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[People] Piccole stelle della Disney crescono, Giulia Mastrantoni intervista Arianna Costantin


Cara Arianna, grazie per essere qui. Iniziamo con un mini quiz: con quali aggettivi ti descriveresti? Potendo associare un aggettivo a ogni fase della tua vita - presente, passato e futuro - quale sceglieresti e perché? 
Assocerei curiosa al passato, l’idea di scoprire per costruirmi e per migliorarmi mi ha sempre stimolata e spronata. Ad oggi mi definirei determinata, sono concentrata sulla mia musica e voglio dire delle cose a cui sto lavorando con il cuore per riuscire a farle arrivare nel miglior modo possibile. Ora come ora nella mia testa ci sono un sacco d’idee che cambiano continuamente e pian piano prendono forma. Vorrei invece potermi definire consapevole in futuro. Ricerca e cambiamento sono processi continui, che non hanno mai fine e che ci permettono di evolvere ma ottenere obiettivi di cui si è soddisfatti porta al raggiungimento di un equilibrio di cui è bello godere.

È importante darsi da fare per conquistare nuovi traguardi, mettercela tutta e essere sempre pronti a nuove sfide. Ma è ancora più importante avere dei sogni che ci spingano a fare tutto questo, perché se mancano loro tutta la piramide crolla. Che cosa ha fatto nascere in te il sogno della musica? Danza e recitazione sono arrivati dopo? 
L’amore per la musica è nato in modo del tutto naturale, non ho ricordi della mia vita in cui la musica non fosse uno dei cardini. All’età di otto anni ho trovato il coraggio di uscire dalla mia cameretta e di sostituire la spazzola per capelli con un vero microfono sul palco di un piccolo concorso di paese. Dopo averlo vinto ho iniziato a prendere lezioni di canto senza mai, mai smettere e cogliendo ogni piccola occasione per esibirmi, mettendomi sempre in gioco. Recitazione e più tardi danza sono arrivate di conseguenza, in modo altrettanto naturale e hanno reso il mettere in gioco l’emozione qualcosa di fondamentale nel mio quotidiano.

Quale pensi che sia il rapporto tra la passione, la voglia di fare, e lo studio, la tecnica? Pensi che sia importante mettersi in gioco, anche se non si è ancora perfetti? Ma, soprattutto... cosa ne pensi del dover affrontare le critiche o lo scetticismo di chi ci sta intorno senza mai buttarsi giù? 
La passione e la voglia di fare sono indubbiamente alla base, sono la ragione in grado di spronarti ad uno studio costante che è necessario. Cantare implica essere il proprio strumento e mi rendo conto di non smettere mai di conoscermi, sia a livello di suono che a livello emotivo e di conseguenza interpretativo. Non credo ci sia un punto di fine per quanto riguarda lo studio del canto, cambi, cresci ed il tuo strumento cambia e cresce insieme a te assumendo sfumature diverse. Non arriva un momento in cui ci si possa definire perfetti, quindi è importante mettersi in gioco, scoprire i propri limiti, lavorare per superarli e comprendere i propri punti di forza. Le critiche non vanno ignorate a prescindere, se sensate ed esposte educatamente possono essere utili a migliorarci e a correggere errori che non ci eravamo resi conto di commettere. Tuttavia, può capitare che siano commenti fuori luogo e che lo scetticismo sia legato ad etichette affibbiate per partito preso, in tal caso l’unica soluzione è prendere coscienza del fatto che ciò avvenga e non dargli peso, continuando a perseguire con impegno il nostro obiettivo.

È facile perdere se stessi quando si viene influenzati dai moltissimi modelli, non tutti positivi, proposti da TV, internet ecc. Chi sono i tuoi miti e come li hai emulati distaccandotene e mantenendo il tuo stile? 
Non mi sono mai posta limiti nell’ascoltare musica e mi è sempre piaciuto spaziare tra diversi generi. Tuttavia, quelli ai quali mi sento più vicina sono pop e rock. Per quanto riguarda il pop non posso non nominare colossi come Beyonce, artista completa a 360° e Christina Aguilera, vera e propria ispirazione, soprattutto con i lavori dei primi anni 2000. Parlando di rock invece il mio grande amore di sempre sono indubbiamente i Foo Fighters, ineguagliabili, ed Alanis Morisette, amo i suoi testi e la sua continua evoluzione sul fronte musicale fortemente modellata dalle sue stesse esperienze di vita. Questi sono alcuni grandi nomi a cui mi ispiro ma mi piace farmi influenzare da qualunque cosa io ascolti, sono sempre pronta a sentire qualcosa di nuovo. Mi piace ascoltare attentamente per cercare di assorbire tutto ciò che sento mi rispecchi a livello stilistico e mi piace guardare questi artisti in concerto per osservare e studiare il loro modo di tenere il palco. È un po’ come approfondire sempre più lo studio di una lingua, imparare più vocaboli e strutture grammaticali possibili per riuscire a dire ciò che vuoi nel modo più vicino a te. Una cosa che comunque apprezzo è si, conferire un’idea di genere musicale ad un lavoro ma senza mai limitare influenze proprie di altri generi in grado di arricchirlo.

Si parla moltissimo di social network, di followers, di privacy. Secondo te gli strumenti della rete fino a che punto possono influenzare la popolarità di una giovane star? Fino dove può spingersi la condivisione della propria vita e dove deve fermarsi? 
Oggi i social network sono indubbiamente la via più veloce per comunicare e possono essere un ulteriore modo per far conoscere qualcosa di sé e di conseguenza passare dei messaggi. Attraverso questi strumenti ci si espone e si mostra qualcosa di più e dunque, a seconda di come lo si fa, la popolarità può esserne influenzata. Credo siano un ottimo mezzo per avvicinarsi al pubblico, per farsi conoscere un po’ di più anche nella vita di tutti i giorni e smorzare l’idealizzazione di star come priva di difetti. Trovo quindi che condividere qualcosa di sé sia un modo affettuoso di avvicinarsi al proprio seguito ma pur sempre non oltrepassando un certo limite. Ci sono cose e momenti personali e privati che è giusto rimangano tali in quanto perderebbero valore se spiattellati in rete.

È arrivato il momento della domanda difficile: parliamo di My Camp Rock. Ci vuole coraggio, sicurezza in se stessi e tanta autostima per mettersi in gioco. Tu hai avuto la voglia di farlo, mai senza tirarti indietro. Hai mai avuto paura di non essere all’altezza o di esporti? Come hai trovato il coraggio di mettere da parte tutti i dubbi e andare a conquistare il tuo sogno? 
Nel momento in cui ho ricevuto la telefonata dove mi comunicavano che ero tra gli otto semifinalisti di My Camp Rock 2 ho deciso di vivere l’esperienza dando il massimo per acquisire il più possibile. A prescindere dalla vittoria, sarebbe stato un turbine di novità, apprenderle per me era la cosa più importante di tutte e credo sia stata proprio questa la carta vincente in grado di smorzare quel pochino di naturale paura e agitazione e di darmi il giusto grado di sicurezza. Il coraggio di lanciarsi nel farlo è derivato dall’amore profondo per la musica, in me da sempre. Con gli altri concorrenti non c’è mai stato astio o competizione, eravamo tutti a fare ciò che amavamo. La vera sfida, sin dall’inizio, era con me stessa, era dare tutto sul palco più importante sul quale mi fossi mai trovata. A soli sedici anni ero al Giffoni Film Festival su un palcoscenico gigantesco con migliaia di spettatori, un fantastico corpo di ballo e dei professionisti di alto calibro in veste di giudici… Non potevo risparmiarmi nemmeno un po’.

Che messaggio daresti ai giovani che ti stanno leggendo in questo momento? 
Dedicate anima e corpo a ciò che amate fare, è la chiave per sentirsi davvero bene con sé stessi e circondatevi sempre di persone che vi amano e che amate, non ha prezzo.





Giulia Mastrantoni
Da quattro anni collaboro all’inserto Scuola del Messaggero Veneto, scrivo per il mash up online SugarPulp e per la rivista dell’Università di Trieste Sconfinare.
Dopo aver trascorso un periodo in Inghilterra, ho iniziato un periodo di studi in Canada, ma, dovunque sia, scrivo.
Misteri di una notte d’estate, edito da Edizioni Montag, è la mia prima antologia di racconti.
One Little Girl – From Italy to Canada, eBook selfpublished.

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