Recensione: La banalità del male, di Hannah Arendt

Recensione: La banalità del male, di Hannah Arendt

Libri Recensione di Beatrice Rurini. La banalità del male di Hannah Arendt, Feltrinelli 2013. La storia di Otto Adolf Eichmann, la condanna per i crimini contro il popolo ebraico.

Un saggio storico rilevante e interessante, piuttosto controverso all'uscita poiché citato ovunque ma poco letto. Chi lo avesse letto scoprirebbe che Hannah Arendt cerca di rimanere super partes, con difficoltà, e il suo obbiettivo è nel porre al centro l'inettitudine dei gregari di Hitler e dei suoi feldmarescialli.
Tutti infatti si giustificarono dicendo di aver obbedito agli ordini, nessuno di loro si domandò se l'ordine fosse giusto o sbagliato, nessuno prese posizione, tutti eseguirono solamente, poi tornavano a casa, baciavano la mogliettina e giocavano con i loro figli. In questo sta proprio la banalità del male, nella normalità, nella assoluta mancanza di coscienza, tutto faceva parte di un grande disegno al quale tutti loro dovevano e volevano assolutamente partecipare.
La parte più tragica e sconcertante è la lucidità con cui Hannah Arendt affronta sia il processo sia il tema nel suo complesso, evitando la facile tentazione di accreditare la versione di chi tentava di dipingere Eichmann come un mostro dalla crudeltà inumana ed insensata. Ci restituisce piuttosto il ritratto di un burocrate, preoccupato solo della propria carriera, senza alcuna spinta ideologica nel partecipare allo sterminio dell'Olocausto, concentrato piuttosto sui suoi piccoli successi professionali e sull'efficienza del proprio operare, parla di obbedienza all'autorità, mancanza di pensiero indipendente, desiderio di carriera.

La banalità del male di Hannah Arendt risulta un trattato pesante perché pesante è la tematica, scritto con la penna asettica della giornalista ma che in fondo cerca di far interagire il lettore.

Non abbassiamo la guardia, perché per perpetrare i peggiori orrori non occorre davvero essere mostri crudeli e perversi.
Infatti il gran pregio di questa lettura è muovere non solo il pensiero e le emozioni ma anche la coscienza, ossia quella parte di noi che mette insieme razionalità e sentimenti.  È un bel fardello quello che ci si porta via dopo la lettura di questo saggio. Da questo fardello si desume che l'umanità si divide in chi pensa e chi no. Chi pensa ha più possibilità di preservare l'umanità di cui siamo costituiti, anzi, per essere davvero uomini e non degli Eichmann abbiamo il dovere di pensare, di usare la testa.
Lettura impegnativa ma da affrontare.


La banalità del male

di Hannah Arendt
Feltrinelli
ISBN 978-8807883224
Cartaceo 9,35€
Ebook 6,99€

Sinossi
Otto Adolf Eichmann, figlio di Karl Adolf e di Maria Schefferling, catturato in un sobborgo di Buenos Aires la sera dell'11 maggio 1960, trasportato in Israele nove giorni dopo e tradotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme l'11 aprile 1961, doveva rispondere di 15 imputazioni. Aveva commesso, in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico e numerosi crimini di guerra sotto il regime nazista. L'autrice assiste al dibattimento in aula e negli articoli scritti per il "New Yorker", sviscera i problemi morali, politici e giuridici che stanno dietro il caso Eichmann. Il Male che Eichmann incarna appare nella Arendt "banale", e perciò tanto più terribile, perché i suoi servitori sono grigi burocrati.

Beatrice-rurini

Beatrice Rurini
Sono appassionata di lettura e musica sin da piccola. Ho conseguito la maturità magistrale (senza insegnare), studiato pianoforte e violoncello. Lavoro come restauratrice d'arte. Sono sposata con prole e, soffrendo d'insonnia, mi appoggio alla lettura per evitare di stare con le mani in mano.
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