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Le vite parallele, di Antonio Fusco: incipit

Le vite parallele, di Antonio Fusco: incipit


Incipit #169 La stanza aveva le pareti rosa. Era stata arredata per essere la cameretta di una bambina, con tutte le accortezze del caso, ma era evidente che si trattava della prima volta che veniva utilizzata.


Le vite parallele

di Antonio Fusco
Noir
Giunti
ebook 9,99€
cartaceo 12,75€



Tutto era in ordine, pulito, quasi asettico. C’era odore di nuovo nell’aria, di mobili appena scartati.
Lei era seduta sul lettino. I piedi ciondolavano senza arrivare a toccare il tappeto decorato con l’immagine di Trilli, la fatina svolazzante che nei cartoni della Disney faceva da angelo custode a Peter Pan. Portava un abito a pois bianchi e blu, e una sola scarpina rosa. Stringeva a sé un orsetto di peluche: lo aveva chiamato Tappy e da oltre un anno era il suo inseparabile amico, l’eroe che la proteggeva dai mostri cattivi della notte.
Nonostante le buone intenzioni di chi aveva cercato di rendere accogliente la stanza, la bambina non si sentiva a proprio agio in quel luogo. Glielo si leggeva negli occhi azzurri e nella faccina smarrita che spuntava da un caschetto di capelli biondi.
Aveva un leggero tremore. Il riscaldamento era stato acceso da poco e faceva freddo.
«Perché mi hai portata qui?» chiese con la voce tremula di chi cerca di trattenere il pianto.
Non ebbe risposta.
Dopo un po’ si ritrovò da sola.
Il braccio non le faceva più tanto male, e nel frattempo il sangue si era fermato.
Si stese sotto le coperte insieme a Tappy e si girò di fianco.
Chiuse gli occhi strizzandoli con forza. Voleva a tutti i costi addormentarsi e ricacciare indietro quel brutto ricordo. Ma non ne ebbe il tempo: dopo qualche minuto la porta della stanza si aprì di nuovo.


Walter Guzman era seduto nella sala interrogatori del commissariato centrale di polizia di Nizza. Gli avevano concesso di fumare pensando di renderlo più malleabile, ma evidentemente si erano sbagliati. L’uomo non aveva nessuna intenzione di collaborare. Per segnare il confine di una distanza incolmabile continuava a fissare un punto indefinito sul pavimento. Lo aveva bucato con lo sguardo quel tanto che bastava per farci
scivolare dentro l’anima che dalle tubature degli impianti era riuscita a fuggire via. Lontano da quel luogo. O forse era stato il diavolo a farlo per lui, non necessariamente quel giorno. Fatto sta che nella stanza sembrava essere rimasto solo il suo corpo tatuato, la testa rasata e la faccia tirata dalla cocaina. Sfrontata e arrogante con quel suo modo di guardare attraverso due occhi neri come il buio delle notti all’inferno.
Dall’altro lato del tavolo c’era il dottor Garnero, lo psichiatra nominato consulente dal pubblico ministero. I capelli bianchi e gli occhiali da lettura rivelavano che non era alle prime armi. Non era per niente imbarazzato dall’atteggiamento del suo interlocutore. Aveva incontrato tanti tipi strani in più di trent’anni di professione, gente che si era resa responsabile di cose che una mente sana fa fatica anche a immaginare. Normale amministrazione per lui. Lo si capiva dalla voce che non tradiva alcuna emozione: sembrava recitare una parte imparata a memoria. Monotona, come una vecchia cantilena.
Non aveva bisogno di interpreti. Parlava bene l’italiano, metà della sua famiglia viveva ancora in Piemonte.
«Le piacciono gli animali, signor Guzman? Ne ha mai avuti?» chiese senza alzare la testa da una cartella piena di fogli che aveva davanti a sé.
«Che cos’è? Un cazzo di test?»
«Se vuole può chiamarlo così. Le dispiace rispondermi, signor Guzman?»
«Io rispondo a tutte le domande che vuole. Le dirò anche quante volte ho sognato di scopare mia madre o di uccidere quel pezzo di merda di mio padre, semmai lo avessi conosciuto, ma poi vi togliete dai coglioni e mi fate andare via?»
«Questo non dipende da me, signor Guzman. Ma sono convinto che la sua disponibilità non potrà che giovarle.»

«Va bene. Sarò… disponibile, come dice lei. Non ho nulla da nascondere.»

«Allora vuole rispondere alla mia domanda, per cortesia, signor Guzman?» chiese ancora lo psichiatra.
Si prese un po’ di tempo per ricordare.
«Da piccolo vivevo in campagna. Avevo un cane e un coniglio. Il cane era un boxer con il pelo marrone e una faccia schiacciata come se fosse andato a sbattere contro un muro. Stava sempre in giardino. Si chiamava Ruben. Il coniglio, invece, era di quelli nani con le orecchie abbassate. Lo aveva comprato mia madre a una fiera e me lo aveva regalato. Viveva in una piccola gabbia costruita da mio nonno nel capanno della legna. Un giorno tornai da scuola e mi accorsi che era vuota. Lo cercai dappertutto ma non riuscii a trovarlo. Il giorno dopo Ruben portò la sua testa davanti alla porta di casa. Il povero coniglio era riuscito a scappare dalla gabbia seguendo il suo istinto di libertà, ma la fuga durò poco. Giusto il tempo di farsi notare dal boxer, che rispose con il suo istinto di cacciatore. Lo sa che cosa ho provato, dottore? Me lo ricordo ancora, come se fosse ieri.»
Alzò la testa come per aspettare la risposta, ma non diede al medico il tempo di parlare.
«Nulla. Non ho provato nulla.»
Aspirò una profonda boccata di fumo. Lo trattenne per assaporarlo, restituendolo lentamente all’aria già fetida di muffa.
«La ragione mi risultò subito chiara. Il coniglio era stato semplicemente vittima dell’ordine delle cose. Il cane non aveva nessuna colpa, aveva solo seguito la sua natura. Provai una forma di ammirazione per lui. Era fiero di ciò che aveva fatto. Portando i resti del coniglio davanti a casa voleva che noi sapessimo che era stato un bravo cane.»
«Perché ha sentito il bisogno di raccontare questa storia?» domandò lo psichiatra.
«Perché me lo ha chiesto lei. Che fa? Mi prende in giro ora?»
«Io le ho chiesto solo se le piacciono gli animali e se ne ha mai avuti.»
«E questa è la mia risposta, se ne faccia una ragione.»
«Quindi, diceva che non provò dolore per la morte del coniglio?»
L’uomo spense la sigaretta nel posacenere davanti a sé.
«No, per niente. Fece la fine che meritava. Doveva restarsene chiuso nella sua gabbia da coniglio se voleva continuare a vivere. Il resto del mondo non era per lui.»
«Le piace il fuoco, signor Guzman? Ha mai provato piacere nell’incendiare qualcosa?»
L’uomo riprese a parlare senza tener conto della domanda che gli era stata fatta.
«Era un cazzo di coniglio pauroso che si spaventava per tutto. Aveva dei denti forti, con i quali riusciva a spezzare anche il legno, ma non li sapeva usare per difendersi, per farsi rispettare. La libertà non è per tutti. È una conquista, non un diritto. I predatori sono veramente liberi perché non hanno paura. Chi ha paura non la merita la libertà.»


«Le avevo chiesto se le piace il fuoco e se ha mai provato piacere nel bruciare qualcosa, signor Guzman.»

«Ho sentito quello che mi ha chiesto, dottore, ma io non avevo ancora finito di rispondere alla prima domanda.»
«Va bene, allora mi dica: le piace il…»
«Ma che cazzo di domanda è questa? Mi piace il fuoco se ho freddo e devo riscaldarmi, se devo accendere una sigaretta o farmi una bistecca alla brace, ma non sono un piromane. Non sono uno di quelli che appiccano incendi e si masturbano mentre tutto brucia.»
Guzman spostava di continuo il pacchetto di sigarette sul tavolo. Provava ad allinearlo con l’accendino, il posacenere e la piccola bottiglia d’acqua che aveva portato con sé, ma ogni combinazione sembrava non soddisfarlo.
«Ora mi dica signor Guzman, si ricorda se da bambino faceva la pipì a letto?»
L’uomo accennò un mezzo sorriso e cercò lo sguardo del medico senza trovarlo. Fece una smorfia con la bocca come per inghiottire le prime risposte che gli venivano in mente.
«Non se lo ricorda signor Guzman?»
«No, non me lo ricordo. Però mi ricordo a chi pensavo quando mi facevo le prime seghe.»
«Vuole parlarne, signor Guzman?»
«Pensavo a tua moglie e tua figlia, strizzacervelli del cazzo.»
L’ufficiale della polizia francese se n’era rimasto in disparte, seduto in un angolo della sala. Si alzò e si avvicinò al fermato parlandogli in un italiano quasi perfetto.
«Basta Guzman, così perdiamo pazienza, e lo sai: se perdiamo pazienza diventiamo cattivi.»
«Lo so, certo che lo so. Voi sbirri siete tutti uguali. In ogni parte del mondo. Il vostro difetto principale è proprio quello di non avere mai pazienza. Arrivate in un posto dove è successo qualcosa e pretendete di capire tutto subito. Ci sono persone con le loro storie, situazioni, fatti avvenuti negli anni che hanno determinato quello di cui vi impicciate. Ma a voi questo non importa, avete fretta di trovare risposte. Superficiali, sbagliate e a volte inventate.»
Il poliziotto si irrigidì trattenendo una smorfia di rabbia.
Era alto quasi due metri e aveva un fisico da culturista. Gonfiò il petto e appoggiò le mani enormi sul tavolo per abbassarsi e avvicinarsi a Guzman.
«Fils de pute. Parliamo di una bambina. Basta fare il filosofo, non sei Hannibal Lecter. Perché non dai una mano a ritrovarla? Ce l’hai una coscienza? Un minimo di umanità?»
Guzman si ritrasse sulla sedia, più per il fastidio del contatto ravvicinato che per timore.
«Ora siete voi che state esagerando. Io non ho nulla da dire su quella donna e sulle cose di cui mi accusa. Da questo momento in poi non parlerò più. Se volete continuare a tenermi qui chiamatemi un avvocato.»
L’ufficiale decise che poteva bastare.
«Merde. Basta così, stiamo solo perdendo tempo» disse rivolgendosi al dottor Garnero. Poi si avviò verso la porta.
Lo psichiatra si alzò, raccolse le sue carte e ripose gli occhiali nella custodia. Mentre usciva anche lui dalla stanza si fermò un attimo, si voltò e disse, con la solita voce da navigatore satellitare: «Signor Guzman, per completezza di informazioni, ci tengo a farle sapere che io non sono mai stato sposato e non ho figlie».

Quarta di copertina
"Le vite parallele" di Antonio Fusco, Giunti, 2017.

Mentre sulla cittadina toscana di Valdenza si addensa una coltre di nubi cariche di neve, il commissario, di passaggio in questura per sistemare le ultime cose, ha un unico pensiero: tornare quanto prima in ospedale a fianco della moglie Francesca, le cui condizioni di salute lo hanno spinto a chiedere un incarico meno impegnativo.
Ma la sua determinazione sta per essere spazzata via da un caso che ha sconvolto i suoi uomini e l'intera provincia: una bambina di tre anni letteralmente svanita nel nulla; una madre in lacrime che, entrando nella cameretta dove l'ha lasciata la sera prima, trova il letto vuoto.
Quando l'ispettore Proietti gli mostra la foto di Martina, con il suo caschetto biondo e lo sguardo limpido e fiducioso, Casabona riesce a stento a conservare la sua fermezza. Può davvero sottrarsi al grido di aiuto di quegli occhi e lasciare la sua squadra senza una guida?
Ben presto i sospetti si concentrano su un balordo cocainomane da cui la madre ha ricevuto esplicite minacce, e con il quale intratteneva rapporti piuttosto torbidi. Una soluzione servita su un piatto d'argento, eppure qualcosa non quadra, e Casabona sente per istinto che la madre non è l'unica fra le persone vicine a Martina ad avere dei segreti.
È il momento di prendere in pugno l'indagine e scavare molto più a fondo. Una ricerca che trascinerà Casabona in un mondo popolato di maschere e vite parallele, abilmente nascoste dalla facciata della pubblica virtù...
Che cosa è successo alla piccola Martina? Qualcuno l'ha portata via, oppure è uscita da sola per poi smarrirsi nei boschi? E soprattutto: ha ancora senso, dopo tanti giorni, aggrapparsi alla speranza di ritrovarla viva?

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

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