Gli scrittori della porta accanto

Canzoni come poesie: «Strange Fruit» di Billie Holiday, il primo grido contro il razzismo



Musica Di Stefania Bergo. Dai versi alle note, quando le canzoni sono poesie: Strange Fruit, di Billie Holiday, la più grande cantante jazz di tutti i tempi. Sedici anni prima del «No» di Rosa Parks, un potente grido rabbioso contro il razzismo.

Proprio questo mese è uscito un film su Billie Holiday, The United States vs. Billie Holiday, diretto da Lee Danielsche, che racconta la sua travagliata storia e celebra la sua voce inconfondibile e il suo coraggio, per aver tra i primi alzato la voce contro il razzismo.
Billie Holiday è stata una cantante jazz e blues statunitense, fra le più grandi di tutti i tempi, figlia di un suonatore di banjo e di una ballerina di fila. Abbandonata dal padre, fu cresciuta dai nonni materni a Baltimora mentre la madre lavorava a New York per mantenerla. La bisnonna, che viveva con lei, era stata una schiava in una grande piantagione della Virginia e aveva avuto sedici figli dal suo padrone. Di fatto, quindi, Billie Holiday era una mulatta, cosa che le causò il risentimento dei neri più radicali che le rimproverarono di essere "troppo chiara".

Stuprata a undici anni, fu rinchiusa in riformatorio per due mesi per adescamento perché, in quanto nera, non venne creduta.

Uscita di prigione, raggiunse la madre a New York e cominciò a prostituirsi in un bordello clandestino di Harlem, dove ebbe almeno la possibilità di ascoltare i dischi di Bessie Smith e Louis Armstrong. Condannata ad altri quattro mesi di riformatorio per prostituzione, una volta uscita cercò lavoro come ballerina in un locale notturno. Il provino andò male, ma fortunatamente qualcuno la sentì cantare... Fu così che a quindici anni iniziò la carriera di cantante nei club di Harlem.



Strange Fruit: l’inizio del movimento per i diritti civili.

Era una sera di marzo del 1939 quando Billie Holiday, al microfono del Café Society di New York, primo nightclub interrazziale degli Stati Uniti, sola sul palco, illuminata da un riflettore, iniziò a cantare con voce densa, sabbiosa ed emotiva Strange Fruits.
Inserita solo quarant’anni dopo nella Grammy Hall of Fame, Strange Fruit riprendeva le parole di una poesia di Abel Meeropol, insegnante bianco, ebreo e attivista per i diritti civili: pochi versi per raccontare, con il simbolismo potente e visionario di una fotografia narrata, la disumanità del razzismo, sbattendo in faccia al pubblico la realtà brutale dei linciaggi. Lo “strano frutto” di cui parla è infatti il corpo di un uomo di colore che penzola da un albero, dopo essere stato linciato e bruciato.
Un pugno allo stomaco che gelò il pubblico e che rappresenta, di fatto, una delle prime espressioni del movimento per i diritti civili, non un grido di propaganda, ma di dolore.
Non c’era nemmeno un leggero applauso nell’aria, all’inizio, poi solo una persona ha iniziato a battere nervosamente le mani e così tutti gli altri l’hanno seguito.
Billie Holiday, La signora canta il blues

L'esibizione al Café Society ebbe il merito di porre sotto gli occhi dell’opinione pubblica le violenze dei bianchi sui neri, trasformando in un’urgenza sociale la presa di posizione contro il razzismo.

Senza volerlo, ma con il coraggio e la determinazione di chi grida contro l'ingiustizia, divenne un simbolo. A tal punto che subito spuntarono bavagli per metterla a tacere.
Harry Anslinger, un ufficiale razzista del Federal Bureau of Narcotics, proibì a Billie Holiday di cantare Strange Fruit minacciandola di incarcerarla per uso di droghe e alcool. Lei si rifiutò e così facendo firmò la sua condanna.
Dopo il rilascio, a Billie Holiday venne tolta la licenza, cioè non aveva nemmeno più il permesso di cantare nei locali dove veniva servito alcool – praticamente in tutti i jazz club negli Stati Uniti.
La crociata di Harry Anslinger continuò fino alla morte della cantante, che avvenne in un letto d'ospedale a cui era stata ammanettata, sempre per uso di droghe e alcool.
Ottenne così di impedirle di cantare in pubblico, ma non riuscì mai a metterla a tacere in vita. E, cosa che spero possa rendergli l'eternità invivibile, ancor meno è riuscito a scalfire la potenza di Strange Fruit nel tempo, il primo grido contro il razzismo, progenitore di quel certo Black Lives Matter con cui le persone di colore hanno ripreso a gridare.

Strange Fruit di Billie Holiday

Musiche: Lewis Allan
Testo: Abel Meeropol | © Kobalt Music Publishing Ltd., Warner Chappell Music, Inc
Southern trees bear strange fruit
Blood on the leaves and blood at the root
Black bodies swinging in the southern breeze
Strange fruit hanging from the poplar trees

Pastoral scene of the gallant south
The bulging eyes and the twisted mouth
Scent of magnolias, sweet and fresh
Then the sudden smell of burning flesh

Here's a fruit for the crows to pluck
For the rain to gather, for the wind to suck
For the sun to rot, for the trees to drop
Here's a strange and bitter crop

Gli alberi del sud danno uno strano frutto
Sangue sulle foglie e sangue alla radice
Corpi neri che oscillano nella brezza del sud
Strani frutti appesi ai pioppi

Scena pastorale del galante sud
Gli occhi sporgenti e la bocca contorta
Profumo di magnolia, dolce e fresco
Poi l'improvviso odore di carne bruciata

Ecco un frutto da cogliere per i corvi
Perché la pioggia si raccolga, perché il vento risucchi
Che il sole marcisca, che l'albero cada
Ecco un raccolto strano e amaro


Billie Holiday, Strange Fruit



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Stefania Bergo
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