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Recensione: Stabat Mater, di Tiziano Scarpa

Recensione: Stabat Mater, di Tiziano Scarpa

Libri Recensione di Davide Dotto. Stabat Mater di Tiziano Scarpa (Einaudi). Un racconto senza tempo, potrebbe essere il nostro, oppure il Medioevo. Ma siamo a Venezia, nei primi anni del '700, e la musica di Vivaldi diventa partitura mai suonata per un'orfana alla ricerca della propria individualità.

Mi sembrava di essere io stessa quel sacerdote.
Tiziano Scarpa, Stabat mater
Stabat Mater racconta di Cecilia.
Orfana, è stata accolta – piccolissima – in un istituto veneziano, dove lei e le compagne «dormivano in file di letti fissati al muro come mensole».
Cecilia è alla ricerca esasperante della propria individualità. Finché non sarà in grado di riconoscere se stessa, le sarà impossibile fare altrettanto con chi le vive accanto.
Io mi confondo tra le altre ragazze. Siamo centinaia, sono sicura che a un occhio estraneo sembriamo tutte uguali. E io in mezzo a loro sono indistinguibile, assolutamente ordinaria. Eppure proprio questo vivere in comune ha fortificato la mia solitudine, l’ha resa indistruttibile.
Tiziano Scarpa, Stabat mater

Le figure con le quali Cecilia si rapporta altro non sono che proiezioni di sé. Stabat Mater di Tiziano Scarpa è un continuo, incessante monologo, una complicata introspezione.

Proiezioni di sé sono la Signora madre alla quale scrive, la Morte (la ragazza con i capelli di serpente). Pure lei  potrà diventare la madre di qualcuno; dovrà morire, un giorno. Il legame con entrambe è forte fino all'identificazione più spinta e feroce.
Tu non saresti niente senza di me, senza di me la mia morte non ci sarebbe, non esisterebbe neanche.
Tiziano Scarpa, Stabat mater
Lo stesso si deve dire della Signora Madre, colei che l’ha dovuta lasciare al suo destino.

Il mondo esterno scompare nel corso delle sue meditazioni, i pensieri affiorano soltanto al buio quando, insonne, si alza dal letto e raggiunge lo scalino in cui si siede. 

Osserva, così, le zone più recondite di sé, confuse nell’oscurità della notte. È una pausa dell’esistenza: nessun rumore, nessuna presenza intorno. Il luogo in cui si inoltra non è un vero e proprio nulla, pur somigliandovi:
Signora Madre, vi scrivo nell'oscurità senza candela accesa, senza luce. Le mie dita scorrono sul foglio appoggiato sopra le ginocchia. Bagno la penna nell'inchiostro, la intingo nel cuore della notte. Riesco a distinguere con difficoltà le parole che si srotolano sulla pagina, forse non sono nient’altro che grumi di buio anche loro.
Tiziano Scarpa, Stabat mater
Emblematico l’episodio del dente da latte inghiottito: «un pezzettino di me mi cadeva dentro e scompariva nel nulla».
Io sono una parte del buio, una fetta di nero che si muove dentro un nero più grande.
Tiziano Scarpa, Stabat mater

Stabat Mater di Tiziano Scarpa ha un respiro unico suddiviso in diversi movimenti.

La realtà medesima è prodotto del suo pensiero. Ci vorrà del tempo per comprendere la necessità di staccarsi dai propri fantasmi e di essere un «violino dentro la custodia». In un primo momento persino la musica che studia e che suona non le appartiene. Non giovano, insomma, gli insegnamenti dell’anziano don Giulio, che compone «una musica scritta per chi non ha più la forza di fare nulla», trasformando l’estro in mortifera abitudine.
Percepisce la stonatura tra ciò che si nasconde e ciò che chiede comunque di emergere. L’uniforme, per esempio, che «dovrebbe renderci indistinguibili e invece ottiene l’effetto contrario, fa spiccare ancora di più le differenze tra una faccia e l’altra».
Le cose cambieranno – gradualmente – grazie a un giovane sacerdote dai capelli rossi di nome Antonio. Egli diventerà un confidente con cui condividere pensieri.
Questo il modo di Cecilia di rapportarsi, di conoscere, tra pietà, empatia e immedesimazione.
Se prima dal violino di Cecilia usciva una musica che non suonava, aggrappata al silenzio del luogo che la ospitava, Antonio porta una rivoluzione. Una rivoluzione che lavora e opera dall’interno. Antonio scrive e insegna a suonare «un pasticcio di suoni che imitano i rumori delle stagioni». Tirerà fuori, da ciascuna, l’anima inespressa, la partitura mai suonata.

Stabat mater è dapprima un racconto senza tempo. Potrebbe essere il nostro, oppure il Medioevo. I giorni cominciano a scorrere con l’ingresso sulla scena di Antonio: siamo a Venezia nei primi anni del Settecento. 

L’Ospitale di cui si parla del romanzo è il Pio Ospedale della Pietà.
A Cecilia si aprono gli occhi. Intuisce quale sia la condizione attuale e lo spettro di una nuova versione della prigionia di sempre. Siamo, in fondo, nel ‘700: una questione femminile non si pone nemmeno. Tuttavia si apre, appunto, uno sguardo rinnovato su molte cose. Cecilia, infatti, scopre la crudeltà del mondo reale che si proietta sulle corde di budello d’agnello del suo violino. Impara che la vita è cinica e bara, ma anche a farvi fronte.
Questa la svolta inaudita di Vivaldi. A suo modo apre le porte alle luci e ai colori del mondo esterno, generando ulteriori proiezioni: forse solo Beethoven riuscì a tanto, connettendo spirito, corpo, universo e musica.
A tratti emergono altre individualità, una comunità che fa corpo e suona gli spartiti. Una musica diversa si fa strada, coerente con spiriti vivi ma latenti. La quale esige una ricchezza espressiva tutta genere e una minor distonia di pensiero. Vengono meno le stonature prima avvertite.
Emerge infine un inusitato bisogno di libertà, quello che Cecilia perseguiva al buio, nella sua esasperante introspezione. Cecilia a un certo punto dirà: «Voglio sentire il rumore delle cose senza suonarle. Voglio uscire di qui e fare rumore. Soltanto rumore».



Stabat Mater

di Tiziano Scarpa
Einaudi
Narrativa
ISBN 978-8806201692
Cartaceo 9,50€
Ebook 6,99€

Sinossi 

È notte, l'orfanotrofio è immerso nel sonno. Tutte le ragazze dormono, tranne una. Si chiama Cecilia, ha sedici anni. Di giorno suona il violino in chiesa, dietro la fitta grata che impedisce ai fedeli di vedere il volto delle giovani musiciste. Di notte si sente perduta nel buio fondale della solitudine più assoluta. Ogni notte Cecilia si alza di nascosto e raggiunge il suo posto segreto: scrive alla persona più intima e più lontana, la madre che l'ha abbandonata. La musica per lei è un'abitudine come tante, un opaco ripetersi di note. Dall'alto del poggiolo sospeso in cui si trova relegata a suonare, pensa "Io non sono affatto sicura che la musica si innalzi, che si elevi. Io credo che la musica cada. Noi la versiamo sulle teste di chi viene ad ascoltarci". Così passa la vita all'Ospedale della Pietà di Venezia, dove le giovani orfane scoprono le sconfinate possibilità dell'arte eppure vivono rinchiuse, strette entro i limiti del decoro e della rigida suddivisione dei ruoli. Ma un giorno le cose cominciano a cambiare, prima impercettibilmente, poi con forza sempre più incontenibile, quando arriva un nuovo compositore e insegnante di violino. È un giovane sacerdote, ha il naso grosso e i capelli colore del rame. Si chiama Antonio Vivaldi. Grazie al rapporto conflittuale con la sua musica, Cecilia troverà una sua strada nella vita, compiendo un gesto inaspettato di autonomia e insubordinazione.

Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.

About Davide Dotto

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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