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Parla, mia paura, di Simona Vinci

Parla, mia paura, di Simona Vinci - Libri, Scrittori, Recensione

Libri | Recensione di Gianna Gambini. Parla, mia paura, di Simona Vinci, Einaudi, 2017. Un viaggio tormentato nel mondo interiore dell'autrice: il demone della depressione, il potere salvifico della letteratura.

Quando nell’aprile del 2016 lessi voracemente La prima verità ( Recensione Gli scrittori della porta accanto: La prima verità, di Simona Vinci, finalista al Premio Campiello 2016), ritenevo che difficilmente fosse possibile scavare in modo altrettanto profondo, toccante, tagliente e sincero nel disagio e nella sofferenza dell’animo umano. Le pagine di quel libro mi si erano appiccicate dentro e per molto tempo le parole si rincorrevano nella mia testa insieme ad immagini nitide, più di quelle riprodotte da una macchina da presa: lo sguardo ceruleo intravisto da una crepa del muro ha popolato i miei incubi per un lungo periodo, ma d’altronde seguo Simona Vinci dai tempi del suo esordio con Dei bambini non si sa niente e so che le sue immagini sono come bassorilievi dell’anima. Poi ho saputo dell’imminente uscita di Parla, mia paura e l’ho acquistato intuendo già dalle prime recensioni che sarebbe stato un viaggio nel tormentato mondo interiore della scrittrice.

In Parla, mia paura, Simona Vinci racconta alcuni anni della sua vita in cui la paura, sentimento di per sé positivo, perché aiuta ad evitare i pericoli, si è impossessata di lei anche quando di pericoli imminenti non ce n’erano.

Paura delle automobili. Paura dei treni. Paura delle luci troppo forti. Dei luoghi troppo affollati, di quelli troppo vuoti, di quelli troppo chiusi e di quelli troppo aperti. […] Paura degli sconosciuti, paura dello sguardo degli altri, di ogni altro, paura del contatto fisico, delle telefonate.
Gli attacchi di panico, improvvisi e all’apparenza immotivati, giungevano nei momenti più improbabili, tanto da allontanare Simona da ogni contatto con l’esterno e soprattutto dalla propria stessa interiorità, che lentamente andava verso l’annullamento.
Ed è stata proprio la presa di coscienza del rischio che stava correndo, quando Simona ha capito che avrebbe potuto mettere fine alla sua vita da un momento all’altro, che l'ha spinta a raccogliere le poche forze rimaste e a chiedere aiuto, non tanto a chi le stava vicino, ma a degli specialisti, evitando di ricorrere alla scappatoia degli psicofarmaci.

Comprendere che si è toccato il fondo è forse il primo passo per tentare una risalita.

Ma proprio perché tornare a galla non è semplice e prevede innumerevoli ricadute, tanto che la stessa scrittrice afferma che da uno stato depressivo non si riemerge mai completamente, Simona Vinci racconta la sua vita al prossimo, al fine di sostenere, supportare con la mera condivisione, tutti coloro che nella vita si sono sentiti come lei. Le parole, inoltre, assumono una valenza salvifica: quelle stesse parole che nel periodo buio parevano scomparse, inconciliabili l’una con l’altra, appaiono nel presente come una corda a cui aggrapparsi per restare in superficie.
Nel libro Parla, mia paura, gli eventi che si sono susseguiti negli ultimi dieci anni di vita della scrittrice vengono ripercorsi con flash back, parentesi narrative che rendono palese come il presente e il futuro coesistano irrimediabilmente con un passato che troppo spesso non è quello che avremmo voluto, ma che ha contribuito a plasmarci e a renderci ciò che siamo. La perdita di E., la nascita del figlio, la maternità che non è mai stata per Simona una meta da raggiungere ad ogni costo e che appare come l’annullamento del sé per mano di un essere ancora sconosciuto, l’incontro con Vikram Seth, sono i gradini di una scala della quale ignoriamo il percorso futuro.

La scrittura di Simona Vinci è immediatamente riconoscibile, nella sua schiettezza, nel ricorrere talvolta alla paratassi, al fine di rendere le singole parole taglienti come lame.

 E anche quando lei stessa diventa protagonista delle sue pagine, riesce ad essere obiettiva, diretta ed incisiva, in modo da rendere, pagina dopo pagina, le sue parole indelebili. Le immagini, come fotogrammi, incidono la memoria del lettore e lasciano un solco che non potrà più riempirsi.
E poi c’è lei, il sogno ricorrente: la Ragna, mio talismano personale. L’incarnazione della mia paura. La prima volta che la sognai avevo infilato una mano, la sinistra, da qualche parte dentro una fessura. La mano riemergeva con sopra un ragno enorme; il carapace duro e lucido da scarafaggio, ma era un ragno, un ragno che stava inghiottendo la mia mano, partiva da indice e medio e avanzava, ingoiando pelle, tendini, articolazioni e ossa nella sua bocca invisibile. […] Gli occhi della Ragna, perché è chiaro che era una femmina, erano gialli e scintillanti. Consapevoli e impietosi, privi di sentimento.
Ogni vocabolo si incastra con l’altro nel tentativo perfettamente riuscito di creare uno specchio che riflette al contempo l’io della scrittrice e quello di ogni lettore, in modo particolare di coloro i quali hanno avvertito il peso dell’esistenza e della sua continua instabilità e riescono ancora a cogliere il potere salvifico della letteratura.

Parla, mia paura

di Simona Vinci
Einaudi
Narrativa
ISBN 978-8806235901
ebook 7,99€
cartaceo 11,05€

SINOSSI
Simona Vinci si immerge nella propria paura e cerca un linguaggio per confessarla. L'ansia, il panico, la depressione spesso restano muti: chi li vive si sente separato dagli altri e incapace di chiedere aiuto. Ma è solo accettando di «rifugiarsi nel mondo» e di condividere la propria esperienza che si sopravvive. La stanza protetta dell'analista e quella del chirurgo estetico, che restituisce dignità a un corpo di cui si ha vergogna, l'inquietudine della maternità, la rabbia della giovinezza, fino allo strappo iniziale da cui forse tutto ha avuto origine.
Scavando dentro sé stessa, Simona Vinci ci dona uno specchio in cui rifletterci. Si affida alle parole perché «le parole non mi hanno mai tradita». Perché nella letteratura, quando la letteratura ha una voce cosí nitida e intensa, tutti noi possiamo trovare salvezza.
È cominciata con la paura. Paura delle automobili. Paura dei treni. Paura delle luci troppo forti. Dei luoghi troppo affollati, di quelli troppo vuoti, di quelli troppo chiusi e di quelli troppo aperti. Paura dei cinema, dei supermercati, delle poste, delle banche. Paura degli sconosciuti, paura dello sguardo degli altri, di ogni altro, paura del contatto fisico, delle telefonate. Paura di corde, lacci, cinture, scale, pozzi, coltelli. Paura di stare con gli altri e paura di restare da sola. Nel posto in cui vivevo allora arrivava il richiamo lacerante dei piccoli rapaci notturni nascosti tra i rami degli alberi. Di notte, l'inferno indossava la maschera peggiore. Di notte, quando nelle case intorno si spegnevano tutte le luci, tutte le voci, quando sulla strada il fruscio delle automobili e dei camion si assottigliava.

Gianna-Gambini

Gianna Gambini
Laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Firenze. Dopo aver conseguito alcuni master e il diploma di specializzazione presso la SISS di Pisa, lavora come insegnante, presso la Scuola Secondaria di Primo grado. Sposata con una figlia vive nel comune di Terranuova Bracciolini.
Tartarughe marine, 0111Edizioni.
Equilibrio precario, 0111Edizioni.

About Valentina Gerini

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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