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The week: focus sugli eventi tra il 4 e il 10 luglio

The week: focus sugli eventi tra il 4 e il 10 luglio

The week Di Argyros Singh. Cosa è successo nel mondo tra il 4 e il 10 luglio? L'emergenza climatica in Italia: siccità e politiche energetiche.

Questa settimana mi concentro sull’Italia. Scrivo di emergenza climatica e di politiche energetiche, toccando temi quali la ristrutturazione della rete idrica, la desalinizzazione, l’energia nucleare e lo scioglimento dei ghiacciai.
Anticipo che, per l’ampiezza degli argomenti, ho spostato alla prossima settimana la trattazione del G20 in Indonesia, unitamente alla delicata situazione tra Turchia, Siria, Russia, Kazakistan. Anche il grave attentato all’ex premier giapponese, Shinzō Abe, otterrà una trattazione a parte, in attesa di maggiori sviluppi.


Sei regioni hanno ottenuto lo stato di emergenza per siccità, che il Consiglio dei Ministri ha esteso fino al 31 dicembre 2022: Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna.

Il CdM, presieduto dal premier Mario Draghi, ha previsto un totale di circa 37 milioni, distribuiti alle regioni interessate. Obiettivo dello stato di emergenza è offrire poteri straordinari per la gestione dell’emergenza e un’azione per rendere più efficienti le infrastrutture. Si attende ora un decreto specifico per la nomina del commissario straordinario. Nelle regioni coinvolte, si trovano circa 270mila aziende agricole in attesa di aiuti.
La questione del consumo di energia e di acqua nel nostro Paese si può riassumere in tre punti:
  1. Abbiamo risparmiato sul riscaldamento in inverno (perché è stato poco rigido), per recuperare in estate con l’aria condizionata, a fronte di un clima rovente.
  2. La gran parte del consumo proviene dal settore agricolo; segue quello industriale e civile; infine, quello domestico. Quest’ultimo, rispetto al resto, è una parte contenuta, per cui vi si può agire fino a un certo punto, al netto delle “buone norme di comportamento”.
  3. Siamo ironicamente con l’acqua alla gola per quanto riguarda la prevenzione e le azioni strutturali. Nel raccogliere e conservare l’acqua non siamo efficienti, con pochissimi invasi sul territorio e una rete idrica che fa letteralmente buchi da tutte le parti.
L’obiettivo è dunque costruire nuovi invasi e rendere più efficiente il sistema idrico nazionale.

La siccità sta colpendo soprattutto le regioni settentrionali, dove le perdite sono minori, questo perché da un lato esiste un consumo maggiore, dall’altro le piogge e le nevicate ridotte nel periodo invernale non hanno permesso di creare grandi riserve.

Secondo i dati Arera, gli sprechi della rete idrica sono circa del 40% (circa una quarantina di metri cubi al giorno di perdite per chilometro di rete), per quanto nell’ultimo decennio vi sia stato un aumento degli investimenti, da uno a quattro miliardi l’anno. Con il PNRR si conta di poter migliorare la situazione, con ulteriori 3,5-4 miliardi in cinque anni. Per esempio, bisogna implementare il riutilizzo dell’acqua tramite depuratori. Il problema è costituito dalla burocrazia: i cinque anni per la realizzazione rischiano di aumentare a fronte di oltre due anni per la conferma della documentazione.
Riguardo alle perdite totali, i tre comuni più virtuosi sono Macerata, Pavia e Como (entro il 12%); i tre peggiori Belluno, Latina e Chieti (quest’ultima città con un picco del 71,7% di perdite).
In merito al consumo individuale, gli italiani sono i più grandi consumatori di acqua in bottiglia in Europa, un dato che ha aspetti positivi, ma impieghiamo ben 215 litri per abitante al giorno, contro una media europea di 125 litri. Sulla siccità – tg24.sky.it | Sul tema delle rete idrica e degli sprechi – ilsole24ore.com e adnkronos.com

Un altro fronte riguarda i desalinizzatori. L’Italia, circondata da acque marine, potrebbe trarne giovamento, ma anche qui sussistono freni normativi e una lunga burocrazia.

Di recente, in un’intervista per AGI, l’economista Alessandro Marangoni ha spiegato che i costi per questa tecnologia sono diminuiti negli anni e che non sussiste un impatto ambientale significativo.
L’Australia, ma anche la Spagna (Barcellona in primis) e alcuni Stati del Medio Oriente (Israele, Arabia Saudita, etc.) ne stanno già facendo largo uso, per un totale di sedicimila impianti in 183 Paesi.
In Italia, invece, la legge “Salvamare” ha complicato le autorizzazioni con una rigida valutazione di impatto ambientale, ma è curioso come vi siano isole minori che necessitano di un rifornimento idrico tramite navi cisterne tutt’altro che ecologiche. In Veneto, a Taglio di Po, provincia di Rovigo, l’installazione di un desalinizzatore proveniente proprio dalla Spagna è stato avversato da questa legge. Oltretutto, si tratta di un impianto in affitto per due mesi, a circa 150mila euro. Un’assurdità simile al rifiuto verso l’energia nucleare, che finiamo comunque per importare dalla confinante Francia. Eppure, basterebbe un’attesa di due o tre anni di lavoro per garantire a queste aree oltre due decenni di indipendenza idrica. Così possono permettersi di fare Bahamas, Maldive e Malta.

Certo, non si negano due criticità. Al momento, gran parte degli impianti finirebbe per funzionare con energia da fonti fossili e i desalinizzatori impiegano molta energia.

Bisognerebbe dunque investire nelle energie rinnovabili anche con un occhio di riguardo a questi impianti, rendendo le due infrastrutture complementari: non a caso Spagna e Francia stanno investendo in desalinizzatori a energia solare autonoma, senza batterie.
L’altro aspetto è lo scarto del processo di desalinizzazione: la salamoia. Immettendola nell’oceano, può creare zone morte con concentrazioni di cloro e rame. Anche su questo si sta lavorando, a livello accademico, per il recupero dei minerali della salamoia, sebbene al momento il costo di estrazione risulti ancora elevato. Sono proprio i costi, più che gli aspetti ambientali, a frenare alcuni cittadini: a Huntington Beach, California, è stato bloccato il progetto di un desalinizzatore che avrebbe potuto garantire 378 milioni di litri di acqua potabile al giorno. Sui desalinizzatori – agi.it e lifegate.it

Il cambiamento climatico non aspetta l’essere umano.

Che si trovi una responsabilità nell’uomo o, da scettici, nel normale corso delle ere, oppure in un mix di questi due aspetti, dovrebbe essere chiaro a chiunque che un cambiamento climatico sia in atto e che ponga delle sfide concrete all’umanità.
Per esempio, in sessant’anni i 903 ghiacciai italiani si sono ridotti del 30%. Il distacco del ghiacciaio presso la Punta Rocca della Marmolada, con le vittime che ha comportato, ci ha ricordato la portata del fenomeno. L’evento non era prevedibile, come non lo è un terremoto, ma era quantomeno plausibile.

Entro i prossimi trent’anni, si prevede infatti la scomparsa di tutti i ghiacciai alpini sotto i 3.500 metri: quello della Marmolada ha perso, solo negli ultimi dieci anni, il 30% del suo volume.

Nel giorno del distacco, si erano raggiunti i 10°C in vetta; lo 0 termico si era registrato, in tutto l’arco alpino, solo sopra i 4.700 metri.
Le conseguenze di questo massiccio scioglimento si rifletteranno sempre più sulla produzione di energia idroelettrica, ma anche sulla biodiversità e sul turismo. L’unico modo per intervenire è agendo in termini macroscopici, ovvero stabilizzando il clima del pianeta. Altre soluzioni, come la copertura dei ghiacciai con teli bianchi in poliestere e in fibre di polipropilene, risultano troppo costose a fronte di un risultato modesto e circoscritto. Come osserva Wired, una forma di greenwashing, un’azione ecologica di facciata che non risolve, o peggiora, il problema. Sulla situazione dei ghiacciai – wired.it | Sulla loro copertura con teli – wired.it

Mercoledì 6, il Parlamento europeo ha bocciato la risoluzione mirata a respingere gas e nucleare dalla tassonomia degli investimenti green.

Contrari 328 eurodeputati; favorevoli 278; astenuti 33: la maggioranza di Ursula von der Leyen si divide sul tema, riflettendo una spaccatura anche in quei partiti che sostengono il governo Draghi. In tal modo, gas e nucleare vengono riconosciute come energie verdi e questo permette agli investitori di ricevere finanziamenti per impianti di questo genere, a patto che sostituiscano centrali a carbone.
Greenpeace ha annunciato una richiesta formale di revisione interna; in caso negativo, porterà un’azione legale alla Corte di Giustizia europea. Vale però la pena ricordare due aspetti: il primo, è che Greenpeace non è un’associazione scientifica; in secondo luogo, è discutibile la strumentalizzazione fatta di fronte al Parlamento europeo, sventolando bandiere ucraine con la scritta “No Nuclear”. Il fatto è che l’Ucraina è molto favorevole all’energia nucleare e, anzi, questa potrà permetterle, a guerra finita, di ricostruire il Paese con le esportazioni.

Per chi non conoscesse il tema dell’energia nucleare e fosse spaesato per la decisione del Parlamento, la lettura che consiglio questa settimana è L’avvocato dell’atomo (Fazi, 2022) del fisico teorico Luca Romano.

Abbandonando l’approccio ideologico, lo studioso tratta il tema basandosi su numeri e dati forniti dalla ricerca scientifica. La sua azione sui social mira a sensibilizzare sulla necessità, anche in Italia, di puntare a un mix energetico che comprenda rinnovabili e nucleare. Egli ricorda inoltre che la corsa alle rinnovabili presenta risvolti geopolitici, dal momento che queste tecnologie sono un monopolio cinese: si rischia dunque di sostituire la dipendenza dal gas russo con quella della Cina. Qui, infatti, viene prodotto il 75% dei pannelli solari nel mondo e il 70% delle terre rare, con cui si creano i magneti permanenti per le turbine eoliche.
Secondo Romano, l’energia nucleare dovrebbe coprire il 30-40% della domanda elettrica in Italia, con quattro/cinque centrali con quindici reattori. Sulla decisione del Parlamento europeo – ilsole24ore.it, wired.it e adnkronos.com | Per le fonti di questi e altri dati forniti da Luca Romano, si rimanda al suo libro e ai suoi canali social, a partire da Instagram.

Complottisti e ambientalisti-antiscientifici.

Sembra un paradosso, ma c’è anche questo nel dibattito italiano. Con l’arrivo della siccità, sono nati i #nosic, ovvero i negazionisti. Convinti che la siccità non esista e che sia una forzatura del governo per obbligare i cittadini a ridurre i consumi, alcuni di loro hanno promosso azioni ridicole, come quella dei “rubinetti aperti”. Dall’altra parte della barricata, invece, troviamo gli ambientalisti alla Greenpeace, per i quali contano solo i dati scientifici (o non) che confermano la loro visione del mondo fondata sul 100% di rinnovabili, nucleare escluso.
Che cosa accomuna i negazionisti dei cambiamenti climatici e i promotori di un cieco ambientalismo? Il credo in una fede, in un’identità ibrida che ha i contorni di un culto. In cui numeri e dati sono sempre discutibili e dove vige solo e soltanto l’autocrazia della propria opinione.

In Italia, alcuni appartenenti a queste fazioni trovano spesso battaglie comuni, che ruotano intorno al “NO” a qualsiasi iniziativa in campo energetico.

In àmbito anglosassone vengono chiamati “NIMBY” (acronimo per Not in My Back Yard, ovvero “Non nel mio cortile”), persone che si oppongono alla realizzazione di opere pubbliche, dalla rete ferroviaria all’installazione di pale eoliche, etc. L’opposizione si basa in genere su una percezione dei rischi per l’ambiente.
Posto che sia corretto valutare l’impatto ambientale di una infrastruttura o di una tecnologia (come ho indicato per i desalinizzatori), ciò che dovrebbe contare è uno studio preliminare indipendente, che valuti i costi e i benefici di un intervento. Si tratta di un’azione di compromesso, che tenga conto dell’ambiente e del bene collettivo.

Il punto è che in Italia, i promotori del no a ogni costo hanno paralizzato troppe iniziative di rinnovamento, contribuendo a quell’aumento della burocrazia di cui ho scritto a inizio post.

Gli anglofoni, in questo caso, parlano in maniera ironica di BANANA (Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything, ovvero “Non costruire assolutamente nulla in alcun luogo vicino a qualsiasi cosa”). E si è infine formato anche il fronte opposto, con quelle comunità che invece richiedono l’installazione di opere di interesse pubblico, come nella citata Barcellona.
Ecco alcuni recenti casi italiani di opposizione: no al parco eolico nel canale di Sicilia; no a quello di fronte a Genova; no all’eolico in mare aperto in Sardegna; no alla medesima energia in Mugello; no alla centrale geotermica dell’Amiata; no all’energia geotermica siciliana; no al nodo ferroviario di Bari.

Il caso sardo è uno dei più emblematici: a fronte di un impatto ambientale ridottissimo, l’isola avrebbe il potenziale per diventare la prima regione italiana autosufficiente dal punto di vista energetico, e con un’energia rinnovabile.

I problemi iniziano già nei consigli comunali, passando attraverso vie legali e – se il progetto riesce miracolosamente a passare – va incontro a un iter burocratico lungo mesi o anni e ad atti di boicottaggio. Finiamo così a importare energia dai Paesi limitrofi o ad affittare tecnologie prodotte da altri: così per il nucleare francese e i desalinizzatori spagnoli, solo per citare due esempi.
Tutto si riduce all’immobilismo, alla perdita di finanziamenti e a un aumento della spesa energetica per i cittadini. ansa.it e corriere.it | Complottisti – quifinanza.it | Su casi NIMBY – it.wikipedia.org, greenreport.it e ilfoglio.it | Sull'energia geotermica – qds.it e lanazione.it


Argyros Singh
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