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Monologo da Medea, di Pierre Corneille

Monologo da Medea, di Pierre Corneille

Palcoscenico Di Tamara Marcelli. Il monologo teatrale di Medea, dalla tragedia omonima in cinque atti di Pierre Corneille.


Pierre Corneille nacque a Rouen, in Francia, il 6 giugno 1606 da una famiglia borghese che gli permise di seguire e appassionarsi agli studi classici, soprattutto agli autori latini.
Pur avendo studiato per diventare avvocato, ben presto preferì dedicarsi alla Letteratura e al teatro. Dopo aver scritto numerose commedie, nel 1635 compose la tragedia Médée e l’anno successivo Le Cid che diventerà presto il suo capolavoro. Nel 1640 pubblicò Horace, nel 1643 Polyeucte, nel 1650 Nicomède.
Alle sue tragedie premetterà degli Esami (Examens) in cui espliciterà l’obbligo di osservanza delle unità aristoteliche (d’azione, di luogo e di tempo) nella narrazione.
Scrisse anche alcuni poemi religiosi e tradusse in versi il testo Imitazione di Cristo (De Imitatione Christi), un’opera medievale scritta in lingua latina, il cui autore è sconosciuto.
Cultore di Seneca, scrisse la sua Medea ricalcando l’opera omonima del drammaturgo di età imperiale, tenendo ben a mente anche il modello greco di Euripide.
Morì a Parigi il 1 ottobre 1684.

Curiosità su Medea di Pierre Corneille

La prima versione teatrale del mito di Medea è di Euripide (431 a.C.), seguirono alcuni autori latini, tra cui Seneca (primo secolo d.C.) e successivamente, in tempi moderni, il drammaturgo francese Jean Anouilh (1946).
Celebre la versione cinematografica di Pier Paolo Pasolini basata sulla Medea di Euripide e apparsa nel 1969 con la divina Maria Callas.
Di queste versioni, parleremo in altri articoli.
Monsiuer, je vous donne Médée, toute méchante qu’elle est, et ne vous dirai rien pour sa justification. Je vous la donne pour tell eque vous la voudrez prendre, sans tậcher à prévenir ou violenter vos sentiments par un étalage des préceptes de l’art, qui doivent ệtre fort mal entendus et fort mal pratiqyés quand ils ne nous font pas arriver au but que l’art se propose.
Pierre Corneille

Monologo di Medea, dall'atto V, scena II

Ti bastano, vendetta, ti bastano due morti? Consulta a tuo agio le tue più ardenti passioni. Strappar la moglie dalle braccia del mio perfido sazierà il mio furore? Oh! Avesse lei già figli da Giasone, su cui vendicar meglio il loro tradimento! Suppliamoci coi nostri; immoliamo con gioia quelli che Creusa mi rimanda a dirmi addio. Posso farlo, Natura, senza violare le tue leggi: vengono da parte di Creusa, e non sono più miei. Ma sono innocenti; anche mio fratello era innocente: hanno la colpa d’aver per padre Giasone; la loro morte deve raddoppiare il suo tormento, deve soffrire come padre e come amante. Macché! Ho un bell’eccitare la mia audacia contro di essi, la pietà la combatte, e si mette al suo posto; poi, a un tratto, cedendo il posto al furore, adoro i progetti che mi facevano inorridire; dall’amore passo subito alla collera, dai sentimenti di moglie alla tenerezza di madre. Cessate oramai, pensieri irresoluti, di voler risparmiare figli che non vedrò più. Cari frutti del mio amore, se vi ho fatti nascere, non è stato perché accarezzaste un traditore: egli mi priva di voi, ed io sto per privarne lui. La pietà rinasce in me, e torna a sfidarmi; non eseguo niente, e la mia anima smarrita rimane sospesa tra due passioni. Non discutiamo più, il mio braccio troncherà la questione. Vi perdo, figli miei, ma anche Giasone vi perderà; non vi vedrà più… Ma Creonte esce tutto in preda alla rabbia: andiamo ad aggiungere alla sua morte questo triste lavoro.

Tamara Marcelli
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