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Una ragazza affidabile, di Silena Santoni: incipit

Una ragazza affidabile, di Silena Santoni: incipit

Incipit #162 È disteso lungo il ciglio della strada, ma non dorme.


Una ragazza affidabile

di Silena Santoni
Narrativa
Giunti
ebook 9,99€
cartaceo 15,30€



Il corpo possente, quasi in bilico sul terrapieno innevato, ha già assunto la rigidità della morte, con le zampe anteriori stecchite a formare un angolo retto con le spalle. La testa, piegata in avanti, è un po’ sollevata da terra per la corona ramificata che si allarga sulla fronte. Ha un mantello folto che cangia come il velluto dal marrone chiaro al beige per condensarsi in tenere macchie bianche in prossimità della coda.
«Un maschio. Un gran bell’esemplare» dice la guardia forestale, abbassandosi e appoggiando le mani al finestrino aperto. «Scendono a valle in cerca di cibo.»
Poco più in là un’automobile con la fiancata distrutta e gli sportelli spalancati. Il proprietario siede al posto di guida, rivolto verso l’esterno e si tiene la testa tra le mani.
Una piccola folla si è riunita intorno all’animale. Chi si inginocchia per esaminarlo meglio, chi allunga una mano a sfiorargli le corna, chi preme la punta dello scarpone contro la schiena.
Lui giace immobile in una pozza di sangue, gli occhi sbarrati, increduli, le ciglia bionde spruzzate di nevischio. Il suo corpo finirà in quarti su un bancone di macelleria, la sua testa appesa a un muro, ma la sua anima balza, zigzagando, sui crinali del Catinaccio.
Al tramonto il Rosengarten, questo il nome tedesco del Catinaccio, sfonda il paravento delle nuvole e si staglia contro il cielo con le sue rocce tinte di rosso e di viola.
La leggenda narra che il re dei nani, adirato col suo giardino di rose, lo abbia condannato a restare invisibile di giorno e di notte. E così è stato.
Ma al calare del sole la montagna si imporpora e come una rosa splende di un’intensa quanto fugace magnificenza. È in quel momento evanescente forse che i morti si riuniscono sulle sue balze e nelle sue foreste per rinnovare, pieni di nostalgia, il rito di commiato alla vita.
È questo che preferisce pensare mentre gira la testa dall’altra parte. L’agente tira su in fretta il vetro del finestrino e riparte. Nell’abitacolo surriscaldato i piumini evaporano umidità e aleggia un odore chiuso di neve e benzina. La strada sfreccia lungo colline imbiancate e villaggi deserti.
Meglio concentrarsi sulla nuca rasata del guidatore, unico punto palpitante di vita, sulla sfumatura alta che gli prolunga il collo fino a metà testa, sulla pelle giovane, arrossata dal freddo e ombreggiata dalla ricrescita dei capelli.
Ciò che sgomenta è il silenzio. Il silenzio delle stalattiti di ghiaccio che colano dalle grondaie, della neve che fiocca in falde larghe e si posa come un sudario sulla natura intirizzita. Il paesaggio raggelato nella rivelazione della catastrofe, cristallizzato nello sbigottimento di un disastro che si è consumato troppo in fretta per essere compreso.
Forse il tempo aggiusterà le tessere degli accadimenti fino a formare un quadro intelligibile, ma nel presente tutto è frammentario, inesplicabile.

Gennaio 2014: il ritorno

Il telefono ha squillato alle tre meno dieci. Lo so con certezza perché per afferrare la cornetta mi sono girata su un fianco e ho visto l’ora sul display della radiosveglia.
È successa una disgrazia, mi sono detta, invece era Micaela, che, pur non essendo una disgrazia in senso letterale, è qualcosa che le assomiglia molto.
«Bisogna andare dal notaio della zia» mi ha comunicato senza troppi preamboli.
Non so da quanto tempo non ci sentiamo e lei, all’improvviso, mi telefona nel cuore della notte per dirmi che siamo convocate dal notaio della zia.
«Lo sai che ore sono?»
«No.»
«Sono le tre. Di notte.»
«Uh, scusami. Non me ne ero resa conto.»
«Noi la mattina andiamo a lavorare» ho sibilato e le ho riattaccato sul muso.
«Ma chi era?» ha farfugliato Gianfranco aprendo un occhio.
«Niente, dormi. Solo quella pazza di mia sorella.»
Ma Micaela il giorno seguente è tornata all’attacco: «Mi spiace per ieri notte, ma dal notaio dobbiamo proprio andarci. È per l’eredità».
«Che c’entro io? Non mi interessa.»
«Beata te! A me invece interessa e se non ci sei anche tu resta tutto bloccato. Avanti, Agnese, fammi il piacere.»
«In questo momento non posso lasciare il lavoro.»
«Basta che parti venerdì, il notaio ci riceve anche il sabato mattina. Non dirmi che non puoi prendere un giorno di permesso.»
In effetti la scusa del lavoro non regge e non è giusto lasciare Micaela, bisognosa cronica di denaro, senza l’eredità della zia.
Il giovedì pomeriggio vado dal parrucchiere. Faccio il colore, i riflessi, un taglio moderno da portare rigorosamente liscio. Mi faccio anche le mani. Pago senza battere ciglio una cifra da capogiro. La sera indugio a lungo davanti all’armadio prima di decidere cosa indossare durante il viaggio. Sento mio marito in cucina aprire e chiudere il frigorifero, apparecchiare la tavola per una cena che non ho preparato. Alla fine la scelta ricade sui capi delle grandi occasioni: pantaloni beige, morbidi e cascanti, maglioncino cachemire marrone bruciato. Un’eleganza sobria ma solida. Come soprabito estraggo dalla naftalina il tre quarti di camoscio imbottito che tengo come le cose sante.
Gianfranco mi raggiunge porgendomi un bicchiere di vino: «Siamo proprio sicuri che vai da tua sorella?».
Ma io sono troppo tesa per stare al gioco: «A Firenze fa freddo».
«Dài, Agnese, cos’è quella faccia? Si tratta di due giorni.»
«Lo sai che non mi va.»
«Fai male, in fondo è tua sorella».
Si aggiusta gli occhiali sul naso. Spalle larghe, torace ampio, tutto in lui sprigiona una pacata solidità. Non può capire, lui che è figlio unico, quanto possa essere disturbante incontrare una sorella come Micaela.
Alla stazione guarda con aria dubbiosa il mio bagaglio lillipuziano: «Non hai portato nulla. Non ti basterà».
«Avanza. Domenica al massimo sono a casa.»
Lo scompartimento del treno è stranamente vuoto.
Ripiego con cura il giaccone di camoscio e lo ripongo dalla parte della fodera nel bagagliaio sopra di me. Mi siedo accanto al finestrino e apro l’inserto di Repubblica. Ma il mare, che scorre proprio lungo i binari, cattura la mia attenzione.
Questo tratto di costa in estate è molto affollato e rumoroso. Una distesa a perdita d’occhio di ombrelloni e lettini, musica sparata a tutto volume, pance e cosce cellulitiche che fanno ginnastica sul bagnasciuga, pianti di bambini, schiamazzi, grida. In questa stagione è tutt’altra cosa. L’Adriatico d’inverno ha un suo fascino particolare, anche da Ancona a Rimini. La spiaggia si distende piatta e deserta fino a lasciar discernere, in fondo, le onde basse, dense, che avanzano e si ritirano dalla battigia. E dietro, la massa immobile del mare sconfina con la linea dell’orizzonte, si annacqua in un grigio perlaceo e sembra che il mondo finisca lì, che non ci siano altri lidi, altri approdi dall’altra parte.
Un brivido mi attraversa la schiena. Distolgo lo sguardo e cerco di concentrarmi su pensieri piacevoli. Laura e Matilde che se la spassano in vacanza, Gianfranco che mi si avvicina da dietro e si modella al mio corpo per dormire abbracciati.

È strano, ho viaggiato per mezzo mondo, ma questo breve viaggio da Ancona a Firenze mi riempie di inquietudine.

Nostoi, chiamavano i greci i viaggi di ritorno in patria. Ma il mio non è un viaggio di ritorno, in nessun caso. Il disbrigo di qualche pratica burocratica e di nuovo a casa. Mi conforta l’esiguità del bagaglio, spazzolino da denti e un ricambio di biancheria, giusto il minimo indispensabile per un paio di giorni.
Ho lasciato Firenze trentacinque anni fa e ci sono tornata fugacemente solo per la morte dei miei genitori. Ad Ancona ho un buon lavoro, un marito che meglio non si potrebbe, due figlie meravigliose, una bella casa. Quello che ho l’ho conquistato palmo a palmo, senza dover ringraziare nessuno.
A Firenze mi resta solo Micaela, ma in tutto questo tempo siamo diventate due estranee, ammesso che ci siamo mai conosciute.
Micaela, col dittongo, come teneva a precisare a chi sbrigativamente la chiamava col più comune Michela. Quanto ho odiato questo suo vezzo snobistico! Questo suo porsi fin dal nome come elemento raro e speciale! Io invece sono Agnese, condannata a questo nome da vecchia affibbiatomi
in memoria della nonna, che ebbe la brillante idea di morire cinque mesi prima della mia nascita.
Cambio a Bologna, il treno è affollato ma anche questa volta il posto prenotato è vicino al finestrino. Mi guardo intorno: l’esercito compulsivo della solitudine globale ha il volto abbassato su cellulari e tablet. Tentacoli sottili spuntano dalle orecchie e collegano all’appendice elettronica, bocche si aprono e si chiudono in schizofrenici dialoghi solitari.
Davanti a me una ragazza diafana, basco nero di lana, sciarpa nera, unghie laccate di nero. Con le dita lunghe e sottili che spuntano appena dalle maniche del maglione tiene premuto all’orecchio un iPhone di ultima generazione. Parla a voce bassissima, quasi ingoiando il telefono,
la testa appoggiata al vetro del finestrino, lo sguardo perso nel vuoto di un interlocutore fantasma. Una conversazione lunghissima. Finalmente riattacca e subito digita un altro numero e ricomincia.
Accanto a lei un signore distinto, capello appena spruzzato di bianco sulle tempie, abbigliamento rassicurante del tipo “affidami i tuoi risparmi, sei nelle mani giuste”, tiene aperto davanti a sé un computer portatile. Ha gli auricolari del cellulare alle orecchie e ogni tanto inizia a parlare. Parla continuando a osservare lo schermo o a digitare sulla tastiera senza soluzione di continuità.

Quarta di copertina
"Una ragazza affidabile" di Silena Santoni, Giunti, 2018.

Un'eredità inattesa costringe Agnese a tornare a Firenze, la città in cui è nata e cresciuta e da cui è fuggita molti anni prima. Qui l'attende la sorella Micaela, che non vede da anni. La vita di Micaela ha seguito un percorso assai diverso, lontanissimo dalle scelte che Agnese ha fatto per sé: una vita tranquilla e sicura nella provinciale Ancona, un bravo marito benestante, due figlie allevate nell'agio, tutti valori che Micaela, sola, senza un'occupazione fissa, precaria per vocazione e per convinzione, irride. Attraverso un confronto che assume sempre più il carattere dello scontro, Agnese rivive, sullo sfondo dell'Italia degli anni Sessanta e Settanta, i ricordi dell'infanzia e della giovinezza: l'impegno nello studio, la lotta contro l'obesità, l'attrazione che evolve in amore per il cugino Sergio, il rapporto complesso con la sorella, l'invidia, mai del tutto riconosciuta, per quella propensione di Micaela a cavalcare le tumultuose vicende del suo tempo con naturalezza e incoscienza. Sembra un romanzo classico su uno dei temi narrativi ed esistenziali più archetipici: la conflittualità che spesso caratterizza i legami tra sorelle dal carattere opposto - una tranquilla e disciplinata, l'altra seduttiva e ribelle - e la resa dei conti che finalmente arriva dopo anni di incomprensioni e di silenzi. E invece, poco alla volta, inesorabilmente, il romanzo familiare si trasforma in qualcosa d'altro e di molto più inquietante. Mentre il viaggio nella memoria, negli anni più complicati e bui dell'adolescenza, sollecitato dal confronto con la sorella, riconduce Agnese al momento più doloroso e rimosso, quello che ha segnato per sempre la sua vita, un'altra preoccupazione interviene a caricarla d'ansia: le sue due figlie, in vacanza da sole e non raggiungibili telefonicamente, non danno notizie da giorni... In un susseguirsi di colpi di scena, le tessere del presente e del passato finalmente si ricompongono in un quadro imprevedibile. Tra una Firenze grigia e spenta e un paesaggio dolomitico dal quale salgono fumo e nebbie, la verità si fa largo solo all'ultimo, come un lampo accecante.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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