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Viaggio in Laos: in barca sul Mekong fino a Luang Prabang

Viaggio in Laos: in barca sul Mekong fino a Luang Prabang

Viaggi Di Luigi Lazzaroni. Laos, in barca sul Mekong fino a Luang Prabang: sorrisi, farfalle, antenne paraboliche e palafitte di legno sulla piena gialla del fiume.

Thailandia, dogana di Chiang Khong, uomini con carrelli carichi di valigie, donne con borsoni rigonfi, bambini dagli occhi vivaci, sguardi curiosi e circospetti, stiamo aspettando l’autobus/navetta per attraversare la frontiera passando sul ponte del Mekong.

Viaggio in Laos, primo giorno. 

Laos, dogana di Ban Houayxay, la nostra guida ci riconosce subito, non era difficile, gli unici occidentali, e si presenta. Thong, trent’anni circa, sguardo serio, esperto in burocrazia laotiana, in pochi minuti moduli compilati e passaporti timbrati. In tuk-tuk verso il paese, lungo la strada case disordinate, tettoie di lamiera arrugginita, invadenti insegne pubblicitarie un po’ ovunque, poche automobili, di lusso, BMW e SUV.
L’alberghetto non è gran che ma dalla finestra della stanza si vede la piena gialla del Mekong.
Moglie a riposarsi in camera, io a curiosare in giro. Al monastero in cima alla scalinata monaci ragazzini a torso nudo lavano pareti e pavimenti, c’è chi mi osserva con aria sorpresa, chi mi scruta con fare strafottente e chi ride scambiandosi battute sul mio conto. Il tempio con tetto a capanna è tutto dipinti e intarsi dorati. Ore diciotto, il monaco che suona la campana con un martello si tappa con la mano l’altro orecchio. Nell’aria della sera una vibrazione infinita, dentro al tempio una ventina di monaci giovanissimi cantano seduti per terra con le gambe piegate da un lato, un ultimo raggio di sole accende le tuniche arancio e il grande Buddha dorato sull’altare.
Prima sera in Laos, cena sul terrazzo sopra il fiume.
Luce fioca di candele, un piccolo geco sulla camicia bianca di mia moglie, troppo stanca per reagire, il Mekong è una presenza nera e silenziosa.

Viaggio in Laos, secondo giorno.

Il gallo canta alle quattro, alle sei e un quarto scendono dal monastero, una quarantina di monaci, una fila si incammina a sinistra, l’altra a destra, tutti con una ciotola lucida di metallo a tracolla, le donne in ginocchio le riempiono con mestoli di riso glutinoso.
Gli uomini e i bambini si inchinano a mani giunte al loro passaggio, i monaci a ogni offerta cantano una preghiera di ringraziamento.
Ore nove. Lo slow boat è un battello curvo come una banana, capitano molto giovane, moglie del capitano molto carina, mozzo giovanissimo, pochi timidi sorrisi, arriva un vecchietto orbo da un occhio con i sacchetti di plastica della spesa, è lo chef, si può partire. Subito si ripassa sotto il ponte di ieri, fatto dai cinesi per collegare Shangai all’Oceano Indiano saltando tutto il Sud Est asiatico, ci spiega Thong.

Mekong e giovani monaci

Il Mekong viene da lontano, dal Tibet e dalla Cina ma scorre ancora irruento, acqua fangosa e gialla carica di forza, bottiglie e taniche di plastica impazzite tra gorghi e mulinelli. 

La foresta compatta della riva resiste all’acqua turbolenta, più in alto radure coltivate a riso di montagna, banane e mais, ogni tanto si intravede tra gli alberi un villaggio silenzioso di poche case.
Due barche basse e sottili ci superano velocissime sollevando una fontana d’acqua, i guidatori hanno il casco da motociclista, cinque-sei persone per barca, sono speed boat. Motori truccati d’automobile dice Thong, sette, otto ore per arrivare a Luang Prabang, banchi di sabbia e tronchi galleggianti permettendo. La foresta sulle rive si fa più densa, una monotona parete verde, liane penzolanti in acqua, pennellate rosse di alberi in fiore. Occhiate di sole in alto sulle montagne, mia moglie sonnecchia, ma quando mai ritornerai sul Mekong?

Sosta a un villaggio per interrompere la mattinata, case di stuoie su palafitte di legno, antenne paraboliche sulle verande, sembrano sopportare la visita. 

Le donne non sorridono a Thong, non lo salutano, rispondono malvolentieri alle sue domande, vivono di riso di montagna, unici sorrisi dai tanti bambini che guardano curiosi. Sono Kamu, gli “antichi”, ci spiega Thong, i primi abitanti del Laos, oggi una minoranza risentita sembra di capire. E poi per ore il borbottio del motore, gli spruzzi dell’acqua gialla sui fianchi della barca, il verde ipnotico della foresta sulla riva, l’azzurro del cielo scolorito dalla luce accecante del sole, è difficile stare svegli.
Ore sedici, arrivo a Pak Beng, su un’ansa del Mekong infossata tra montagne ripide e se possibile ancora più boscose. In giro da solo a curiosare, farfalle, anatre e galline. In alto su una piazzola per elicotteri i ragazzi giocano a calcio, quando la palla esce si va alla disperata ricerca giù nei cespugli. Dal fiume sale una leggera nebbia che si mescola al fumo denso dei grill lungo la strada, nessuna bancarella di souvenir, giovanotti seduti su un muretto in attesa di non so cosa, un bambino grida “falang”. Avevo letto di questo nome usato per indicare gli occidentali ma è la prima volta che me lo sento rivolgere, mi scappa un sorriso.
Notte afosa, piove a dirotto, nel 2008 il Mekong era dieci metri più alto e arrivava davanti all’albergo ci racconta sorridendo la nostra ospite, doveva far paura.

Viaggio in Laos, terzo giorno: pranzo in barca e villaggio Khok Eak.

Ore sette, tre monaci in giro per la questua, il più anziano tonaca rosso ruggine, l’altro e il bambino tonaca arancio, anche loro ringraziano cantando ogni donatore mentre ci osservano di sottecchi.
Di nuovo sul fiume, rive ripide, foresta compatta che si perde in alto nella nebbia, uomini chini sulla riva di rare spiagge sabbiose, sono cercatori d’oro ci spiega Thong. Pranzo in barca solo per noi, fa un po’ specie ma il ragazzo che ci porta i piatti sorride. Thong si sta sciogliendo, ha 37 anni, un figlio piccolo ma ha perso la prima e l’ultima nata, guadagna a giornata, è bassa stagione, abita a Luang Prabang.

Sfide in barca e villaggio Kamu

Khok Eak, dove ci fermiamo, è un villaggio Lao Loum. 

Thong si sente a casa, donne e bambine più sorridenti, scherzano con lui, tante farfalle, parabole satellitari, i bimbi trascinano con uno spago macchinine di legno e di latta, una donna lava i panni al ruscello circondata da oche bianche come nei dipinti dei templi. L’uomo sulla veranda che aggiusta la rete accetta serio di farsi fotografare, il tempio del villaggio è come una nostra chiesetta di campagna, c’è un’aria serena. Lo chef orbo contratta un grosso pesce gatto dalle pinne bordate di rosso con una signora che è comparsa dal nulla sulla barca, elegante con orecchini e catena d’oro, la stadera che usano è come quella del nonno.
Kamu, Lao Loum, quante etnie/popoli ci sono in Laos? 
Thong riconosce a colpo d’occhio Thai, Khmer, Kamu, Lao Loum, Karen, Alak, Hmong, vietnamiti, indiani, cinesi, giapponesi, coreani, e… falang, per lui italiani, australiani, danesi, americani sono la stessa roba, tutti falang.

Al villaggio di Thong, vicino a Luang Prabang, c’è una festa, ci sono le regate sul fiume, andiamo? 

Ok, no niente grotte di Pak Ou, subito al villaggio, può portare il figlio? Certo. Telefonate, accordi, ci aspetta il cognato con un SUV, il bambino ci osserva curioso e un po’ impaurito, siamo i primi falang che vede, ci dice divertito Thong. È proprio una festa di paese, lungo la strada bancarelle di cianfrusaglie, vestiti da poco, pentole che friggono, grill che fumano. Ragazzine in gruppo, qualche sguardo ubriaco, musica melodica locale a tutto volume, cassette di birra, palloncini colorati, motorette tra i pedoni, mezzo maiale arrosto, frutta esotica, dolci di tutti i colori.
Arrivano le prime due barche, lunghe, strette, una trentina di ragazzi per barca che pagaiano indiavolati, eeh-oohh-eeh-ooh, in fondo il timoniere in piedi voga anche lui disperato, non c’è storia, vincono i rossi. Sono sfide tra villaggi, e tu non hai mai partecipato? Una volta, ma se non vai a tempo prendi delle gran botte! Gialli contro rossi, eeh-ooh-ehh-ooh, sotto i gazebo della riva si beve, i bambini piccoli si addormentano in braccio alla mamma. Gialli contro verdi, ehh-oohh-ehh-ooh, le ragazze fanno il tifo al riparo di ombrellini colorati, lattine di birra abbandonate sulla sabbia, verdi contro rossi, eeh-ooh-eeh-ooh, sole che scotta, luce che acceca, è tempo di andare, grazie Thong.



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Luigi Lazzaroni

Luigi Lazzaroni
Non credo nell’astrologia ma mi ritrovo in alcune caratteristiche del mio segno, ovviamente quelle che mi fanno più comodo: l’Acquario ama sentirsi libero e sente il bisogno di spostarsi continuamente, adora viaggiare, è attratto da tutto ciò che è nuovo, ha idee continue che gli girano in testa, gli Acquario sono sognatori. Confermo al cento per cento. Per il resto studi classici, laurea scientifica giusto per cambiare, pittura nei periodi di meditazione, fotografia sempre, in montagna da solo o con gli amici, in giro per il mondo con una moglie che mi tiene nel mondo reale tranne che in Amazzonia dove non vuole proprio venire.
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