Zucchero filato, di Valentina Pelliccia: pagina 69

Zucchero filato, di Valentina Pelliccia: pagina 69

Pagina 69 #168 Zucchero filato di Valentina Pelliccia (Schena Editore). A 17 anni dalla pubblicazione, un romanzo che continua a classificarsi ai primi posti di prestigiosi Premi di Narrativa Nazionale.

Colette sente un leggero fruscio di vento intorno a lei mentre tutta la città è riscaldata da un sole caldo e pacato.
Avverte delle strane sensazioni. Un brivido. Tanti brividi. Trema come se fosse a scuola, prima di una delle sue solite interrogazioni o compiti in classe. Trema per l’ansia o forse anche per la felicità.
È così agitata che ha paura di salutare Alberto e di balbettare. Ha paura di fare qualche stupida figuraccia, in preda alla timidezza e all’insicurezza.
Colette, oh Colette, se solo tu sapessi quanto sei bella!
La gente affolla le strade del centro. Mani si tengono forte. Persone parlano tra di loro, altre litigano o altre addirittura, si ignorano.
Il suo cellulare squilla per un secondo. È Alberto. Alberto che starà pensando a lei e che si starà chiedendo dov’è .
Colette è ancora un po’ distante. Tira fuori il cellulare per mandargli un sms.
“Sto arrivando. Aspettami.”
Aspetta che sul suo display appaia la scritta minuscola “Inviato” per poter tirare un sospiro di sollievo.
Riprende a camminare, anzi, a correre.
Esplode di felicità. Se solo potesse gridare dalla gioia, non esiterebbe a farlo.
Invece si deve rimanere nel silenzio. Sempre. Comunque.
Passa per una stradina poco illuminata, ma non ha paura. È troppo presa ad arrivare in tempo all’appuntamento, è troppo presa a guardarsi un’ultima volta nello specchietto che tiene nella piccola borsa.
Qualcuno o qualcosa ancora una volta interrompe il flusso dei suoi pensieri.
Da dietro si sente spingere. Spingere forte. Molto.
Lo specchietto cade a terra e finisce col frantumarsi in tanti piccoli cristallini di vetro.
Qualcuno le mette una mano sulla bocca e all’orecchio destro le sussurra “Non gridare, ragazzina. Non gridare o sei morta”. Uno spavento. Un grido in gola che la sua bocca non grida. Non può. Vorrebbe, ma è vittima di qualcosa di molto più forte e potente. È vittima del male, del male degli uomini.
Dalla voce Colette riconosce che è un maschio. Non uno della sua età, uno molto, molto più grande. Così grande che sente la barba dell’uomo a contatto con la sua pelle, bianca, morbida, pura.
Trema. Trema ancora. Ancora di più. Ingoia ogni respiro, ingoia che lacrime che lentamente cominciano ad uscire dai suoi occhi.
Non c’è nessuno. Nessuno oltre a lei, allo sconosciuto e oltre all’odio.
L’odio arriva dove l’amore non può arrivare. L’odio arriva anche dove non dovrebbe. Arriva e lo sente salire attraverso il suo vestito, attraverso le calze e le mutande con disegnato Snoopy.
L’uomo la porta via con sé e la sbatte contro un muro. Freddo. Gelido.
Con una mano le tappa la bocca, con l’altra cerca di levarle con violenza gli indumenti di dosso.
Colette cerca di difendersi. Si agita. Gli morde le dita. Scuote la testa. Batte forte con i piedi contro la terra e contro il muro. Nessuno sente.
Nessuno avverte la sua disperazione. L’uomo è da solo con il suo egoismo e la sua ansia di sesso. L’orco cattivo aspetta solo di entrare in lei per provare piacere.
Un piacere che sa di morte. Un orgasmo che vorrebbe arrivare, godere della sofferenza altrui per poi rientrare dentro i suoi pantaloni e dimenticarsi di tutto.
Ma l’odio per chi lo subisce, purtroppo, non verrà mai del tutto dimenticato.
Non avverte più il suo corpo. Colette non si sente. Si lascia vivere ma non vive.
Qualcuno per la prima volta distrugge lo spazio innocente che ha sempre avuto attorno a lei. Qualcuno per la prima volta si appropria di lei come di un oggetto.
[...] Intanto il cellulare riprende a squillare. I bip bip della melodia entrano nella sua testa ma lei non può rispondere.
Alberto la sta aspettando. Aspetterà un po’ e poi deciderà di andare via o forse l’aspetterà tutto il pomeriggio. Forse incontrerà un amico e allora andrà via con lui. Colette invece non può decidere niente. O almeno, i pensieri non bastano.
Ma, se i suoi pensieri avessero una forza fisica, allora l’uomo sarebbe già a terra, sconfitto.



Leggi anche Silvia Pattarini | Valentina Pelliccia presenta: Zucchero filato

Zucchero filato

Ci tengo a precisare che non si tratta di un romanzo autobiografico.
Colette è una bambina, una piccola donna di quattordici anni. Il suo è un mondo ovattato, protetto. Improvvisamente cresce, si trova a dover affrontare da sola la vita.
E proprio quando si presta a vivere la sua prima vera libertà, qualcuno la violenta, contaminando la sua anima, la sua purezza e infrangendo così i suoi sogni.
Tuttavia, proprio questa condizione di distruzione, di “immobilità totale”, di non-vita, di suicidio interiore, è il passaggio fondamentale per ritrovare il coraggio di andare avanti.
È un racconto che fa capire quanto sia importante essere forti per se stessi e gli altri.
Zucchero filato continua a classificarsi ai primi posti di prestigiosi Premi di Narrativa Nazionale pur essendo trascorsi 17 anni dalla pubblicazione. Come, da ultimo, al Concorso "Tre colori" ad agosto 2020.


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