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Mwende, di Stefania Bergo: pagina 69

Mwende, di Stefania Bergo: pagina 69

Pagina 69 #121 | Mwende. Ricordi di due anni in Africa, di Stefania Bergo. Emozioni intense, natura prepotente di indescrivibile bellezza, persone straordinarie, vita quotidiana in un ospedale missionario, viaggi on the road tra Kenya, Tanzania, Zanzibar e Sudan.

Sono qui da sola. Andrea, Chiara e Valentina sono partiti per una settimana di mare a Watamu, a nord di Mombasa, insieme a un’amica giunta apposta dal Portogallo. Io sono rimasta qui con Apophie.
E non mi sta prendendo bene.
A volte nemmeno la buffa risata di Peter riesce a tirarmi su il morale, proprio lui, che mi ricorda il Jerry Lewis dei film che vedevo da bambina, con la voce sguaiata, gracchiante e le accelerazioni d’intonazione verso l’alto alla fine delle frasi. Il suo «Yeeees!?» ogni volta che mi rivolgo a lui non trova appigli nella parete liscia e granitica di cui mi sto ricoprendo. Altre volte, invece, mi fermo a chiacchierare serenamente, lasciandomi ubriacare dalla sua parlantina e dal suo accento bizzarro. Anche se non lo trovo trasparente quanto Mbabu, ormai anche Peter è per me qualcuno di famiglia, uno zio mingherlino che la domenica mattina si stira i pantaloni per andare a messa e che balla in sala operatoria ascoltando la radio.

Mi sono un po’ arenata, non so che mi stia succedendo. Forse è solo il peso dello stare qui. Tutte le emozioni si amplificano. Tutte. Quando muore un bambino. Quando nasce. Quando passando vicino alla pediatria, sento l’allarme del respiratore che non funziona. Quando restiamo al buio in sala operatoria perché ancora mancano le unità d’emergenza. Quando sono costretta a scegliere se un paziente debba pagare o no. Quando vedo gli anziani dimenticati in corsia, senza alcun parente che li venga a trovare. Quando siedo sotto le stelle ed esprimo desideri che sono sempre meno per me e sempre più per altri. Quando il sabato sera andiamo da Reginah, al pub, a bere birra e a giocare a biliardo e qualcuno dei presenti si onora, o s’intimidisce, perché gioca col direttore. Quando nel mio letto sento l’eco dei tamburi lontani e m’immagino in mezzo a loro, al calore di un fuoco. Lo stesso fuco che arde tra le lenzuola sudate e respira addormentato nella penombra, stagliando un profilo che m’ipnotizza e scioglie ogni mia flebile resistenza. Quando piove così forte che le gocce fanno male o si allaga tutto. Quando guardo la vallata e penso a quanto si debba sentire sola quella montagna laggiù, in fondo.
Ci sono volte in cui vorrei rotolarmi nella terra rossa di quest’Africa per assorbirla attraverso la pelle.




Quarta di copertina
"Mwende. Ricordi di due anni in Africa" di Stefania Bergo.

A 35 anni, malgrado una carriera avviata come ingegnere clinico, Stefania sente il bisogno di cambiare rotta. Decide di mollare tutto, un lavoro sicuro e gli affetti, e riparte con la sua valigia gialla per trasferirsi nell’arido villaggio di Matiri, in Kenya, come Direttore generale dell'ospedale St. Orsola. Lì conoscerà altri volontari, troverà amici tra i residenti, si scontrerà con una realtà a volte affascinante altre difficile da accettare, spesso combattuta tra ciò che le bisbiglia la testa e quello che le grida il cuore, sperimentando indimenticabili e logoranti montagne russe emozionali. E inaspettatamente, Stefania troverà anche l’amore.
In questo memoir, sequel del suo romanzo d’esordio “Con la mia valigia gialla”, l’autrice ripercorre la sua vita durante quei due anni, raccontando a volte fedelmente, a volte romanzandole per esigenze narrative, le storie che si è trovata a vivere. Per dare una sbirciatina alla sua Africa, una delle tante facce del seducente continente.


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About Stefania Bergo

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