Gli scrittori della porta accanto

Le donne straordinarie che ho incontrato

Le donne straordinarie che ho incontrato

Di Stefania Bergo. In Africa, ancor più che nel resto del mondo, le donne reggono sulle spalle interi villaggi. Un viaggio tra le donne che ho incontrato, dalla Tanzania, al Kenya, al Sudan, per riflettere sulla condizione femminile e rendersi conto che, ovunque siano, le donne sono straordinarie.

È una bella mattina, un sabato caldo ma piacevole, così lontano dall'afa che sta attanagliando l'Italia proprio ora. Qui, in Tanzania, nell'entroterra ai confini col Mozambico, luglio è un mese secco. L'umidità ristagna lungo la costa, sormonta l'oceano cristallino, ma qui su in montagna ci si scopre solo quando si sosta al sole.
Attendo che il daladala (così si chiamano i matatu in Tanzania) si saturi di persone, dato che come sempre i mezzi pubblici partono solo quando sono pieni, e andiamo. Emma è legata sul mio fianco, così io posso reggermi e lei può pure appisolarsi.
Davanti a me, c’è un’altra mamma, con un bambino che avrà sì e no tre anni, agghindato a festa, con un completo (completo davvero: pantaloni, gilet e giacca doppio petto) di lurex grigio, qualche taglia più grande, con le spalle squadrate che andavano di moda trent’anni fa. È stato all’ospedale per la circoncisione, una festa che richiede l’abito migliore, appunto. Anche lui si addormenta di tanto in tanto.
Salgono altre due mamme, e lo spazio pare dilatarsi, oltre i limiti di qualsiasi legge fisica. Una delle due è ben vestita, con una gonna rossa di raso, truccata, profuma di rose. Il suo bambino calza scarpe occidentali, nuove. Dorme sul suo fianco, proprio come Emma. L’altra mamma pare misera, con un vestito rattoppato in più punti, un paio d’infradito accomodate con il nastro adesivo. Il suo bambino è sveglio, si attacca al seno e sorride.
Le guardo. E mi pare che ogni differenza scompaia. Tra loro. Tra noi. 
Siamo madri. Reggiamo il futuro del mondo tra le braccia, attente a proteggere testoline bionde o nere che dondolano addormentate.
Siamo donne. E sulle spalle abbiamo molto più della responsabilità dei nostri figli. Lo vedo soprattutto qui, dove le donne sono spesso sole ad occuparsi del focolare, dei pargoli, di un lavoro che le consuma anzitempo, di un dovere coniugale che le umilia e le fa sentire ancora più sole, chiuse dentro un cassetto con i sogni intorno, senza possibilità di uscire. Occhi remissivi, sguardi sottomessi. Portano in equilibrio sulla testa le taniche dell’acqua che vanno a prendere percorrendo distanze infinite, svegliandosi molto prima del sole. Per coricarsi solo al sorgere della luna. Guardarle dà l’impressione che il mondo non possa esistere senza loro, che la specie umana sia, solo grazie al loro continuo sacrificio.
Mentre le donne accudiscono la famiglia e la casa, cucinano quello che loro stesse sono andate a comprare al mercato dopo ore di cammino, scendono al fiume a prendere l’acqua caricandosi le taniche gialle sulla schiena, percorrono chilometri interminabili o lavorano nei campi con i figli legati ai lombi, la maggior parte dei mariti siede comodamente nei pub, sorseggiando birra calda che entra subito in circolo e li rende sgradevoli, violenti a volte − ma forse, è così per tutti gli alcolisti, non solo qui.
Stefania Bergo, Con la mia valigia gialla

In Africa, la donna gode della stessa considerazione di un animale da cortile, è solo una proprietà.

In Africa, la donna gode della stessa considerazione di un animale da cortile, è solo una proprietà.

In Africa, ma anche altrove, nelle realtà più remote di alcune provincie rurali, la Donna ha una lista interminabile di doveri e nessun diritto. Gode della stessa considerazione di un animale da cortile.
La sua condizione è decisamente sbilanciata, minoritaria. È solo una delle tante proprietà che un uomo può avere. La famiglia vende la figlia ricavandone capre e mucche. E quando la sposa diventa vedova, la proprietà passa ai fratelli del defunto.
Stefania Bergo, Mwende. Ricordi di due anni in Africa
Se è sola, non ha nemmeno il diritto di acquistare un appezzamento di terra per sé. Non le viene concessa la dignità di mantenere i propri figli da sola e dare loro un’istruzione anche senza appartenere a un uomo, che la maggior parte delle volte nemmeno prova un delicato sentimento di affetto o il minimo rispetto.
La sintesi della sua condizione è l'infibulazione, che priva le donne del piacere e può arrivare fino alla cucitura delle grandi labbra, lasciando appena una minima apertura per il rapporto sessuale (che quindi risulta dolorosissimo). Un’apertura decisamente insufficiente al parto, se non con una lacerazione estesa.


«Sukuma, mama, sukuma capisa!». Spingi.
E in qualche minuto la testina bagnata della bambina esce, trascinando con sé tutti i liquidi uterini. Valentina la accoglie tra le braccia e l’appoggia sulla pancia della mamma, mentre la pulisce e taglia il cordone ombelicale. Poi sutura la donna, cucendo le lacerazioni aggravate dall’infibulazione. E mentre ricompone i lembi di pelle insanguinata, aspettando che la paziente si senta pronta, le chiede di non praticare la stessa tortura alla sua bimba, quando arriverà il momento. Non siamo certo noi mochongo a dover scalfire le tradizioni, noi che nemmeno le conosciamo del tutto. Ma lentamente, anche quelle più radicate si stanno sgretolando. Forse non per la bambina nata oggi, ma magari per sua figlia…
Stefania Bergo, Mwende. Ricordi di due anni in Africa

In Sudan ci sono stata solo qualche giorno, quanto basta per guardarmi intorno e veder sfilare una lunga serie di burqa. 

Le più integraliste indossavano anche i guanti e scomparivano totalmente dietro il merletto nero che copriva gli occhi. Poche erano le emancipate dalle provincie del nord, che giravano per Khartoum addirittura indossando i pantaloni.
Ricordo un giorno in cui, all'uscita del mercato di Omdurman...
Decidemmo di mangiare qualcosa o almeno di bere per integrare tutti i liquidi persi sotto il sole. Ma il punto di ristoro era chiuso, tutti gli uomini erano nella moschea a pregare, mentre le donne erano fuori ad aspettare, sedute sui gradini all'ombra. Le donne non possono entrare nella moschea, non possono pregare in pubblico. Non mi sarei sorpresa di scoprire cartelli con una sagoma femminile e la frase “io non posso entrare”, con uno stridente simbolo di divieto.
«Secondo te come vivono tutte queste limitazioni le donne? Se le sentiranno stringere o invece ci si sono adattate, prendendone la forma, come un paio di jeans bagnati?» chiesi a Elisa. Ma avrei voluto rivolgere la domanda a una di loro, magari alla mamma seduta di fronte a me che, per baciare la sua piccola, aveva dovuto sollevare la niqab che le lasciava scoperti solo gli occhi.
Stefania Bergo, Mwende. Ricordi di due anni in Africa

Ho visto tante Donne, nei miei viaggi. Alcune le ho conosciute.

Più spesso mi chiedo perché nascere donna da troppe parti nel mondo sia ancora una sfortuna. 

Perché nessuno si alzi in difesa di una moglie percossa e incarcerata tra le mura domestiche pur sentendone le grida dalla strada, grida che, potrei giurarlo, arrivano molto più lontano, molto in alto. Perché una donna debba essere ignorante, ubbidiente e partorire figli maschi altrimenti è un'inutilità erroneamente venuta al mondo. Perché debba essere mutilato il suo piacere mentre l'uomo è autorizzato a soddisfare sempre e comunque il suo. Perché la sopportazione pare non avere limiti umani, per lei, ma scivolare sempre più giù, suggerendo nuovi modi per calpestarla, rabbiosi che non si sia ancora arresa. Perché tutte le colpe del mondo pare siano della donna, che provoca, seduce, manca di rispetto, come fossimo tutte legittime discendenti di Eva.
Nascere da questa parte del mondo è malgrado tutto una fortuna. Guardo mia figlia e so che potrà andare a scuola, che avrà il naturale diritto di avere un'opinione, una proprietà, una vita che avrà scelto per se stessa. Non sarà obbligata ad abbassare lo sguardo e deglutire la sua stessa bile. Potrà picchiare i pugni a terra e gridare "No!" e tutti lo sentiranno. E tutti lo rispetteranno. Potrà lavorare. Ed aver valore anche senza essere madre o moglie. Sarà libera. Libera di scegliere, di sbagliare, senza essere giudicata o, peggio ancora, condannata dall'opinione pubblica. Non sarà un cane da passeggio di cui i vari padroni ne reclameranno il possesso, lei apparterrà solo a se stessa.


O forse no. Forse nemmeno in questa parte del mondo, nella civile Europa, funziona così.

Forse la lista dei doveri è semplicemente meno lunga e la colonna dei diritti non è lasciata in bianco. Ma è ancora troppo corta. Perché anche qui c'è chi si sente legittimato, per tacito assenso degli astanti, a disporre di un corpo altrui come meglio crede, non curandosi dell'inquilino che vi abita. E chiunque volti lo sguardo fingendo di non sapere diventa un complice parimenti punibile. Anche qui, vivere una vita senza conoscere la crudeltà del genere umano o la sua arroganza è una fortuna, non un diritto. La fortuna di incontrare e mescolarsi con uomini giusti, che sappiano vedere, ascoltare, rispettare, amare. Anche qui spesso la dignità di una donna viene messa in discussione dal volgo che nemmeno conosce la sua storia e il mulinello di sentimenti ed emozioni che la agita dal profondo. Quella stessa dignità che spesso viene stesa come uno zerbino quando la si relega ai fornelli o alla cura dei figli o ai doveri di moglie, come se fosse nata solo per quello, come se non le spettasse altro. Anche qui è l'anello apparentemente debole, umiliato, mentre in realtà è il perno di una lunga catena che tiene insieme con sopportazione, sempre spostando in avanti i suoi limiti.


Ho visto tante Donne, nei miei viaggi. Alcune le ho conosciute. 

mai una volta ho colto un segno di sfrontata pretesa, di affermazione di sé, di riconoscimento ambizioso del proprio valore. Come se non potessero fare altrimenti, come se tutto fosse ordinario.
Ecco, sono ancora sul daladala in Tanzania. Mi scende una lacrima e quasi me ne vergogno. La mamma seduta davanti a me mi vede. Mi sorride complice. Pare quasi abbia capito che mi passa per la testa. Le sorrido di rimando e mi sento di far parte di queste Donne. Non sorreggo taniche d’acqua sulla testa, ma ho portato spesso da sola i fardelli della mia vita. A volte a testa china. Ma ho continuato a sorridere. E questo è straordinario.

Stefania Bergo


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2 commenti
  1. che splendida e profonda riflessione sulla condizione della donna!

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  2. condivido le tue emozioni, anche perché conosco quella realtà: Quelle donne remissive e arrese al loro destino fanno pensare, come tu dici , alla nostra fortuna, anche se il cammino da percorrere è ancora lungo: Mi piace pensare che il loro cammino sarà più rapido: noi siamo come le sorelle maggiori che hanno aperto la strada, loro, le giovani che hanno gambe robuste e allenate e forse potranno correre più velocemente su una strada dove la lotta sarà però quotidiana, contro una cultura che le vuole ancora schiave.

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