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Mwende. Ricordi di due anni in Africa, di Stefania Bergo: incipit

Mwende. Ricordi di due anni in Africa, di Stefania Bergo: incipit

Incipit #161 Avevo trentacinque anni e un lavoro prestigioso in uno studio di architettura e ingegneria a Pavia.


Mwende
Ricordi di due anni in Africa

di Stefania Bergo
Memoir di viaggio
Gli Scrittori della Porta Accanto
ebook 2,99€
cartaceo 12,49€



Erano quasi dieci anni che progettavo ospedali e avevo maturato un’esperienza tale da saper gestire in autonomia le commesse e la direzione del cantiere. Una carriera avviata, insomma, di donna indipendente e stimata professionista.
Alta, con lunghi capelli scuri e occhi verdi, un fisico che cominciava ad ammorbidirsi leggermente sui fianchi, conferendomi un aspetto più attraente, a guardarmi così, dal di fuori, malgrado una certa confusione in amore avrei anche potuto essere invidiata.
Eppure, non mi bastava.
Qualcosa sotto la superficie, tra la testa e il cuore, ristagnava da un po’ di tempo. Ma era sufficiente una canzone, un profumo, una fugace sensazione, per agitare l’acqua melmosa e far riaffiorare il bisogno di andare, di cambiare rotta.
Così, decisi di lasciare tutto, il lavoro sicuro e gli affetti, per trasferirmi in Kenya, tornando su quei passi che istintivamente avevo scelto tre anni addietro, sempre in fuga da una routine che mi stava stretta come un abito vecchio. Precisamente a Matiri, un piccolo villaggio rurale, duecento chilometri a nord di Nairobi, nell’arida zona del Tharaka, nel mezzo del niente riarso dal sole e dalla scarsità delle piogge. Lì, era iniziato il mio innamoramento per quell’Africa lontana dalle rotte turistiche, dove la disperazione e i sorrisi s’impastano con la polvere rossa. Una realtà che non era mai entrata nei miei sogni di bambina e, più in là, di donna. Fu una folata di vento, una decisione improvvisa, una serie di coincidenze cui forse il destino mise mano: da un amore finito a una nuova vita dall’altra parte del mondo.
Il caso mi portò a Matiri la prima volta. In seguito, decise il mio istinto. Fu una scelta di pancia.
Ebbi l’occasione di fermarmi a lungo, di vivere, non solo transitare, sulla terra rossa. Mi proposero di fare il direttore generale dell’ospedale missionario St. Orsola di Matiri per un anno. Sapevo fosse al di sopra delle mie possibilità ma sapevo anche sarebbe stata la mia unica occasione.
E così, un po’ intimorita ma entusiasta, decisi di partire di nuovo, con la mia solita valigia gialla, questa volta un po’ più pesante.

Matiri in lingua locale significa “luogo della polvere” e rende perfettamente l’idea di come si presenti il luogo nei lunghissimi periodi di siccità.
Inizialmente c’erano solo la missione dei Padri della Consolata, presente fin dal 1957, un dispensario per aiutare le mamme a partorire e qualche capanna. Solo nel 2000, su insistenza di Padre Livio Tessari, si pensò di creare un vero e proprio presidio sanitario che servisse il bacino d’utenza dell’intera regione, circa 150.000 abitanti, prevalentemente per rispondere alle esigenze materno-infantili di assistenza medica. Furono molte le associazioni, i privati e le realtà regionali italiane coinvolte nella costruzione e, ancora oggi, nella gestione dell’ospedale, battezzato St. Orsola per via delle suore indiane che lo avrebbero presidiato fino al 2016. L’associazione capifila fu “Un ospedale per Tharaka” Onlus di Ferrara, insieme a “Una mano tesa per Tharaka” di Caserta, AVI di Montebelluna, Associazione “Missionari Laici Consolata” di Nervesa della Battaglia e IBO di Cassana, oltre alla regione Emilia Romagna, in una gara di solidarietà che mise in piedi in pochi anni una struttura del tutto funzionale, ufficialmente inaugurata il 30 ottobre 2004, aumentando anche l’economia locale e favorendo il fiorire di piccole attività commerciali nel villaggio.
Antonio era il presidente dell’associazione “Un ospedale per Tharaka”. Fu lui ad accompagnarmi in Kenya. Arrivammo a Nairobi la sera del mio compleanno, il 14 gennaio del 2008, nel pieno degli scontri per le elezioni politiche scatenati dalla contestata proclamazione della vittoria del presidente uscente Mwai Kabaki, candidato dell'etnia Kikuyu, a scapito del suo sfidante Odinga, dell'etnia Luo. Come spesso accade, la contestazione si trasformò in brutalità etnica in tutte le zone di confine. Le violenze esplosero il 29 dicembre, due giorni dopo le votazioni, per le accuse di brogli, e s’inasprirono soprattutto nelle regioni all’Ovest, nella Rift Valley e nelle baraccopoli della capitale. I dati forniti dalle organizzazioni umanitarie, fino a quel momento, parlavano di oltre 600 morti, un numero che però era destinato a salire, una volta dato un nome anche alle vittime senza un passato certificato, come i bambini.
Trovammo una città che, sebbene tutti, da lontano, descrivessero come blindata, in balia del coprifuoco che l’aveva gettata in uno stato di tregua tra una guerriglia urbana e l’altra, in realtà era tranquilla: le persone passeggiavano sicure e sedevano ai tavoli dei locali o facevano la spesa nei supermercati, aperti ancora fino a tardi, e le guardie armate che presidiavano le banche e i negozi erano le solite di sempre, né più, né meno.

La mattina seguente partimmo alla volta di Matiri.

Lì, nella Casa del tamarindo risiedevano i volontari e alcuni medici locali assunti stabilmente dall’ospedale. Oltre ad Apophie, Mbabu e Peter dello staff, Federico e la sua ragazza Ireene, ad attendermi c’era il gruppo di responsabili dell’associazione che ci aveva preceduto di un paio di settimane per sistemare alcune faccende prima del mio arrivo, in modo da passarmi le consegne e farmi iniziare da subito a trainare l’ospedale come un cocchiere esperto. Io, infatti, dovevo sostituire il direttore precedente che aveva lasciato forzatamente il suo incarico dopo due anni di mandato. Il mio compito era anche quello di essere il rappresentante dell’associazione in loco e di gestire il flusso dei volontari.
Con il gruppo dovevano esserci tre ragazzi del servizio civile: Andrea, Chiara e Valentina. Ma la Cooperazione Italiana, come una mamma apprensiva, li fece rientrare per timore degli scontri, in attesa che si risolvesse la situazione di allerta.

Dopo sei giorni, Antonio e gli altri dell’associazione se ne andarono. E restai sola.
Fu strano trovarsi lì, nell’ufficio del direttore, proprio sotto la pediatria. Oltre la zanzariera s’intravedeva un piccolo albero di papaia e il grazioso giardinetto illuminato dalla luce irreale della luna. Avevo piantato io quella papaia, appena tre anni prima, una domenica mattina. Per un istante mi sentii persa. Ebbi paura di non farcela. Apophie mi disse che ero stata coraggiosa ad aver fatto una scelta così radicale. Un anno lì, un anno da sola, senza riferimenti, eccetto Ireene e Federico, il dentista. Ma presto anche loro se ne sarebbero andati. E comunque non potevano certo aiutarmi nei miei compiti. Dovevo occuparmi da sola dell’ospedale, come direttore generale e amministrativo, della Casa del tamarindo, come Cenerentola, e dei volontari che periodicamente venivano a Matiri, come una chioccia. E fare tutte quelle cose insieme, tutte subito, mi scoraggiò un po’. Ecco perché ebbi paura di non farcela.
Scelsi la mia camera definitiva, la numero sette, una di quelle nuove, che io stessa avevo progettato due anni prima. La casa dei volontari inizialmente aveva sei stanze disposte ad arco attorno ad uno splendido tamarindo che pareva esserne il guardiano, il protettore. Al centro c’erano gli ambienti comuni: la cucina, la dispensa, una grande stanza d’ingresso che fungeva anche da salottino nelle serata più fredde. Lungo tutto il muro perimetrale, un’avvolgente pergola, su cui si arrampicavano perennemente coloratissime bouganville e la spettacolare passiflora, con i suoi fiori banchi e viola dal cuore caratteristico, che nel 1610 ne suggerì il nome: “fiore della passione”, per la somiglianza con alcuni simboli religiosi riguardanti, appunto, la crocefissione di Cristo. Al di là del confronto con un evento drammatico, erano incantevoli, unici, maestosi nel loro starsene in disparte, protagonisti sebbene avvolti ai margini. Un po’ come accade con certe persone. E in questa cornice bucolica, impreziosita ulteriormente dalla vallata su cui si affacciava, gli inquilini venivano accolti e sedotti, solleticando tutti i loro sensi all’unisono, dall’olfatto, alla vista, all’udito, con il cinguettio degli uccellini tra le fronde fruscianti del tamarindo, il silenzio dirompente della valle, le grida dei pastori che spingevano al pascolo le capre, il canto del fiume Mutonga. Sotto quell’atrio di paradiso, si consumavano le colazioni, i pranzi, le cene, le serate a chiacchierare, ridere, piangere, cantare. Vivere. Fu la parte della casa di cui m’innamorai fin da subito la prima volta, e continuava a essere il luogo che preferivo, da cui poter essere, di tanto in tanto, solo spettatrice degli eventi, dove prendere una boccata d’aria dopo prolungate apnee.
Nella mia stanza, c’era un letto matrimoniale, con il baldacchino avvolto da una zanzariera bianca che avrebbe tenuto lontani i ragni, una scrivania di legno grezzo sotto la finestra, affacciata sulla vallata, un armadio e qualche mensola nell’anticamera. Una stanza molto luminosa, con due finestre: una dava sul portico, l’altra sul retro, sul pollaio e i banani delle suore. Sarei rimasta lì un anno.
Un anno.
“Chissà come sarà la fine di questa mia esperienza, che segno lascerò”, pensai.

I nuovi volontari, sono arrivati proprio oggi.

Sono quattro alpini che si tratterranno per un mese per lavori di manutenzione: devono pavimentare il vialetto d’ingresso per arginare il fango che entra in ospedale al seguito dei pazienti ogni volta che piove.
Ieri sera è arrivato anche Luca, un chirurgo pediatrico. Si fermerà fino a maggio. Poi dovrà fare l’ultimo anno di specializzazione in Italia. Ma intende tornare a Matiri e restare a lungo. Qui servono medici, ne servirebbero almeno due, ma non è facile accettare di lavorare in questo posto dove manca tutto. Come dice Teresa, la tesoriera dell’associazione, è “il buco del culo del mondo”, persino il personale locale a volte si rifiuta di stare qui. È una regione povera, troppo povera pure per la sua gente. Eppure quest’ospedale è una risorsa, non solo per i pazienti e per chi ci lavora. Anche per Reginah, che gestisce il pub del villaggio e ci vende la frutta e la verdura per la casa. E per Washington, che ormai fa affari solo con i volontari che comprano da lui stoffe, batik, statuine di legno.
Mi dovrò abituare a questo viavai di persone, alcuni che arrivano, altri che partono. Spero che nessuno si fermi abbastanza a lungo da mancarmi in seguito. Io con le separazioni non ci so fare, è sempre stato un mio limite.

Faccio colazione con Apophie, la nostra direttrice sanitaria, poi ci raggiungono Federico e Ireene, parlando degli ultimi scontri nella Rift Valley, al confine con l’Uganda. Ireene piange.
«Se vado a Nairobi e mi chiedono la mia etnia, mi tagliano la gola», ci dice tra i singhiozzi.
Apophie conosce bene i genocidi, l’orrore. È un medico ruandese, fuggita ai massacri che hanno sconvolto la sua terra e sterminato la sua famiglia. Eppure, nessuno direbbe mai che celi un passato tanto terribile. È una donna serena. Ha quasi cinquant’anni, un viso tondo, uno sguardo rassicurante. Quando ride, la pelle del viso si tende ancora di più, sottolineando gli zigomi, diventando lucida. Restituisce una sensazione di morbidezza, al profumo di sapone infantile, fiori e vasellina, che qui usano anche sulle ferite, come fosse un unguento. Parla a Ireene con la dolcezza di una mamma.
«La vita va vissuta. Non ci si può far niente, tanto vale affrontare ogni giorno senza farsi abbattere, non devi vivere così, con la paura.»
Apophie è meravigliosa.
Sr. Ann mi raggiunge appena finito il caffè e mi allunga il numero del fornitore del diesel per chiedere quando arriverà. È la contabile dell’ospedale, una suora Orsolina indiana, piccola e paffuta. Abita nella Casa delle suore all’interno del compound ospedaliero insieme a Sr. Pryia, la matron dell’ospedale, l’unica che parla italiano, Sr. Jothi, che lavora nel reparto di degenza medica e ha il compito di supervisionare gli infermieri, e Sr. Francisca, che fornisce il supporto spirituale agli ammalati. Compongo il numero e faccio la mia prima telefonata ufficiale da direttore, con l’ansia di non capire nulla senza il supporto della mimica facciale. Invece me la cavo bene, anche se rispondo telegraficamente: anche oggi il fornitore non si muove, i trasporti sono difficili per via della situazione politica.

Dopo pranzo, dormo appena un po’. Sono già esausta, talmente stanca da sentirmi totalmente inadeguata per questo ruolo di mediatore, di diplomatica, di direttore. Mi viene per un istante la voglia di scappare. Ma poi, mentre sorseggio il caffè del risveglio, mi metto in contemplazione della vallata su cui affaccia la Casa del tamarindo. E cambio idea.
Tutt’intorno si ode il cicaleccio dell’Africa: il canto degli uccelli, il fruscio degli alberi, il ronzio degli insetti, le voci lontane dei villaggi. Mi sembra di essere l’ultima persona al mondo. La vallata è incantevole, il paradiso terrestre deve essere stato così. Un mare verde, sembra di sentire vibrare ogni foglia. E allo stesso tempo tutto è immobile. Il luccichio dei tetti delle capanne è la sola cosa che distoglie dalla natura. In lontananza, una collina rossa, una macchia di terra con una manciata di alberi sparsi qua e là. Si distingue la loro ombra stagliata sulla polvere. Tutto è tranquillo, restituisce un appagante senso di pace. Del resto, dove il sole non manca mai, tutto si può fare, basta volerlo davvero.

Quarta di copertina
"Mwende. Ricordi di due anni in Africa" di Stefania Bergo, Gli Scrittori della Porta Accanto, 2018.

Emozioni intense, natura prepotente di indescrivibile bellezza, persone straordinarie, vita quotidiana in un ospedale missionario, viaggi on the road tra Kenya, Tanzania, Zanzibar e Sudan. A 35 anni, malgrado una carriera avviata come ingegnere clinico, Stefania sente il bisogno di cambiare rotta. Decide di mollare tutto, un lavoro sicuro e gli affetti, e riparte con la sua valigia gialla per trasferirsi nell'arido villaggio di Matiri, in Kenya, come Direttore generale dell'ospedale St. Orsola. Lì conoscerà altri volontari, troverà amici tra i residenti, si scontrerà con una realtà a volte affascinante altre difficile da accettare, spesso combattuta tra ciò che le bisbiglia la testa e quello che le grida il cuore, sperimentando indimenticabili e logoranti montagne russe emozionali. E inaspettatamente, Stefania troverà anche l'amore. In questo memoir, sequel del suo romanzo d'esordio "Con la mia valigia gialla", l'autrice ripercorre la sua vita durante quei due anni, raccontando a volte fedelmente, a volte romanzandole per esigenze narrative, le storie che si è trovata a vivere. Per dare una sbirciatina alla sua Africa, una delle tante facce del seducente continente.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

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