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La Guerra dei nostri nonni, di Aldo Cazzullo: pagina 69

La Guerra dei nostri nonni, di Aldo Cazzullo: pagina 69

Pagina 69 #138 La Guerra dei nostri nonni, di Aldo Cazzullo, Mondadori, 2014. Le vicende di crocerossine, prostitute, spie, inviate di guerra, persino soldatesse in incognito, incrociano quelle di alpini, prigionieri, poeti in armi, grandi personaggi e altri sconosciuti.

Innsbruck è il centro dello sforzo bellico austriaco sul fronte delle Alpi. Luisa prende una stanza nell'hotel degli ufficiali dello Stato maggiore, l'Union. Con il trapano buca il parquet e vi nasconde la pistola. Ascolta ogni discorso. Tiene d'occhio la stazione, gli accampamenti, le manovre, e scrive a Zurigo all'agente «Silvio a Prato» per segnalare gli spostamenti delle truppe: per la fanteria scrive
«fratello», per gli aeroplani «figli»; se intravede massicci movimenti di fanteria invia «saluti», se si muove la cavalleria «baci». I messaggi sono di questo tenore: «Papà parte oggi e manda saluti e baci, ma forse c'è un ritardo»; dove «ritardo» sta per mobilitazione generale. Un anno dopo questo genere di informazioni, oltre alle confidenze dei disertori, consentiranno all'intelligence italiana di avvertire il comando supremo che dal Trentino sta per partire la Strafexpedition; anche se non sarà creduta sino in fondo, e l'esercito si farà cogliere impreparato.
Luisa è talmente spregiudicata da sembrare sprovveduta. Finge di trovarsi in stazione per salutare un fratello, rivolge la parola alle sentinelle con pretesti all'apparenza sciocchi. Un giorno le impongono l'alt, lei fugge, si nasconde sotto un ponte, salta su una barca di pescatori, e spiega con un sorriso che sta scappando dal fidanzato.
Nonostante gli accorgimenti, la situazione non può durare a lungo. Gli austriaci fanno sorvegliare quella ragazza troppo curiosa. Il barista dell'albergo le chiede con insistenza come ha passato la giornata. Luisa si accorge di essere seguita. Cominciano a perquisirle la camera, senza trovare nulla. Lei lascia l'hotel e affitta una casa privata. La prima volta viene arrestata nella pensione dove si ritrova con i compagni trentini: vengono portati via tra due file di austriaci che gridano «Verraters!», traditori. La rilasciano dopo poche ore. Qualche giorno dopo, un'altra irruzione: Luisa si nasconde sotto il letto con uno studente di Ala, e riesce a trascinare in salvo pure un giovane farmacista di trieste, che è svenuto per la paura.
Eppure continua il suo lavoro di spia. Un giorno nota che sulle due sponde dell'Inn sono accampate anche truppe tedesche, e trasmette l'informazione. Ha un terribile presentimento quando vede passare una donna in manette, avviata al patibolo per alto tradimento. La arrestano di nuovo, scoprono la sua duplice identità. Luisa si difende dicendo che a Innsbruck preferisce usare un cognome austriaco piuttosto che italiano: è una fedele suddita dell'imperatore, del resto suo padre combatte con l'esercito asburgico e suo zio è cappellano militare; e stavolta non sta mentendo. Viene rilasciata, con l'obbligo di restare a casa. Confesserà di esserci rimasta quasi male, e di aver avuto la tentazione di urlare: «Vi siete sbagliati, vi state lasciando sfuggire un elemento pericoloso!»
Ma quando, una settimana dopo, viene a sapere che a Telfs si stanno radunando reparti d'assalto pronti a un'offensiva, non resiste e va sul posto per verificare. Si nasconde in un bosco, aspetta il tramonto per sfilare via inosservata, ma quando torna a Innsbruck la padrona di casa la avverte che la polizia è venuta a cercarla, e tornerà più tardi. Luisa capisce che è finita. Si traveste da uomo e nella notte parte a piedi per Hall, una stazione secondaria, dove cercherà di prendere un treno per la Svizzera. Chiede un biglietto per Zurigo ma lo ottiene solo per Feldkirch, un villaggio di confine. Il treno è pieno di italiani esiliati dall'Austria o destinati ai campi profughi.
Alla frontiera un posto di blocco verifica i salvacondotti dei passeggeri, mentre due soldati a guardia dei binari fanno passare solo chi ha superato il controllo. Luisa non ha nulla, solo il passaporto intestato a Josephine Muller, mentre lei ora è un uomo e indossa un pantalone tirolese con mantella e berretto. Mostra fiera il suo documento, ma i frontalieri le fanno cenno di andarsene. Lei tira avanti sicura e affronta le guardie come se avesse avuto il permesso di passare. Il trucco riesce.
È il ferragosto del 1915 quando Luisa rientra a Milano, via Zurigo. La sua missione di spia è durata meno di tre mesi, ma l'ha messa più volte in pericolo. Il colonnello Marchetti le dice soltanto: «Brava».
Comincia una nuova vita da crocerossina, reparto infettivi. Un fante calabrese le muore tra le braccia, un altro guarisce e la benedice. La Zeni si ammala di tisi, sopravvive, e finita la guerra parte per Fiume, a sostenere D'Annunzio e i suoi legionari che occupano la città, isolata dal resto del mondo. Ormai ha preso gusto ai travestimenti, stavolta da ferroviere: cammina di notte tra i binari, salta su un treno in corsa, supera il blocco. Combatte in difesa della città sino all'ultimo, si occupa dei feriti insieme con due amiche e compagne d'avventura, Bina Abrate e Tullia Franzi. Fiume si arrende all'esercito regolare italiano il 31 dicembre 1920. Il fascismo riconoscerà a Luisa Zeni la medaglia d'argento al valor militare e una piccola pensione per curarsi. La nostra unica spia di guerra passerà il resto della vita nei sanatori.





Quarta di copertina
"La Guerra dei nostri nonni" di Aldo Cazzullo

La Grande Guerra non ha eroi. I protagonisti non sono re, imperatori, generali. Sono fanti contadini: i nostri nonni. Aldo Cazzullo racconta il conflitto '15-18 sul fronte italiano, alternando storie di uomini e di donne: le storie delle nostre famiglie. Perché la guerra è l'inizio della libertà per le donne, che dimostrano di poter fare le stesse cose degli uomini: lavorare in fabbrica, guidare i tram, laurearsi, insegnare. Le vicende di crocerossine, prostitute, portatrici, spie, inviate di guerra, persino soldatesse in incognito, incrociano quelle di alpini, arditi, prigionieri, poeti in armi, grandi personaggi e altri sconosciuti. Attraverso lettere, diari di guerra, testimonianze anche inedite, "La guerra dei nostri nonni" conduce nell'abisso del dolore. Ma sia le testimonianze di una sofferenza che oggi non riusciamo neppure a immaginare, sia le tante storie a lieto fine, come quelle raccolte dall'autore su Facebook, restituiscono la stessa idea di fondo: la Grande Guerra fu la prima sfida dell'Italia unita; e fu vinta. L'Italia poteva essere spazzata via; dimostrò di non essere più "un nome geografico", ma una nazione. Questo non toglie nulla alle gravissime responsabilità, che il libro denuncia con forza, di politici, generali, affaristi, intellettuali, a cominciare da D'Annunzio, che trascinarono il Paese nel grande massacro. Ma può aiutarci a ricordare chi erano i nostri nonni, di quale forza morale furono capaci, e quale patrimonio portiamo dentro di noi.


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