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Recensione: L'ho fatto per le donne, di Massimo Segato

Recensione: L'ho fatto per le donne, di Massimo Segato

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. L'ho fatto per le donne di Massimo Segato (Mondadori). Una panoramica lucida e non tendenziosa sul tema dell’aborto, i pregi della 194, i pregiudizi e le ipocrisie. Da leggere assolutamente.

Massimo Segato è un ginecologo veneto non obiettore: merce rara in un paese bigotto come l’Italia. Radicale, ateo, socialista. Uno di quelli che crede che l’embrione non sia vita, quindi che la sua eliminazione non sia equiparabile a un omicidio. Invidia la fede, in chi ce l’ha, ma lui non riesce a condividerla.


Massimo Segato si forma negli anni dell’approvazione della legge 194. È già medico tirocinante quando assiste a due episodi. 

Il primo è la morte di una donna giovane e nubile per sepsi. Una di quelle che si era procurata l’aborto in qualche modo e che è stata uccisa dall’infezione. Una di quelle sulle quali non si faceva neppure l’autopsia perché il perbenismo dell’epoca faceva sì che i medici insabbiassero il caso con un referto generico. Non si doveva sapere che una ragazza non sposata era morta per procurato aborto: la sua reputazione sarebbe rimasta infangata.
In Italia, prima della 194, gli aborti illegali erano un numero enorme. E ancora oggi, laddove l’aborto è fuori legge, come in Polonia, le donne trovano ogni modo per abortire di nascosto, o andando all'estero, o assumendo farmaci che si fanno spedire via internet dall'India (e vatti a fidare).

Combattere per mettere al bando il diritto all'aborto legale, oggi come oggi, sarebbe completamente anacronistico.

Segnalo questo interessante documentario in proposito.
Capita infatti che anche molti medici, che ufficialmente si dichiarano obiettori di coscienza, praticano aborti in clandestinità nei loro stessi studi privati o pubblici, registrando l’operazione sui referti medici come afferente ad altre categorie di intervento. Ciò conferma quanto avevamo sostenuto nel precedente capitolo: molti appelli all’obiezione di coscienza in Polonia non sono sinceri. I dottori spesso la invocano come precauzione più che per pura convinzione, per la paura di perdere il posto di lavoro o di essere vessati da colleghi e superiori.
www.dinamopress.it

Torniamo il libro di Massimo Segato,  L'ho fatto per le donne: Confessioni di un ginecologo non obiettore

Già negli anni Settanta Massimo Segato sa che dietro l’obiezione si nascondono spesso ipocrisia e fonti di guadagno illeciti. Il dibattito in Italia è acceso e lui non ha dubbi sul lato in cui vuole stare.
Sa anche che in una zona chiusa come quella in cui abita lui, dove alla fine ci si sposa quasi tra parenti, da sempre, nel passato, i neonati malformati, senza una diagnosi prenatale, venivano uccisi dalle levatrici che operavano una selezione de facto.
Quindi che cosa è meglio? Assistere le donne nelle loro decisioni o lasciare che medici corrotti e mammane sporcaccione guadagnino illecitamente per offrire un servizio senza alcuna garanzia di tutela della salute?

Il secondo episodio che condizione le scelte di Massimo Segato è questo: assiste a una situazione di emergenza in cui, tra donna e nascituro, il marito sceglie la moglie. 

A quel punto non ha più dubbi: lui sarà sempre dalla parte delle donne.
Perché la gravidanza è questo: è una donna in simbiosi con un bambino, ma può essere anche una donna contro un bambino. La vita di uno può significare il sacrificio dell’altra. A volte bisogna scegliere.

Massimo Segato ha scelto la donna.

Inizia così la sua carriera di soldato, al servizio dello Stato. La sua è una missione, nella quale mette amore. E che per certi versi dà buoni risultati, perché negli anni le interruzioni volontarie di gravidanza diminuiscono, c’è più consapevolezza riguardo alla contraccezione e l’introduzione della pillola abortiva non rende nemmeno necessario, in tanti casi, l’intervento chirurgico.
Durante la sua lunga carriera, Segato ne vede di tutti i colori e riconosce lo stato d’animo delle persone che richiedono “l’intervento”.
Spiega che il modo di affrontare un aborto varia molto con l’età: sotto i vent’anni c’è incoscienza e le ragazzine che abortiscono non si pongono domande. A vent’anni le domande iniziano, ma ci sono altri progetti da realizzare; dopo i quarant’anni la decisione è più sofferta, le donne, magari con altri figli, temono per la loro salute e per la mancanza di energie.

L’approccio cambia anche con la cultura del paese d’origine. 

Segato dice che le donne dell’Est Europa preferiscono l’aborto agli anticoncezionali, perché nel loro paese (Serbia, Romania) il primo è gratis mentre i secondi costano. Così si recano da lui che hanno già abortito altre tre o quattro volte e richiedono l’intervento senza battere ciglio. Una donna, addirittura, l’aveva già fatto dodici volte e ha richiesto a lui la tredicesima. Lui l’ha operata, anche perché con dodici aborti la gravidanza sarebbe stata pericolosissima, ma poi le ha inserito d’ufficio una spirale. Queste donne infatti non sanno che una poliabortività procurata può compromettere il loro utero (e la loro vita) per sempre. Infatti ogni raschiamento assottiglia un po’ la parete dell’utero, al punto che in caso di successiva gravidanza desiderata, rischia che si rompa.
E che dire di quel politico, che Segato conosceva dai tempi degli studi e che nel libro chiama Savonarola? Nel dibattito pre-referendum era agguerritissimo contro l’aborto, e anche dopo era rimasto un vero integralista, ma poi gli porta l’amante ad abortire.

Finché non accade un fatto. Massimo Segato commette un errore. 

All’inizio degli anni Ottanta pratica un aborto a una donna che nel libro viene chiamata Barbara. Barbara ha già due figli, quarant’anni e non se la sente di allevare un terzo bambino. Segato è convinto di aver fatto tutto bene. Ha aspirato quello che doveva. Ma sette mesi dopo incontra di nuovo Barbara, che ha appena dato alla luce il piccolo Giulio ed è arrabbiata nera. L’aborto è fallito. Forse Giulio aveva un gemello. Forse il medico ha scambiato il materiale estratto per un embrione. All’inizio degli anni Ottanta non c’erano ecografi di precisione. Fatto sta che Giulio è venuto al mondo e Barbara non pare contenta. Segato teme una causa legale. E in effetti Barbara, ammetterà, ci stava pensando. Ma poi succede una cosa. Segato incontra di nuovo Barbara e Giulio che nel frattempo è diventato un bellissimo bambino. E Barbara lo ama immensamente. Riconosce che quell’errore le ha portato infinita gioia. Che in fondo è stato un errore meraviglioso.

Iniziano così tutti i dubbi di Massimo Segato su quello che, in buona fede, stava facendo. 

Quanti altri embrioni abortiti, esseri umani in potenza, per dirla come Aristotele, sarebbero potuti diventare bambini belli e vivaci, fonti di infinita gioia come Giulio? Siamo sicuri che l’aborto, che lui, da buon soldato dello Stato, ha sempre accettato di praticare a chi glielo chiedeva, fosse in tutti i casi la scelta migliore? O che, passato il momento di sconforto, un bambino non avrebbe portato una ventata di amore a sua madre e a alla sua famiglia?
Il dubbio gli nasce dal fatto che, di tutte le sue pazienti, solo una minoranza, dopo anni, si dichiara soddisfatta di aver abortito. Di aver rinunciato a quel figlio (concepito con un uomo sbagliato, con una situazione instabile) per poi metterne al mondo altri in condizioni migliori. (E siamo sicuri che la vita di quel bambino sarebbe stata un disastro, come afferma la madre? Si chiede ancora Segato).

Massimo Segato a un certo punto comincia a puntare il dito contro la superficialità di certe donne. 

Nonostante il calo degli aborti, Segato afferma: «Certi aborti mi feriscono. Ci sono donne che potrebbero fare le mamme senza problemi e invece scelgono la via dell’interruzione». Come “Francesca”, figlia di una famiglia bene, sposata e benestante, in ottima salute, ma senza la forza caratteriale di assumersi la responsabilità di una maternità. Segato le pratica l’aborto col cuore pesante. È un soldato al servizio dello Stato, ma non è una macchina.
A loro sembra il male minore, ma lo è solo in apparenza. Perché spesso nasconde grandi rimpianti e grandi sofferenze, che sono indicatori della superficialità della scelta iniziale.
Massimo Segato, L'ho fatto per le donne
Infatti Francesca poi non si rivela per niente contenta. E ancora: «La legge diventava allora lo strumento per abusare di un diritto. E io stentavo ad accettare una simile evidenza. Il senso del dovere cominciava a fare a pugni con quel nuovo sentimento. Cominciavo cioè ad avere delle pulsioni che mi spingevano al rifiuto».

Massimo Segato mostra di patire quella sua paziente che, dopo aver provato per anni invano a concepire col marito, chiede un aborto perché era rimasta incinta di un amante nero.

O della lesbica che vuole l’intervento perché una gravidanza sarebbe il segno dell’ovvio tradimento con un partner maschio. E quell'altra ancora? Quella che era devastata per aver avuto diversi aborti spontanei, ma che quando finalmente la sua gravidanza procede bene, decide di interromperla perché il bambino ha un femore leggermente più corto dell'altro. Ha, cioè, un piccolo problema fisico, correggibile chirurgicamente, che gli avrebbe comunque permesso di condurre una vita piena e dignitosa.

Massimo Segato è un uomo intellettualmente onesto, dallo sguardo buono. Non ha mai spinto le sue pazienti in una direzione per principio. Ha sempre accolto il loro desiderio. 

Come con quella mamma cattolica che attendeva il quarto figlio, anencefalico e senza aspettative di sopravvivenza: come medico lui l’avrebbe fatta abortire, ma l’ha ammirata quando lei ha deciso di lasciare che la natura facesse il suo corso, ha dato alla luce il neonato e l’ha cullato per due giorni finché non è morto. E ha donato il suo cuore a un altro bambino.
Per paradosso penso di aver salvato più embrioni io di tanti esponenti del Movimento per la Vita. Perché con le donne intenzionate ad abortire parlavo io, non loro. E a molte ho fatto cambiare idea.
Massimo Segato, L'ho fatto per le donne

L'ho fatto per le donne: Confessioni di un ginecologo non obiettore, scritto materialmente dal giornalista Andrea Pasqualetto, che ho letto in due sere perché si beve d'un fiato e non è mai noioso o didascalico, è una testimonianza che voglio credere autentica. 

È la storia di un uomo che si pone dei dubbi, che non ritiene di avere la verità in tasca. Che cerca di operare per il bene, ma che con l’esperienza, con 10.000 bambini fatti nascere e 4.000 abortiti, matura altre convinzioni, più complesse. Teme di non aver sempre fatto il loro bene assecondando la richiesta di abortire. E alla fine smette di praticare aborti, anche se non ha mai optato per l'obiezione.
Il libro offre una panoramica lucida e non tendenziosa sul tema dell’aborto, mette in luce i pregi della 194, ma anche i pregiudizi e le ipocrisie. Da leggere assolutamente.


L'ho fatto per le donne
Confessioni di un ginecologo non obiettore
di Massimo Segato
Mondadori
Saggio | Non fiction
ISBN 978-8804679769
cartaceo 16,62€
ebook 9,99€

Sinossi
Alla commovente vicenda del bambino che non doveva nascere, si alternano nel suo racconto le storie non meno struggenti di alcune delle donne che ha incrociato nel corso di quasi quarant'anni di professione esercitata al Servizio Interruzioni dell'ospedale vicentino di Arzignano quando faceva parte di una équipe osteggiata da una terra profondamente cattolica: l'«Equipo de la muerte», come l'avevano ribattezzata gli antiabortisti.
In queste pagine Segato per la prima volta confessa i dubbi e le difficoltà del suo delicato e lacerante lavoro, e parla di quelle donne e dei loro segreti: ragazze inconsapevoli, amanti incinte, giovani stuprate. Sono storie di dolore, di figli mai nati, ma sono anche storie coraggiose di profondo amore, come quello di Caterina e Lucrezia per i loro bambini malformati e voluti. Ci sono le paure delle ventenni, le preoccupazioni delle quarantenni, il ruolo degli uomini. E le ripercussioni psicologiche sulle scelte fatte, che a volte emergono a distanza di anni.
Su tutto grava il peso del dubbio che non lo abbandonerà più: «Ho conosciuto migliaia di donne disperate e ho sempre pensato ai loro drammi, alle loro vite. Le ho ascoltate e aiutate. Un giorno ho però iniziato a udire anche la voce dell'embrione. E ho visto una realtà diversa che ha insinuato nella mia mente dei dubbi. Quanti bambini come Giulio non avevo fatto nascere? Ma poi subentrava la ragione, che nel mio caso ha un grande potere. Sono laico, non sono credente. Cercavo una coerenza rispetto alla scelta fatta. Mi sovvenivano così altri, opposti pensieri nei quali cullare il lavoro di tanti anni: "Se non intervengo io lo farà qualcuno, clandestinamente, e quella donna rischierà la vita. La legge c'è, devi solo applicarla, senza porti tante domande. Lo fai per salvare lei...". Prima pensavo una cosa, poi un'altra. Prima la donna, poi il bambino, poi di nuovo la donna. Avrei voluto salvare entrambi, ma non era possibile».
Elena Genero Santoro

Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag.
L’occasione di una vita, Lettere Animate.
Un errore di gioventù, 0111 Edizioni.
Gli Angeli del Bar di Fronte, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Il tesoro dentro, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Immagina di aver sognato, PubGold.
Diventa realtà, PubGold.
Ovunque per te, PubMe.
Claire nella tempesta, Leucotea.

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