata.
Braccata.
Soffocata.
Intrappolata.
Sommersa.
Aggredita dal rimorso.
Frantumata dal ricatto.
Consumata dall’impossibile indulgenza.
Assediata dal tremore.
Nessun angolo è al riparo.
Nessuna fuga la può salvare.
Un peregrinare inarrestabile, che non sa placare i fantasmi della sua anima.
Una corsa folle, in disfatta solitudine, che gualcisce la luce placida delle sue giornate e delle sue notti.
Anche il calore quieto delle mura domestiche viene allagato dalla densità oscura della paura.
Lo spazio fuori. La città.
Lo spazio dentro. La casa.
Vienna.
Un elegante e confortevole interno borghese.
Impregnati dell’odore del terrore.
Un delirio d’angoscia crescente. Che avviluppa come gelido sudario.
Il disordine interiore scompone, guasta e contamina l’ordine esteriore.
Tutto frana, e si disperde.
Consegnando i passi, gli sguardi, il cielo, le parole, l’aria al tempo senza tempo, al respiro aguzzo e inclemente dell’incubo.
Un vagabondare disperato nel dedalo opaco di una città che è, in realtà, un viaggio allucinato nel Sé, nel precipizio infinito, amaro, aspro e bruciante della propria coscienza. Macerata, corrosa e sventrata dal grido selvaggio della Paura…
Uno studio psicologico di grande raffinatezza, che prende per mano il lettore, trascinandolo con maestria e sapiente coinvolgimento nelle pieghe burrascose e limacciose del buio interiore dell’anima.
Laggiù, dove il pensiero si snuda, depone ogni maschera e ricusa ogni finzione. Laggiù, dove c’è posto solo per la verità. L’impietosa e implacabile verità.
A dispetto di tutto e tutti. Anche di se stessi…

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Ilaria Biondi
Laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Bologna. Durante il Dottorato di Ricerca in Letterature Comparate vive per lunghi periodi in Francia. Si occupa di traduzione letteraria e critica della traduzione, di letteratura francese e belga (in lingua francese) e letteratura tedesca dell’Ottocento. È appassionata di letteratura fantastica , science-fiction, letteratura al femminile, di viaggio, per l’infanzia e poesia.
Raymond Radiguet. Giovinezza perduta, eterna giovinezza, Delta Editrice.
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Recensione: La pioggia non spegne il desiderio, di  Véronique Olmi

Recensione: La pioggia non spegne il desiderio, di Véronique Olmi

La pioggia non spegne il desiderio, di Véronique Olmi, Einaudi, 2007. Un racconto erotico in cui l'intreccio prevedibile si carica di suspense e i gesti del desiderio assumono una gravità piena di pudore.  In una Parigi grigia di fine estate.

Tra le città immortalate dalla letteratura, Parigi occupa senz’altro una posizione privilegiata.
Innumeri sono gli scrittori che hanno intrecciato storie e destini dei loro personaggi al ventre, alle fogne, alla folla anonima e frenetica, ai quartieri meltin’ pot, ai boulevards, ai passages, ai maestosi parchi e giardini, agli antichi faubourgs, ai salotti letterari della Ville Lumière.
Una città che, a dispetto del nome, cela anche tante ombre opache tra le pieghe sgargianti e luminose della sua pelle…
In La pioggia non spegne il desiderio di Véronique Olmi, Parigi è cielo cupo. Gravido di pioggia.
Litania dolente e indolente, che tiene inscatolati segreti di disperazione e angoscia, carezzati dalla mano algida della follia.
Una geometria ristretta.
Place Saint-Sulpice.
Café de la Mairie.
Rue Bonaparte.
Jardins du Luxembourg.
Palazzo del Senato.
Rue Monsieur Le Prince.
Théâtre de l’Odéon.
Una geografia chiusa. Che odora di bisogno di protezione, di nascondimento, di fuga dal mondo e dai suoi echi rantolanti.
Città vuota.
Città che si sottrae, si ritrae.
Città fuori stagione.
Città ripiegata sui propri lavori.
Una città deserta, in cui sembrano muoversi – come spettrali presenze affamate di desiderio – lei e lui.
Il corpo gracile e scarnito, di lei.
Il corpo imponente e sgraziato, di lui.

Gocce d’agosto, che infuriano improvvise.

Avvolgendo il profilo silente della città e le urla mute di quei due corpi che si cercano. Si spiano. Si attendono. Pazienti. Distanti eppure insieme, con i cuori fradici di fango. Ricamando un pianto traboccante, velato di grigio, sulle fronde imperturbabili degli alberi, sulle ombre immobili dei giardini.
La città è sospesa.
Le sue voci sembrano chetarsi, allontanarsi, svaporare. Lontano…
Il cielo danza, mesto.
Serpeggia uno squarcio di quasi azzurro, fra il tremito insistente della pioggia
Un azzurro impacciato, come gli occhi di lui. Come la sua gamba zoppicante.
Assaggiarsi, respirarsi.
Ascoltare e accogliere la preghiera muta di due corpi troppo vestiti che si bramano, in silenzio.
L’aria pregna dell’umido respiro di un cielo che non crede più all’estate, accompagna e cadenza i loro passi.
Sigilla sui loro capelli l’odore di bagnato, il ricordo dei loro corpi consegnati al buio di un pomeriggio parigino, abbandonati a una tristezza che consuma e a un ardore che strazia e sazia.
La stanza buia dell’hôtel.
Il cielo imbrattato d’autunno.
Nero fuori.
Nero dentro.
La città e il suo cielo minaccioso, fuori.
La città che entra, con passo lieve, bussando piano al vetro con le sue gocce insistenti.

Un’osmosi di corpi, colori, silenzi, umori. Lei, lui, la città, la pioggia.

Niente altro.
Nessun altro.
Corpi liquidi.
Bagnati di purezza.
Bagnati di brama smaniosa.
Bagnati di lacrime aguzze.
Poi, la disperata, lancinante lama dei sensi. Dell’incontro di due corpi, dell’intreccio d’anime. Che tutto cambia.
Come cambia, in poche ore, il volto della città.
Stravolto dal temporale, dalle pazzie di una stagione che ha smarrito se stessa.
Cambia, al ritmo e al battito della loro pelle.
Il cielo si fa elettrico, trafitto da una luce eccessiva e inclemente.
Lui e lei camminano come viaggiatori sperduti tra i marciapiedi arroventati.

L’aria labile e sfasata è sferzata da un sole malato, aspro e risentito.

Poi, in un balzo, tutto cambia. Ancora.
La pioggia guata il loro arrivo. E gronda, copiosa, dalle braccia di un cielo disorientato, in precario equilibrio tra estate e autunno. Invade tutto, svuota tutto e prende, stanca e prepotente, il posto della luce dell’estate.
Pomeriggio scomposto, luce offuscata.
Vento che geme.
Che raccoglie e racconta di vite ammaccate.
Di lei, di lui. Di loro, insieme.
Di strade, alberi, passanti.
Di una città che si offre alla corrente furiosa e ad essa si piega, arrendevole. Sensuale. Intorpidita.
Lasciare entrare il vento e il suo fiato impudico.
Lasciarsi toccare dall’aria del mondo, ma stretti in un abbraccio che sa di promessa.
Lei nuda, nell’anima. Davanti a lui, nella stanza. Al suo fianco, per strada, sotto la pioggia, nel vento, nel cuore della città.
Lui che sa di pioggia, terra, aria, vento…
Poi, il giorno volge al termine.
La pioggia smette di battere. Si fa timida e prudente, nel cielo esausto.
E ogni cosa ora, dentro e fuori, sembra essere tornata al proprio posto.
Forse…


La-pioggia-non-spegne-il-desiderio

La pioggia non spegne il desiderio

Un uomo e una donna si danno appuntamento su una panchina dei Jardins du Luxembourg a Parigi. È un giorno piovoso di fine estate, e poco dopo i due si ritrovano in un albergo vicino e trascorrono il pomeriggio intero a fare l'amore.
Quali fantasie abitano la mente e il corpo di due esseri che vogliono dimenticare il loro passato e che sanno d'essere senza avvenire?
Véronique Olmi racconta ogni dettaglio, ogni emozione ed eccitazione con una prosa intensa e lancinante. Vengono in mente certe pagine di Marguerite Duras, ma l'autrice, esperta drammaturga, aggiunge qui i segreti del proprio mestiere. Il risultato è un racconto erotico in cui l'intreccio prevedibile si carica di suspense e i gesti del desiderio assumono una gravità piena di pudore.
Traduzione italiana a cura di Elisa Artuffo e Sara Merlino.
Edizione francese: La pluie ne change rien au désir (Grasset et Fasquelle, 2005).

di Véronique Olmi | Einaudi | Erotico, Narrativa
ISBN 978-8806182014 | cartaceo 8,08€

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Ilaria Biondi
Laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Bologna. Durante il Dottorato di Ricerca in Letterature Comparate vive per lunghi periodi in Francia. Si occupa di traduzione letteraria e critica della traduzione, di letteratura francese e belga (in lingua francese) e letteratura tedesca dell’Ottocento. È appassionata di letteratura fantastica , science-fiction, letteratura al femminile, di viaggio, per l’infanzia e poesia.
Raymond Radiguet. Giovinezza perduta, eterna giovinezza, Delta Editrice.
In canti di versi, Il papavero.
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