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Therese Raquin, di Émile Zola: incipit

Therese Raquin, di Emile Zola: incipit

Incipit #158 In fondo a via Guénégaud, venendo dal lungosenna, si trova la galleria del Ponte Nuovo, una specie di corridoio stretto e buio che va da via Mazzarino a via della Senna.


Therese Raquin

di Émile Zola
Narrativa classica
Einaudi
ebook 2,99€
cartaceo 8,92€



Lunga circa trenta passi e larga al massimo due, la galleria è pavimentata con ciottoli giallastri, logori, mal messi, esalanti un'acre umidità. Il tetto di vetri che la ricopre, tagliato ad angolo retto, è completamente ricoperto di sudiciume. Nelle belle giornate estive quando un sole rovente brucia le vie, un chiarore s'infiltra tra quei vetri luridi e langue penosamente nella galleria. Nei tetri giorni d'inverno e nelle mattinate nebbiose, la vetrata non riflette che grigiore sui ciottoli scivolosi, un grigiore sordido e sporco.
Alla sua sinistra si affondano alcune botteghe oscure, basse, schiacciate, le quali emanano freddi soffi di sepolcro: botteghe di rivenditori di libri vecchi, negozi di giocattoli, di cartonaggi, le cui mostre di polvere si fondono con le ombre dell'ambiente; le vetrine, fatte di piccoli riquadri, striano di riflessi verdastri le merci esposte, e dietro di esse nere di tenebre, le botteghe sembrano lugubri fosse, nelle quali si dimenano forme bizzarre.
A destra, per tutta la lunghezza della galleria, corre un muro sul quale i bottegai di fronte hanno applicato delle vetrinette in cui oggetti indescrivibili, merci dimenticate là da oltre vent'anni, giacciono su sottili ripiani dipinti di un'orrenda tinta bruna. Una venditrice di gioielli falsi si è installata nell'incavo di uno di quegli armadi e vi vende anelli da quindici soldi, delicatamente deposti su un piano di velluto azzurro in fondo a una scatola di mogano. Il muro sale oltre la vetrinetta, nero, grossolanamente intonacato, come se fosse spalmato di lebbra e tutto segnato di cicatrici.
La Galleria del Ponte Nuovo non è luogo in cui passeggiare la si imbocca per evitare un lungo giro, e guadagnare qualche minuto. Non vi passa, quindi, che gente occupatissima, la cui unica preoccupazione è di far presto e tirare dritto: apprendisti di officina con il grembiale da lavoro, artigiani che vanno a consegnare i loro manufatti, uomini e donne con pacchi sotto il braccio, e anche anziani che si trascinano nel crepuscolo tedioso che scende dalla vetrata, piccole frotte di ragazzi che, all'uscita di scuola, vanno lì per fare chiasso correndo e battendo gli zoccoli sul selciato.
Tutto il giorno è un rumore secco e affrettato di passi risonanti sulla pietra con irritante irregolarità; nessuno parla, nessuno si ferma, ciascuno corre alle sue occupazioni, la testa bassa, il passo rapido, senza dare nemmeno uno sguardo alle botteghe. Quando per puro caso un passante si ferma davanti ad una vetrina, i bottegai lo guardano preoccupati.
A sera tre becchi a gas, chiusi in lanterne pesanti e quadrate, rischiarano la galleria: sospesi alla vetrata, sulla quale gettano chiazze di chiarore rossastro, lasciano cadere intorno vacillanti cerchi di pallido splendore sembrano sparire ad ogni istante. La galleria prende, allora, l'aspetto sinistro d'un vero scannatoio grandi ombre si allungano sul selciato, fiammate d'umido arrivano dalla strada; si direbbe un condotto sotterraneo fievolmente rischiarato da tre lampade funeree.
Per l'illuminazione delle mostre, i mercanti si accontentano degli insignificanti raggi che i becchi a gas fanno cadere sulle vetrine, mentre all'interno non accendono che una candela sotto un paralume mettendola su un angolo del bancone, soltanto allora i passanti possono distinguere cosa vi sia in quegli antri, nel quali è notte durante il giorno. Sulla linea nera dei frontoni, le vetrine del cartonato fiammeggiano due lampade a petrolio forano le tenebre con fiamme giallastre. Invece, una candela, infilata nel tubo di vetro di una lampada a olio, leva scintille di luce dalla scatola dei gioielli falsi, mentre la padrona sonnecchia nel vano della sua mostra, con le mani infilate sotto lo scialle.
Anni or sono, di fronte alla venditrice dei gioielli falsi, c'era una bottega, i cui scaffali verde bottiglia trasudavano umidità. Sull'insegna, un'asse lunga e stretta, era scritto a caratteri neri: Maceria, e su uno dei vetri della porta d'entrata si leggeva un nome di donna: Teresa Raquin, in caratteri rossi. A destra e a sinistra della porta s'infossavano due vetrine profonde, tappezzate di carta blu, che di giorno, immerse in un tenero chiaroscuro, lasciavano intravedere l'esposizione.

In una c'era un po' di biancheria: cuffie di tulle cannetta da due o tre franchi l'una, polsi e colli di mussolina, maglie, calze, calzini, bretelle.

Ogni oggetto, ingiallito e sciupato, era tristemente appeso ad un uncino di fil di ferro, di modo che la vetrina sembrava dall'alto in basso riempita di cenci biancastri che prendevano un aspetto lugubre in quell'oscurità trasparente. Le cuffie nuove di un bianco più vivo macchiavano bruscamente la carta blu che tappezzava i ripiani, mentre i calzini colorati, messi su stanghette, mettevano note scure sulla mussolina sbiadita.
Nell'altra vetrina più stretta, c'erano gomitoli di lana verde, bottoni neri cuciti su carte bianche, scatole di ogni colore e di ogni dimensione, reti con perline d'acciaio esposti su tondi di carta bluastra , fasci d' aghi per lana, campioni di tappezzeria, rotoli di nastri, il tutto sembrava una massa di oggetti stinti e sciupati che senza dubbio giacevano lì da cinque o sei anni.
Tutte le tinte si erano scolorite finendo per diventare grigio sporco, in quell'armadio che polvere ed umidità facevano marcire.
D'estate, verso mezzogiorno, quando il sole bruciava piazze e vie con i suoi raggi ramati, s'intravedeva, dentro le cuffie della prima vetrina, un profilo pallido e rigido di una giovane staccarsi vagamente dalle tenebre che regnavano nella bottega. Alla fronte bassa ed arsa era congiunto un naso lungo, stretto, affilato; le labbra erano due linee sottili d'un rosa pallido, il mento, corto e nervoso, si attaccava al collo con una curva dolce e carnosa. Affondato nell'ombra, il corpo era invisibile: si scorgeva soltanto quel profilo di un biancore opaco, bucato da un grande occhio nero e come schiacciato da una folta capigliatura scura; quel profilo restava lì per ore e ore, immobile e tranquillo, fra due cuffie sulle quali le stanghette di ferro avevano tracciato due righe di ruggine.
Di sera, con la lampada accesa, si vedeva l'interno della bottega, più larga che profonda: da una parte un piccolo banco, dall'altra una scala a chiocciola portava alle stanze superiori. Lungo le pareti erano disposti armadi, vetrine, e pile scatole di cartone verde; quattro sedie ed un tavolo completavano l'arredamento. L'ambiente appariva spoglio, glaciale; e le stesse merci, impacchettate ed accatastate negli angoli, non giocavano nel grigiore con i loro vivaci colori.
Di solito c'erano due donne sedute dietro il banco: la giovane dal profilo rigido e una vecchia che sonnecchiando sembrava sorridere. Costei aveva circa sessantanni. Il suo volto grasso e placido biancheggiava al chiarore della lampada, mentre un grosso gatto tigrato, accoccolato su un angolo del banco, la guardava dormire. Più in là, seduto su una sedia, un uomo sulla trentina leggeva e chiacchierava sommessamente con la giovane. Era piccolo, debole, molle d'aspetto, i capelli di un biondo sbiadito, la barba rada, il viso lentigginoso; sembrava un ragazzo malato e viziato.
Poco prima delle dieci la vecchia si scuoteva dal suo torpore, chiudeva la bottega, tutta la famiglia se ne andava a letto. Il gatto tigrato seguiva i padroni facendo le fusa e strusciando la testa contro ogni sbarra della ringhiera.
L'alloggio, di sopra, si componeva di tre stanze. La scala portava ad una sala da pranzo adibita anche a salotto: a sinistra una stufa di maiolica in una nicchia, di fronte una credenza, alcune sedie schierate lungo le pareti, al centro, spianata, una tavola rotonda, in fondo dietro un tramezzo a vetri, una cucina buia, e a ognuno dei due lati una camera da letto.
Dopo aver abbracciato figlio e nuora, la vecchia si ritirava nella sua camera; il gatto s'appisolava su una sedia in cucina; gli sposi entravano nella loro camera, la quale aveva una seconda porta su una scala che immetteva nella galleria, attraverso un atrio stretto e buio.
Tremante di febbre, l'uomo si metteva a letto mentre la giovane apriva la finestra per chiudere le persiane. Si soffermava qualche Istante, di fronte a quel muro nero rozzamente intonacato, che s'alzava oltre la galleria volgeva uno sguardo distratto sul muro e poi, silenziosa, andava a sdraiarsi anche lei con sdegnosa indifferenza.


Quarta di copertina
"Therese Raquin" di Émile Zola, Einaudi, edizione 2015.

L'archetipo di tutti i triangoli amorosi nel capolavoro d'esordio di Zola: la giovane Thérèse, dopo aver sposato l'inetto cugino, Camille, s'innamora del rude Laurent e insieme decidono di sbarazzarsi del marito di lei. Ma, da quel momento, la vita dei due amanti si trasforma in un tragico incubo. Con rigoroso sguardo da scienziato, secondo i canoni piú severi del naturalismo, in quest'opera che ne rivela il talento letterario e ne prefigura la poetica, Émile Zola scava a fondo e con grande acutezza nelle passioni piú nascoste e negli istinti piú torbidi dell'animo umano.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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